Lanciarsi a 200 km orari dentro un tubo

Kyra Poh ha 23 anni ed è una delle glorie sportive di Singapore. È una campionessa del mondo. Di paracadutismo. Anzi. Di paracadutismo indoor. In che senso? Uno degli elementi essenziali del panorama nel paracadutismo è il cielo. In che seno: indoor? Nel senso che il cielo non è stato rimosso. È stato imbottigliato. Il paracadutismo indoor si pratica dentro certi tunnel che offrono una simulazione prolungata della caduta libera con vento a 200 km/h.
“Il risultato è uno spettacolo da vedere – ha scritto il Guardian – con salti acrobatici e virate vertiginose che ridono in faccia alla forza di gravità”.
Poh è arrivata a gettarsi dentro quel tubo proprio per caso. È successo quando una quindicina d’anni fa la struttura dell’iFly di Singapore ha contattato un’agenzia pubblicitaria per la confezione di uno spot che presentasse ai giovani le meraviglie della disciplina. L’agenzia pubblicitaria era quella di sua madre. Poh aveva 8 anni e parve perfetta per essere la protagonista. A quel tempo andava molto più banalmente in piscina, al massimo le piaceva salire sulle montagne russe all’Edenlandia, nel senso dell’Edenlandia locale, non è che da Singapore andasse fino a Napoli, quartiere Fuorigrotta, per salirci sopra.
«Nuotare – dice oggi – significava ripetere sempre le stesse quattro bracciate ogni giorno, darsi al paracadutismo indoor è stato rigenerante. Le possibilità erano praticamente infinite».
Ci sono diverse discipline: dinamica, velocità, freestyle. Senza scendere in troppi dettagli – che scendere da lassù gira la testa – il freestyle è il luogo in cui l’arte del paracadutismo indoor prende davvero vita. “Vanta coreografie e sequenze sincronizzate meticolosamente – dice il Guardian – tutto permeato da una creatività mozzafiato e accompagnato dalla musica”.
È tutto un rubacchiare in giro: alla street dance, alla breakdance, alla danza classica, alla ginnastica artistica. La vera originalità sta nella simulazione del vento dentro il tubo, Poh dice che è un po’ come pattinare sul ghiaccio, ma in maniera tridimensionale.
“Come in tutti gli sport che coniugano grazia e atletismo – si legge sul giornale inglese – l’eleganza ostentata maschera il notevole carico di lavoro a cui è sottoposto il corpo. Per Poh, l’addestramento al volo consiste in esercizi ripetuti di 90 secondi in sessioni da 15 minuti, con periodi di recupero di 30 minuti, per un massimo di sette ore al giorno. Quando si allena per i campionati mondiali, rimane in palestra sei o sette giorni alla settimana per quattro mesi”.
«Per una routine di freestyle, sottoponiamo il nostro corpo a un minuto e 30 secondi di rotazioni estreme, facciamo molto riscaldamento. Non essendoci un impatto con il terreno, usiamo molti muscoli che non useremmo mai se non stessimo volando».
Poh ha studiato arti visive alla School of the Arts di Singapore. Lo spot di mammà diceva: “Chi non vorrebbe volare?”