Leggi tutto nella versione web
#1 giorno a Juventus vs Torino
► IL GIOVEDÌ di Coppa è stato una via di mezzo tra il martedì e il mercoledì. Non tutti pareggi, non tutte vittorie. La Roma è passata in Scozia sul campo dei Rangers, il Bologna ha pareggiato con i norvegesi del Brann, la Fiorentina si è fatta rimontare in Germania dal Mainz. In panchina arriva Vanoli. L’Italia è rimasta al quinto posto del ranking UEFA stagionale, ma scivolando dietro la Spagna e passando davanti al Portogallo. La sorpresa resta Cipro al quarto posto.
◇ Lorenzo Musetti è a due partite di distanza dalla qualificazione al Masters di Torino, ma sono le più difficili della settimana al torneo di Atene: oggi la semifinale con Korda, l’eventuale finale con il vincitore di Djokovic vs Hanfmann. Solo vincendo il torneo potrà qualificarsi. Finirebbe nel girone con Sinner e Zverev. Nell’altro gruppo Alcaraz, Djokovic, Fritz e De Minaur. Lorenzo Sonego si è qualificato per le semifinali di Metz, fuori Berrettini, Jasmine Paolini ha chiuso le finali WTA con una terza sconfitta contro Pegula.
◇ È stato trovato morto dalla polizia il 24enne Marshawn Kneeland, difensore dei Dallas Cowboys. Secondo le informazioni fornite dalla polizia, si sarebbe suicidato dopo essersi allontanato a piedi dal luogo di un incidente d’auto.
Se a Los Angeles abbassassero le tasse e riducessero lo smog e sistemassero la piaga del traffico, sono convinto che mi ci trasferirei fino al prossimo terremoto
Groucho Marx
Come Doncic sta scalzando LeBron
A Los Angeles stanno vestendo un altro re
Quando il tramonto cala su quel palazzetto che Dan Peterson chiamava Staples Center e che oggi pare obbligatorio chiamare Crypto.com Arena, quando dalle casse esce una lingua slava che pochi riconoscono, allora tutti capiscono che sta arrivando Luka Doncic. È la sua ora. La voce di Ko Na Grani Jabuka, un cantante serbo, non dice granché molto agli spettatori presenti in tribuna, ma è un segnale. Si lasciano i bretzel da qualche parte e si corre verso il parquet. Doncic è già lì, che sorride e tira da centrocampo. Sbaglia un tiro, ride, si impone qualche flessione di punizione tra gli applausi e migliaia di telefoni sollevati tra migliaia di mani.
Il suo ingresso in campo sta diventando un rito, perché di questo vivono le stelle dello sport, di questo vive lui, il nuovo re della pallacanestro di Los Angeles. Fa un ultimo tiro improbabile dal corridoio, firma qualche autografo, e via. Si comincia. C’è la partita. Nove mesi dopo il trasferimento a sorpresa da Dallas, Doncic si sente un po’ più a casa, e i Lakers sono ogni giorno un po’ di più la sua squadra.
Lo racconta Loïc Pialat per L’Équipe, in un pezzo che dice l’indicibile, la lenta e progressiva sostituzione di LeBron James come poster e icona di una franchigia. Sul megaschermo appare ancora la sua immagine, ma il King è immobile, la schiena è rigida, se ne sta seduto in borghese in fondo alla panchina. La sciatica lo tiene fermo dall’inizio della stagione. In sua assenza, i Lakers di Doncic hanno aperto con sette vittorie e due sconfitte: la miglior partenza di sempre per una squadra di James senza James.
Anthony Davis è volato a Dallas, e per la prima volta dopo anni qualcuno a Los Angeles non vive all’ombra di un re. Luka, ventisei anni, riempie il campo e le statistiche: 165 punti nei primi quattro incontri, più di Jerry West, più di Kobe Bryant. Bisogna sempre risalire fino a Wilt Chamberlain per trovare cifre simili, un basket che sembra appartenere a un’altra epoca.
«L’infortunio a LeBron ha aiutato nella transizione», dice un tifoso a L’Equipe. «Non ho mai dubitato che Luka sarebbe diventato il capo, mi chiedevo solo quanto ci avrebbe messo». Per molti, questa squadra è una prova generale dell’era post-LeBron. Doncic ama il contatto fisico, provoca gli avversari, ha quella ferocia che un tempo abitava in Kobe e che oggi è rara da vedere in NBA. Il paragone è inevitabile. Come Bryant, Luka è vorace, un mangia-palloni, un accentratore, ma allo stesso tempo si spende con generosità — otto assist di media — perché ogni possesso passa comunque da lui. J.J. Redick, il coach, lo ha lasciato in campo fino a sfiorare i 50 punti contro Minnesota. Si è fermato a 49: «Gli ho dato tre possibilità. Poi una quarta. Niente da fare», ha riso dopo la partita.
Con gli Spurs ha tirato ventisette volte da tre, ne ha segnate nove, ma quella decisiva è stata sua. E per Jaxson Hayes basta quello: «È un leader. Se continua a fare quello che fa, a prendere il controllo delle partite, riusciremo a fare grandi cose»
C’è anche un’altra cosa che Doncic ha portato ai Lakers: la leggerezza. Ride, parla, si diverte. Dopo le vittorie scherza nei corridoi, punzecchia i compagni, mette fretta al suo allenatore perché chiuda le conferenze stampa. «Parlo più di prima, sì. Ma la leadership non deve venire da un solo giocatore», ha spiegato mercoledì sera, mentre il pubblico defluiva lento dalle gradinate. LeBron James, l’altro leader, dovrebbe tornare presto. Forse il 18 novembre, contro gli Utah Jazz, per il prossimo appuntamento a casa. E tutti a Los Angeles si domandano se accetterà una nuova gerarchia dinanzi a questo Doncic che si è messo a giocare anche in difesa, cinque recuperi con gli Spurs, il massimo della sua carriera con un’intensità difensiva nel tratto finale della partita che ha perfino oscurato i suoi 35 punti [così scrive il Los Angeles Times] in una partita con 66 falli e 84 tiri liberi.
testimoni Doncic raccontato da suo padre
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
“L’uomo che mise a due anni una palla a spicchi nelle mani fatate di Luka fa qualche passo indietro, si toglie dalla luce riflessa, preferisce una candela purché tutta sua. «In verità gli ho fatto provare ogni sport, non ho forzato nulla. Era bravo anche a calcio, forse sarebbe emerso in qualunque disciplina. Dentro di me sapevo che avrebbe scelto il basket fin da quando il suo massimo desiderio era venire a vedere le mie partite a Novo Mesto perché nell’intervallo poteva tirare a canestro. A malapena camminava e già palleggiava con entrambe le mani. Una sensibilità rara nei polpastrelli»” [gigi riva, Repubblica, 27 gennaio 2019]
▬▬▬▬▬ ▬▬▬▬▬
I temi del giorno
La tensione a Birmingham intorno al Maccabi
Si poteva quasi ridere. Quasi. Se non fosse stato così cupo, così inquietante. Bnevenuti a Birmingham, dove lo humour nero si nasconde tra le strade. Così dice e racconta Barney Ronay da Villa Park per il Guardian, per l’arrivo del Maccabi Tel-Aviv: partita di Europa League.
Un’ora prima del calcio d’inizio, fuori dallo stadio i 700 agenti di polizia cercavano di tenere separate tre fazioni agitate: chi manifestava per i diritti della Palestina, chi manifestava per Israele e gli YouTuber. Chi rappresentava il pericolo maggiore? I creatori di contenuti, dice il Guardian in questa cronaca che da drammatica diventa surreale per quello viene definito come l’evento sportivo più insolito mai visto in Inghilterra: una “pietanza grondante di geopolitica con un piccolo rametto di sport spolverato sopra”.
A Ronay ha ricordato le tournée della Dynamo Kiev negli anni di Stalin, rapidamente degenerate confermando l’osservazione di George Orwell sullo sport internazionale come “una guerra senza colpi di pistola”.
Oggi, nota l’autore, lo sport è “la guerra insieme ai colpi di pistola, un megafono di pubbliche relazioni per il potere, portato in giro da qualsiasi despota e opportunista con un esercito alle spalle”. Le guerre e le guerre per procura seguono il calcio come un naturale passo successivo, dai campionati alle Coppe, fino alle iniziative della Fifa, come il nuovo premio per la pace calcistica inventato fa Gianni Infantino: “I pacifisti – si legge – sono anche potenti guerrafondai”.
L’Europa League ci ha consegnato dunque divisione, rabbia e diffidenza nelle strade della seconda città britannica. Il divieto di partecipazione per i tifosi del Maccabi non era legato ai timori di hooligan israeliani, “il divieto esiste perché una guerra etnica e religiosa transnazionale viene combattuta tra fazioni irrimediabilmente opposte”.
Nello stadio e fuori, i tifosi del Maccabi erano assenti. Una giovane donna con una bandiera israeliana è stata scortata dalla polizia e ammonita per le urla minacciose. I manifestanti si sono dispersi pacificamente dopo il calcio d’inizio. La polizia è stata supportata da cani, droni e “cavalli con luci natalizie”. Ci sono state risse tra tifosi e agenti, il fermo di uno YouTuber, il divieto d’ingresso a un uomo con la bandiera di un sindacato: tutto conferma, osserva Ronay, che “le bandiere sono solo pezzi di stoffa colorata, eppure diventano oggetti di provocazione”.
Alla fine, dai, un senso di sollievo: il centro ha tenuto, le linee hanno retto, nessuno si è fatto male. Ah, certo: ha vinto l’Aston Villa 2-0.
politica
Il premio per la pace voluto da Infantino
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
Tra grattacieli che riflettono il sole e palme piegate dal vento, Miami sembra una città sospesa tra sogno e speculazione. Così pare almeno a Max Rushden, inviato del Guardian che la attraversa con lo sguardo di chi si aspetta di trovare il calcio tra le strade, e invece incontra uomini in giacca e cravatta che parlano di innovazione come se fosse un mantra religioso, “un magnete per sognatori, creatori e visionari, una piattaforma da cui le idee prendono il volo”.
È la cornice dell’America Business Forum, un’assemblea di denaro, marketing e aspirazioni miliardarie, dove un biglietto da diecimila dollari dà accesso a consigli banali di self-help, conferenze di imprenditori superpagati e podcast motivazionali.
Il Guardian parla con ironia di quest’appuntamento dove a un certo punto è apparso mister Gianni Infantino, a metà tra uno showman e un maestro di cerimonie, pronto a inaugurare il suo Fifa Peace Prize – Football Unites the World. Il premio Nobel per la pace assegnato dal calcio. Più o meno. O una cosa del genere.
Rushden osserva la scena con lo stupore di chi assiste a un paradosso: un uomo che per anni ha predicato di tenere la politica lontana dal calcio ora assegna premi di pace globali, parlando davanti a centinaia di milioni di spettatori. «Il calcio aiuta un po’, ma poi abbiamo bisogno di leader che lo spingano in porta», dice Infantino, lanciando un messaggio universale che mescolava sport, diplomazia e show business. Senza rinunciare a un gran bell’omaggio per l’amico Donald Trump, accolto da applausi imbarazzati, mentre Rushden annota la sproporzione tra le parole solenni e l’assurdo della situazione: la FIFA che si improvvisa ambasciatrice globale di pace, con una portentosa storia di scandali alle spalle.
Il Guardian costruisce allora il racconto sull’ossimoro tra calcio reale e teatro globale. In campo puoi vedere un Van de Ven che sfonda una difesa, un Calhanoglu che inventa traiettorie impossibili e gesti che intorno a un pallone continuano a essere pura bellezza. “Come passiamo da Neil Harris che loda i ragazzi per aver battuto il Brighton Under-21 nella Vertu Trophy al presidente della Fifa che partecipa ai colloqui di pace a Gaza in Egitto?”, si chiede sottolineando l’incoerenza di un ecosistema dove lo sport si mescola a questioni politiche, economiche e mediatiche fuori misura.
▬▬▬▬▬ ▬▬▬▬▬
Le analisi
L’omertà intorno a Joël Chenal
Nel piccolo villaggio di Montvalezan, nel cuore delle Alpi Savoia, la neve non è l’unica cosa che lascia tracce. Tra le vette della Rosière c’è una storia che gela il sangue. La racconta Stéfan L’Hermitte su L’Équipe: Joël Chenal, ex medaglia d’argento olimpica nel 2006, è accusato di atti gravissimi che hanno scosso un’intera comunità. Nel 2018 una piccola strada colorata per celebrare il passaggio del Tour de France era diventata simbolo di orgoglio per i montagnard, ma oggi quella stessa strada è attraversata da un silenzio inquietante. Chenal, figlio del paese, è accusato da diverse donne di abusi sessuali.
È un’onda lunga di rivelazioni iniziata dal Le Monde su un uomo che fino a ieri veniva celebrato come esempio di correttezza. Le accuse sono dettagliate. Le presunte vittime, molte delle quali minorenni al momento degli episodi, parlano di foto intime inviate dal campione e di proposte indecenti. Ma la parte più scioccante della vicenda riguarda una serie di abusi che sarebbero proseguiti per anni, nonostante due inchieste precedenti che avevano assolto l’ex campione.
L’Hermitte non si limita a raccontare i fatti. Allarga la riflessione sull’ambiente che ha permesso a Chenal di continuare a operare per anni come allenatore e figura di riferimento, nonostante i segnali d’allarme. Veniva descritto come il “gentile ragazzo della Rosière”, un esempio di “gentilezza e dolcezza estrema”, un ragazzo “da sposare”, sempre pronto a stringere la mano con un sorriso. Le parole dei suoi colleghi e dei media sembrano ora avere un’altra dimensione, più cupa e tragica.
L’articolo di L’Équipe svela il lato più oscuro di una figura che molti hanno voluto difendere. Dopo una denuncia per invio di materiale inappropriato nel 2021, Chenal scrisse una lettera di scuse, cercando di rimediare al danno, ma la sua immagine era ormai compromessa. «Quando ho scoperto che c’era una storia, l’ho licenziato in mezz’ora», racconta Alexandre Fourrat, che ha gestito la struttura Orsatus dove Chenal allenava. Troppo tardi. Oggi Chenal è stato definitivamente bandito da ogni attività sportiva. La sua difesa: ammette di aver avuto comportamenti errati, ma nega le accuse di stupro. La federazione francese di sci ha deciso di sospenderlo per 15 anni. Ma non tutti sono convinti della correttezza del provvedimento. «Avremmo potuto parlare, agire in modo diverso. Avremmo dovuto proteggere le giovani ragazze» – dice con amarezza Claudine Emonet, ex sciatrice che ha vissuto esperienze traumatiche. Le indagini sono ancora in corso e nuove vittime stanno emergendo. La denuncia di una “repubblica di amici”, fatta da Adrien Duvillard, ex campione di discesa libera, colpisce nel segno. L’Equipe conclude con un’amara riflessione: “Non si può continuare a mettere tutto sotto il tappeto. Così si lascia entrare il lupo nella fattoria”.
▬▬▬▬▬ ▬▬▬▬▬
Dai campi
Hurt I Nine Inch Nails cantano Napoli e Juventus
Paolo Condò sul Corriere della Sera fa un’analisi della Champions League a metà percorso, il punto sullo stato del torneo e sulle grandi linee narrative che stanno emergendo, con le differenze rispetto all’anno scorso: se nella prima edizione del nuovo formato le grandi avevano preso la competizione sottogamba, lasciando spazio a outsider come Lille, Aston Villa o Bayer Leverkusen, “quest’anno i giganti d’Europa hanno fatto sul serio da subito”. A metà strada monopolizzano i primi otto posti, con un solo intruso — il Newcastle — che però serve a sottolineare un altro tema forte: il dominio della Premier League, sei squadre iscritte e tutte nelle prime dodici posizioni.
Quanto alle italiane, Condò scrive che l’Inter ha battuto chi doveva battere, ma con passo da grande europea. La partenza facile ha aiutato Chivu, e “ora che il gioco si fa duro, non è più un debuttante”. I prossimi incroci — Arsenal-Bayern e poi Inter-Arsenal — saranno test veri per capire chi può restare nell’élite. L’Atalanta ha preso un 6.5 in pagella per la ritrovata fiducia dopo la vittoria a Marsiglia, poi vengono le note meno gloriose. Napoli e Juventus stanno sul 5, in bilico ma ancora in corsa. A patto che non finiscano come dentro quel pezzo dei Nine Inch Nails che ha cantato pure Johnny Cash, quel pezzo che è tutto un rimpianto, un dolore, un senso del fallimento, una frustrazione che porta alla rinuncia. “È fondamentale che non scelgano, nemmeno inconsciamente, il campionato, perché la doppia corsa europea è il segnale di una squadra grande. E cita Spalletti per chiudere: “Gli uomini forti non si accontentano”.
eroi Fiorella Mannoia canta Haaland che sembra Paola Egonu
Con 27 minuti sul cronometro e il Manchester City avanti 1-0, Erling Haaland ha fatto qualcosa di straordinario e molto divertente. Passeggiando con apparente disinteresse lontano da un calcio di punizione a centrocampo, Haaland si è girato, ha preso il pallone e ha deciso di correre dritto contro la difesa del Borussia Dortmund, trascinando con sé due maglie gialle disperate che lo afferravano inciampando. Un atto di violenza mirata, lo chiama il Guardian, l’applicazione di una forza superiore [lui] su un punto debole [loro, ma in fondo tutti gli altri].
Alla fine il pallone è arrivato a Nico O’Reilly, completamente solo, mentre l’intera difesa del Dortmund era stata trascinata via nella scia di Haaland. “Il boato che ha accolto il suo gol è stato come quello che avrebbe accolto Frank Sinatra se fosse apparso al Madison Square Garden”.
Il migliore in campo è stato Phil Foden: due gol meravigliosi, preciso e brillante per tutta la partita, quella storia del selfie con il tifoso italiano. Ma è stato Haaland a fare lo spettacolo, e Ronay il Guardian la chiama “un’esperienza premium”, una partita trasformata in un numero circense-teatrale: l’uomo più forte del mondo che strappa in due un elenco telefonico; un mago che fa sparire un pompelmo; Noel che suona Wonderwall. E poi viene Haaland che segna i suoi gol.
I numeri sono straordinari, sono da Fiorella Mannoia che canta quel pezzo in quella pubblicità che ogni tanto in tv viene interrotta da qualche trasmissione: 55 gol nelle ultime 55 partite, 27 in 17 in questa stagione. Ma non sono solo i numeri. “Haaland è semplicemente molto divertente da guardare in questo momento”, osserva il Guardian: tra video su YouTube in cui cucina e scherzi con Pep Guardiola alterna l’essere un’entità atletica devastante con l’immagine di un ragazzo simpatico e giocoso. La supremazia di Haaland non è stata un caso, né un ripiego tattico. Il Guardian considera che “c’è un malinteso chiave sulla dipendenza del City da Haaland, l’idea che sia monotono o unidimensionale, destinato a fallire. In realtà è affascinante da osservare, sia come espressione estrema del talento umano sia come esercizio tattico». Guardiola ha identificato la sua super-forza come il miglior martello da gol del mondo, e ha deciso di sfruttarla al massimo, come una squadra di pallavolo mette il pallone sulla mano di un’opposta.
Faccio un casino Coez canta Mary Earps e la tossicità della sua autobiografia
Quando un giorno sarà scritta la cronaca di questa grande controversia intorno alla biografia di Mary Earps, cosa diranno di noi? Non di lei che ha messo in piazza tutto il suo rancore verso la Ct Sarina Wegmann che le ha preferito un’altra portiera [Hampton]? Cosa diranno di chi sta godendo dell’eco mediatica e delle discussioni social, chi sta sguazzando nelle chat e sta scrollando feed, sparando giudizi su persone mai incontrate? È la domanda che segna il grande ritorno di Jonathan Liew sulle pagine sportive del Guardian, fiuuu, ci stavamo chiedendo dove diavolo fosse finito. “Più volte si sente dire che la nuova autobiografia di Earps e il successivo polverone sono stati episodi tristi e spiacevoli, una controversia inutile che non giova a nessuno nel calcio femminile”. Eppure, insiste Liew, tutti ne parlano. Tutti sembrano godere di questa storia: “Nessuno si sta davvero divertendo, insistono i giornalisti, i commentatori e i tifosi online — eppure, stranamente, se lo stanno godendo”.
Portiere che litigano, ego che si scontrano, panni sporchi lavati sui social, cadute dal piedistallo, il dolce brivido licenzioso della tempesta di merda. In breve, tutti ci hanno guadagnato qualcosa. Earps e l’editore un’impennata di vendite. Hampton emerge come una eroina silenziosa mentre continua a giocare da miglior portiera al mondo. I creatori di contenuti hanno consumato tutto senza lasciare briciole. Liew invita allora a riflettere sul tipo di cultura che abbiamo alimentato, “una cultura che probabilmente ha generato questa controversia redditizia”.
Ai tempi del suo massimo fulgore, quando parò un rigore nella finale dei Mondiali e sfidò la Nike perché non vendeva maglie da portiera [se ne parlava qui], Earps trionfava al premio di sportiva dell’anno per la BBC davanti a Stuart Broad e Katarina Johnson‑Thompson. Diciotto mesi prima, prima di Euro 2022, pochi al di fuori del calcio femminile avevano sentito parlare di lei. Liew nota che “questa adorazione non era dovuta solo alle sue qualità da portiera. Era un culto costruito almeno in parte sulla sua personalità e la sua figura proiettata dai media sui consumatori”. Questa è la differenza rispetto al calcio maschile, secondo Liew: un processo intenso, una corsa al brand, tutti a caccia di visibilità con il sottotesto: “Meglio incassare finché si può”.
Earps, per quanto di successo, non è una multimilionaria, non è si sistemata per la vita. È una trentaduenne in un’epoca in cui la sua professione evolve rapidamente, senza ricchezza né supporto istituzionale paragonabile a quello di un collega maschile di pari livello. Liew sottolinea che “tutto questo non giustifica i suoi commenti, le interviste o le scelte fatte”. La domanda resta: quale tipo di star ci aspettavamo emergesse da un mondo centrato sul personal brand, sull’algoritmo dei social, sulla venerazione delle emozioni, sull’iconografia esemplare?
«La reputazione è tutto nel calcio femminile», osserva l’ex difensora inglese Gilly Flaherty. In questo mondo piccolo, poche voci dettano il discorso, dove conta meno ciò che hai fatto e più come migliaia di persone interpreteranno e rappresenteranno le tue azioni online. Una singola foto fuori contesto può generare mesi di meme. La speculazione intrusiva su partner e sessualità è praticamente incorporata nell’esperienza, dice Liew. In gran parte, tutto questo non è che un contenuto, “il lubrificante del fandom, quel che rende il calcio femminile uno spazio esuberante e controculturale”. L’abbraccio della cultura queer e della salute mentale offre un sorprendente contrappunto al conservatorismo corporativo del calcio maschile. Ma Liew avverte: siamo anche volontariamente ciechi rispetto al suo potenziale tossico, a come il fandom possa mutuare gli aspetti peggiori della reality-tv e della musica pop, trasformando lo sport in dramma umano usa-e-getta. Earps stessa offre una delle testimonianze più esatte: «Il calcio femminile è entrato in uno spazio diventato un po’ come l’intrattenimento, così la tua vita viene analizzata per il divertimento delle persone» ha detto. Allora Liew fa notare che Earps può aver beneficiato del gioco che lei stessa critica. Ma il punto resta uno: ha ragione.
meraviglioso Modugno canta il gol di van de Ven: parliamone
Destiny Udogie guardava incredulo, teneva già le mani sopra la testa quando Micky van de Ven era ancora a quaranta metri dalla porta. Tottenham-Copenhagen, l’altra sera in Champions League. Quando van de Ven si è inventato un gol che ha innescato stupore nei compagni prima ancora che il gol venisse realizzato. Correndo da porta a porta. Meraviglioso – come diceva Domenico Modugno [sì, prima dei Negramaro].
Tim Spiers su The Athletic ricorda che gol simili se li sono concessi pochi attaccanti: Son Heung-min aveva segnato una rete simile contro il Burnley, vincendo il Puskas Award. Ma qui, aggiunge Spiers, “un gol da centrocampista segnato da un difensore centrale? Uno che travolge quattro avversari con una combinazione elettrica di velocità, forza, controllo, potenza e una finalizzazione impeccabile, correndo da un’area all’altra in dieci secondi indimenticabili? No, impossibile».
Thomas Frank, allenatore del Tottenham, ha riassunto perfettamente l’incredulità: «Era come Lionel Messi trasformato in un difensore centrale». Tutto è partito da Joao Palhinha, autore dell’assist destinato a entrare nel Trivial Pursuit: «Chi ha fornito l’assist per uno dei più grandi gol di un difensore centrale?». Come nella celebre foto di Maradona contro il Belgio nel Mondiale 1982, circondato dal suo mucchio di avversari, van de Ven non ha esitato: ha abbassato la testa e ha accelerato a velocità doppia. Due tocchi, un equilibrio da trapezista e via. Spiers sottolinea come “il suo equilibrio nei dieci secondi di corsa per 100 metri sia stato probabilmente la caratteristica più impressionante. Aver utilizzato quella potenza, correndo a tale velocità, e aver continuato come un bulldozer elegante, è stato fuori dal mondo”.
▬▬▬▬▬ ▬▬▬▬▬
Interpreti
Il portiere arrestato per un tatuaggio del Real Madrid
Jerce Reyes è un portiere venezuelano che dopo un viaggio drammatico attraverso l’America Latina ha trovato una libertà inaspettata negli Stati Uniti. Quel che ha reso la sua esperienza ancora più complessa e dolorosa è stata il terribile equivoco che lo ha portato a essere imprigionato e accusato far parte di una pericolosa gang. Tutto per via di un tatuaggio. Lo racconta Olivier Bossard su France Football.
Le cosa stanno più o meno così. Nel 2024 Reyes decide di fuggire dalla crisi economica e di provare a costruire un futuro migliore per sé e per le sue due figlie. Dopo un lungo viaggio a piedi attraverso la giungla e territori pericolosi, arriva finalmente in Messico, dove trova un lavoro e nei giorni liberi gioca ancora a calcio per qualche soldo. Ma il suo sogno è sempre lo stesso: arrivare negli Stati Uniti per dare una vita migliore alla sua famiglia. La sua odissea prende una piega inaspettata quando a settembre si presenta alla dogana di Tijuana, pronto a entrare negli Stati Uniti con un permesso legale.
Qui inizia il fraintendimento che cambierà la sua vita. Durante il controllo, un agente nota il tatuaggio che Reyes ha sul braccio destro: una corona sopra un pallone. È il simbolo che aveva scelto come omaggio al Real Madrid, il club per il quale fa il tifo. Ma per le autorità americane, quella corona è il segno che Reyes appartiene a una delle bande più temibili del Venezuela: il Tren de Aragua. «Una corona! Una corona!», esclama l’agente, prendendo il tatuaggio come il segno distintivo di un affiliato al gruppo criminale. Nonostante le spiegazioni di Reyes, che insiste sui Galacticos e il Santiago Bernabéu, niente, non c’è verso, non lo ascoltano e lo arrestano.
Così finisce in un centro di detenzione, dove le condizioni sono terribili e dove, secondo quanto raccontato dalla sua sorella Jorgelis, «non volevano ascoltare la sua storia». Otay Mesa, California, dove la sua vita prende una piega ancora più drammatica. Dopo essere stato trasferito nella sezione di alta sicurezza, tutto diventa un incubo. Solo l’intervento di un’avvocata americana, Linette Tobin, specializzata in diritti degli immigrati, lo tira fuori dai guai. Lei riesce a dimostrare la sua innocenza, mostrando il casellario pulito, la sua storia di ex calciatore professionista e l’innocenza del tatuaggio. Tuttavia, l’arrivo di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti aggrava di nuovo la situazione. Reyes e altri detenuti vengono deportati in El Salvador, paese con uno dei sistemi carcerari più spietati al mondo, dove il trattamento riservato ai prigionieri è inumano – dice France Football.
Quando finalmente riesce a tornare in Venezuela, accolto come un eroe dalla sua famiglia e dai concittadini, Jerce Reyes fa conoscere la sua storia: «Oggi, sono vicino alla mia famiglia. E voglio formare nuovi portieri, farli brillare altrove». Ha ancora il tatuaggio sul braccio. Tutto questo, almeno, Spalletti se l’è risparmiato.
▬▬▬▬▬ ▬▬▬▬▬
Oggi
Le semifinali al Masters femminile
Pegula vs Rybakina
Una sfida tra due giocatrici dal tennis potente e incisivo. Pegula cerca controllo e profondità: disegna con mano ferma dritto piatti, rovesci in anticipo, ha un’ottima capacità di costruzione dello scambio da fondo. Rybakina ha uno dei servizi tra i migliori del circuito, proverà a chiudere rapidamente i punti e a dettare il ritmo con colpi angolati. Chi ne sa dice che la chiave della partita sarà la capacità di Pegula di reggere la potenza della kazaka e quella di Rybakina nell’evitare che la partita diventi un palleggio lungo.
Sabalenka vs Anisimova
Sabalenka arriva alla semifinale con il suo tennis travolgente: il servizio potente come l’acciaio e un dritto come una carezza violenta, per chiudere rapidamente lo scambio. Anisimova punta su elasticità e sensibilità, cercando variazioni di ritmo e colpi improvvisi per disturbare il ritmo. Potrebbe essere una partita di scambi brevi ma esplosivi.
ore 15 su Skys Sport
L’ucraino che resiste giocando a tennis
SEMIFINALE AL TORNEO DI METZ
Si chiama Vitaliy Sachko, 28 anni, è l’unico ucraino classificato tra i primi 300 della classifica ATP e continua a giocare nella speranza di ispirare i suoi connazionali in patria durante quella che descrive come una guerra che stiamo dimenticando. Una guerra che inevitabilmente ha allontanato i giovani dal tennis – dice lui – in realtà da ogni altra cosa.
“La gente spende meno soldi per il resto perché tutti fanno donazioni per cercare di aiutare l’esercito a comprare droni” ha raccontato Sachko a Ben Rothenberger, ex firma del New York Times che ora cura la newsletter Bounces. Sachko non ha mai vinto in carriera come durante questa settimana. Ha ottenuto le sue prime vittorie in un tabellone principale ATP contro avversari formidabili: Giovanni Mpetshi Perricard e il suo servizio potente, Alexander Bublik numero #13 del mondo e in gran forma. Ieri ha battuto pure Clement Tabur e si è qualificato per le semifinali del torneo di Metz. Il risvolto fatale e portentoso della storia è che da Tabur aveva perso all’ultimo turno delle qualificazioni, prima di essere ripescato in tabellone come lucky loser. Oggi affronterà Learner Tien in semifinale. È il primo ucraino a raggiungere una semifinale dal 2017. “Col passare del tempo – dice – tutti ci si sono un po’ abituati alla guerra. Ma la guerra esiste ancora. Il fatto che meno persone ne parlano e che sia considerata una cosa ordinaria è triste. La gente si è semplicemente stancata, ma la guerra non è scomparsa”.
Le altre partite del giorno
Djokovic vs Hanfmann
Djokovic si presenta come il favorito assoluto: controllo totale, profondità costante, capacità di spostare l’avversario e dettare il ritmo. Hanfmann è solido ma meno potente, dovrà affidarsi a pazienza e variazioni di traiettoria, cercando di allungare gli scambi e trovare varchi. La partita rischia di essere un esercizio di precisione per Djokovic, con poche occasioni per il tedesco.
Korda vs Musetti
Una partita fra il talento creativo e una certa solidità dinamica. Korda punta su servizio incisivo e dritto profondo, gli piace comandare lo scambio. Musetti giocherà con fantasia e improvvisazione, cercando angoli insoliti e variazioni di ritmo per sorprendere. Se fosse musica, uno porterebbe il ritmo e le percussioni, l’altro il pianoforte la melodia.
Norrie vs Sonego
Due giocatori aggressivi ma in fondo metodici. Norrie mette la sua consistenza al servizio dei colpi da fondo per controllare gli scambi; Sonego spinge con servizio e dritto per comandare il punto. La chiave: la capacità di Norrie di resistere alle accelerazioni, Sonego dovrà imporre ritmo e angoli. L’ordine contro la rivoluzione.
ore 13 su Sky Sport
Denver vs Golden State
Golden State vive di ritmo, tiro da tre e letture rapide di Curry e Thompson. Denver orchestra ogni possesso intorno a Nikola Jokić, con controllo del tempo e precisione. È la partita più attesa della notte, un duello di leadership, il genio dell’istinto contro il signore del possesso palla. I Warriors cercheranno di forzare transizioni veloci e sfruttare la difesa a zona di Denver; i Nuggets proveranno a rallentare il ritmo, punire i mismatch e dominare in area. Dopo la finale del 2023, ogni scontro tra queste due squadre porta un po’ di sapore da playoff, anche se siamo ancora novembre..
ore 4.00 su Amazon Prime Video