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Interpreti
Quarantacinque anni. Può bastare. Può finire qui la carriera di Rohan Bopanna, nel 2024 l’uomo più anziano nella storia a conquistare un titolo di Slam [a Melbourne in coppia con Matthew Ebden] e il più anziano a diventare numero uno, dopo due finali perse a New York e cinque semifinali tra Parigi e Wimbledon. Al Roland-Garros si era preso un titolo nel misto – anno 2017 – con la canadese Gabriela Dabrowski. Un tipo che se ne va “alla fine di una carriera ventennale che ha toccato il suo apice proprio mentre si avvicinava al tramonto”, scrivono Hansen e Futterman su The Athletic.
Un congedo luminoso come il suo rovescio. È stato una figura leggendaria del tennis indiano portando due ori ai Giochi asiatici. Bopanna ha detto che il tennis gli ha dato uno scopo quando era perduto, la forza quando era spezzato e la fiducia quando il mondo dubitava di lui. Ma “la vera storia di Bopanna non è fatta solo di titoli – scrive The Athletic – è fatta anche di perseveranza e destino”. Cresciuto a Coorg, nel sud dell’India, figlio di un uomo che di tennis non sapeva nulla, iniziò a giocare perché il nonno, stufo di vedere il padre senza occupazioni, gli impose di costruire un campo da tennis. Così MG Bopanna imparò lo sport, lo costruì davvero, e da quel gesto di ostinazione nacque un giocatore.
Rohan si allenava da solo, senza coach e senza rivali. Quando arrivò il momento di fare sul serio, trovò posto solo in un’accademia a Pune, seicento miglia da casa, a patto di pagarsi la retta. Lo fece. Dopo anni nei tornei minori capì che il doppio poteva essere la sua vocazione. In singolare non si è mai qualificato per il tabellone principale di uno Slam [sei tentativi] e non è mai stato più su del numero #213 in classifica. Scelse come partner Aisam-ul-Haq Qureshi, pakistano — una scelta audace, quasi politica, in un’epoca di tensioni tra i due Paesi. Insieme raggiunsero la finale dello US Open nel 2010.
«Ci conosciamo da quando avevamo 16 anni, per caso ci è capitato di vincere un piccolo torneo, da lì è scattato tutto», spiegava Bopanna. Erano i giorni in cui si teneva il matrimonio [musulmano] della stella indiana Sania Mirza con l’ex campione di cricket pakistano Shoaib Malik. Quel doppio era chiamato IndoPak Express. «Ci sono un sacco di pakistani e indiani sugli spalti a vederci, seduti insieme. È straordinario», i due dicevano di sentirsi come fratelli. Parlano due lingue simili: Bopanna l’hindi, Qureshi l’urdu. Sognavano di giocare un match nel posto più simbolico, al confine del Wagah, l’unico punto di attraversamento, via terra, tra India e Pakistan.
Poi arrivò il buio. Nel 2020, appena compiuti quarant’anni, nel pieno della pandemia, la cartilagine del ginocchio era distrutta. “Uno dei grandi del doppio era a casa, in India, colpendo palline contro un muro, come per non dimenticare la sensazione del gioco” scrive The Athletic. Sembrava proprio finita. Bopanna provò terapie, medicine, nulla. Poi, quasi per scherzo, chiese a una parente — una insegnante di yoga — se potesse aiutarlo. Quella domanda, scrive The Athletic, “cambiò la sua vita tennistica e divenne una delle più grandi rinascite di fine carriera mai viste nello sport”.
Scoprì lo Iyengar yoga, disciplina basata sull’allineamento. Nel suo quartiere di Bangalore trovò una scuola, The Practice Room, dove Mohan e Jaya Polamarasetty lo misero letteralmente a testa in giù, legato con cinghie e pesi, fino a sciogliere il dolore. Quando il mondo riaprì e pure i tennisti ripresero a viaggiare, lui in valigia metteva gli attrezzi per continuare gli esercizi. E il ginocchio smise di gridare. Poi arrivò il caso, o il destino: Ebden, anche lui senza partner, lo contattò. Era la fine del 2022. Un anno e poco più dopo, sotto le luci di Melbourne, Bopanna rideva in diretta accanto alla figlia Tridha e alla moglie Supriya, campione di Slam. Finalmente. Lui che aveva temuto di non poter mai palleggiare con sua figlia, la teneva per mano sul centrale dell’Australian Open.
Nel messaggio di addio, ha definito Supriya «la mia più grande compagna fuori dal campo» e ha ringraziato Tridha per avergli dato «un nuovo scopo e una forza più dolce».