Lo Slalom del 14 ottobre | Cosa leggere, sapere e vedere

   

I’vo gridando: pace, pace, pace

Francesco Petrarca

  

Insomma a Udine le cose stanno così. La città viene descritta come barricata e presidiata, la presenza di uomini armati si nota all’Hotel Friuli. Sul tetto dell’albergo – dove ha dormito Israele – ci sono dei tiratori scelti. Il prefiltraggio inizierà molto distante dallo stadio. Viene smentita la presenza di agenti del Mossad, ma non è chiaro perché non debbano esserci, visto che seguono la Nazionale da due anni. Sedici, secondo alcune fonti. Sono attesi 15mila partecipanti, arrivano da Torino, Bologna, Padova e Treviso. Allo stadio invece saranno in diecimila. 

Giulia Zonca su La Stampa scrive: A Udine, come per Italia-Israele del 14 ottobre 2024, un anno fa. Stessa gara e stessa città, una tensione simile, però una reazione completamente diversa. Quella partita si è giocata nell’indifferenza, questa nell’insofferenza. E nella certezza che in certe circostanze l’ambizione di separare lo sport dalla politica, dalla vita e dalla guerra, è puro esercizio retorico, idealità. L’Italia per fortuna c’è sempre, solo che stasera ce ne sono due

Nell’altalena degli umori che ieri ci rendeva semi-invincibili con questa nuova abbondanza di centravanti micidiali, ma che allo stesso tempo sempre ieri considerava a rischio un eventuale abbinamento ai play-off con la terribile Svezia [la Svezia è stata battuta in casa dal Kosovo], stamattina il pendolo oscilla verso l’ansioso andante. Il Corriere della sera parla di strada verso il Mondiale in salita e invoca un primo piccolo passo

Fabrizio Roncone ne approfitta per ricordarci quanto scarso fosse il Ct di prima, parlando di Gattuso come dell’allenatore di cui avevamo bisogno, dopo la stagione visionaria e tragica di Luciano Spalletti e aggiunge che Gattuso ha restituito agli azzurri una dignità calcistica e pure etica. Per questo, con un po’ di onestà intellettuale, fa molto male pensare che se il presidente della Federcalcio, Gabriele Gravina, invece di cincischiare con Spalletti, tra Nations League e le prime due partite di qualificazione, avesse provveduto subito a voltare pagina, oggi forse non saremmo condannati ad avere come orizzonte mondiale il solito martirio dei playoff

Per la medesima onestà intellettuale di prima, l’Italia di Gattuso ha battuto due volte l’Estonia, numero 129 della classifica FIFA [un pochino peggio di Malaysia, Azerbaijan e Rwanda] e ha preso quattro gol da Israele – visto che siamo sempre così attenti alle difese.

La Gazzetta ipotizza stavolta una difesa a tre, Pio Esposito verso la panchina e un dubbio Locatelli-Cristante. 

Aldo Cazzullo per il Corriere della sera aveva dedicato giorni fa a Rino Gattuso uno di quei ritratti obbligatori nei giorni in cui il sole è alto a mezzogiorno, i cowboy entrano nei saloon a bere e Morricone scrive le colonne sonore. Figlio di una delle regioni più povere d’Italia – dice – ne è diventato il testimonial, quasi l’ambasciatore. Se uno nasce quadrato non muore tondo, la sua autobiografia, è «un’opera fondamentale della letteratura calabrese» come ha detto sorridendo. Da ragazzo si era inventato un mestiere: pescivendolo a domicilio. «Quando la sera le barche tornavano in porto, mi intrufolavo tra gli scaricatori e li aiutavo. Da ogni secchio mi davano qualcosa, e per fine serata riuscivo a racimolare un gruzzolo di pesci e molluschi. Poi andavo a rivenderli in piazza, ai vecchi che giocavano a carte al bar. Il cliente più avaro era mio nonno», Gennarino, ovviamente. Ora che e diventato milionario, Gattuso ha aperto nel suo paese, Schiavonea di Corigliano Calabro, un’azienda per la depurazione dei molluschi

  ore  20.45    su Rai 1 

  Segue qui

 ▬▬▬▬▬         ▬▬▬▬▬

I temi del giorno

   

Capo Verde qualificato, la Francia non ancora

  I Mondiali dell’estate prossima hanno dunque trovato ieri sera la 22esima qualificata, la sesta che arriva dall’Africa, in un paese di 525 mila abitanti. Capo Verde è la seconda nazione più piccola di sempre dopo l’Islanda a qualificarsi. Ma i primati vacillano sotto l’onda delle novità che possono arrivare dal Nord-Centro America, dove il posto garantito a USA e Canada come paesi organizzatori sta aprendo prospettive inedite a squadre nuove. Nei tre gruppi che garantiscono un posto il Suriname [600 mila abitanti] insidia Panama e Curaçao [185 mila abitanti] è in testa davanti alla Giamaica: c’è pure Haiti che vede la chance di tornare ai Mondiali per la prima volta dopo il gol di Sanon a Zoff nel 1974. 

Intanto festeggia Capo Verde, la squadra che reclutò uno dei suoi giocatori via LinkedIn. All’età di 24 anni Roberto Lopes detto Pico giocava sì a calcio, difensore centrale come oggi, ma il suo vero lavoro era un altro. Aveva un posto da consulente ipotecario in una banca di Dublino, la sua città. Un contratto a tempo pieno e una bella carriera davanti, ma tutto quel che Pico riusciva a vedere e sentire era l’odio, l’odio profondo e pesante che provava per il suo lavoro. Alzarsi, prepararsi, uscire di casa per fare una cosa diversa da quella che desiderava. Ha impiegato tre anni per liberarsene. Adesso è un calciatore professionista. Ha in tasca la nazionalità di Capo Verde, il luogo di nascita di suo padre e la sua storia era raccontata qui durante la Coppa d’Africa del gennaio 2024. 

Luigi Panella su Repubblica la chiama una bella favola, con il ruolo di cattivo recitato da Khanyakwezwe Shabalala, il portiere avversario, che ha trascinato 45 minuti sullo 0-0 tra perdite di tempo e sceneggiate per infortuni sospetti. Non c’è stato però psicodramma, perché a inizio ripresa ha scacciato la paura con tiro ravvicinato Livramento. Se lo ricorda bene Antonio Conte, visto che lo scorso anno fece gol al Napoli nella prima giornata di campionato. Allora giocava nel Verona, ora è stato ceduto in prestito al Casa Pia, che non è un ricovero per anziani ma una squadra della serie A portoghese.

Thomas Tuchel, l’ultimo dei bearzottiani

Vuol tenere fuori Bellingham, Fonde, Grealish e Alexander-Arnold

  Due anni fa, nell’ottobre che precedeva un’estate di tornei, l’Inghilterra di Gareth Southgate sembrava un orologio svizzero. Aveva travolto l’Italia a Wembley per staccare il biglietto a Euro 2024 con settimane d’anticipo, i titoli dei giornali inglesi erano mille violini suonati dal vento: England show their class, That’s how good England are.

Era l’Inghilterra della continuità, con sette fedelissimi dal Mondiale 2018 e quattro giovani collaudati a Euro 2021. Tutto era deciso: squadra, gerarchie, forse forse perfino le espressioni delle facce dei titolari durante l’inno. E invece, alla vigilia del torneo, Southgate si sarebbe trasformato in un chirurgo impietoso: fuori Maguire, Henderson, Rashford e Grealish. Dentro dodici debuttanti assoluti. Una rivoluzione. James Northcroft sul Times scrive ora che alcuni tagli furono imposti da circostanze fuori dal suo controllo, e lascia intendere che Southgate forse qualche rimpianto lo covi ancora — il libro in uscita a breve, promette, chiarirà tutto.

Thomas Tuchel, invece, non sembra avere inclinazioni da iconoclasta. Gli basta battere la Lettonia per qualificarsi al Mondiale e il suo mantra, da settimane, è la continuità. Dopo il 5-0 in Serbia ha ribadito di avere trovato la formula, e che ora si tratta solo di lucidarla. Continuità significa scelte scomode: Jude Bellingham, Phil Foden e Jack Grealish restano fuori, almeno per ora. Tuchel non ama i cambi d’umore: «Non sarebbe onesto — ha detto — togliere il posto a chi ha fatto bene per me. Immaginate la telefonata: “Non mi avevi detto che era proprio questo ciò che volevi, e ora sono fuori?”».

In Lettonia ha chiarito meglio la sua filosofia: «Puoi avere infortuni, cali di forma, esplosioni improvvise di giocatori che non consideravi, ma finché i miei ragazzi non mi deludono, posso fidarmi di loro». 

Una posizione bearzottiana. Fiducia in un gruppo sempre più chiuso. Undici nomi sono già scritti a penna nella lista per il Mondiale — Pickford, Stones, Rice, Saka, Kane — otto sono virtualmente certi. Rimangono cinque spazi. «La competizione è aperta», dice Tuchel con un mezzo sorriso.

Il caso Bellingham è il più spinoso: possibile che resti fuori? Tuchel lo ammira apertamente — «Siamo più forti con Jude, è uno dei migliori al mondo» — ma resta prudente. L’idea è rivederlo a novembre, concedergli di riconquistare campo e carisma. Anche il suo ruolo da leader, potrebbe tornare utile: «Era uno dei nostri capitani quando era con noi», ha ricordato, lasciando la porta socchiusa.

Oggi il regista ideale sembra Morgan Rogers, il nuovo volto del pragmatismo collettivo: più fatica che spettacolo, più sarto che solista. Solo Kane, Rice e Konsa hanno giocato più minuti di lui, e il Times osserva che Rogers incarna quel senso di sacrificio e di coesione che Tuchel vuole come marchio di fabbrica.

Tuchel ama l’ordine: due uomini per ruolo e tre jolly universali. Ma il lato sinistro gli complica i piani. L’unico mancino vero è Myles Lewis-Skelly, troppo poco impiegato all’Arsenal ma già cruciale per l’equilibrio del gruppo. Tutti gli altri — Livramento, Spence, James — giocano col destro. Southgate pagò cara la stessa ossessione nel 2024. Tuchel non vuole ripetere l’errore, tanto che anche Luke Shaw resta in corsa, perché Tuchel lo ammira profondamente.

Sul fronte opposto Reece James resta il titolare, con Konsa e Livramento come soluzioni ibride. Le vittime eccellenti sono Alexander-Arnold e Walker, che scivolano indietro nelle gerarchie. Per la mediana le carte sembrano chiare: «In questo momento, Elliot e Jordan», ha spiegato Tuchel, con Anderson titolare e Henderson riserva. Al fianco Declan Rice, ormai vicecapitano, guida la squadra anche senza Kane. Dietro di lui si affacciano Wharton — chiamato personalmente dal ct per dirgli che «meritava la convocazione» — e Curtis Jones, apprezzato per la duttilità. Il Times tira fuori anche un nome romantico e lo iscrive alla corsa: Mason Mount. Tuchel lo adorava ai tempi del Chelsea e il suo risveglio a Manchester United non è passato inosservato.

Il centravanti resta Harry Kane, ma il ct ha fatto capire che la prima riserva è Ollie Watkins. Poi vengono Rashford e Bowen, più adatti a partire larghi, oppure vengono i falsi nove — Rogers, Foden, lo stesso Bellingham. Niente più spazio per Toney o Solanke, mentre il giovane Liam Delap resta un’ipotesi per il futuro, frenato da un infortunio.

Se Tuchel manterrà la regola dei due per ruolo, resteranno allora tre slot liberi. Uno, probabilmente, andrà a un difensore duttile [un Chalobah, un Quansah o un Colwill]. Un altro a Eberechi Eze, che il ct considera «unico, dentro e fuori dal campo». L’ultimo? Sarà il premio del talento puro: Foden, Grealish, Palmer o Gibbs-White. Quattro artisti per un solo palco. Il Times chiude con ironia britannica, amara e lucida insieme, per dire che questo è il prezzo del lusso e dell’abbondanza. L’Inghilterra rischia di soffrire non per mancanza di campioni, ma perché ne ha troppi.

 

 ▬▬▬▬▬         ▬▬▬▬▬

Le analisi

 

Berlino non ha rinunciato a ospitare un’Olimpiade

Il sogno olimpico di Berlino non è ancora una corsa, ma già sembra una rissa parlamentare. Come racconta Javier Carro su Inside the Games, la senatrice Iris Spranger ha appena superato indenne una mozione di sfiducia nella Abgeordnetenhaus, accusata da Die Linke e Die Grünen di aver gestito con troppa riservatezza i dati sulla candidatura ai Giochi.

Le opposizioni sostenevano che avesse presentato i costi del progetto in conferenza stampa prima di informare ufficialmente la commissione. Spranger si è difesa appellandosi alle regole dell’esecutivo: «Secondo le norme del Senato, le proposte restano riservate finché non vengono approvate. Non potevo divulgare dati o rispondere a domande su un documento non ancora approvato».

Il voto della coalizione CDU-SPD l’ha salvata, ma l’ha lasciata nel mezzo di una tempesta politica che divide la città. Berlino sogna di ospitare i Giochi, ma per ora deve spiegare come intenda finanziare la corsa. Il governo locale ha promesso fino a sei milioni di euro per la fase nazionale della candidatura, «fondi ricavati da risparmi interni nel bilancio sportivo», ha spiegato Spranger.

Per l’opposizione è una prova di leggerezza. Klara Schedlich, dei Verdi, ha accusato la giunta di «non prendere sul serio» il progetto: «Non ci sono fondi aggiuntivi, si tagliano i finanziamenti e non esiste neppure una stima dei costi. Monaco, Amburgo e la Ruhr sono già avanti: il treno è partito, e Berlino lo sa».

Kristian Ronneburg, di Die Linke, è stato ancora più caustico: «Le Olimpiadi non servono al bilancio sportivo, lo divorano». Poi, con un’ironia che ha fatto discutere, ha aggiunto che «quando si tratta di sprecare denaro, CDU e SPD sono già da medaglia d’oro».

Come nota Inside The Games, il dibattito sulla gestione del dossier ha anticipato una discussione più profonda sulla fattibilità della candidatura, che il Senato spera di presentare al Comitato olimpico tedesco entro il 2027. Ma la battaglia politica rischia di trasformare il progetto in un referendum anticipato. Tobias Schulze, capogruppo di Die Linke, ha già annunciato che «se Berlino verrà scelta, sarà il popolo a decidere». Anche il movimento NOlympia si prepara a chiedere una consultazione, ma solo quando la candidatura sarà ufficiale.

Il governo berlinese insiste, il progetto servirà a modernizzare le infrastrutture e a rilanciare lo sport. «Il 90% degli impianti necessari già esiste», assicurano i portavoce della coalizione [dicono tutti così, ndSl], e per il deputato CDU Stephan Standfuß «solo Monaco può essere una vera concorrente».

I socialdemocratici accusano gli avversari di doppiezza: «Dove governano, i Verdi sostengono le candidature olimpiche; a Berlino le ostacolano per opportunismo politico», ha detto il deputato SPD Dennis Buchner. E persino la destra estrema di AfD, in un raro punto d’incontro con la sinistra, ha chiesto un referendum: «Chi muove miliardi deve avere l’approvazione dei berlinesi».

Alla fine, conclude Inside the Games, la controversia sulla mozione di sfiducia e sulle accuse di segretezza ha aggiunto un nuovo capitolo a un dibattito che a Berlino non si è mai davvero chiuso. La capitale aveva già visto respinta una proposta per i Giochi del 2024, e la nuova iniziativa riapre le stesse ferite — e le stesse promesse. Per non dire che una corsa di Berlino ai Giochi del 2036 – in coincidenza del centenario con quelli del 1936 – suonerebbe abbastanza sinistra [sinistra per modo di dire]. 

 

▬▬▬▬▬         ▬▬▬▬▬

Dai campi

Le serate di Francia e Germania

  La Francia deve ancora attendere. La vittoria in Islanda non è arrivata. Se ne riparlerà a novembre. L’Equipe si è inventato un gioco di parole sensazionale. Scrive che la squadra di Didier Deschamps si trova in pâle position, che è unna buona posizione in griglia ma con il volto pallido dopo un film pieno di errori. La media voto per la nazionale è di 4,3. I soli sufficienti sono stati Nkunku e Digne. Hanno preso un memorabile 3 in pagella Upamecano, Saliba e Koundé. Vincent Duluc poeteggia e dice che come al solito se ne parlerà in quel periodo in cui le giornate si accorciano e rimpiangiamo il mare. Fra un mese. 

Duluc scrive che l’alibi della squadra B non regge, c’era un attacco D forse, ma pure sette potenziali titolari che avrebbero fatto meglio ad andare oltre la loro funzione e a supportare meglio la squadra sperimentale in avanti.

  Per la Germania un gol di Woltemade in Irlanda del nord consente di tenere la testa della classifica. Die Zeit dice che la Nazionale non è stata bella ma almeno ci sono i tre punti e sottolinea che Woltemade ha segnato il suo primo gol al sesto tentativo con la sua capacita di emergere come un grattacielo tra case a un pianodurante i calci d’angolo.

Die Welt ne evidenzia la determinazione e definisce il suo intervento come un segno di perseveranza e impegno qualsiasi cosa voglia dire. Stern riporta le parole di Julian Nagelsmann, che ha elogiato il lavoro difensivo instancabile di questo numero 10 nel corpo di un numero 9, suggerendo che a volte il dio del calcio ti premia e un pallone buono ti arriva sulla spalla

 

▬▬▬▬▬         ▬▬▬▬▬

Interpreti

 

 

La nuova vita di Marion Jones 

C’è stato un tempo in cui era l’atleta più veloce del mondo. Nell’estate del 2000 vinse cinque medaglie ai Giochi di Sydney e divenne il volto perfetto dell’America: era potente, era solare, era invincibile. Oggi Marion Jones ha cinquant’anni, un sorriso contagioso e un’energia che – scrive Jason Jones su The Athletic – è ancora lì, ma in una forma diversa. L’intensità che un tempo la faceva scattare dai blocchi, ora la spinge a guardare il mondo con calma, con più dolcezza. Per chi conosce la sua storia è un grande traguardo. 

Dietro la vittorie, avremmo scoperto con il tempo, si muoveva l’ombra del laboratorio BALCO, le siringhe di Victor Conte, le bugie ai federali. Nel 2007 la confessione, poi la condanna per falsa testimonianza: sei mesi in prigione, i titoli cancellati, la gloria restituita al mittente. «Hai fatto il tuo tempo fisico, ma anche quello mentale» avrebbe ricordato di aver detto a se stessa. «Smettila di punirti. Hai chiesto scusa più di quanto servisse. Ora è tempo di vivere la tua vita» 

La più grande stella dell’atletica femminile del suo tempo divenne improvvisamente l’immagine della caduta. Jones racconta che dopo il carcere la scelta più importante non fu tornare a vincere, ma scomparire: «Ho deciso di crescere i miei bambini. Di capire chi sono. Di chiedermi chi sarei stata». Per dieci anni è sparita. Niente piste, niente microfoni. Solo casa, figli, normalità. Poi, lentamente, la resurrezione. Una seconda carriera da motivatrice, da podcaster, da allenatrice. «Le persone pensano che il momento più alto della mia vita siano state le medaglie, ma io non la vedo così» dice a The Athletic. «Il vero successo è determinato da quante persone riesco a influenzare positivamente» 

Chi la frequenta oggi parla di una donna magnetica. Suzanne Evans, amica e socia in affari, racconta che «Marion ha questa capacità indescrivibile di farti sentire vicina nei primi tre minuti di conversazione».

La Jones che si rivede in tv non è più quella delle medaglie nella velocità e nel salto in lungo, ma quella di Special Forces: World’s Toughest Test, il reality militare in cui ha affrontato sé stessa. La Jones che firma autografi nei ristoranti mentre il figlio Amir, sprinter all’Arizona State, osserva divertito. La Jones che nel 2010 giocò due stagioni nella WNBA come rookie più anziana della lega e che oggi vince i triathlon amatoriali sponsorizzata da Soul Cap, un marchio che produce cuffie per nuotatrici con treccine o dreadlocks.

Ha rotto il matrimonio con Obadele Thompson e ha scelto di vivere apertamente come donna gay e nera, «perché questo sono sempre stata». Niente più paure, niente più filtri. C’è una nuova trasparenza, una serenità che non rinnega nulla. Quando le chiedono del passato, Marion risponde con un sorriso: «Googla». Non per superbia, ma perché non ha più bisogno di spiegare. Come racconta Evans, «dice sempre: sono quella che sono grazie a tutto ciò che è accaduto».  

Il messaggio è chiaro – scrive The Athletic – Jones si è scusata abbastanza e non continuerà a farlo. Non è che finga che il passato non sia mai esistito. Piuttosto sta costruendo su di esso. E alla fine, quando Jason Jones le chiede come vorrebbe essere ricordata, lei risponde «come una donna dotata di un enorme talento fisico, che ha fatto X, Y e Z. Ma anche un essere umano capace di resistere e di entrare in quella che credo sarà la mia vera fase di grandezza in questa vita».  

 

   

L’autoritratto di Meroni donato al Museo di Torino

➣   Kristiane Uderstadt, il grande amore di Gigi Meroni, ha spiegato in una lettera toccante la donazione al Museo del Toro dell’autoritratto dell’iconico numero 7. Difficile separarsene?

«Sì, è il quadro cui tengo di più, ma l’ho fatto con il cuore. Nella casa del Toro ogni tifoso può andare a vederlo».

➣   Dove l’ha dipinto?

«Nella mansarda di piazza Vittorio, lavorando tutta la notte. Mi ero addormentata e al mattino me lo trovai davanti. Andò subito a incorniciarlo».

➣   Domani sono 58 anni dalla scomparsa, cosa rimane?

«Mi porto dietro tutto. La mia vita è stata una sofferenza unica dopo quel giorno. Tutti gli anni faccio portare tre rose rosse al cimitero di Como, qualche volta vado anch’io, ma preferisco pensarlo in altro modo. È sempre con me».  

➣   Dove vi siete conosciuti?

«A Genova al bar Bruno, davanti ad una tazza di cioccolata calda. Eravamo ragazzini».

➣   Era un’Italia bigotta, non il massimo per una coppia come voi: lei sposata, lui anticonformista… 

«La fortuna nostra è stata che tutti i giocatori ci hanno aiutato, compreso l’allenatore Rocco. In ritiro mi presentò come sua sorella. “Strano, siete così diversi”, disse Rocco che aveva capito tutto: a Torino ho passato gli anni più belli, specie in quella mansarda».

➣   Come l’ha conquistata?

«Mi chiamava così tanto che una volta la polizia l’ha fermato perché aveva un sacco pieno di gettoni telefonici: pensavano li avesse rubati…». 

➣   Si sente ancora la ragazza del Luna Park?

«In verità non lo sono mai stata, è nata così perché il nonno di mio fratello aveva le giostre, ha costruito Gardaland. Ma va bene, a me bastava che mi lasciassero il mio Luigi». – intervista di francesco manassero, La Stampa

I fantasmi di Ilicic

«In molti mi dicono: “Ma se non fosse successo ciò che è successo, il Covid, la depressione e tutto, dove saresti arrivato?”. Non lo so, ma avremmo giocato la finale di Champions. Ero in uno stato di forma mai visto e non avevamo paura di nessuno. Viene il Real? Ok, ma dimostra che sei più bravo. L’Atalanta ha cambiato la storia mentre il mondo iniziava a fermarsi, spegnendo la luce…». 

➣   E anche lei. Ha pensato di non farcela?

«Mi hanno offerto soldi per raccontare la mia storia, ma i dettagli li tengo per me».

➣   Come mai si è ammalato?

«Non sapevo se sarei tornato a giocare, e quando sei chiuso in casa inizi a pensare. Sono stato 42 giorni a Bergamo senza la famiglia. Ho sofferto. I soldi, i contratti, non mi importava più di nulla. Non stavo bene. E le voci su mia moglie mi addoloravano».

➣   Dicevano che lei lo avesse tradito.

«Falso. Ma si può pensare che avrei trovato mia moglie con un altro? Si è presa insulti incredibili».

➣   Perché non ha smentito?

«Mi avrebbero chiesto cosa avessi e come mai non fossi più io. Ma i familiari, gli amici e i compagni conoscevano la verità».

➣   Come mai misero in giro quella voce?

«Perché ero al top, e di me non si sapeva nulla. Qualcosa doveva uscire. Alla fine, sono tornato a casa. In Slovenia era come se il Covid non ci fosse, mentre a Bergamo sfilavano le bare nei camion. Un’immagine tremenda. Qualche anno prima avevo vissuto il dramma Astori, con cui giocai a Firenze. Mi ha segnato». – intervista di francesco pietrella, La Gazzetta dello sport

 

Norris e Piastri giocano a Senna e Prost

All’alba della fase decisiva del campionato, in McLaren sperano che il duello tra Lando Norris e Oscar Piastri sia deciso dai piloti e non nelle stanze del pit wall. A Singapore c’era un certo ambientino al box: il weekend ci ha lasciato discussioni, numeri e debrief interminabili, più un episodio che rischia di segnare l’epilogo. Giles Richards sul Guardian sottolinea che la replica di Norris a Piastri dopo la collisione al via [«Se mi biasimi solo per essermi infilato all’interno di un grande spazio, allora non dovresti essere in Formula 1»] è stata un chiaro omaggio a Senna, ma soprattutto un monito: la pista parla più del team.

Il problema non era la velocità delle due McLaren, ma il sottile equilibrio tra fair play e regolamenti non scritti. Norris aveva tentato il sorpasso all’apertura del Marina Bay Circuit con quella che il Guardian chiama una precisione chirurgica, solo un piccolo tocco sul compagno di squadra a certificare che la vita in F1 non è mai semplice. Piastri, furioso, ha etichettato come ingiusta la manovra, suggerendo che le dispute interne sarebbero dovute passare attraverso il team. La McLaren non è intervenuta, ma la scena, annota Richards sul Guardian, mostra come in ogni caso di contesa, entrambi ricorreranno al team affinché intervenga.

L’arte di lasciar correre i piloti è un principio etico di McLaren: Andrea Stella, team principal, è un sostenitore del tentativo di conciliare giustizia e competizione. Come nota Richards, la McLaren sta prendendo le decisioni corrette per sé stessa, e questo ha dato i suoi frutti.  È arrivata una decima vittoria nel campionato Costruttori, proprio nella domenica del picco di tensione tra Norris e Piastri, divisi ora da uno scarto di 22 punti.

Il Guardian dice che il pericolo ora è che il titolo diventi una contabilità da spreadsheet, con calcoli e retro-calcoli, anziché un bel confronto diretto tra caschi e gomme. Toto Wolff dalla Mercedes lo conferma: «Si arriverà a una situazione in cui ogni punto conterà. Immagino che i gomiti inizieranno a uscire un po’ di più. È lì che le cose diventeranno interessanti». 

I pit stop di Monza o la posizione in pista a Budapest hanno lasciato intravedere ombre di favoritismo. Le sei gare rimaste sono poche, il margine di errore inesistente. Come conclude Richards, il titolo deve essere deciso sul tracciato, non nelle stanze del team.

   

L’avvocato quarantenne che ha resistito a Pogacar

Una maglia rossa e nera, un tipo con i capelli ormai grigi. Quando sul temibile Krvavec sloveno, 14,9 km con 1.189 metri di dislivello, una pendenza media del 7,6%, tutti si aspettavano di vedere emergere l’arcobaleno di Tadej Pogacar, domenica è sbucato Andrew Feather, ciclista amatoriale, col il lusso sfacciato di rubare la scena del Pogi Challenge 2025. L’Équipe racconta il finale incredibile della corsa, dopo una salita dura e indimenticabile, davanti a migliaia di spettatori. Pur non avendo battuto Pogacar sul tempo netto [44’15’’ contro 40’44’’ del fenomeno], il ciclista britannico è arrivato tre minuti prima di lui, partito sette minuti più tardi dalla valle. «Gli ho stretto la mano durante la premiazione  e mi ha detto: Bravo, hai pedalato molto veloce. Era super simpatico, sembra una persona umile, tranquilla, non molto diversa da noi, nonostante sia potenzialmente il miglior ciclista della storia».

Avvocato di professione e scalatore per passione, 40 anni a novembre, Feather è specialista di hill climbs, le celebri corse in salita britanniche. Quattro volte campione nazionale, gestisce il suo allenamento tra una pausa di lavoro e l’altra. Dice che poi è costretto a portarsi i fascicoli a casa, e fare oltre la mezzanotte davanti ai dossier. 

L’Équipe racconta così la storia di questo cicloamatore che tutto annota su Strava e ogni tanto appare su Global Cycling Network, la piattaforma YouTube dedicata al ciclismo. Durante i quasi 45 minuti di salita sul suo leggerissimo telaio in carbonio, Feather ha tenuto una potenza impressionante: 6,2 watt/kg per 45 minuti, cioè 397 watt per 63,8 kg. «La differenza con Pogacar è che non sarei capace di farlo dopo 6 ore».

    

Valentin Vacherot raccontato da chi lo conosce meglio

Il giorno dopo la sorprendente vittoria di Valentin Vacherot al Masters 1000 di Shanghai, L’Équipe ha parlato con Nadine Paquet, ex consulente tecnico regionale della Lega Tennis nel dipartimento Provenza-Alpi-Costa Azzurra. Nadine Paquet è la sorella Virginie, ex professionista vicina alle top-200 nel 1989: una madre di Valentin Vacherot, l’altra di Arthur Rinderknech.

«Nel primo turno di qualificazione – racconta – il suo avversario perdeva colpi e lui non sapeva cosa fare. Verso la fine del torneo, stava invece realizzando punti magnifici a rete. Non gli era mai successo prima. Ha migliorato le sue volée durante la settimana. Sapevo che aveva la forza mentale e il fisico per alzare gradualmente il suo livello. È tornato da una lunga strada, soprattutto da un grave infortunio alla spalla l’anno scorso. Si è infortunato dopo le qualificazioni al Roland-Garros dell’anno scorso, non sapevamo che ci sarebbe voluto così tanto tempo. È andato a giocare ad Halle, ha giocato una partita contro Moutet, ma non era in forma fisica. Ama così tanto il gioco che non si ascolta. È tornato a casa, aveva una borsite alla spalla. C’era una lesione, una crepa sotto la borsite. Mi ha detto che rischiava di scendere al 260 o 300 al mondo. L’ho guardato un po’ a bocca aperta, era devastato. Mi ha detto: – Tornerò su, non preoccuparti. Questa forma di incoscienza lo aiuta»

Nadine Paquet racconta del momento in cui Vacherot ha fatto i bagagli per andarsene in America com un momento chiave, parla di un allineamento di pianeti, un’università straordinaria, grandi allenatori. «So che molti altri giocatori hanno avuto una brutta esperienza universitaria, ma si sono divertiti. Ora non sarà affatto facile, ma è fortunato: è cresciuto in una famiglia con una cultura sportiva, in un ambiente sano. Questo lo aiuterà. Quando è a Monte-Carlo, durante il Masters, è la star. Quando tutta la famiglia è lì, ci piace riunirci in paese per un caffè, vedere e salutare tutti. Tocco ferro, ma non capisco come potrebbe montarsi la testa. Andrà a festeggiare con i suoi amici di Monaco e quando lo chiameranno una seconda volta risponderà che si sta allenando».

▬▬▬▬▬         ▬▬▬▬▬

Oggi

 

Il Brasile di Ancelotti in amichevole in Giappone

Quando l’uomo con la finta di Garrincha incontra l’uomo con il sopracciglio alzato, quello con la finta di Garrincha è un uomo morto. Per un pugno di gol, se in squadra ci sono già Vinicius, Rodrygo, Matheus Cunha e il giovane Estevao, puoi anche permetterti di dire a un altro attaccante che gli restano pochi mesi per mettersi in forma oppure è fuori, sebbene quel tipo sia Neymar jr. Perché tu sei Carlo Anselocci – così ti chiamano in Brasile – e ti hanno chiesto di tornare a vincere i Mondiali dopo 24 anni. Qatar 2022 sembrava il passo certo dell’addio per i Tre Re Maghi del pallone. Solo che Messi continua a segnare nella sua maglia rosa tonalità Florida, Ronaldo sta inseguendo il gol numero 1.000, tutt’e due non danno l’idea di voler rinunciare alla prossima estate in campo nelle Americhe; mentre tu Neymar sei sfiorito prima di loro, prima di prenderne il posto da capitan Futuro del calcio mondiale. Una specie di Zverev o di Tsitsipas. Aspetti per una vita il tramonto dei fenomeni e quando dovrebbe toccare a te arrivano i Lamine Yamal. [su Repubblica]


     

Guida allo sport in tv di oggi

 Leggi tutto


▬▬▬▬▬         ▬▬▬▬▬

L’ultimo scroll

   

I limiti e i demoni di chi fa sport

Sul Corriere della sera di ieri, Aldo Cazzullo si è occupato di Sport e serialità televisiva. Storie, generi, culture nazionali, libro del massmediologo Paolo Carelli, definito un

libro che mancava – altrimenti sarebbe stato una ristampa. 

Cazzullo dice che lo sport è usato sfondo e pretesto per raccontare dinamiche sociali. Quello che importa sottolineare è come Carelli consideri lo sport anche un dispositivo potente per la creazione di storie, con i suoi tanti episodi di fallimenti e trionfi, di fragilità ed eroismo. Dalla Gran Bretagna e dalla Spagna, dagli Stati Uniti all’Italia, dal Sudamerica alla Corea, non pochi sono i titoli che esplorano una narrazione diversa dalle passioni, dalle fatiche e dai trionfi sportivi; non solo cronaca, chiacchiera o rievocazione epica delle gesta del passato, ma uno sguardo profondo sulla contemporaneità, sullo sport come collante globale di un mondo sfaccettato. È l’unico mondo in cui oggi è consentito usare una parola complessa e arrischiata come epica e dove il potenziale drammatico e drammaturgico è notevole. Dagli anni Cinquanta a oggi, lo sport continua a essere strumento privilegiato per costruire immaginari seriali e affrontare temi complessi quali le disuguaglianze sociali, il razzismo, le identità di genere. Un prisma attraverso cui osservare e interpretare i percorsi produttivi e distributivi dell’industria televisiva e, allo stesso tempo, i fenomeni culturali e le trasformazioni sociali. Davvero un ottimo lavoro che colma un vuoto, quello in cui gli atleti si confrontano con i loro limiti, con i loro demoni

 

Che cosa si dice in giro del biopic su Bruce Springsteen

Onesto. Senza fronzoli e senza pretese. Come doveva essere. Così Teresa Marchesi apre la sua recensione di Springsteen – Liberami dal nulla, il film di Scott Cooper che restituisce il Boss nella sua forma più vulnerabile e autentica. Un biopic necessario, scrive, in netto contrasto con l’imperdonabile A Complete Unknown, film su Bob Dylan che Teresa Marchesi non ha affatto amato. Disse che aveva il merito di farci correre a casa a riascoltare l’originale. 

Cooper, scrive ora Marchesi su Domani, invita a guardarlo come un documentario. Ed è vero, aggiunge: il film commuove non solo per la colonna sonora ma per la fedeltà ossessiva ai dettagli, perfino la brutta moquette arancione della stanza da lettodove Springsteen nel 1982 registrò in solitudine Nebraska. Dieci canzoni nate come autoterapia, nel cuore di una depressione che coincide con l’apice creativo di un uomo, che scrive nello stesso tempo anche i brani di Born in the U.S.A..

Marchesi non si nasconde dietro la nostalgia: chi ama Springsteen da trentasette anni non può dirsi obiettivo. Ma riconosce che nel film resta fuori dal quadro di Cooper quello che B.S. definisce misurare la distanza tra il sogno americano e la realtà americana. Quella frattura tra idealismo e disincanto che ha fatto del Boss un simbolo politico, capace di denunciare «l’amministrazione corrotta, traditrice e incompetente» di Trump e di invocare ogni giorno la difesa della democrazia.

Jeremy Allen White, protagonista, è un miracolo di somiglianza emotiva: Springsteen stesso lo ha definito «un attore fenomenale». In lui, scrive Marchesi, c’è già tutta la cruda vitalità proletaria di un Boss potenziale. Il film, più che un racconto, è un viaggio dentro la ferita: il rapporto col padre, la fuga dalla E Street Band, l’amore operaio per Faye che lo incalza — «Perché non fai i conti con la tua merda invece di continuare a scappare?» — e infine quella cassetta Teac 144, magicamente imperfetta, che diventerà Nebraska.

Il disco che scandalizzò i discografici [«Vuole fare un album folk del cazzo?»] e consacrò un’eresia, masterizzando dalla cassetta. Nessuna promozione, nessun singolo, nessun tour. Solo verità. Per Marchesi, in questo gesto c’è qualcosa di epico in questa ricerca di autenticità senza compromessi. Ed è lì, nell’imperfezione di un suono registrato alla velocità sbagliata, che si compie la leggenda del Boss.

Alberto Crespi su Repubblica sottolinea come il film si distacchi dall’agiografia, preferendo un approccio realistico e intimo. Evidenzia la ricostruzione accurata dell’ambiente domestico di Springsteen e l’interpretazione di Jeremy Allen White, bravo nel trasmettere il tormento interiore del protagonista. Crespi apprezza anche la scelta di evitare il sensazionalismo, concentrandosi sulla dimensione privata e artistica del periodo che ha portato alla creazione dell’album Nebraska

Style del Corriere della sera si concentra sull’aspetto musicale del film, evidenziando la fedeltà alle sonorità dell’epoca e la capacità del regista di trasmettere l’atmosfera di quegli anni. Molto elogiato Jeremy Allen White, che fa Springsteen senza imitazioni forzate. 

Anche il Guardian con Adrian Horton trova Jeremy Allen White convincente e intenso, ma sottolinea che il film potrebbe risultare poco generalista per alcuni spettatori. Variety invece parla di un film solido che abbraccia e allo stesso tempo evita i cliché del genere, senza cadere nella banalità. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.