Lo Slalom del 12 novembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

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#1  giorno a Moldavia vs Italia

     

►  LORENZO MUSETTI ha vinto la sua prima partita in un Masters battendo al terzo set Alex de Minaur. Giovedì sfida Carlos Alcaraz che nel pomeriggio aveva sconfitto Fritz faticando, ma è così stanco che potrebbe saltare le finali di Coppa Davis. Ancora una partita e lo spagnolo avrà la certezza di chiudere l’anno al numero 1. 

◇  L’Atalanta ha definito l’ingaggio di Raffaele Palladino, quarto allenatore che cambia in serie A, ma il primo al quale sia stato offerto un contratto più lungo dell’emergenza che è chiamato a risolvere. Ha firmato fino al 2027. De Rossi al Genoa, Spalletti ella Juventus e Vanoli alla Fiorentina hanno tutti un accordo di otto mesi, e il solo De Rossi ha un rinnovo automatico [biennale] legato a un traguardo [la salvezza]. Dice il Corriere della sera che vedremo Scamacca alla Kean e il rilancio di Maldini. No, purtroppo non Paolo, ma Daniel. Forse Paolo mezz’ora-quaranta minuti buoni ancora li fa. 

◇  A Napoli continuano a sommare infortuni muscolari. L’ultimo è Anguissa. Antonio Giordano sulla Gazzetta analizza stamattina la tensione interna e il “tappo saltato”, il malessere accumulato e mascherato dal primo posto sui carichi di lavoro e sul metodo Conte. In sostanza una tensione tra l’autorità e la libertà dei giocatori: Giordano evidenzia come Conte gestisca rigidamente errori e sostituzioni, citando De Bruyne e le sue reazioni ai cambi. diretto, sia tra i giocatori sia tra giocatori e allenatore.

◇  Come in un videogame, Damien Cobolli è salito al livello superiore, passando da direttore generale ad a.d. [questa è bella, su]. Un a.d. creativo – dice il Corriere della sera – perché invita a pensare in termini di innovazione e visionarietà. Si è addirittura fermato a parlare con i dipendenti. Solo che – si legge sulla Gazzetta – manca l’accordo con Yildiz, le trattative sul rinnovo si sono bloccate, firma e futuro a rischio.

◇  Michael Ray Sugar Richardson è morto all’età di 70 anni. È stato uno dei giocatori più amati dai tifosi della Virtus Bologna – che ieri sera dopo un ricordo commosso al palazzetto ha battuto l’Efes in Eurolega per 99-89: quarta vittoria di fila, 

◇  Pure Marvin Bracy è cascato nella rete dell’antidoping. Ieri ha patteggiato con l’agenzia USA una squalifica di 45 mesi per due violazioni al codice di condotta. Aveva vinto l’argento mondiale sui 100 metri a Eugene nel 2022. Ne scrive Marco Bonarrigo sul Corriere della sera. Il 2025 si conferma un anno nerissimo per gli sprinter americani per le sospensioni di Fred Kerley (due medaglie olimpiche e un oro mondiale) e i quattro anni inflitti al giovane super talento dei 200 metri Erriyon Knighton

◇  Il prossimo All-Star Game in NBA sarà una partita fra USA e Resto del mondo. 

   

L’insalata era nell’orto e una casa avevi tu

Il Trio Lescano

 

    

L’insalatiera vuota: anche Musetti rischia di saltare la Davis

A un certo punto della partita, il livello di sfiducia era salito come quello del Po quando piove tanto. Lorenzo Musetti era sotto di un break nel terzo set sempre più pallido, sulle gambe, consigliato dal box di rimanere in movimento per impedire l’insorgere dei crampi[Gaia Piccardi, Corriere della sera]. Elena Pero ha chiesto allora scoraggiata a Paolo Bertolucci, in telecronaca su Sky, cosa potesse fare il povero Musetti, o cosa potesse succedere per ribaltare la partita avviata verso un rapido successo di de Minaur. «Dovrebbe venire a piovere» ha detto Bertolucci con sublime, perfida e paradossale ironia, considerato che si gioca al chiuso. Ovviamente la pioggia non è caduta, ma la partita è stata sospesa per un bel po’ per soccorrere uno spettatore preso da un malore in tribuna. Quando hanno ricominciato a giocare, Musetti ha trovato da qualche parte delle energie e dalla palla del 2-5 ha chiuso 7-5. «Mi sono scavato dentro» ha detto.

Federica Cocchi sulla Gazzetta usa l’immagine felice della inversione a U nel finale quando tutto sembrava perduto

Tutto questo – accenna nel finale del suo pezzo – potrebbe avere una conseguenza sulla Coppa Davis. Arriva da una striscia di sei partite in sette giorni e ne giocherà ancora almeno una. Filippo Volandri ha la possibilità di cambiare la formazione che scenderà in campo a Bologna fino a lunedì prossimo, e le battaglie di Musetti potrebbero aver prosciugato ogni energia. Sebbene Lorenzo, da subito, abbia detto di volerci provare, il fisico sta chiedendo il conto e un permesso premio potrebbe meritarlo

Così viaggiamo con il vento in poppa verso una Coppa Davis dal sublime paradosso. Dopo essersi molto lamentati perché la Spagna aveva sempre il vantaggio del fattore campo a Malaga, dopo averne vinte due là, rischia di arrivare un’edizione che si gioca in Italia nel momento in cui l’Italia ha due top-10, ma nessuno dei due ci sarà. Per il resto in federazione va tutto bene. 

 

Le partite di oggi al Masters

BEN SHELTON VS FÉLIX AUGER-ALIASSIME

Shelton fa della velocità e della spinta offensiva i suoi punti di forza: servizio potente, angoli stretti e capacità di sorprendere con soluzioni improvvise. Auger-Aliassime combina fisicità, continuità negli scambi e capacità di cambiare ritmo, imponendo un controllo costante del gioco. È nella forma della sua carriera e chi ne sa, in giro, sui siti specializzati, dice che la partita sarà probabilmente un duello tra iniziativa e gestione. Shelton proverà a prendere il comando con accelerazioni improvvise e variazioni improvvise, Auger-Aliassime cercherà di stabilizzare il ritmo, chiudere il centro del campo e forzare errori dall’avversario. 


JANNIK SINNER VS SASCHA ZVEREV

E Djokovic ribadisce le perplessità sul Clostebol

È una partita irrimediabilmente cambiata nella sua trama dalla finale australiana del gennaio scorso, quando Zverev è caduto in una sorta di depressione post-moderna di fronte a quello che gli pare un titano insormontabile. Non sa come uscire dal mood chi siamo, dove andiamo, che sarà di noi. Sinner – impassibile – lo affronta con la sua precisione chirurgica e la sua potenza esplosiva che fanno di lui il miglior al mondo su superfici indoor [questo lo dice Flavia Pennetta, e chi siamo noi per non credere a Flavia Pennetta].Gioca colpi puliti appena ha i due piedi ben messi dentro il campo e la profondità è diventata la sua cifra stilistica. Zverev punta sulle solite cose, il servizio e un dritto potente, ma sono – appunto – le solite cose. Sinner cercherà di muoverlo lateralmente e sfruttare variazioni di ritmo e di angoli. 

Al Corriere della sera, Omar Camporese ha detto che Jannik ha la stessa aura di Becker – ecco – ed è stato un po’ come sentire da Fausto Papetti cosa ne pensa di Charlie Parker. Stefano Semeraro su La Stampa analizza come Jannik ha migliorato il servizio. Il videoanalist Pizzorno dice che è come ballare, si deve ripetere sempre lo stesso movimento. Sul servizio – spiega Semeraro – si può intervenire sempre, anche più volte durante la carriera. Come hanno fatto ad esempio Nadal e Djokovic, che anche in seguito agli infortuni ha saputo adattare il gesto alle nuove esigenze. Sinner, ad esempio, ha cambiato più volte la posizione di partenza dei piedi. In passato utilizzava un lancio troppo basso per la sua altezza e questo a volte gli impediva di caricare e spingere nella maniera adeguata, quindi anche di trovare angoli ed effetti efficaci, mentre è proprio sulla varietà, più che sulla velocità di punta, che stanno lavorando Vagnozzi e Cahill.

Oh, nel frattempo di Sinner ha parlato anche Novak Djokovic. È andato al Piers Morgan: Uncensored su YouTube e ha detto che «quella nuvola lo seguirà proprio come la nuvola del Covid seguirà me, per il resto della sua, o della mia carriera». La nuvola è il Clostebol e il patteggiamento per tre mesi. «Col tempo svanirà, ma non credo che scomparirà. Ci sarà sempre qualcuno che ne parlerà». Djokovic si dice super super super strasicuro che Sinner non abbia fatto nulla di proposito, ma continua a chiedersi come mai sia riuscito a scontare la sua pena senza saltare nemmeno uno Slam. «C’è una mancanza di trasparenza, c’è stata incoerenza. La comodità di una squalifica sistemata tra gli Slam – così da non perdersi gli altri – è stata davvero molto, molto strana».

Sinner chiama l’Italia titola la Gazzetta e Riccardo Crivelli riesce a scrivere che ogni apparizione si ammanta dell’atmosfera mistica di una cerimonia di ringraziamento alla divinità. Aggiunge che Sinner è il figlio, il fratello, il fidanzato d’Italia – e per questo la Confcognati stamattina ha emesso una dura nota di sdegno per essere stata esclusa da questo amore collettivo e autentico che unisce una nazione intera, facendoci sentire parte di un’unica squadra. Crivelli non ha finito ancora: Quel suo anelito perenne al miglioramento è diventato ormai un mantra per tutti. Un’Italia che vince con calma, senza arroganza: una lezione che va oltre il tennis È un nuovo modo di sentirsi forti. Sinner lo ha imparato con il tempo, e adesso per sua stessa ammissione non può più farne a meno: trae energia dall’energia della folla giubilante. Ormai Jannik è nella carne e nel sangue di Torino.

Anche i maestri hanno bisogno di sparring

Lui si chiama Pedro Vives. Ha anni più di Carlos Alcaraz, si conoscono dai tempi del circuito giovanile e pure lui è partito per Torino. È venuto per fargli da sparring, convocato dall’ATP nella squadra a disposizione degli otto maestri. È nato a Maiorca, cresciuto nel Reial Club de Tennis Barcelona 1899, Vives ha diviso con Alcaraz i tornei juniores e si è poi formato all’accademia di Rafael Nadal a Manacor, prima di trasferirsi alla Texas Christian University. Nel circuito universitario americano ha vissuto il suo passaggio verso il professionismo, oggi è numero 463 al mondo. «Dopo il covid sono andato negli Stati Uniti a studiare, quest’anno ho finito e voglio dedicarmi al tennis professionistico. Vediamo come va. Arriverò dove devo arrivare» racconta. 

Dice che Alcaraz «già da piccolo si vedeva che aveva qualcosa che gli altri non avevano, era avanti, aveva un potenziale enorme» ma si sono affrontati una sola volta e ha vinto Carlitos. Ora, con una laurea in Economia e il mare di casa alle spalle, Vives alterna il circuito ITF a occasioni come questa. Ne ha parlato con Alejandro Ciriza per El Pais, dicendo che «Rafa in allenamento sa andare al 100 o al 200% sempre. Carlos, pur essendo serio, si prende i suoi tempi. Uno ha già fatto tutto ciò che doveva fare, è il miglior sportivo della storia di Spagna; l’altro, suppongo, ha come obiettivo arrivare il più lontano possibile. Speriamo che gli infortuni lo rispettino» aggiunge sfidando l’ipotesi di passare per una seccia

Anche Alejandro García Cenzano, madrileno, ha seguito la stessa via. Dall’aeroporto di Austin, mentre torna a casa, spiega che oggi allena la canadese Marina Stakusic, ma prima è stato sparring per Nadal, Thiem, Muguruza e Badosa. «Ti chiedono cose specifiche: che tu riproduca certi colpi che il rivale userà in partita, rovesci tagliati, tiri più piatti…» dice. I tornei minori pagano poco, quindi la maggior parte dei suoi guadagni proveniva da accordi privati con i giocatori. È arrivato a lavorare con dieci numeri uno — tra cui Ashleigh Barty, Victoria Azarenka e Simona Halep — e conserva un ricordo speciale delle sessioni con Muguruza prima del titolo alle Finals del 2021.

Cenzano ricorda anche i giorni con Alcaraz a Indian Wells nel 2022 e quelli con Nadal e Garbiñe a Cincinnati nel 2018. Alcuni sparring che non riescono a fare il salto diventano specialisti e imparano osservando i campioni e i loro allenatori. Cenzano ha 26 anni, cita Conchita Martínez e Wim Fissette tra i tecnici che più lo hanno ispirato, e oggi trasmette a sua volta ciò che ha appreso. «Per me è stata una tappa intermedia, perché volevo diventare un tecnico WTA, ne è valsa la pena, senza dubbio».

Quello di Jannik si chiama Nicolò Inserra. Qualche mese fa ne ha scritto Massimo Calandri per Repubblica raccontando questa storia di amicizia e fiducia. Inserra ha 26 anni, genovese, è entrato nello staff per la trasferta americana di Cincinnati e US Open. Inserra e Sinner si conoscono da ragazzi, quando entrambi erano giovani talenti seguiti da Riccardo Piatti a Bordighera. Hanno mantenuto un rapporto stretto anche dopo che Nicolò ha deciso di abbandonare il percorso verso il professionismo. Calandri sottolinea che la scelta di Sinner non è stata solo tecnica: Sicuramente avrebbe potuto trovare degli sparring più forti… ma nessuno con le caratteristiche che hanno le persone di cui l’azzurro vuole circondarsi. Fiducia, amicizia. Inserra oggi studia Economia e gioca a tennis a livello amatoriale.

Repubblica racconta invece stamattina di Andrea Candusso, 48 anni, torinese, c’è chi lo chiama lo scienziato delle racchette. È l’incordatore di Sinner, una laurea in Scienze motorie, un master in psicologia e una passione speciale per le racchette. 

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I temi del giorno

   

Qualificazioni Mondiali, anche l’Europa sta arrivando ai verdetti

L’ultimo sprint dell’Europa verso i Mondiali consiste in 48 partite che da domani a martedì prossimo decideranno ogni cosa, chi ce l’ha fatta, chi no, chi dovrà passare ancora dall’illusione o dalla beffa dei play-off. L’unica nazionale già qualificata è l’Inghilterra, alla quale andranno aggiunte le altre 11 vincitrici dei gironi. Dagli spareggi verranno fuori gli ultimi 4 nomi. Domani si comincia con quattro gruppi, mentre il Corriere della sera rilancia la lagnanza eurocentrica dei pochi posti per il Vecchio Continente in un torneo così extralarge.

  La resistenza del calcio in Ucraina

La Francia è in testa con 10 punti e l’Ucraina è staccata di tre. Domani lo scontro diretto al Parco dei Principi, nel giorno dell’anniversario del Bataclan e dell’attentato allo stadio durante l’amichevole con la Germania. Se la Francia non vince, tutto è rinviato alla trasferta di Baku, con l’Ucraina che gioca contro l’Islanda. Oggi L’Equipe dedica tre pagine alla partita e alla condizione della nazionale, chiedendosi cosa fare in attesa della luce. A Hugo Delom uno poi gli dovrebbe dire: e allora che dobbiamo fare noi – se in Francia manca la luce? I giocatori chiave dei Bleus nella stagione scorsa sono stati Koundé e Barcola, ma entrambi stanno vivendo un periodo complicato. Deschamps potrebbe decidere di dare una maglia a Cherki e Olise, ci sono polemiche tra lo staff medico e il PSG peer le solite cose.

L’Equipe ha pure intervistato Andrij Shevchenko, presidente della federazione ucraina dal gennaio 2024 e si è fatto raccontare come si fa a giocare delle qualificazioni per i Mondiali di calcio se nel tuo paese c’è la guerra.  «L’Ucraina attraversa attualmente il periodo più difficile della sua storia. Per questo sono in Ucraina. Voglio aiutare il mio paese. È la ragione principale per cui ho accettato di candidarmi alla presidenza. Ogni ruolo ha la sua importanza in un momento del genere. È una sfida. Siamo riusciti non solo a mantenere, ma anche a sviluppare il calcio in Ucraina, lavorando in condizioni difficili: problemi di sicurezza, raid aerei, lanci di missili, interruzioni di corrente. L’Ucraina ha tenuto in piedi tutti i campionati e i tornei a tutti i livelli, dal calcio amatoriale a quello professionistico, comprese le categorie giovanili. Dopo quattro anni di guerra, una generazione rischia di perdersi. Abbiamo mostrato che anche in tempo di guerra possiamo competere ai massimi livelli. Il calcio è uno strumento molto potente, e dobbiamo usarlo . Il mio obiettivo è fare il possibile affinché l’Ucraina continui a esistere come nazione e stato indipendente. È fondamentale ricordare al mondo l’esistenza dell’Ucraina. Sono certo che in futuro vedremo un altro Pallone d’Oro vinto da un giocatore ucraino».

  Il Laboratorio Prtogallo

Il girone F è quello del Portogallo di sua Eternità Ronaldo. Il Portogallo è un passo dai Mondiali. Guida la classifica con 10 punti davanti all’Ungheria che ne ha 5, l’unica che potrebbe ancora sperare in un sorpasso. Domani Irlanda-Portogallo e chiusura in casa il 16 novembre contro l’Armenia. E al Portogallo L’Equipe dedica quattro pagine – quattro, non tre – sebbene siano portoghesi e non francesi. Gli sciovinisti lo fanno. Il reportage racconta come il paese sia diventato una fabbrica di talenti globali, grazie a una combinazione di formazione tecnica, cultura dell’espatrio e credibilità internazionale costruita da grandi figure come José Mourinho, Carlos Queiroz o Leonardo Jardim. Un’espansione internazionale iniziata negli anni ’80, sostenuta da una formazione moderna e motivata da una tradizione storica e culturale di emigrazione e curiosità verso il mondo esterno.

La storia personale di Manuel Gonçalves Gomes serve da esempio: nato in un contesto difficile, il calcio gli ha permesso di viaggiare e costruire una carriera internazionale. Negli anni ’80 la Federazione portoghese ha strutturato il reclutamento dei giovani ispirandosi ai modelli francesi, creando una base di eccellenza esportabile. Mourinho ha dato visibilità e credibilità al modello, ma dietro ci sono decenni di lavoro e un approccio condiviso. C’è un forte legame tra cultura nazionale e apertura al mondo:i portoghesi hanno sempre visto l’estero come una opportunità, dalla grande era delle scoperte alla diaspora economica moderna. Oggi, oltre 400 allenatori lavorano all’estero, diffondendo il loro stile e il loro metodo. Non c’è molto in comune tra José Mourinho, Leonardo Jardim, Paulo Fonseca o Jorge Jesus, se non la nazionalità – dice L’Equipe – una metodologia e la convinzione che l’erba sia più verde fuori dal Portogallo. L’espatrio fa parte dell’apprendimento, è un’eredità e una ricerca culturale.

  La carta a sorpresa di Gattuso

Questi siamo noi, e sappiamo bene come siamo messi. I punti sono 12, tre in meno della capolista Norvegia. Dietro c’è Israele a nove e non può più scavalcare Rinus Gattuso. È difficile immaginare che domani la Norvegia perda punti con l’Estonia mentre domani l’Italia gioca in Moldavia. A quel punto la chiusura di domenica a San Siro con lo scontro diretto sarebbe del tutto irrilevante. 

Ma Gattuso ha un piano. Lo svela il Corriere della sera: Ieri grigliata di pesce tutti insieme, squadra e staff, a Coverciano: spirito di gruppo”. Sembra infallibile. A naso. Se la Norvegia non ha avuto la stessa idea – magari loro hanno messo in tavola del salmone, chi lo sa – potrebbe perfino funzionare. 

    L’inghilterra e la questione Bellingham

Questo invece è il girone già deciso. Alle spalle dell’Inghilterra si gioca per il secondo posto che vale gli spareggi. L’Albania ha 11 punti, la Serbia 10, tutt’e due devono sfidare gli inglesi nei prossimi giorni. Il c.t. dell’Albania Sylvinho oggi ne parla con Paolo Tomaselli per il Corriere: «Il terreno è fertile ed era stato preparato negli anni precedenti dai c.t. italiani come De Biasi, Reja e Panucci. Senza dimenticare che molti giocatori sono stati formati nel vostro Paese e io stesso ho studiato cinque anni a Coverciano: sapere l’italiano in Albania è un vantaggio. Abbiamo buone strutture, abbiamo fatto un grande lavoro di scouting tra i figli della diaspora e abbiamo dato organizzazione a una squadra tecnica, che gioca sentendo il peso della maglia».

L’Inghilterra e i suoi giornali sono tutti presi dall’Ashes, la serie di cinque partite di cricket con l’Australia. Comincia il 21 novembre e vanno avanti fino al 3 gennaio. Ogni partita può durare al massimo fino a cinque giorni. La grande figura di questa vigilia si chiama Ben Stokes, il capitano, negli ultimi due anni operato al ginocchio sinistro e al bicipite femorale. Ogni tanto qualcuno parla pure di pallone e delle scelte di Thomas Tuchel che si diverte a tenere Bellingham sulla corda. La novità è la convocazione di Alex Scott, nelle giovanili una specie di sottomarca di Grealish, adesso al Bournemouth anche centrocampista. Qui ne parla il Guardian

Bellingham è il nuovo enigma. Il Times si dedica al mistero raccontando la distanza tra la sua figura in Spagna e la considerazione di lui in Inghilterra «Per me è un gentiluomo inglese», osserva Marcos de Vicente, giornalista di El Chiringuito de Jugones. A 22 anni molti lo considerano già come un leader. De Vicente sottolinea che nell’attuale Real Madrid è una personalità guida potente, sulla strada per diventare in Sergio Ramos o un Cristiano Ronaldo. «Il suo impatto è grande come giocatore, ma anche fuori dal campo». La sua presenza davanti alle telecamere è paragonabile a quella di un trentenne. Il consenso in Spagna è quasi totale. È in Inghilterra che hanno delle perplessità. 

Tuchel aveva escluso Bellingham dalla sua precedente convocazione e aveva parlato di lui usando la parola «ripugnante», attribuendola alla madre e poi a un errore linguistico. Aveva detto di volere che Bellingham intimidisse gli avversari e «non i compagni di squadra». Poi, presentando le convocazioni per le qualificazioni mondiali, ha aggiunto: «Non c’è un problema con lui, ma con il suo contributo al progetto».

Bellingham è un calciatore assertivo, “non si ritrae davanti a nulla; fa l’opposto” scrive allora Owen Slot. Il libro Hey Jude include osservazioni illuminanti di Davide Ancelotti: «L’unico dubbio all’inizio era come si sarebbe inserito. Conoscevamo il suo carattere, era davvero maturo, ma non pensavamo così tanto». Fin dal primo giorno, Bellingham si è imposto: “non ha sviluppato spalle larghe, è arrivato già con quelle”.

Il talento prodigioso mostra una psicologia peculiare. In ogni gruppo, in ogni contesto nel quale è cresciuto, Bellingham non ha mai trovato un livello uguale al suo, nemmeno a Birmingham a 16 anni. I compagni sapevano che sarebbe stato lui a risolvere, a tirare tutti fuori dai guai. Quella leadership ora è radicata: a Madrid la frustrazione emerge se la palla non arriva dove lui la aspetta: le braccia si agitano, il messaggio è chiaro, non va bene. Non sorprende, dice il Times, che i suoi comportamenti possano sembrare negativi dall’esterno. Ma esiste una netta separazione tra la personalità dominante in campo e l’uomo fuori: «Ha una voce chiara, ma è davvero umile. Non ha ego. È un giocatore di squadra. Non so se riuscirà a rimanere così, ma credo abbia la forza di restare umile per tutta la carriera, proprio come Luka Modric», dice ancora Davide Ancelotti in Hey Jude.

La stampa inglese spesso fraintende questa intensità, ammette il Times. La fiducia in sé stesso, interpretata da alcuni come arroganza, è necessaria per eccellere. Slot trova calzante un paragone con Roy Keane e Johnny Sexton: entrambi imponevano standard elevati senza cercare gloria personale. Bellingham è ancora giovane, eppure mostra lo stesso approccio, focalizzato solo sul successo della squadra. Come sottolinea Slot nel Times, il vero test è per Tuchel, non per Bellingham, il vero test consiste nel saper incanalare questa energia. Bellingham è un protagonista naturale, un assassino silenzioso in campo. Se l’Inghilterra vuol vincere i Mondiali nel sessantesimo anniversario della sau unica volta, senza Bellingham non va da nessuna parte.

Lo scontro di poteri intorno a Lamine Yamal

Il caso Lamine Yamal ha scritto un nuovo capitolo nello scontro tra il Barcellona e la federazione. Non giocherà le ultime due partite di qualificazione contro Turchia e Georgia per aver scelto di sottoporsi a una terapia di radiofrequenza per risolvere problemi al pube. La Federcalcio ha diffuso un comunicato senza mezze misure, esprimendo “sorpresa e malessere” per non essere stata informata. Il messaggio è chiaro: la salute di Yamal è prioritaria, ma la mancanza di comunicazione è intollerabile. Dal canto suo, il Barcellona ribadisce che tutto è stato fatto “in modo responsabile e coordinato”, con il giocatore al centro delle decisioni e il parere di un medico esperto come guida.

La storia si inserisce in un contesto più ampio: non è la prima volta che Yamal diventa protagonista involontario di tensioni tra club e nazionale. Flick aveva accusato il ct De la Fuente di “non prendersi cura ” del giocatore, facendolo giocare nonostante i fastidi fisici. Un ragazzo di vent’anni diventa dunque simbolo di una guerra silenziosa tra poteri  ha scritto su La Vanguardia Edurne Concejo.

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Le analisi

   

L’equilibrio NBA minacciato dagli Oklahoma Thunder

Il resto della NBA sta guardando con spavento. Gli Oklahoma City Thunder hanno l’anello al dito e sono incoscienti giovani. Shai Gilgeous-Alexander, MVP in carica, ha 27 anni. Jalen Williams, compagno di All-Star, ne ha 24. Chet Holmgren, il lungo che che rivaleggia con Wembanyama per il titolo di Sua Unicornità, ne ha 23. Alex Caruso con i suoi 31 anni resta il il veterano del gruppo. Ma quel che spesso passa sotto silenzio, e che rende l’intera macchina ancora più raffinata, è che il capo allenatore Mark Daigneault sta migliorando a sua volta. All’età di 40 anni — quarto più giovane tra tutti i trenta allenatori NBA — è nel ruolo da più tempo di chiunque altro, a parte Spoelstra o Kerr. Tutta questa esperienza accumulata lungo il percorso ha affinato la sua visione: «Tante conoscenze istituzionali sono state acquisite lungo la strada», annota Sam Amick su The Athletic. Dalla G-League al ruolo di assistente, fino a capo allenatore, Daigneault conosce i suoi ragazzi come nessun altro.

Il percorso per difendere un titolo non è mai semplice, i Thunder lo stanno facendo sembrare tale. Daigneault racconta di aver lasciato ai suoi giocatori «almeno un mese e mezzo in cui non hanno neanche sentito parlare di me», un’estate senza pressioni, per godersi il successo del 2025. Un modo per riconoscere il traguardo e al tempo stesso prepararsi al nuovo inizio. Non serve sovraccaricare i ragazzi di messaggi, perché «puoi creare un piccolo mostro enfatizzando troppo le cose che tutti sanno», ammonisce l’allenatore.

Oltre alla gestione del tempo e delle emozioni, Daigneault osserva attentamente le dinamiche individuali: dare autonomia e responsabilità, rispettare lo spazio personale dei giocatori. Il basket NBA è una gara di energie: chi sa generarne di più dentro e fuori dal campo avrà un vantaggio. «Vogliamo che vengano felici in palestra ogni giorno», spiega l’allenatore.

Al centro di tutto c’è Gilgeous-Alexandee con la sua ricerca di perfezione. La curiosità di sapere fin dove può arrivare è contagiosa. «Sta migliorando sottilmente. Ha avuto un ottimo avvio in  difesa», spiega Amick, e aggiunge che la gestione del gioco, l’organizzazione della difesa e la leadership stanno diventando sempre più consapevoli. Ogni dettaglio è sotto controllo, eppure la naturalezza con cui fa le cose rende l’effetto devastante.

Durante l’estate, l’MVP ha affinato movimenti come il catch-and-shoot – qualunque cosa sia – oltre che il coinvolgimento nella manovra offensiva, imparando a reagire se un avversario gli toglie la palla. La crescita di Shai è non solo tecnica, ma culturale e collettiva: chi osserva e impara da lui, come il giovane centro Thomas Sorber, assorbe l’esempio.

La fiducia di Daigneault è totale: non vuole interferire, non vuole sopraffare, lascia che la squadra sia dei giocatori, guidata dall’energia e dalla responsabilità individuale. Guida lui la macchina quando si tratta della sua vita e del suo sviluppo scrive Amick. Un approccio che fa crescere l’intera organizzazione.

Il disamore del Messico per il calcio. Aspettando i Mondiali

Il destino di chi arriva per la prima volta a Città del Messico è perdersi, perdersi subito in mezzo ai venditori ambulanti, da qualche parte nel cuore di una città da 22 milioni di persone, una delle prime-10 al mondo. Qui dove tutto è frenesia, tutto porta l’eco di una storia lontana, dai chioschi di taco al traffico, dai templi aztechi ai palazzi colonici. Così comincia il reportage di Thomas Broggini per France Football da Città del Messico, dove attendono che arrivi il loro momento di gloria con i Mondiali del 2026, a quarant’anni di distanza dall’Azteca di Maradona, a cinquantasei da Italia-Germania. Se il calcio è una religione, scrive il giornale del Pallone d’oro, allora l’Azteca è la sua chiesa. Dopo i lavori potrà accogliere 90 mila persone. 

Il calcio messicano dei club, però, appare sonnacchioso. Nel campus dell’UNAM, la casa dei Pumas, l’arte di Diego Rivera decora le pareti e ricorda che il club è più di una squadra: rappresenta i valori dell’università nazionale autonoma del Messico, e dunque il pensiero critico, la libertà d’espressione, l’uguaglianza, la tolleranza e la laicità. Le gradinate dello stadio non si riempiono neppure per un derby come Pumas-Cruz Azul e i posti vuoti raccontano di un amore che attende di riaccendersi. I tifosi di La Rebel oscillano tra nostalgia e prudenza: il calcio messicano è in declino. Dicono di continuare a frequentare l’impianto per stare insieme, ma le partite sono noiose e i biglietti sempre più cari.

Il Cruz Azul, storicamente legato alla cooperativa del cemento che porta lo stesso nome, incarna un’altra passione: cruzazulear significa rovinare tutto, fallire all’ultimo momento. Una maledizione nel nome, spezzata con il titolo del 2021 dopo ventitré anni di digiuno, capace di restituire orgoglio e senso di rivalsa. Il calcio qui è soprattutto rumore di strada, socialità, rituale. Alla Ciudad de los Deportes, il Club América ospita il Monterrey di Gignac, Ocampos, Ramos e Martial. L’ambiente è distante dall’epicentro passionale sudamericano: lo stadio appare vuoto al 65%, tra musica a palla e venditori di hot dog che attraversano le tribune. Ma France Football riferisce la certezza diffusa che questa sorta di disamore farà risvegliare la passione l’estate prossima e il mondo si innamorerà del Messico.

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Interpreti

 

   

La tentazione di Seixas: andare al Tour a diciannove anni

Paul Seixas ha chiuso l’anno così come si lascia il cortile della scuola, con il cappellino bianco in testa, lo sguardo malizioso dell’inizio di una vacanza meritata, con il massimo dei voti sulla pagelle. Ha chiuso la sua prima Monumento al Giro di Lombardia con un settimo posto e per molti sarebbe il coronamento di una carriera. Per lui è solo un gradino superato, uno tra tanti, uno dei primi, annota Julien Chesnais su Vélo Magazine, sottolineando il contrasto tra la calma apparente e la portata dell’impresa. 

Sei giorni prima, nella Drôme-Ardèche, aveva fatto ancora più rumore, piazzandosi terzo agli Europei. Davanti a lui, o forse bisognerebbe dire accanto a lui sul podio, c’erano due giganti: Remco Evenepoel e Tadej Pogacar. Bisogna tornare al 1917 per trovare un corridore così giovane fra i primi-10 di una Classica. Se così non basta, si può aggiungere il tredicesimo posto ai Mondiali di Kigali, tra i più duri della storia. In ciascuno dei tre appuntamenti è stato il miglior francese in classifica. A diciannove anni. 

«Da Pogacar ed Evenepoel non si era mai più visto un fenomeno simile», lo ha ammirato Thibaut Pinot su L’Équipe. «Potrebbe essere persino più forte di Pogacar alla sua età. Remco vinse subito nelle prime corse da professionista, alla Clasica San Sebastian tra l’altro». Il confronto regge, dice Vélo. Come Evenepoel, Seixas è stato campione del mondo juniores a cronometro prima di confermarsi tra i pro. E come Pogacar si è imposto al primo colpo al Tour de l’Avenir, sebbene lo sloveno fosse già al secondo anno fra gli under-23. Diversamente da loro, Seixas potrebbe scoprire i Grandi Giri direttamente al Tour. Pogacar era andato prima ad assaggiare la Vuelta nel 2019 [terzo nella classifica generale, tre tappe vinte, a 20 anni]. Evenepoel ha corso due Giri e due Vuelta prima di andare al Tour, cinque anni dopo il debutto tra i professionisti.

L’ipotesi che Seixas corra il prossimo Tour de France è un motivo di discussione alla Decathlon-AG2R La Mondiale. Dominique Serieys, il dg della squadra, si era detto a luglio favorevole alla sua presenza. Seixas stesso ha parlato di sogno, «ma c’è il sogno e c’è la realtà. E la realtà è restare misurati. Quando si programma il calendario, deve essere intelligente e pertinente. Non abbiamo ancora deciso».

«C’è in lui qualcosa che ispira molto ottimismo», cha detto Bernard Hinault a L’Équipe. Il povero Hinault è in attesa di un successore in maglia gialla da quarant’anni. «Ma non sarebbe meglio iniziare dal Giro o dalla Vuelta, invece di affrontare subito il Tour dove incontrerà Pogacar? Se fossi lui, passerei il turno nel 2026, per farsi le ossa con avversari più alla portata».

In attesa di conoscere il suo programma, forse già l’11 dicembre alla presentazione della Decathlon, Jean-Baptiste Quiclet, direttore del team, chiarisce: «Tutti gli scenari sono possibili. Potrebbe fare una stagione senza Grandi Giri o correrne uno. Dipende anche dai percorsi e dalla possibilità di moltiplicare le corse di apprendimento». 

Seixas al Tour diventerebbe il più giovane partecipante dal 1937, quando Adrien Cento partì a 19 anni, 3 mesi e 26 giorni. Seixas ne avrà 19 anni, 9 mesi e 10 giorni il 4 luglio, eventualmente al via da Barcellona. Il più giovane dopo il 1945 è stato Danny van Poppel, che si dice sorpreso di mantenere quel record considerato quanto sia comune passare pro a 18 o 19 anni».

Il percorso del Tour 2026 appare compatibile: ci sono montagne ben distribuite, le Alpi nella terza settimana, la tappa regina all’Alpe d’Huez piazzata alla vigilia dell’arrivo, evitando fatica eccessiva. «Ha un carattere da campione e non mi sorprenderebbe vederlo al Tour l’anno prossimo», conclude Valentin Paret-Peintre, compagno di stanza agli Europei. «Non penso ci siano controindicazioni a partire dal Tour. Più pressione, livello più alto, ma per Paul non è un problema. Il giorno degli Europei era rilassato. Trenta minuti prima di partire, aveva la valigia fatta ed era tranquillo».

 

Xabi Alonso indebolito dal silenzio di Florentino Pérez

C’è un club dove le crisi non nascono dai risultati ma dal silenzio, e quel club si chiama Real Madrid. Santiago Segurola su AS affronta la tensione interna che sta minando Xabi Alonso nonostante una buona classifica, e peraltro siamo appena a novembre. Segurola descrive un clima autodistruttivo, alimentato dai conflitti tra l’allenatore e alcune stelle, in particolare Vinicius, e aggravato dalla latitanza di Florentino Pérez e qualunque altro dirigente. Un silenzio che significa solo una cosa: stare dalla parte dell’aggressore e non dell’aggredito, scrive, sottolineando come il mancato intervento della società abbia isolato ulteriormente Alonso e rafforzato chi lo mette in discussione. 

Segurola osserva che il Real ha vissuto un calo di rendimento [pareggio con il Rayo, delusione ad Anfield] e che si sta creando una narrativa tossica attorno all’allenatore, dipinto come rigido e distante dalle stesse fonti che fino a un anno fa criticavano Ancelotti per la sua permissività eccessiva. Un rumore che contamina ogni cosa, aggiunge, indicando come questo rumore mediatico abbia indebolito Alonso e oscurato persino una vittoria come quella sul Barça. L’autorità di Simeone e Flick – aggiunge – non è mai stata messa in discussione. Non sono soggetti a dubbi o a silenzi che debilitano. Alonso li starà guardando con invidia.

 

 

 

Kilian Jornet

Kilian Jornet ha 38 anni e ha appena concluso il suo “trittico” di avventure estreme con un mese nell’Ovest americano: 72 cime oltre i 4.200 metri, 5.145 chilometri percorsi a piedi, in bici e a cavallo in 31 giorni. Dopo le traversate dei Pirenei e delle Alpi, ha voluto capire come il corpo potesse adattarsi a uno sforzo così lungo e variabile, scoprendo che «il corpo andava meglio alla fine che all’inizio». Lo ha detto a David Michel per L’Équipe, il giornale francese gli dedica stamattina una pagina.

Jornet descrive i paesaggi americani come “un susseguirsi di mondi diversi”, molto più vari rispetto all’omogeneità alpina. Ma il cuore del racconto è nella trasformazione fisica e mentale: all’inizio il suo corpo lottava contro l’altitudine e l’umidità, poi ha smesso di opporsi e ha cominciato ad adattarsi. Nella fase finale, dice, sentiva di avere le forze peer poter continuare altri due mesi.

L’Équipe intreccia il racconto sportivo con il ritratto interiore di Jornet, un tipo che riconosce la propria tendenza a esplorare i limiti — «Una parte di me che non amo. È disturbante e ci lavoro» — ma che cerca, attraverso le prove estreme, una forma di conoscenza. Nella traversata americana, la “doppia ricerca” era chiara: scoprire il territorio e capire fin dove potesse arrivare l’adattamento umano. Le difficoltà sono state enormi: giorni di pioggia e neve nel Colorado, risvegli dopo tre ore di sonno, notti buie e fredde in cui «dovevi salire in bici e ti chiedevi perché fossi lì». Eppure, dice, «se tutto va bene, non vivi nulla». Oltre alla fatica, emerge una riflessione più intima sulla solitudine del campione. «Il livello d’élite è solitario, vivi emozioni rare che ti isolano dagli altri», spiega, aggiungendo di sentirsi  più vicino alle persone comuni che cercano un’avventura nei week-end. Vabbè, dipende dalle persone. Ce ne sono alcune per le quali la grande avventura del week-end è spostarsi dal divano alla cucina. 

Comunque L’Équipe chiude ricordando che nel 2026 Jornet si concentrerà sulle gare europee di trail e sulla famiglia: la moglie Emelie Forsberg ha partorito da poco il loro terzo figlio. Però dice: «Un giorno, forse, l’Himalaya». Lo dice lui, non la moglie. Sebbene uno deve pure provare a mettersi nei panni della moglie. 

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La Macchina del tempo 

     

I vivai non funzionano. Lo scriveva la Gazzetta 50 anni fa

Il Mondiale di Azzurro Tenebra era passato da un anno e mezzo. A rileggere le cronache del tempo, dentro ci sono le stesse ansie e lo stesso pessimismo di oggi. Il 12 novembre del 1975 Gualtiero Zanetti scrive sulla Gazzetta dello Sport che il nostro calcio vive la sua ciclica crisi tecnica proprio nella stagione in cui sta per concludere il processo di ristrutturazione organizzativa iniziato sei o sette anni fa

È una diagnosi lucida e severa: l’Italia calcistica ha finito i suoi alibi, ma continua a curare i sintomi invece della malattia. La Nazionale aveva appena pareggiato per 0-0 in Polonia una partita del girone di qualificazione agli Europei del ‘76. Il sorteggio aveva infilato gli azzurri nel gruppo con la seconda e la terza ai Mondiali dell’estate prima, l’Olanda e appunto la Polonia. Quello 0-0 fu una condanna alla mancata qualificazione. 

Per oltre un anno, spiegava Zanetti, la Nazionale non avrà confronti veri: solo amichevoli di cartone, mentre il mondo va avanti. Mai crisi azzurra ha pagato così duramente la sua esclusione dalle competizioni internazionali, scrive. E basta guardare le domeniche di campionato per capire perché. Tutti parlano di giovani, insiste, ma i protagonisti sono ancora i “vecchi”: Gola a trent’anni vale cinquecento milioni, Frustalupi ridà respiro al Cesena, De Sisti rinasce nella Roma, Bedin guida la Samp, Capello trasforma la Juve. La più giovan rivelazione della A si chiama Boccolini, gioca nel Napoli e ha 29 anni. Anche il bel Torino non ha un giovane che stia nel cuore del gioco.

Zanetti osserva che non si è rinnovato il meglio di una generazione: i talenti nati altrove si sono adattati a ruoli nuovi — Cera è diventato libero, Mazzola aveva iniziato da centravanti — ma dietro di loro il vuoto. I vivai sono tecnicamente sbagliati: ragazzi vengono allevati in partite lente, senza agonismo, addestrati a un palleggio da foche ammaestrateche non insegna a difendere né a pensare. Oggi il rimprovero è l’opposto. 

Il risultato è un calcio che non inventa [e dunque l’esito è lo stesso], un calcio che si rifugia nella tattica come in un labirinto. È venuta l’epoca degli slogan, scrive Zanetti: il regista non esiste più, tutti devono essere registi; tutti devono essere difensori o attaccanti a seconda delle esigenze della partita. Ma il nuovo dogma – si legge sulla Gazzetta – ha generato mostri: terzini che salgono senza sapere cosa fare del pallone, ali tornanti che diventano mediani marcati, portieri che passano loro la palla con le mani perché ormai sono difensori. Eh? Non è meraviglioso come sia sempre tutto uguale?

Sotto la superficie tecnica, la diagnosi è ancora più amara: Sono proprio gli anziani che continuano a fare la fortuna di troppe squadre, non per nostalgia, ma perché solo loro hanno capito, in una lunga carriera, ciò che accadeva all’estero e ne hanno tratto vantaggio. Gli altri non hanno imparato nulla. Mancano la scuola, la preparazione, la cultura del lavoro. Zanetti chiude come chi sa di scrivere una verità antica: In molti Paesi stranieri sono stati approntati gli strumenti per un continuo ammodernamento dell’organizzazione. Noi non abbiamo né gli strumenti, né chi potrebbe manovrarli”. E quando l’allenatore Giagnoni scopre viaggiando, da disoccupato, che i nostri giocatori si allenano la metà della metà degli altri, la conclusione non può che essere la stessa, scritta inutilmente decine di volte, negli anni passati, in occasione delle crisi ricorrenti

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L’ultimo scroll

   

Becker e Wiggins, il filo che unisce le due autobiografie

Dell’autobiografia di Boris Becker [Inside] si è molto parlato anche in Italia, di quella di Bradley Wiggins meno. Sembrano due storie di cadute e redenzioni, ma cucendoli insieme vengono fuori due ritratti inquietanti di uno sport che spesso si propone come “estremamente disumano e a volte insicuro”, dove il talento non è una salvezza, ma quasi un peso. Lo ha scritto Cathy Bishop sul Guardian, mettendo a fuoco le analogie tra due sport, due epoche, due generazioni e scoprendo sorprendenti somiglianze. Entrambi sono finiti in bancarotta, hanno ammesso le proprie responsabilità nelle scelte sbagliate e hanno toccato il fondo, si sono sentiti spogliati di ogni dignità, sia in una cella di prigione sia mentre sniffavano cocaina in un bagno.

Becker, condannato da un tribunale britannico, si ritrova circondato da tossicodipendenti. Wiggins racconta di aver subito abusi dal suo allenatore e di aver fatto uso di droga lungo un percorso che, ammette, sarebbe potuto facilmente finire dietro le sbarre. Entrambi sono stati traditi da adulti di fiducia in posizioni di autorità.

A 17 anni, dopo Wimbledon, Becker si sentiva imprigionato:  “Vivo in una scatola… ho bisogno di godermi quello che faccio. Ho bisogno di sentirmi libero. E non mi è permesso”. Per Wiggins, abbandonato dal padre, lo sport diventa una via di fuga da “una mancanza di autostima lunga tutta la vita”.  Bishop li presenta entrambi come atleti che non trovano senso o scopo nello sport: Becker è motivato dal desiderio di far piangere la madre dell’avversario, perde rapidamente disciplina e motivazione quando smette di vincere. Wiggins vede nel ciclismo una fuga, ma “la gloria sportiva non può mai cancellare le cicatrici”. Le coppe sono effimere: Becker vende il suo trofeo per saldare debiti, Wiggins lo distrugge davanti ai figli perché gli hanno solo portato più dolore. Quel che dà loro sollievo, scrive il Guardian, viene principalmente dalle relazioni al di fuori dello sport: amici fidati, amore genuino, la riscoperta di sé al di là dell’identità sportiva. Se lo sport vuole davvero cambiare il mondo, deve prima cambiare sé stesso, conclude Bishop.

     

I canestri di Ray, zucchero e veleno

Aveva un soprannome da pugile e sembrava una promessa. Micheal Ray Sugar Richardson scivolava sul parquet come se avesse davvero lo zucchero nei piedi e la dolcezza nei polsi, oltre che un lampo amaro dentro gli occhi. Quando arrivò a Bologna nell’estate del 1988, dopo anni di gloria e sbandamento in NBA, era un uomo che cercava prima di tutto la redenzione, e poi – certo – anche un bel contratto. Bologna gli diede l’una e l’altro. Come scrisse Leonardo Iannacci a quel tempo su l’Unità, molto probabilmente Sugar ha inteso tagliare i ponti con il mondo del basket professionistico americano in cui anni fa iniziò la sua grande carriera sportiva ma anche la tremenda odissea nel mondo della cocaina.

Era stato un prodigio: quattro volte All-Star, due volte miglior rimbalzista tra le guardie, un talento esplosivo capace di difendere, correre e illuminare i compagni con la naturalezza di chi è nato per far quello. La sua traiettoria prese a spezzarsi quando la NBA lo bandì in seguito a un test antidroga positivo, il prezzo da pagare per anni di eccessi, notti infinite, le discese ardite.  A Bologna arrivò come un sopravvissuto e in campo fu subito chiaro che il talento era intatto. Le cronache di Stadio e del Corriere dello Sport del tempo lo raccontano come un giocatore magnetico, capace di decidere partite da solo, ma anche di perdersi nell’improvviso buio che lo seguiva come un’ombra. In un’intervista a l’Unità, ammise: «So che non posso più sbagliare. Ho avuto la mia occasione e non la sprecherò. Qui voglio solo giocare, divertirmi, ricominciare».

Nelle prime settimane bolognesi sembrava un altro uomo: disciplinato, presente, sorridente. Ma la nostalgia dell’America, il peso delle abitudini, e l’inquietudine che lo aveva sempre accompagnato tornarono a farsi sentire. La città lo coccolava e lo giudicava allo stesso tempo. Sugar è un tipo simpatico, ma imprevedibile. In allenamento dà tutto, poi magari sparisce per due giorniraccontava Stadio.

Nel novembre del ‘90 finì dentro quello che Walter Fuochi su Repubblica chiamò il saloon di Masnago, una partita con diciannove espulsi, cinque giganti di Varese [Rusconi, Frank Johnson, Ferraiuolo, Brignoli, Conti], sette di 7 Bologna [Clemon Johnson, Binelli, Portesani, Romboli, Gallinari, Cavallari, lui], tre dirigenti da una parte e quattro dall’altra. Uma zuffa che, lo pensano a Varese e anche a Bologna, non sarebbe scoppiata senza le lune storte di Richardson. Così – scrisse Fuochi – è diventato questo l’ultimo capitolo del romanzaccio scritto da Sugar in settimana, dopo i soldi chiesti, sventolando l’offerta di Filadelfia, e ottenuti: a fine anno. Quella volta prese cinque giornate di squalifica, in estate lo licenziarono in tronco per gravi inadempienze, si era presentato in ritiro in condizioni inaccettabili. Era cocaina. Ancora. Perché poche ore di ritardo su un volo dagli Stati Uniti – spiegava Fuochi – in seguito perfino smentite, non potevano valere una cacciata. Perché una disastrosa condizione fisica non era in fondo un capitolo inedito: ogni anno, Sugar arrivava in ritiro floscio e ingrassato, poi ritornava la pantera di sempre.

Cinque mesi dopo, in una intervista a L’Unità, disse di essere stato incastrato e che la famosa rissa era stato il capolinea. Aveva capito che lo avrebbero cacciato. «Ho fatto, in tre anni a Bologna 18 analisi e nelle mie urine non sono mai state trovate tracce di cocaina». Aggiunse: «Messina è un buon allenatore, peccato che soffra tutti giocatori dalla forte personalità». Gianfranco Civolani di lui scrisse su Bianconero: “Ero al Madison, giocava Sugar Richardson con i Knicks. Aveva gli occhi sbarrati. Non  lo poteva fermare nessuno, se li beveva tutti, una roba fuori dal mondo. Pensa tu – dicevo fra me – se mai un giorno vedessero a Bologna uno così, se mai un giorno. Dieci anni dopo sapevo perché lo avevano cacciato; lui aveva molto peccato e poi mi dissero che stava in Israele con zero lire in tasca. E – come fu e come non fu – la Virtus gli fece una chiamata e lui arrivò a Bologna che era già vecchiotto e – si può dire – assai avariato per via di quelle storie vecchie e comunque vere. Immaginavo il bamboccione che ne aveva dovuto subire tante dai bianchi, lui balbuziente e quasi analfabeta, lui che peraltro si portava addosso un talento naturale inarrivabile. E così in Virtus lui diede il cento per cento di quel che poteva e quel cento per cento era il quaranta di quel che gli avevo visto fare nei giorni del vino e delle rose. E nei suoi deliri in Virtus lui comunque strabiliava e provocava e faceva mattane immani e in ogni caso faceva anche vincere. Unico, inimitabile, inarrivabile, indistruttibile Sugar.

Richardson avrebbe poi raccontato spesso la sua dipendenza come un marchio e una lezione. «Ero giovane, mi sentivo invincibile. Poi ho capito che la droga non è un gioco: ti ruba l’anima e ti lascia vuoto» dichiarò in un’intervista a Sports Illustrated. Aveva trovato un modo per restare in piedi: allenare, parlare ai ragazzi, provare a trasformare la sua storia in un avvertimento. Suo figlio, Amir, gioca a calcio nella Fiorentina. 

Anche L’Equipe lo ricorda e gli dedica una pagina, racconta Richardson per il suo passato all’Antibes, descrivendo un giocatore dalla personalità travolgente, un uomo e atleta la cui presenza era tanto sorprendente quanto i suoi dribbling. Il suo balbettio e la sua parlantina continua erano altrettanto sconcertanti quanto i suoi dribbling e le sue mani sempre in movimento sui campi”. L’Équipe lo definisce “un monumento del basket americano e francese”, sottolineando l’impatto lasciato su entrambi i lati dell’Atlantico.

Il soprannome suggeriva grandezza e dolcezza, evocava i grandi della boxe e “diceva tanto della sua gentilezza quanto del suo gusto per i paradisi artificiali”. Con l’Antibes firmò il tiro decisivo per il terzo titolo del club nel 1995: “A quattro secondi dalla sirena, palla in mano, attaccò Frederic Fauthoux, il difensore che gli concedeva quindici buoni centimetri, tirando a cinque metri dal canestro”. La carriera europea si allungò fino a 46 anni, passando da Antibes a Cholet e tornando per una stagione finale all’Antibes nel 2001. Jacques Monclar, amico e allenatore, ha detto che «era un personaggio unico, un uomo raro con un percorso incredibile, scelto nel draft del 1978 prima ancora di Larry Bird e riconosciuto da tutti i grandi».

     

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