Un francese sulla Luna del ciclismo

Valentin Paret-Peintre primo sul Ventoux

Non sono state le 113 tappe trascorse in Italia tra il Vincenzo Nibali del 2019 e il Jonathan Milan di qualche giorno fa, ma anche l’attesa francese d’un successo in Francia è stata un piccolo grande incubo. È durato 27 tappe, il quarto più lungo di sempre, cominciato con Anthony Turgis e finito ieri pomeriggio in cima al Mont Ventoux, nel cuore degli aggettivi di Fossati e Raschi, dove Valentin Paret-Peintre ha portato i suoi cinquanta chili di peso in sella a un anti-cavallo e ha battuto tutti. 

All’età di 24 anni e 189 giorni è il quarto francese più giovane a vincere una tappa al Tour nel nuovo secolo. Non vinceva da 160 giorni, da quando a febbraio aveva cominciato la stagione al Giro dell’Oman staccando di un paio di secondi Adam Yates. Il piccolo Valentin aveva vinto una tappa al Giro l’anno scorso, andando da Pompei a Bocca della Selva. Arrivò da solo e diede mezzo minuto a Romain Bardet. Nell’ultima porzione della giornata di ieri il dislivello ha toccato il 57 per cento. Non c’era mai stata un’ascesa così brusca nella storia del Tour, qualcosa di simile si era intravisto due anni fa al Grand Colombier [53,6%]. 

È stata una liberazione, esulta L’Équipe che dà la prima pagina al suo campione, con il fondato sospetto che avrebbe comunque messo in prima chiunque altro. Un peso piuma con la grinta di un peso massimo ha scritto Thomas Perotto. Valentin si chiama così perché sarebbe dovuto nascere il 14 febbraio, tardò di 13 giorni ma ormai a casa avevano deciso. È cresciuto in una famiglia dove la bici è un’estensione delle gambe. Correva suo padre Olivier, hanno corso suo fratello Aurélien e sua sorella Maéva. A metà marzo si era fratturato il coccige alla Tirreno-Adriatico, non se n’è accorto fino a fine mese, dopo una radiografia seguita al Giro di Catalogna. Lo accompagnò mamma Céline – che oggi definisce ringhioso suo figlio a L’Équipe, un ex bambino che all’età di 7 anni cadde durante una delle sue prime gare ma volle arrivare lo stesso al traguardo, con la faccia sanguinante. «Aveva due gambine sottili come due fiammiferi» racconta invece papà, mentre il suo compagno di stanza Bastien Tronchon dice beato lui, beato Valentin che «può mangiare quel che vuole, tanto peserà sempre 50 chili».  

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Una liberazione, e però ne è valsa la pena aspettare, no? attacca l’immaginifico Alexandre Roos nella sua cronaca, riferendo come ai bordi delle strade i tifosi in caravan facevano già due conti e sfogliavano gli archivi alla ricerca delle edizioni con zero successi. E invece guarda qua, guarda come il ciclismo francese passa in un attimo dall’orlo del precipizio a una forma di assoluto. Valentin Paret-Peintre non ha solo vinto la sua prima tappa al Tour de France, non ha solo salvato la “patria”, ha piantato la bandiera sulla cima di un mito ed è difficile fare di meglio per uno scalatore, soprattutto francese. Ma al di là della nazionalità del vincitore di giornata e dello spirito patriottico che permea il Tour, questa tappa del Ventoux è stata la quintessenza di ciò che la potenza e la bellezza di questa corsa possono essere, capaci di arpionarci emotivamente, di catturarci nella sua ragnatela, di tenerci appesi a un filo. Chi non si è alzato dal divano, chi non ha afferrato il braccio del vicino quando Paret-Peintre e Ben Healy si sono trovati testa a testa sull’ultima salita prima del traguardo?.

Prima ci aveva provato Alaphilippe a partire in un gruppetto di testa, e mentre Valentin celebra l’ingresso in un’altra dimensione, bisogna provare a dare un senso e qualche aggettivo anche alla giornata di Pogačar, al quale sono mancati gli uomini – [Tim Wellens si è visto a malapena, Jhonatan Narvaez è sparito velocemente, Adam Yates è stato inutile] per attaccare, ha badato a difendersi dalle punture di spillo di Jonas Vingegaard, eppure ha polverizzato il record della salita. 

Il piano della Visma è stato quasi perfetto, analizza in un altro pezzo l’Équipe, e Roos aggiunge che Vingegaard gli pare stia tornando a un livello molto, molto alto proprio alla fine del Tour.

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