La grossa occasione mondiale per Leonardo Fabbri

Pesante? Perché usate sempre questo termine? Avete problemi con la forza di gravità?

Chris Lloyd

La ricerca del riscatto dopo Parigi

Tutti a vantarsi di questa famosa leggerezza. Da quando cominciò Italo Calvino. Prima era una vergogna, si passava per spensierati e frivoli. Arrivò lui e spiegò in una lezione che «la leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore». Che sollievo, che liberazione, che leggerezza [appunto]. Ora possiamo ripeterlo senza sensi di colpa. Con le parole succede. Fino al giorno prima sono un tabù, poi arriva uno scrittore e una certa parola passa la dogana. 

Stefano Bartezzaghi fece notare tempo fa che leggerezza nel senso calviniano è un endecasillabo, e dunque la vetta suprema del nostro canone poetico. Leggerezza nel senso calviniano corregge l’impressione che esista una vanità, che si tratti di un surf sull’onda delle cose. Calvino riabilitò il concetto citando Paul Valéry, la necessità di essere leggeri «come la rondine, non come la piuma», per scelta consapevole e non con la passività di chi è sospinto dal vento. 

Oggi a dire che «la leggerezza non è superficialità» sono perfino più persone di quante ripetono che non conta la meta ma il viaggio, più di quelle che o vincono o imparano. La leggerezza della rondine di Valéry – faceva notare sempre quella volta Bartezzaghi [ne scrisse su Repubblica] – è peraltro ciò che le consente di andare in alto come in basso e per quanto riguarda i consumi culturali questa è la qualità che i mass media prediligono, secondo i canoni della fotografia di Marilyn Monroe che legge l’Ulysses di Joyce o di quella di Albert Einstein che fa la sua boccaccia.

Se fosse ancora tra noi, si potrebbe chiedere a Calvino se non sia giunto il momento di rivalutare la pesantezza, ovviamente non come sinonimo di pedanteria [l’equivalente della superficialità per la leggerezza], ma come maniera di planare dentro le cose, darle importanza. Prenderle di peso. 

Di peso deve aver preso le sue cose Leonardo Fabbri, uno dei campioni che vivono di centimetri, venti in più o venti in meno ti rendono un fenomeno o un bidone. Non è solo quello. Per chi fa il mestiere di Leonardo Fabbri l’impresa più micidiale è mettere quei venti centimetri in più nel giorno giusto, nel lancio giusto. Nelle undici grandi manifestazioni tenute dopo il covid lui l’ha fatto solo due volte, due volte ha tirato la palla di ferro oltre i 22 metri: ai Mondiali di Budapest del 2023 prendendo l’argento [22,34], agli Europei di Roma 2024 vincendo l’oro 22,45]. 

Sulla carta geografica dei rimpianti ci sono almeno tre punti grossi così: Tokyo [20.80 alle Olimpiadi 2021 – fuori in qualificazione], Eugene [19,73 ai mondiali 2022 – fuori in qualificazione], Parigi [21,70 – 5° posto in finale]. 

La pesantezza nel senso calviniano ha messo Leonardo Fabbri dinanzi alla necessità di guardare negli occhi la sconfitta olimpica e superarla. È stato il solo in mezzo a noi a non usare la scusa della padana bagnata dalla pioggia in quella sera parigina. Dalla sua altalena di risultati è sceso a Caorle domenica, scaraventando il peso a 22,82 metri, migliore prestazione mondiale dell’anno. Dice che l’Olimpiade di Parigi ancora se la sogna di notte, ma non vuole farsi scappare l’occasione dei Mondiali. 

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Occasione è la parola giusta. Il gigante dei giganti Ryan Crouser è titolare dei quattro lanci più lunghi della storia, sette dei primi undici, ma non gareggia in una competizione ufficiale dal 14 settembre del 2024 e prima dell’oro di Parigi temeva di essere prossimo al ritiro. L’altro pesista contemporaneo andato oltre i 23 metri è Joe Kovacs, ma la crudeltà dei Trials USA lo terrà fuori dai Mondiali: si è piazzato 4° con la misura di 22,07. Gli USA manderanno a Tokyo Josh Awotunde [22,47 primato personale], Payton Otterdahl [22,35] e Tripp Piperi 22,29 [primato personale].

Se ci fosse Calvino si potrebbe chiedergli di raccomandarsi lui con Fabbri, di dirgli che il prossimo getto del peso non va preso alla leggera. 

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