La nuova generazione dell’atletica leggera

È proprio buffo che la parola con cui li definiamo sia Under. Sotto, ma nei dizionari inglesi la parola sta anche per insufficiente, scarso, ridotto, inferiore, incosciente. È buffo adesso che gli Under e le Under d’Italia siano invece quelli di sopra, gli eccellenti, i migliori, forse incoscienti, questo sì, può darsi, nel senso di istintivi, non del tutto ancora consapevoli di quanto stanno combinando, e in questa estate ne stanno veramente combinando tante.
L’Italia degli insufficienti e dei ridotti ha appena vinto un oro europeo con la Nazionale maschile di pallacanestro, una squadra piena di ragazzi [se ne parlava qui] che nel resto dell’anno fanno fatica a trovare un posto in campionato, con l’eccezione di N’Guessan Elisee Assui, titolare negli ultimi scampoli della stagione a Varese. Francesco Ferrari è stato votato mvp del torneo e passerà le prossime domeniche ancora a cercare minuti sul parquet con la maglia di Cividale del Friuli in A2. Luigi Suigo, Diego Garavaglia e Achille Lonati, come tanti altri diciottenni in giro per il paese, sono tutti proiettati sul sogno di andare a studiare in America, studiare e giocare.
Non sono male neppure le ragazze, ieri medaglia di bronzo agli Europei con una vittoria netta sulla Svezia, e qui nei giorni scorsi veniva segnalata la storia di Cristina Osazuwa, vent’anni compiuti nel mese di gennaio, veronese, figlia di genitori nigeriani, giocherà il prossimo campionato di A con la GEAS di Sesto San Giovanni. È arrivata in Lombardia alla Costa Masnaga di Lecco da quindicenne e da subito l’hanno scaraventata in prima squadra.
E sono Under pure le ragazze che con la maglia della nazionale di pallavolo hanno vinto quattro partite su quattro ai Mondiali sotto i 21 anni, con i punti e le schiacciate di una ragazza nata a Crema da genitori nigeriani, Merit Adigwe: se ne parlava qui a dicembre immaginando che per il dopo Egonu [magari anche per il durante, chi lo sa] siamo a posto.
È la portata dell’esplosione dell’atletica leggera che spiazza e ancora stupisce. Dopo il primo posto nel medagliere agli Europei Under-20 di Tampere e l’esplosione di Kelly Doualla, il presidente federale Stefano Mei ha ricordato che questi sono ragazzi e ragazze figli di Tokyo, quelli che avevano undici o tredici anni quando Jacobs e Tamberi vinsero due ori in 11-12 minuti quella domenica di agosto.
Sono i nuovi adolescenti che ad aprile qui ci piaceva definire Post-sdraiati, la generazione che all’avvelenamento e all’ossessione di un risultato preferisce il benessere mentale e l’agonismo dolce [se ne parlava qui dopo Parigi], la generazione che vive in armonia spalla a spalla con le avversarie, come una tribù che si sposta, scherza con i rivali in pista, batte le mani, fa il tifo, incoraggia [se ne parlava qui]
«Tra di loro – le parole di Mei – i ragazzi non vedono differenze, hanno già l’inclusione e l’uguaglianza dentro di sé, mentre chi è più grande ancora ci fa caso».
Gaia Piccardi sul Corriere della sera lo dice così: “Altro che telefonini sempre in mano ed esistenza virtuale vissuta attraverso i social. La generazione di sdraiati non batte bandiera azzurra: gli adolescenti italiani sanno correre, saltare gli ostacoli (Togni re dei 110 abbassati in 13’’27), atterrare con profitto nella sabbia (triplo e lungo con Crotti, Saraceni e Inzoli) e lanciare (peso con Nalesso); hanno i muscoli per sostenere lo sprint (Doualla oro nei 100 in 11’’22 e Nappi nei 20o in 20’’77), reggere il mezzofondo veloce (800 con De Noni) e persino marciare (due argenti dai 10 mila in pista: Disabato e Di Fabio); e sono capaci di fare squadra: l’oro della 4×100 lanciata in ultima frazione da Kelly Doualla (Pagliarini, Valensin, Castellani le altre) è un gioiello prezioso però sono i due bronzi nella 4×400, uomini (Omodia, Salemi, Mancini, Giliberto) e donne (Meletto, Frattaroli, Caglio, Macchi), a dare il senso di un’onda lunga capace di arrivare fino ai Giochi di Brisbane 2032, il posto dei canguri e delle fragole dove Speedy Kelly avrà soltanto 22 anni. C’era una volta Tokyo, l’Olimpiade della nostra vita”.
Giulia Zonca su La Stampa la chiama l’età dell’oro, non per l’oro in sé, non è per il risultato, ma “per quanto è vivace certo oro. Per l’immagine, rinfrescata, che dà di noi. Grazie a una generazione esuberante che ha cambiato passo perché ha altri comportamenti. Certi risultati sono sogni vibranti, altri proiezioni che mettono i brividi. Vedere correre Doualla è come guardare Sinner ai tempi della Next Gen: impossibile non immaginarci sopra un mondo, una statura, anche se le aspettative sono un problema nostro. Di chi guarda”.
Corrono, saltano, nuotano, fanno canestro, schiacciano. E noi continuiamo pure a chiamarli Under, li chiamiamo fragili, dimostrando solo che non si sa mai cosa succede nelle camerette affianco.