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# 2 giorni a Roma vs Inter
► LA MERCEDES ha messo fine alle speculazioni sull’arrivo di Max Verstappen confermando la sua coppia di piloti anche nel 2026: restano George Russell e Kimi Antonelli.
◇ La stagione finisce ma Isaac Del Toro non smette di vincere. È arrivato primo pure al Giro del Veneto, approfittando dell’assenza di capitan Pogacar. Ha dato 22 secondi a Pavel Sivakov. È la 42esima vittoria della UAE con un arrivo solitario. Per Del Toro la settima vittoria nelle ultime 13 gare a cui ha partecipato dal 7 settembre. La UAE ha vinto anche la corsa femminile con Silvia Persico. Alessandra Giardini sulla Gazzetta dice che Del Toro è stato invitato a un Criterium in Andorra in sieme con Pogacar e Vingegaard, “Un altro indizio della dimensione che ha ormai raggiunto”.
◇ Nel mezzo delle sorprese per le qualificazioni ai Mondiali, il vento nuovo del calcio è arrivato pure al torneo Under-20. La Francia è stata eliminata in semifinale dal Marocco [5-4 ai rigori]. Una squadra africana torna in finale dopo sedici anni. L’avversaria sarà l’Argentina, che a sua volta non giocava per il titolo dal 2007, l’anno di Agüero e Di María.
◇ La Virtus Bologna ha vinto la sua seconda partita in Eurolega battendo 77-73 il Monaco. Giorgio Burreddu sulla Gazzetta racconta: “Punteggio basso, tanta intensità, triple che funzionano: La Virtus doveva restare aggrappata alle sue certezze con le unghie, l’energia, l’intensità. Essere se stessa: sarà questa la vera sfida della squadra di Ivanovic. E contro Monaco molti dei concetti che il tecnico sta plasmando si sono visti. Una pallacanestro tenace. Soprattutto in difesa. E capace di limitare i canestri nel pitturato (12/36) dei francesi”.
Oggi c’è Zalgiris-Milano. Venezia e Reggio Emilia hanno vinto in Eurocup contro Neptunas e Digione. Luca Banchi ha dato la sua prima lista di azzurri convocati per un mini-raduno e fra i nomi c’è pure Ferrrari del Cividale, il mvp dell’Europeo Under-20. Bravo Banchi.
Addio è breve e finale, una parola dai denti aguzzi: mordono la corda che lega il passato al futuro.
John Ernst Steinbeck, La valle dell’Eden
Ariarne Titmus, la vita ricomincia a 25 anni
È la stessa età in cui Bjorn Borg sentì il sapore ferroso della nausea e Ashleigh Barty l’insofferenza di una vita piena di doveri. Agli stessi 25 anni se ne va pure Ariarne Titmus, una delle migliori nuotatrici al mondo dell’ultimo periodo. La sua ultima partecipazione alle Olimpiadi di Parigi 2024 le ha portato l’oro nei 200 stile libero, l’argento nei 400 e negli 800, la vittoria con il record olimpico nella staffetta 4×200 stile libero. Se ne va da detentrice di quel record mondiale che era stato di Federica Pellegrini [1:52.23 sui 200 ai Trials 2024] e se ne va alla maniera delle stelle contemporanee, con un video su Instagram nel quale racconta di come ha affrontato alcuni problemi di salute e di come ha trascorso la sua carriera facendo «tutto o niente». Ha raccontato di essersi sempre data degli obiettivi anche al di fuori del nuoto e di come la pausa presa dopo Parigi le abbia fatto scoprire che non c’era nessun motivo per tornare, si sta tanto bene fuori dall’acqua.
La deriva show del tennis
A guardare il fondale e l’assegno di questa Six Kings Slam Cup, dove tre dei kings non hanno manco uno Slam messi tutti quanti assieme, viene da domandarsi se il tennis più uno sport o uno show, oppure qualcosa che tenta di conciliare entrambi, “anche se il più delle volte non ci riesce”. Così sostiene Eurosport France – la rete per la quale collabora Mats Wilander – in una analisi affidata a Rémi Bourrieres.
“Nella routine quotidiana di un circuito che non sempre infiamma le passioni – scrive – la monotonia può diventare logorante, persino per i più resistenti. Molti giocatori non esitano più a cercare altrove un po’ di brio, una via di fuga che ravvivi il quotidiano”.
Non è detto che l’erba di qualche vicino sia più verde, ma la zuppa di solito ha un buon sapore. “Il panorama del tennis professionistico – si legge – – comincia ad assomigliare a una vasta Temptation Island, dove è facile ingannare la monotonia andando a concedersi qualche avventura con sirene sempre più numerose e sempre più sexy”.
Il fenomeno delle esibizioni ha assunto proporzioni notevoli. Un anno fa a Riad, Jannik Sinner ha incassato quasi il doppio del premio ottenuto a gennaio all’Australian Open, per un impegno decisamente minore. Allo stesso modo, Francisco Cerundolo ha preferito una vittoria rapida e redditizia all’UTS di Hong Kong, guadagnando tre volte più soldi in due giorni di lavoro, in un’atmosfera rilassata e con una confezione a metà strada fra il tennis e il gioco da tavolo, anziché affrontare la routine del circuito a Bruxelles o Stoccolma.
Le esibizioni non sono una novità. Bourrieres ricorda che sono vecchie quanto il tennis, il loro successo altrettanto. Cita il celebre match femminile del 1926 tra Suzanne Lenglen e Helen Wills, giocato in un piccolo campo di Cannes, troppo piccolo per contenere le migliaia di curiosi, tra cui numerose teste coronate, accorse per assistere al match del secolo, come fosse la boxe. Tuttavia, dice, la proliferazione contemporanea, spesso mal posizionata nel calendario e con concetti sempre più stravaganti, solleva interrogativi: “fin dove può spingersi lo show senza che il tennis diventi un circo?”.
Anche i Grandi Slam hanno iniziato a sperimentare formule ibride, come il doppio misto visto a NY oppure lo One Million Dollar Point Slam in arrivo in Australia, un torneo giocato su un singolo punto durante le qualificazioni, professionisti contro dilettanti, Carlos Alcaraz tra i protagonisti, Jannik Sinner molto tentato.
Eurosport France scrive che proprio Alcaraz incarna questa tensione tra circuito e esibizioni. Dopo aver saltato il Masters 1000 di Shanghai per infortunio, eccolo qua a Riad, e poi sarà coinvolto in altre esibizioni negli Stati Uniti. Bourrieres considera che “nessuno intende lapidare Alcaraz. Non è che il riflesso di un problema esistente prima di lui”, ma ammonisce: la situazione rischia di creare una deregolamentazione crescente, con le istituzioni a volte troppo indulgenti, come nel caso della Laver Cup.
L’impatto sul circuito classico è concreto. Arnaud Guimard, manager generale dell’Open de Caen, sottolinea che quasi i giocatori hanno bisogno del circuito classico per consolidare il loro rango mondiale e la loro notorietà, per poter poi pretendere i compensi nelle esibizioni. Bourrieres conclude con un monito, avvertendo che “a forza di moltiplicarsi e di spingersi sempre più oltre nell’originalità, rischiano di finire per diluire la leggibilità del tennis? In altre parole, se lo show dovesse prendere il sopravvento sullo sport, non c’è il rischio che il tennis diventi un gigantesco circo?”.
carnet
La gente vuole sapere che ha fatto Sinner
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Oh, comunque dopo il ritiro a Shanghai, Jannik Sinner è tornato bello fresco e si è liberato di Tsitsipas in 75 minuti lasciandogli cinque game per buona creanza [6-2 6-2]. Stasera gioca la semifinale contro Djokovic. “Se l’obiettivo era ritrovare la forma nel corpo e nella testa, allora il risultato è positivo” ha scritto Massimo Calandri su Repubblica. Gaia Piccardi sul Corriere della sera fa notare che è sparito pure il manicotto dal gomito destro: “Non c’è modo di contrastare la velocità di crociera dell’azzurro, che ama spiazzare il greco con il servizio in kick a uscire e poi chiude di dritto. Uno schema consolidato”. Stefano Semeraro su La Stampa ha visto “grafiche «coronate», giochi di luce spettacolari, ma in campo poco show”. L’altra semifinale sarà Alcaraz vs Fritz. Zverev ha perso dall’americano in due set e in poco più di un’ora si è fatto caricare sull’IBAN un milione mezzo di dollari. Quasi quasi Slalom la mattina l’andiamo a fare a Riad.
ore 18.00 su Netflix
▥ A proposito di nuove platee da inseguire, dal Circolo del golf globale Rory McIlroy sospetta che questo famoso nuovo pubblico che il golf sta cercando di attrarre, dovrebbe però imparare l’etichetta dello sport e non «rovinare secoli di tradizione». McIlroy ha parlato al DP World Indian Championship, dove farà la sua prima apparizione dopo la Ryder Cup del mese scorso. La famosa Ryder Cup dei riot, con la folla che si è messa a urlare e fischiare l’Europa. McIlroy e sua moglie Erica sono stati i principali bersagli del tifo di casa: il nordirlandese è stato insultato a ogni buca, la signora è stata colpita da una birra lanciata dalla folla.
I McIlroy hanno ricevuto le scuse ufficiali dalla PGA of America – racconta il Telegraph – ma alla sua prima conferenza stampa dopo Bethpage Black, Roty ha espresso la sua frustrazione per il fatto che il successo della squadra sia stato oscurato dalle scene di violenza.
I Mondiali di ginnastica senza Israele
L’ultimo tentativo fatto al Tribunale Arbitrale dello Sport di Losanna è stato respinto, così la ginnastica artistica diventa di fatto il primo sport a mettere Israele fuori dalla comunità internazionale. Non lo fa per volontà propria ma per decisione del governo in Indonesia, dove domenica cominciano i Mondiali. Il TAS ha anche respinto la richiesta di annullamento o spostamento della manifestazione. Il caso è nato quando il governo indonesiano ha annunciato giorni fa che non avrebbe concesso i visti ai cittadini israeliani, né giornalisti, né atlete e atleti, sotto la spinta delle proteste nel paese: il TAS ha dichiarato di non avere alcuna competenza e alcun controllo sulle politiche di ingresso in un paese.
Se nulla succede, insieme a un altro pezzo di muro che lo sport innalza, resta fuori Artem Dolgopyat, la medaglia d’oro olimpica 2021 e campione del mondo in carica nel corpo libero maschile. A luglio Israele aveva dichiarato di aver ricevuto rassicurazioni da funzionari indonesiani: sarebbero stati i benvenuti. La Associated Press ha scritto che “la disputa è l’ultimo esempio di come la reazione globale contro Israele per il bilancio umanitario della guerra a Gaza si sia estesa anche allo sport e alla cultura”.
In questa rincorsa asimmetrica tra doppi standard, al contrario di ciò che accade negli altri sport, l’esclusione di Israele dai Mondiali di ginnastica avviene proprio nell’edizione in cui tornano in pedana russe e russi dopo quattro anni. Gareggeranno senza inno né bandiera come AIN, atleti indipendenti. Torna sul palcoscenico più grande Angelina Melnikova, oro alla sua ultima uscita nel 2021 nel concorso generale, seconda al corpo libero, tera al volteggio. È rientrata qualche settimana fa alla tappa parigina della World Challenge Cup e c’è ovviamente molta attesa intorno a lei e alla sua prestazione. Questi Mondiali peraltro sono privi di molte stelle per ragioni diverse, com’è frequente che sia nel primo anno di un nuovo ciclo olimpico. Presenti: Shinnosuke Oka e Zhang Boheng, Carlos Edriel Yulo, Jingyuan Zou e Kaylia Nemour. Il resto della compagnia ha la testa a Los Angeles, compresa Simone Biles che ha dato un appuntamento vago, in qualche modo ci sarà, forse solo al corpo libero, chi lo sa. Anche Rebeca Andrade dal Brasile ha escluso il ritiro.
Andrade è l’idolo e il modello di Giulia Perotti, 16 anni, il nome nuovo del movimento italiano. Per la prima volta ai Mondiali tra le grandi. L’ha intervista Cosimo Cito per Repubblica. I suoi attrezzi preferiti sono trave e parallele. Si esibisce sulle note della colonna sonora di Interstellar e racconta di aver iniziato a 5 anni: «Portarmi nella palestra della Libertas Vercelli è stata una scelta dei miei genitori, soprattutto di mia madre, che è stata ginnasta. Sinceramente, la prima volta sono rimasta delusa da una cosa: non c’era musica. Un paio di mesi più tardi sono tornata, mi è bastata una prima lezione: ho capito che mi piaceva tutto della ginnastica, specialmente la componente artistica, la coreografia. Ma non ho mai pensato alla ritmica, anche se lì ogni esercizio è su basi musicali. Ora sono qui, a Giacarta. Non avevo mai fatto un viaggio così lungo in vita mia, non ero mai stata così lontana da casa. Mi manca la famiglia. Mi manca mio fratello Giacomo, tre anni più piccolo di me, che sogna di diventare calciatore. Fa il terzino, adesso, nelle giovanili della Pro Vercelli».
Lo smarrimento dei piloti di F1 quando guidano sulla strada
I piloti di Formula 1 sono tra gli uomini più veloci del pianeta, capaci di prendere decisioni in frazioni di secondo e di percepire traiettorie impossibili. Ma queste abilità, come scrive Julien Pereira su Eurosport France, non si trasferiscono automaticamente sulla strada aperta a tutti. La transizione dal circuito alla normale guida richiede uno sforzo cognitivo significativo, e molti dei campioni mondiali non amano guidare fuori dai tracciati.
E chi sei, Niki Lauda? – si diceva nelle utilitarie degli anni Settanta quando qualcuno ti sfrecciava di fianco e rombava, oppure se dalla strada saliva in casa il rumore di un piede troppo pigiato sull’acceleratore. Ora si scopre che i campioni di F1 sulla strada sono un’altra cosa. Lewis Hamilton, sette volte campione del mondo, pare il caso più emblematico: ha più volte confessato di «non amare guidare», sostenendo che la strada generi «troppo stress». Il britannico ha venduto gran parte della sua collezione di auto di lusso, anche per motivi ecologici, ma il punto centrale resta il disagio psicologico.
Come raccontò Vanity Fair tre anni fa: “Hamilton è un conducente estremamente sensato e prudente. Non accelera mai e si ferma frequentemente per lasciar passare altri guidatori impazienti”.
Altri piloti condividono lo stesso rapporto: Lance Stroll preferisce fare il passeggero. Oscar Piastri, leader del Mondiale, sottolinea che «quando si guida sulla strada, ci sono molte cose da considerare: le persone, le auto che arrivano da ogni lato. Su un circuito, è più semplice, in un certo senso». Esteban Ocon aggiunge: «La strada non è un circuito. Ci sono pericoli. Non ci sono commissari che ti avvisano: – Là qualcuno attraversa’».
Il problema principale è la percezione della velocità. Abituati a correre oltre i 300 km/h, i loro sensi faticano a calibrarsi a 90, 110 o 130 km/h. Ocon ammette: «Dopo i Gran Premi, a volte non mi rendevo nemmeno conto della velocità a cui andavo. Avevo l’impressione di poter aprire la portiera a 150 km/h». Anche Max Verstappen, ripreso in un video clip alla guida di un’Aston Martin Valkyrie, ha mostrato come la sensibilità alla velocità si modifichi drasticamente fuori dai circuiti.
I piloti, del resto, devono mantenersi esemplari: la FIA li considera ambasciatori della sicurezza stradale, e qualsiasi infrazione può comportare sanzioni severe. Nel peggiore dei casi, un ritiro della patente porterebbe alla perdita della Super Licence, il lasciapassare indispensabile per correre nei Gran Premi.
Il Corriere della sera parla di “guai in villa Schumacher”, dove un’Infermiera accusa di stupro Joey Mawson, un pilota australiano amico di Mick. Daniele Sparisci scrive che non c’è pace attorno a Michael e aggiunge: “La famiglia Schumacher non è indagata e non è neanche stata chiamata a testimoniare, quando si sono verificati i fatti nessuno di loro si trovava nella residenza affacciata sul lago di Ginevra dove soltanto una ristrettissima cerchia di amici è ammessa in visita. Sulla vicenda nessun commento”.
▥ La Gazzetta dello sport dedica con Giulia Toninelli una pagina a “l’anno nero”della Ferrari e di Charles Leclerc. L’ultima vittoria è di 12 mesi fa e Maranello “rischia di perderlo”. Nel senso che “questa stagione da incubo persa sul futuro”. A proposito di futuro, Carlo Vanzini per Sky Sport fa chiarezza sulle voci di un contatto fra John Elkann e Christian Horner. “Il clamoroso taglio di Horner è avvenuto a inizio luglio da parte di Red Bull, mentre il rinnovo di Vasseur è stato annunciato al termine dello stesso mese: se a Maranello ci fosse stata l’intenzione di piazzare il colpo, quello sarebbe stato il momento più propizio. Non risulta che ci siano state chiacchiere tra Chris e il presidente Elkann. Quest’ultimo ha invece dato piena fiducia, continuità e stabilità al progetto Vasseur, confermandolo alla guida della Scuderia”.
Nessuno sa perché non c’è il salto in lungo alle Paralimpiadi
Léon Schäfer sapeva che quel salto poteva essere più lungo. I 7,45 metri con cui si è aggiudicato l’argento per uomini con amputazione sopra il ginocchio ai Mondiali paralimpici erano il risultato di uno sforzo enorme, ma alla rincorsa all’ultimo stacco aveva perso centimetri preziosi. «Se fosse andata diversamente, l’oro sarebbe stato possibile», si rammarica oggi, mentre la sua ambizione si scontra con le regole degli organismi internazionali.
A 28 anni, il tedesco è tra i volti più noti dello sport per portatori di disabilità in Germania: sprinter e saltatore, ex campione del mondo, medagliato paralimpico, testimonial Nike. Un tempo detentore del record mondiale, lo scorso anno lo ha superato l’olandese Joel de Jong con 7,68 metri a Parigi. Una distanza che segna il progresso impressionante del salto con protesi – un progresso che ora viene messo in pausa, perché il salto di Schäfer non comparirà nel programma dei Giochi di Los Angeles 2028.
Non è raro che le discipline vengano cassate dall’elenco dalle Paralimpiadi, ma la mancanza di spiegazioni chiare sta lasciando interdetti i protagonisti. Se ne occupa la Sueddeutsche Zeitung. Agli ultimi Mondiali di Delhi, Schäfer non è stato solo un atleta. Ha fatto il lobbyista in prima linea, con la voce alta per difendere il palco più importante. «Quello che abbiamo costruito in anni viene distrutto. È incomprensibile», dice.
Il salto T63 di Schäfer, distinto da quello di Markus Rehm [T64], ha una storia a sé: lui ha perso il ginocchio e il polpaccio destro a causa di un tumore osseo vissuto da bambino e salta con una protesi articolata, mentre Rehm – con un’altra amputazione – ha un altro stile e può arrivare ancora più lontano. I movimenti sono diversi, i suoi salti più corti, ma il livello tecnico elevato: negli ultimi dieci anni, il record mondiale è cresciuto quasi di un metro. Eppure, nonostante la presenza di 13 atleti da 11 nazioni diverse a Delhi, la disciplina di Schäfer rientra tra le ultime 13 del ranking che ha stabilito quali gare ammettere a Los Angeles.
Heinrich Popow, ex oro paralimpico e oggi consulente per protesi, non ha dubbi: «Ogni anno si infrange una nuova barriera». La decisione di escludere la gara è stata allora un atto politico, un “tri-tra-trullala burocratico” dice il giornale tedesco, che ignora il sacrificio degli atleti e la crescita tecnica della disciplina. “La WPA non rende trasparenti criteri e ranking, e gli incontri chiarificatori lasciano gli atleti senza risposte soddisfacenti”.
Schäfer gareggerà nei 100 metri ma non si arreso: «L’ultima opzione sarà rivolgersi alla giustizia».
Vita da personal chef dei calciatori: la svolta di Zena Weeks
Zena Weeks è finita per caso nel mondo dei calciatori professionisti. Dopo aver frequentato una scuola di cucina e lavorato come responsabile eventi per England Athletics, si è accorta che molti atleti «non mangiavano bene» e che ignoravano l’importanza di una sana alimentazione. Colpo di scena. Folgorazione. «Mi sono detta: – Perché non insegno qualcosa a qualcuno di loro?» racconta adesso a The Athletic.
Da quell’intuizione è nata la sua carriera di personal chef, iniziata come consulente per gli atleti, con dimostrazioni di preparazione dei pasti pre e post allenamento, fino a essere reclutata da Martin Gallyer per cucinare per un calciatore: Morgan Sanson, allora centrocampista dell’Aston Villa. La sua missione era semplice, ma delicata: creare ogni giorno pasti per lui e la sua famiglia.
Oggi segue pure Jacob Ramsey. «Hanno la stessa età di mio figlio», racconta, spiegando che i due sono stati a casa sua, insieme hanno fondato l’impresa Cooking 4 Champions. Il legame umano è tale che Ramsey, pur da lontano, continua a collaborare con Weeks, contribuendo a un libro educativo per giovani atleti sui pasti salutari: «La nutrizione era una grande debolezza nel mio gioco e stile di vita — racconta —. Da quando lavoro con Zena, ho visto miglioramenti enormi, fisicamente e nelle prestazioni».
Il lavoro di Weeks non conosce routine. Una giornata tipo comincia alle 7 del mattino con la spesa, seguendo piani alimentari studiati per ciascun giocatore. «Hanno la possibilità di dirmi cosa vogliono, ma poiché lavoriamo insieme da tempo, apprezzano la sorpresa». Ingredienti che i calciatori non amano, vengono nascosti in insalate o combinati in modi creativi, così da introdurre varietà e garantire un equilibrio nutrizionale costante, spiega The Athletic. I pasti serali vengono preparati in anticipo, cucinati lentamente in casa e completati direttamente nelle abitazioni dei giocatori, per non «fermarmi troppo in casa loro» e riuscire a servire fino a tre atleti in poche ore.
La collaborazione costante con i nutrizionisti del club permette a Weeks di adattare ogni piatto alle necessità specifiche: livelli di carboidrati differenti se un giocatore è fermo per infortunio, più proteine dopo periodi di grande fatica fisica. Ogni settimana, ogni pasto viene aggiustato, e perfino la programmazione delle cene segue il calendario delle partite: chi soggiorna in hotel la notte prima della gara non ha bisogno dei suoi servizi.
La varietà dei piatti è sorprendente: zuppe di otto verdure diverse come antipasti, carne tagliata a strisce con contorni di riso, patate, broccoli, insalate di carote, cavoli e cipolle. Gli alimenti vengono scelti anche per benefici specifici, con zenzero, curcuma e aglio sempre presenti. E poi ci sono le creazioni etniche, come le Mauritian magic bowls, strati di verdure e uovo cucinati al contrario, o i dessert studiati in base al momento della stagione: riso al latte con purea di frutta prima delle partite, Bakewell tart a ridotto contenuto di zuccheri e senza conservanti per il post-gara. Tanswell osserva: «È incredibile come la cucina possa diventare un’alleata preziosa nelle prestazioni dei giocatori».
Weeks riesce a bilanciare la vita da chef personale con la gestione della sua attività Cook with Zena e l’insegnamento all’Università di Birmingham. Nonostante i ritmi serrati, trova il tempo per inserire i giocatori nelle iniziative sociali: laboratori culinari con bambini, creazione di ricette video e un’attività che punta a educare i giovani sulle basi della nutrizione sportiva, sfruttando la popolarità dei calciatori. «Ogni giorno vado al lavoro e mi diverto. Loro mi fanno sempre sentire a casa», racconta Weeks. Il giornale tedesco aggiunge: “La dedizione di Zena non è rivolta solo al cibo, ma a creare un legame familiare con chi cucina per loro. Ciò che colpisce di più è l’equilibrio tra professionalità e affetto che riesce a instaurare con i giocatori”.
Sì, ma con tutto l’affetto, se un piatto non è buono, non è buono.
Cosa mangia quel lampione di Woltemode
Quando Nick Woltemade è stato sorpreso a mangiare una banana in panchina durante la partita con il Barcellona del mese scorso, il web è esploso in una frenesia di meme. Da quel momento, l’attaccante di un metro e 96 m — già un idolo nel Tyneside dopo quattro gol nelle prime sette partite, reduce dal primo gol nella nazionale tedesca – è stato fotografato mentre sorseggia lattine di birra, divora sausage rolls o mangia nei locali più celebri della città, dal Khai Khai indiano al Fratelli, ristorante italiano.
La questione non è solo frivola. La questione riguarda l’alimentazione di calciatori con fisici così insoliti, alti e sottili come quello di Woltemade, paragonabile a Peter Crouch. «Per gente di questa statura, vicino al club dei due metri, probabilmente servono dalle 3.500 alle 4.000 calorie al giorno – è una quantità enorme» osserva Emma Tester, nutrizionista che ha guidato il pool del Tottenham e ora lavora anche con Arsenal, pugili e golfisti d’élite, come racconta Sarah Shepard su The Athletic.
Calciatori come Woltemade e il compagno Dan Burn, più robusto, sono tipicamente ectomorfi: costruire massa muscolare è difficile, mantenerla ancora di più. Sottoalimentarsi li rende vulnerabili a piccoli infortuni o malanni. «Per via della loro altezza, da un punto di vista biomeccanico sono esposti a molti angoli e torsioni degli arti, quindi devono mantenere una buona massa muscolare», aggiunge Tester.
Il problema diventa più complesso quando bisogna inserire tutte le calorie necessarie in un regime quotidiano che non prevede pizze giganti o ciambelle. I carboidrati sono fondamentali e la quantità dipende dalla massa corporea: «L’ideale dovrebbe essere sei-otto grammi di carboidrati per chilogrammo di massa corporea. Per un giocatore di circa 90 kg, fanno 500-700 al giorno» , spiega Tester. Anche le proteine giocano un ruolo cruciale nel recupero muscolare: per Woltemade, che non mangia carne, i migliori apporti provengono da pesce, uova, legumi e integratori proteici.
I grassi non vanno trascurati: ogni grammo fornisce nove calorie, oltre a sostenere le funzioni immunitarie. Avocado, salmone e frutta secca aiutano cuori e cellule, sottolinea Tester, parlando in generale, nel senso che Woltemade ha sì molte cellule ma un solo cuore. Il tempismo del loro consumo è essenziale: prima dell’allenamento vanno meglio i carboidrati, lontano dai momenti di attività fisica ci buttiamo su grassi e proteine.
Decidere quando assumere cosa è cruciale. La merendina con la Nutella, da che mondo è mondo, si fa alle cinque. Woltemade non può. Colazioni leggere e digeribili — smoothie, porridge, succhi di frutta — evitano di appesantire lo stomaco prima dell’allenamento. I giocatori con appetiti altalenanti post-allenamento possono usare smoothie o bevande proteiche dolci per stimolare la fame e iniziare il recupero. Tester suggerisce porzioni normali – e qui bisognerebbe intendersi su cosa sia la normalità – integrate da snack distribuiti durante il giorno, per raggiungere l’obiettivo calorico senza sovraccaricare lo stomaco.
Il giorno della partita, il rifornimento di carboidrati è vitale: Woltemade sfrutta la banana come classico spuntino rapido, mentre bevande sportive, gel o jelly possono integrare 20-40 grammi di carboidrati in pochi minuti. Anche in panchina ogni momento è buono opportunità per ricaricare le riserve. «Durante la partita – dice Tester – controllo cosa prendono tra le mani e se lo mangiano. Se non l’hanno fatto, devi intervenire e assicurarti che assumano qualcosa». Come in certe vecchie famiglie del sud. Hai mangiato? E mangia. Stai sciupato.
Cinquemila giri intorno a un palazzo: la corsa più assurda del mondo
Andrea Marcato afferra il suo cappello e inizia a zoppicare lungo il marciapiede sconnesso accanto alla Thomas A. Edison High School. Sta per raccontare il suo viaggio dai sobborghi di Venezia a questo angolo tranquillo del Queens. Ma prima, ha una richiesta gentile. «Scusi, posso correre all’interno?» chiede. Vuole la linea migliore mentre affronta la prima di quattro curve a destra che lo porteranno su 164th Place, lungo la Grand Central Parkway, su 168th Street e poi di nuovo su 84th Avenue. Superata una fila di bagni chimici e tavoli improvvisati, Marcato torna al punto di partenza. Ci metterà circa sette minuti per poco più di mezzo miglio. Ma il dettaglio della corsia interna conta: nei successivi 52 giorni, percorrerà 5.653 volte lo stesso giro dell’isolato.
Il Daily Mail racconta la folle corsa iniziata il 30 agosto, quando Marcato era uno dei 10 corridori alla 29ª Sri Chinmoy Self-Transcendence 3,100 Mile Race, la maratona certificata come la più lunga del mondo. Si corre dalle 6 del mattino a mezzanotte, ogni giorno fino al 20 ottobre, sempre lungo questo stesso blocco a Jamaica, New York. Il fondatore della gara è stato l’insegnante spirituale indiano Sri Chinmoy, per arrivare al traguardo i corridori devono mantenere una media di 59,6 miglia al giorno per sette settimane e mezzo. Una distanza che permetterebbe di attraversare gli Stati Uniti da costa a costa.
Ogni giro comporta una salita di 3,14 metri. Alla fine, significa un dislivello di 17.750 metri – il doppio dell’Everest. Solo 52 persone nella storia hanno completato la gara. Alcuni hanno parlato di esperienze fuori dal corpo, altri sono stati ridotti a degli zombie. Gli atleti per gareggiare devono essere invitati: quest’anno ci sono stati runner da Cina, Russia, Slovacchia, Polonia e un debuttante dagli Stati Uniti, Alex Ramsey, 40 anni, arrivato nel tentativo di diventare il terzo americano a tagliare il traguardo.
Per ingannare la mente, Marcato calcola numeri guardando le targhe delle auto, varia il percorso invertendo il senso del blocco ogni due giorni, si nutre di pancake, empanadas, gelato e patate, assistito da un piccolo team di volontari che arriva alle 4:30 per contare i giri, lavare le scarpe e fare il bucato. Alcuni corridori nelle scarpe ci hanno fatto dei buchi per far respirare meglio i piedi gonfi.
Marcato lavora tutto l’anno in una fabbrica alimentare, corre maratone e gare di ultradistanza: «Nel 2023 e 2024 ero – a livello mondiale – l’uomo con più chilometri corsi in gare. Circa 9.000 km all’anno», spiega al giornale inglese. «Ho una retribuzione minima di corsa, diciamo due miglia al giorno. Ho una striscia di circa 13 anni senza interruzioni. Negli ultimi 25 anni, probabilmente ho saltato dieci giorni o due settimane».
Il corpo degli atleti subisce in questa follia una trasformazione notevole. Marcato perderà circa 9 chili durante la gara. Alex Ramsey combatte con il digiuno di carne e calorie [10.000 al giorno]. Lu-cong Geng, 56 anni, primatista cinese sui 1.000 e 2.000 km, viene descritto dal Mail come piegato sulla destra per i dolori da 10 giorni. Harita Davies, 50 anni, medita, canta dei mantra, si prende dei brevi sonnellini per sopravvivere.
Non è solo la fatica fisica a contare. «Ogni giorno, ogni edizione, vedo che c’è molto da migliorare. La gara è secondaria per me. La performance – okay, se arriva. Se non arriva, va bene lo stesso. La sensazione che cerco è sentirmi una persona migliore», dice Marcato al Daily Mail. La routine quotidiana è semplice: camminare, correre, contare giri, nutrirsi, dormire. «Tutto quello che devi fare è mettere un piede davanti all’altro. Non devi prendere decisioni. Hai persone che fanno tutto per te, e lo fai così a lungo che diventa normale». Ma quando la corsa finisce, il ritorno alla realtà crea un paradosso: la vita non è più facile, né più difficile, né migliore. Ramsey confessa che proverà tristezza: «Nulla si avvicina a questa sensazione di euforia, e fermarsi dopo? Tutto svanisce».
Davies descrive l’isolato come un luogo sacro e pieno di memoria: «In un certo senso è prezioso, un pellegrinaggio. Quando la gara non è in corso, non ha la stessa magia. Ma quando succede, è svelato come un’energia straordinaria». Le 5.653 volte intorno allo stesso block non sono solo chilometri: sono una lunga meditazione, dice il Daily Mail, una sfida, una trasformazione.
Fatevi una cantera: è un affare
“L’invidia del mondo”. Questo è. Siamo invidiosi, tutti invidiosi del settore giovanile spagnolo e del suo “successo clamoroso, sia a livello sportivo che finanziario”. Così dice Ruby Arés su AS e a giudicare dalla fotina che accompagna il pezzo c’è da essere invidiosi pure della sua età, maledizione. Scrive che il sistema spagnolo ha raggiunto cifre significativamente più alte della Premier League, dove vantano una potenza finanziaria basata su acquisti gonfiati, senza a generare talenti come LaLiga [mmm: segue dibattito] o eguagliarne il livello di titoli vinti.
Il motto “più settore giovanile e meno budget” – dice As – è passato da una connotazione negativa buona per un tempo di crisi a motivo di orgoglio. Secondo uno studio condotto da LaLiga, a cui AS dice di aver avuto accesso esclusivo, il valore dei giovani calciatori delle squadre di prima divisione ha raggiunto 1,46 miliardi di euro all’inizio di questa stagione; 400 milioni di euro in più rispetto alla Premier League [1,076 miliardi di euro] e più del triplo rispetto agli altri campionati: Bundesliga [419 milioni di euro], serie A [396 milioni di euro] e Ligue 1 [322 milioni di euro]. Insomma, “mentre La Liga cresce, il resto dei campionati perde valore nei giovani. I club spagnoli riescono a raggiungere questo obiettivo guadagnando anche di più dal talento che generano nelle giovanili”.
Nelle ultime cinque stagioni, la vendita di giocatori formati nelle accademie aveva rappresentato il 27% del denaro incassato; nell’ultima sessione di calciomercato estiva ha raggiunto il 45%. Per un introito di 286,78 milioni di euro.
“Una cifra record e una fonte di reddito molto importante per le squadre”. Poi potremmo anche fermarci a ragionare sulla zona grigia del commercio young ma oggi è la giornata internazionale di Cucciolo, non di Brontolo.
Le reni spezzate all’Europa da Rinus Gattuso
ok il prezzo è giusto
Ieri il Corriere dello sport-stadio diceva: date a Gattuso tutto quel che chiede. Le richieste sono arrivare. Repubblica scrive che vuole un giorno in più di riposo, chiede di dire la sua on Lega sugli anticipi, a febbraio può arrivare il passaporto di Ahanor. Il Corriere della sera lo chiama “il tocco di Gattuso” parlando di risalita in quattro partite: “Ha semplificato il gioco e ridato fiducia a una squadra che aveva perso entusiasmo. Partito tra tante perplessità, il c.t. ha collezionato vittorie e gol”.
Fabio Licari sulla Gazzetta dice che l’Italia di Gattuso ha ritrovato carattere e adesso va aiutata. Scrive: “Non c’è più l’Italia di Spalletti che s’era persa nel labirinto della depressione: l’ex ct continua ad autoaccusarsi, ma il colpevole non può essere soltanto lui. Non c’è neanche la Nazionale di Mancini, la prima tecnicamente sublime e bellissima, la seconda svogliata e senz’anima.
Tutto diverso. La nuova Italia è a immagine e somiglianza del suo allenatore, uno che forse non piace alla gente che (si) piace, ma ci mette anima, grinta, sincerità, coraggio e trasmette la carica alla squadra. Forse serviva questo, non possiamo permetterci una bellezza perdente”. Ce lo meritiamo, Alberto Sordi.
l’eredità Gli infortuni di Kean e Pulisic
Milan-Fiorentina è la partita del week-end della A più segnata dalla finestra internazionale. Stefano Pioli torna a San Siro senza ancora certezze su Moise Kean: andrà valutato giorno per giorno. Max Allegri non avrà per certo Pulisic [bicipite femorale] e solo oggi gli esami chiariranno come sta Rabiot [polpaccio]. Monica Colombo sul Corriere della sera riferisce l’irritazione del club per l’infortunio dell’americano. “Con gli Usa già qualificati al Mondiale, in quanto paese ospitante, non c’era la necessità — si fa notare dalla sede rossonera — di utilizzare nell’amichevole con l’Australia il giocatore che storicamente ha problemi alla caviglia ed è costretto a gestirsi”.
chi l’ha visto Il ritorno sulla scena di Rugani
La Stampa racconta che oggi Tudor comunicherà al gruppo le mosse studiate per migliorare la Juve. Chiederà più qualità sulle fasce e farà le prove per il doppio centravanti. “Ma la difesa non si tocca” dice il giornale di Torino. Tudor ha ri-perso Bremer. Kalulu starà più spesso lontana dalla fascia, al centro si alterneranno Rugani e Gatti.
Marco D’Ottavi su Ultimo Uomo si è chiesto cosa ha fatto Rugani negli ultimi 10 anni. “Dove è stato? È andato a letto presto? Sappiamo che è stato un giocatore della Juventus, ma lo è stato davvero? La sua immagine è sfuggente, presente eppure assente. Il ricordo più limpido che ho di lui è quando Allegri decise all’ultimo di non farlo giocare contro il Frosinone perché il campo era troppo stretto. Queste sono il tipo di cose che accadono a Rugani, una carriera indecifrabile e un po’ buffa”.
Dieci anni fa, ricorda Ultimo Uomo, le cose erano molto diverse. “Rugani doveva essere il nuovo grande difensore italiano, l’erede di una scuola che pensavamo non si sarebbe mai esaurita. Con Sarri all’Empoli, a 20 anni, per la prima volta in Serie A, aveva giocato la stagione perfetta, almeno in senso biblico: 38 presenze, ogni singolo minuto giocato, zero ammonizioni. Questa cosa della perfezione faceva storcere il naso a qualcuno – un difensore deve sporcarsi i tacchetti e la coscienza – ma sperare ad altri. Rugani sembrava infatti uno di quei difensori che vince i duelli con gli avversari ancora prima di ingaggiarli, uno che vede le cose in anticipo, l’eleganza dei Nesta e Maldini, a cui aggiungere dei piedi buoni e una faccia pulita”.
fantastico Certi rimpianti
Federico Pastorello, agente di Lukaku, ha detto al giornale spagnolo As che Romelu sarebbe potuto andare al Real Madrid anziché al Napoli, ma il Real aveva già Mbappé. Però se gli è rimasto questo desiderio, se la cannarezza è così irresistibile, si può suggerire a Pastorello di organizzare uno scambio. Sono fatti vostri, eh, però pensateci. Anche solo un anno o due.
LA VIDA TOMBOLA
9. I punti di Novara dopo tre giornate nella serie A1 femminile di pallavolo. È la capolista solitaria con la migliore partenza degli ultimi 10 anni. Si candida come alternativa di Conegliano, scrive la Gazzetta, anche perché nella stagione scorsa fu l’unica squadra in grado di batterla una volta, nella serie della semifinale scudetto. In panchina siede Lorenzo Bernardi: ieri sera nel 3-0 su Chieri mancavano Tatiana Tolok, Federica Squarcini e Indy Baijens. La cosa più rumorosa di ieri è la vittoria di Cuneo per 3-0 sulla Scandicci di Antropova [18 punti]. La Conegliano di Monica De Gennaro ha vinto contro il San Giovanni in Marignano di Serena Ortolani [5 punti], con 16 punti per Haak, 14 di Zhu, 7 di Fahr, 5 di Chirichella. Ha fatto fatica Milano con Vallefoglia e l’ha sbrogliata Paola Egonu con 25 punti. I 22 punti segnati da Gardini a Perugia su Monviso fanno dire alla Gazzetta che è da Nazionale.