Lo Slalom del 14 novembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

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# 2 giorni a Italia vs Norvegia

     

►  L’ITALIA DI Rino Gattuso ha battuto per 2-0 la Moldavia nella penultima partita del girone di qualificazione che da tempo un girone di qualificazione non è. Lo strazio finisce domenica a San Siro con la Norvegia, e poi davvero bisognerà pensare alla qualificazione: i play-off di marzo. La Francia si è aggiunta all’Inghilterra tra le qualificate europee, il Portogallo ha mancato la prima chance

◇  Carlos Alcaraz chiuderà la stagione al numero uno del mondo. Se lo è conquistato con il terzo successo su tre nel girone al Masters, ieri sera con Lorenzo Musetti – il quale ha ufficializzato la sua rinuncia alla Coppa Davis. È sfinito, anche se ieri era in campo per poterne giocare un’altra ancora. 

   

Vado a casa, gioco un po’ alla play, mangio qualcosa e vado a dormire. Questa è la mia vita

Erling Haaland

 

  

Il primo Mondiale di Erling Haaland

    Sembra facile sapere dove vada messo Erling Haaland in mezzo ai grandi del passato. Di Haaland siamo stati abituati a contare i gol, non la grazia, l’eleganza, la finezza, tutti quei tratti di un calciatore che certe volte consideriamo e altre volte no, secondo convenienza. Haaland ci ha sollevato a lungo dall’imbarazzo. Si è manifestato fra noi con il più essenziale dei doni. Un gol iniziale che scardina le partite come quello di domenica al Liverpool. Le doppiette come quella di ieri sera all’Estonia. Le triplette come le undici nella sua carriera di club [le ultime due nel giro di sette giorni a fine agosto contro Ipswich e West Ham, al pronti-via di questa stagione] e le sette con la maglia della Norvegia [l’ultima a ottobre contro Israele]. È a un passo dal diventare il calciatore più precoce a toccare i 100 gol nella storia della Premier League, con i suoi 142 in 161 partite complessive da quando è arrivato al Manchester City, i 14 in 11 giornate di questo campionato. 

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    I golletti di Gattuso alla Moldavia

L’Italia di Rinus Gattuso ha spezzato le reni pure alla Moldavia, così fanno cinque vittorie su cinque – parbleu – dopo quelle su Estonia e Israele. L’ha fatto con lo stesso risultato prodotto dalla Nazionale all’andata, nella sera in cui aveva in panchina un c.t. dead man walking, lo Spalletti che era stato licenziato. Immaginammo quel 2-0 striminzito come la conseguenza di una vicenda turbolenta e mal gestita. La partita di ieri sera ha confermato che sono sempre due i gol che la Nazionale è riuscita a fare alla Moldavia. Il primo: a due minuti dalla fine. Il secondo: nei minuti di recupero. 

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  La qualificazione della Francia

America, eccoci qua, dice L’Equipe per celebrare la qualificazione della Francia ai Mondiali dopo le due finali giocate con Deschamps c.t. nel 2018 e nel 2022. Oggi la Francia è una potenza del calcio, eppure dovremmo considerare ogni tanto che appena trent’anni fa saltò due edizioni dei Mondiali di fila [1990-1994] perché cercava un indirizzo e un metodo nel dopo-Platini, e che mezzo secolo fa non si qualificò per tre volle su quattro [1962-1970-1974], prima di mettersi seriamente a ragionare su come contrastare la supremazia del rugby: studiare, aggiornarsi, investire, bla bla bla, eccetera eccetera. 

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    Dopo sette partecipazioni negli ultimi nove Mondiali, il Camerun non si è qualificato. È definitivamente fuori, battuto nella semifinale del play-off africani dalla Repubblica Democratica del Congo – che andrà a giocarsi con la Nigeria la partecipazione agli spareggi interzona. 

 

carnet

Le partite di stasera

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I temi del giorno

 

    

Una società di scommesse sponsorizza i challenger ATP

Quanta responsabilità devono prendersi le istituzioni sportive quando scelgono i loro partner commerciali? È una domanda che dovrebbe porsi il calcio italiano quando firma accordi con società di scommesse e poi scopre che scommettono pure i calciatori. Una domanda che dovrebbe porsi in modo analogo la NBA. Una domanda che ora dovrebbe porsi anche il tennis con urgenza, ha scritto Ben Rothenberg nella sua newsletter Bounces. Uno degli iscritti gli ha segnalato l’accordo fra la ATP e la società 1xBet, così l’ex giornalista del NY Times si è messo a scavare, scoprendo uno degli operatori sportivi più loschi che abbia mai incontrato”. 

L’accordo commerciale con la ATP riguarda peraltro i challenger, dove le partite a rischio di condizionamento sono di più. Rothenberg ha ricostruito la storia così: 1xBet nasce nel 2007 a Bryansk, fondata da tre russi che nel 2020 finiscono ricercati dalle autorità. L’azienda fugge a Cipro e poi si registra a Curaçao, dove in realtà esiste solo come letterbox company, un guscio vuoto funzionale a spostare il resto altrove. È un modello, scrive Rothenberg citando Bellingcat e Follow the Money, in cui il genio è la sparizione: aziende che falliscono legalmente da un lato e riappaiono con un nuovo nome dall’altro.

Il mercato di riferimento è quello grigio in cui le licenze non servono e gli utenti arrivano comunque. «Probabilmente il più grande bookmaker del pianeta», scriveva Sports Illustrated. Eppure, a guardare dentro la scatola, il quadro è molto meno glamour: giochi d’azzardo con croupier in topless, scommesse su sport giovanili, URL che cambiano continuamente per sfuggire ai blocchi. Persino sport inventati: tornei improvvisati con uomini tristi che si cambiano una maglia tra una partita e l’altra per far finta che siano nuove squadre.

Nonostante tutto, 1xBet ha agganciato club giganteschi: il Barcellona, il PSG. Qui il principio dello sportswashing è invertito: non c’è un paese che compra una reputazione, ma un’azienda che compra la pulizia del suo brand. E da quest’anno, dice Rothenberg, anche il tennis ci è cascato.

La prima crepa arriva dal Dallas Open di Frisco. In un comunicato di febbraio, il torneo annuncia il nuovo official betting partner – olé: logo virtuale sulle trasmissioni, branding aggressivo, tono entusiasta. La cosa più stonata è il rapporto tra legalità e geografia: un torneo USA che annuncia una partnership con un’azienda non autorizzata a operare negli Stati Uniti. Nel frattempo, il sito di 1xBet mostra Denis Shapovalov e Aleksandar Vukic come testimonial. A loro insaputa. Vukic, contattato da Bounces, risponde netto: «Nessuna affiliazione, non ero a conoscenza dell’uso della mia immagine».

Poi tocca alla Billie Jean King Cup. L’ITF assicura che «tutte le partnership sono rigorosamente verificate», ma qualcosa non torna: 1xBet non è autorizzata quasi in nessuno dei Paesi che partecipano al torneo, eppure il logo è ovunque, dal sito ufficiale alle grafiche. Nel comunicato compaiono toni zuccherosi e un certo Mark Wilson come portavoce. Solo che Mark Wilson non esiste: nessuna foto, nessun profilo, nessuna presenza pubblica. Un fantasma. Come già successo con Alex Sommers, la cui immagine era in realtà quella di un giornalista della CNN.

L’ultimo passaggio è quello dell’ATP Challenger Tour. L’accordo non è stato annunciato dall’ATP — già questo è strano — ma da una costellazione di siti semi-anonimi del mondo gambling. In questi articoli spunta una frase clamorosa: «La reputazione di 1xBet si allinea perfettamente alla nostra missione». Quando Rothenberg ha chiesto conferma all’ATP, la risposta è stata lapidaria: la frase non è mai stata autorizzata. Una citazione inventata, attribuita all’ATP di propria iniziativa. Il logo 1xBet, nel frattempo, continua ad apparire in sovrimpressione sui campi dei challenger, come a Montevideo, mentre Facundo Mena lanciava una racchetta in faccia a un giudice di sedia senza che poi fosse squalificato — scena già abbastanza surreale anche senza sponsor ingombranti. E così arriva il finale di Rothenberg, asciutto e durissimo:, sul divario tra ciò che 1xBet è e ciò che il tennis dovrebbe essere

analisi

Quella cosa che nel tennis i punti si pesano

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Ogni tanto c’è bisogno che qualcuno ci ricordi come funziona il tennis e qual è magari il senso simbolico che porta dentro di sé. Ogni tanto vanno ripetute cose che possono sembrare assodate perché il pubblico ruota, cambia, se ne avvicina di nuovo e come i bambini di Povia fanno oooh per lo stupore di una scoperta. Così , dopo la sconfitta di Zverev di fronte a Sinner, la Frankfurter Allgemeine Zeitung legge i dati sulle palle-break avute [Zverev sette, Sinner quattro] e ricorda che nel tennis i punti non sono tutti uguali, ce ne sono alcuni che contano più di altri. Una frase per dirlo, in genere. È che non si contano ma si pesano. 

Per dare forza e suscitare l’oooh, Pirmin Clossé racconta che tra le tante statistiche che descrivono i successi di Roger Federer, una spicca come particolarmente incredibile. L’uomo che ha mantenuto il primo posto nella classifica mondiale per 310 settimane, che ha plasmato il suo sport per decenni, che ha vinto più di 100 tornei, 20 titoli del Grande Slam e più dell’80% delle sue partite, nel corso della sua carriera professionistica di oltre 20 anni è riuscito a vincere solo il 54% degli scambi

Qualche settimana fa, in Germania ne parlava l’allenatore di calcio dell’Augsburg, Sandro Wagner, indicando nei tennisti di successo degli atleti che devono essere eccezionalmente abili a superare l’errore. Si sbaglia. Si sbaglia e si vince. Boris Becker ripete di continuo che nel tennis tutto consiste nel vincere l’ultimo punto di una partita. Tuttavia, sottolinea la Frankfurter Allgemeine Zeitung,  quest’ultima affermazione sia corretta dal punto di vista dei fatti, trascura la circostanza che molte partite sono praticamente decise prima del punto finale. Pertanto, la tesi di Becker andrebbe probabilmente ritoccata in quel senso là: nel tennis alla fine si tratta di vincere i pochi punti che contano. E nell’era di Alcaraz e Sinner a Zverev viene ancora difficile. A Sinner ha lasciato in fondo solo 65 punti in 120 scambi. Esattamente quel 54% che Federer ha raggiunto nel corso della carriera. 

 

 

Le partite di oggi

 

   

Berrettini sta pensando alla Davis

 ➣   Ma lei come sta?

«Mentalmente e come lettura della partita mi sento maturo e migliore di tanti anni fa. L’altro giorno ne parlavo con il mio coach, Alessandro Bega: nonostante gli infortuni, nonostante i tornei saltati quest’anno, resto comunque nei top 50. C’è di peggio. Ci sono state cose molto positive, finché non ho avuto ancora un problema agli addominali. Sono ripartito da lì, dalle vittorie sui top 10, dai quarti a Miami, da Zverev battuto a Montecarlo. Sono certo che ci sono ancora cose buone che posso fare in questo sport. L’obiettivo non è imitare Sinner: è troppo grande e alto, per me. Ma se sto bene, rispettando il mio corpo e la mia testa, so di poter dare ancora al tennis».

 ➣   È un momento di equilibrio tra tennis e vita privata?

«Mai come oggi quell’aspetto di equilibrio e benessere è importante. Il tennis non è tutto. Avere pause è fisiologico. Ero arrivato a un punto in cui mi sentivo un po’ soffocato: ho dovuto prendermi cura di questo aspetto. Continuare a giocare non è la soluzione. È importante fermarsi e respirare, dando priorità alle cose importanti». – intervista di gaia piccardi, Corriere della sera [per intero qui]

 

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Le analisi

 

LA 2028 aperta dai 100 femminili. Ma con tre turni in un giorno

Per il ritorno dei Giochi olimpici a Los Angeles nel 2028, il comitato organizzatore e il CIO hanno deciso di dare ai 100 metri femminili un ruolo da protagonista. Oh, che bello. Un modo forse per sanare il senso di colpa che risale fino a Pierre De Coubertin o forse per celebrare i 100 anni dell’apertura dell’atletica leggera alle donne. Deve essere questo, un omaggio. I 100 metri femminili arrivano così al primo giorno di gara. Pronti, via, bam. La finale dei cento metri. Bello. 

Ehm. Un attimo. E le semifinali? Lo stesso giorno. E le batterie? Sempre lo stesso giorno.

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Interpreti

 

Il culto perduto di Alexander-Arnold

La signora Sara Duque descrive il suo allievo con una tenerezza quasi professionale: «Ha scelto di ripartire da zero. Presentarsi ogni giorno. Con un autentico desiderio di appartenere». Sono le parole che Jonathan Liew sceglie nel suo pezzo sul Guardian per raccontare l’inizio madrileno di Trent Alexander-Arnold, e sono parole della sua insegnante di spagnolo. Provengono da un video che in rete è diventato materia da autopsia per i tifosi del Liverpool. Se ha preso cinque mesi di lezione, allora ha iniziato a maggio quando era ancora del Liverpool. È un traditore.

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Oggi

 

 

Kai Trump, la nipotina da marketing del golf

Milioni di follower a diciott’anni, milioni di occhi puntati addosso mentre racconta la sua vita sui social da golfista dilettante, l’amore per il gioco e le buche giocate insieme al nonno. Ma questa settimana tutto cambia: niente più filtri, niente tagli e montaggi, niente musica in sottofondo. Questa settimana c’è solo lei su un campo LPGA e una domanda che gira da mesi. Quanto è davvero forte Kai Trump? – una delle golfiste più famose del pianeta per via di quel suo nonno così ingombrante ha scritto Andrew Beaton sul Wall Street Journal. 

L’esordio arriva grazie a un invito degli sponsor: l’Annika al Pelican Golf Club di Belleair, Florida, un torneo ospitato da Annika Sorenstam, dieci major in bacheca e uno dei campi più ricchi di talento del tour. È l’occasione per capire se la ragazza che andrà a giocare al college a Miami l’anno prossimo possa reggere il livello delle professioniste. Per ora il curriculum dice altro. Non è tra le migliori jr d’America: l’AJGA la piazza al 461º posto, altri ranking la metton o ancora più giù. «Essere scratch e competere con le pro è un salto molto, molto grande», spiega Meg Adkins di The Fried Egg

Al suo torneo più prestigioso, a Sage Valley nel mese di marzo, Kai Trump è arrivata ultima. A ventidue colpi dalla penultima. Beaton non la giudica: contestualizza. Gli inviti speciali non sono una novità, spesso premiano personaggi che possono accendere l’attenzione. Tony Romo, ex quarterback NFL, ha giocato quattro volte sul PGA Tour senza mai superare il taglio. Kai è più vicina a quella categoria che a una potenziale vincitrice. Ma il Wsj dice che l’attenzione è una valuta. E lei ne genera tanta. Tantissima.

«Andrò lì, mi divertirò e vedremo come va», dice lei, serena, consapevole che il suo valore sia attaccare la spina dell’amplificatore al golf femminile. I dirigenti del torneo lo sanno meglio di lei. Justin Sheehan, COO del Pelican, lo dice senza giri di parole: «La sua presenza sui social può solo aiutare il golf femminile. Per crescere, servono più occhi». Dopo il boom mediatico portato da Caitlin Clark nel pro-am dell’anno scorso, l’arrivo di Kai è un investimento naturale.

Il suo percorso parte da lontano. A due anni aveva già un ferro in mano, crescere con un nonno proprietario di alcuni dei campi più prestigiosi del mondo ha i suoi vantaggi. Oggi va al Benjamin School di Palm Beach, dove in corridoio potrebbe incrociare Charlie Woods. Tiger – legato sentimentalmente a Vanessa Trump, madre di Kai – le ha lasciato un consiglio semplice: «Vai e divertiti». Al Pelican giocherà una prova vera: un giro di pratica con una due volte campionessa major come Nelly Korda, poi il torneo. Qualche segnale incoraggiante esiste: tipo il terzo posto nello scorso luglio in un evento giovanile in Florida, o un recente giro con Sheehan che lo ha lasciato stupito. «Colpisce il drive davvero bene. Ha le qualità per giocare al livello più alto», dice. A meno che non fosse una carineria per il nonno, il mondo è pieno di gente così. 

Se e dove un giorno arriverà, è impossibile saperlo. La forza di Kai Trump sta nei sette milioni di follower, una delle voci più potenti dello sport femminile. Il suo golf vive in un video di un’ora mentre gioca con Grandpa al Trump International di Washington, in quelle clip che la mostrano ridere, sbagliare, riprovare. E poi c’è lui, il nonno, che la vede crescere swing dopo swing. «È una golfista fantastica», dice il presidente. «Un giorno batterà suo nonno». Ecco. 

Hugh Kellenberger su The Athletic è più esplicitamente critico. Dice che c’è un’insensatezza incorporata in tutto l’ambaradan. La domanda centrale è semplice e inquieta: se un torneo che porta il nome della più grande golfista di sempre ha bisogno di questo per creare attenzione, non significa che l’LPGA ha un problema enorme?

Kai Trump non ha colpe: sogna quel che sogna. Sörenstam l’ha invitata, lei ha accettato. Sörenstam difende la scelta con un «diamole una possibilità, no?», ma ignora che Kai parte già con quel vantaggio enorme. The Athletic dice che la LPGA ha solo messo in piedi un’abile operazione di marketing mascherata da opportunità. Kellenberger insiste sul fatto che tutti sanno cosa sta succedendo: la politica si muschia con lo sport senza nessuna resistenza apparente dello sport. Il problema è che il golf femminile ha sempre rivendicato la meritocrazia come fondamento, e questa scelta la incrina. Il contesto spiega molto: mentre il movimento femminile di basket e calcio cresce a ritmi vertiginosi, il golf rimane indietro, frenata da un pessimo contratto tv e da un marketing inefficace. The Annika dovrebbe essere una delle punte di diamante della stagione — nome leggendario, location da élite, montepremi alto, nessuna grande concorrenza televisiva. E invece si affida a una teenager per ottenere del buzz di breve durata, senza alcuna ricaduta sul futuro del tour. The Athletic dice allora che questo episodio racconta molto poco su Kai Trump ma parecchio sulla crisi d’identità dell’LPGA.


     

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