Perché quando hai dato troppo
Devi andare e fare posto
Ligabue
Nella colonna di sinistra, la lettera maiuscola G sta da sempre sulla mappa per Gauche. Cx significa cailloux. È sul sedile di destra che stanno seduti questi occhi supplementari puntati su carta e strada, mappa e sterrato, quando la voce, che a volte è ferma, altre volte agitata, dice: doppio pericolo, tornante a sinistra con pietre.
Leggere la mappa significa intuire. Intuire significa guidare prima dell’altro. L’altro è quello che guida per davvero, il compagno che tiene il volante tra le mani. Tecnicamente un capitano.
Ma non esiste un capitano senza un mozzo di bordo. Non c’è stata una maglia gialla senza un gregario. Non esiste un numero 10 senza un mediano. Le barche nel canottaggio sono spinte dai muscoli dei vogatori ma pure dal ritmo scandito dal timoniere. Vuoi fare il record del mondo dei 10 mila metri? Ti serve una lepre. Per vincere a Kitzbühel ti serve lo skiman più bravo. Per prenderti la corona dei pesi massimi devi avere avuto un grande sparring e all’angolo un signor secondo.
È un’arte veloce, quella del navigatore alla Dakar. Colpo d’occhio, connessioni rapide, intesa col pilota. È la spalla che tra le spalle dello sport meno può indugiare e per intero deve darsi. Tanto che col tempo lo avremmo ribattezzato co-pilota, i francesi ci sono arrivati prima di tutti con il loro co-equipier. Il navigatore più navigatore di tutti nell’età classica dei rally si chiamava Mario Mannucci. È morto una decina d’anni fa. Era l’alternativa ego di Sandro Munari. Insieme furono la prima coppia tutta italiana a vincere a Montecarlo. Mannucci lo chiamavano il Maestro perché – disse Miki Biasion a Motorsport quando morì – «ha trasformato il ruolo del navigatore, affidato di solito a un amico che condivideva le sorti del pilota, in una figura professionale. È stato un capostipite. Il primo co-pilota che ha interpretato il ruolo da professionista».
Milanese del 1942, Mannucci era nato pilota avendo al suo fianco la moglie, Ariella Pangaro, nel ruolo di cronometrista. Fu Cesare Fiorio, come ds della squadra corse HF-Lancia, a notarlo e affiancarlo prima a Sergio Barbasio dopo la morte di Luciano Lombardini, poi a Sandro Munari, insieme al quale avrebbe poi vinto tanto, sia con la Fulvia sia con la Stratos. Si passavano all’epoca giorni e intere notti in macchina, era un lavoro, era una vita di condivisione. Quando saltò per aria l’intesa con Silvio Maiga, e accanto a Munari tornò lui, Mannucci disse al Corriere d’informazione che il co-équiper «deve essere anche fratello, amico, madre, moglie, amante».
Di Munari sapeva come spegnere certe fumantinerie. Un navigatore deve avere una visione globale. Il percorso, la logistica, il regolamento. Deve restituire ogni sfumatura con il timbro della voce. Dal tono e dalle pause di Mannucci, disse una volta Munari, lui già capiva se stavano andando piano o forte.
Aveva l’hobby della cucina. Aveva restaurato una vecchia cascina e aperto la Vecchia Gorla, una taverna frequentata non solo dai fan della velocità di Monza, ma pure dai vari Arturo Merzario, Vittorio Brambilla, Andrea De Adamich.
Le cronache degli anni Settanta ci restituiscono anche il menù. Pizzetta a base di formaggio, cipollette e paté tartufato. Risottino alla pirata con caviale salmone o spaghetti primavera con verdure. Secondi: porchetta cotta nel forno a legna e grigliate di carne e pesce alla carbonella.
Poi i tempi cambiano, le mamme invecchiano, le edicole chiudono, e pure la cartina del navigatore è diventata digitale. Già alla scorsa Dakar il roadbook si scaricava, non si sfogliava. In questa edizione si chiama Unik4 e in sostanza consiste in un tablet installato sempre nella metà di destra dell’auto, oppure per i camion al centro. È connesso al GPS e lo schermo è diviso in tre sezioni. Il file di ogni tappa viene caricato 10 minuti prima della partenza e ha gli stessi colori della versione su carta. Ma i navigatori dispongono ormai solo della versione elettronica. I pulsanti, se interessa, sono rosa e grigi. Il tablet è in sostanza uno sfogliatore di un PDF. A Motorsport, il navigatore di Carlos Sainz – si chiama Lucas Cruz – ha detto che le note sono piccole e difficili da leggere quando in macchina si va a tutta velocità. «Sul tablet è scritto tutto più piccolo. Su carta puoi lasciare il foglio piegato a metà con una mano, mentre dai un’occhiata all’altro, sul tablet è tutto più lento. E quando il terreno diventerà molto accidentato, leggere le informazioni sarà difficile». Prima o poi qualcosa andrà detta anche agli editori.
Mathieu Baumel, il navigatore di Nasser Al Attiyah, invece si trova benone. «La grande differenza è l’utilizzo del telecomando per segnare le note, cambiarle e controllare il contachilometri. Sono serviti 1-2 giorni per farlo accuratamente, ma adesso direi che siamo contenti». Anche con i televisori nelle case in effetti fu shock passare dalle manopole ai tasti. Baumel nel dice che rispetto ai giorni di Mannucci è cambiato il modo in cui un navigatore lavora all’interno dell’auto. «Devi pensare molto più velocemente e prendere decisioni molto più rapidamente rispetto al cartaceo. È anche più interessante perché devi lavorare insieme al pilota».
Qualche anno fa, Franco Esposito e Dario Torromeo hanno pubblicato un libro dedicato alle spalle nello sport, dal titolo Dentro i secondi (Absolutely Free) e nella prefazione Emanuela Audisio scrisse che “i Sancho Panza sono oscuri, invisibili, ma fondamentali. Sono compagni di vita e di avventura che non si lasciano disarcionare. E che permettono di cavalcare i sogni. Ognuno ha il suo motivo conscio o inconscio per essere scudiero e non cavaliere. Per dare agli altri invece di trattenere per se stesso. E per non fare parte del lato A. Forse è un’assenza di vanità, troppo poco amor proprio o eccessiva consapevolezza”.
Sancho e Don Chisciotte sono insieme per Cervantes la tesi e l’antitesi, il libro e l’anti-libro, sono opposizioni simultanee. Una coppia che allo stesso tempo scompagina e amalgama. Michail Bachtin in L’opera di Rabelais e la cultura popolare (Einaudi, 1965) disse che “il ruolo di Sancho in rapporto a Don Chisciotte potrebbe essere paragonato a quello delle parodie medievali in rapporto alle ideologie e al culto ufficiale”. Perciò Cervantes manda in scena il contadino scudiero molto presto nel suo romanzo, già nelle prime pagine. La sua prima azione è lasciare la moglie e la famiglia per unirsi al cavaliere che glielo chiede, attenzione non per gloria, ma promettendogli ricompense. Le prime parole che Sancho pronunzia sono: «Guardate, signor cavaliere errante, di non dimenticarvi quel che dell’isola mi avete promesso, ch’io la saprò governare, per grande ch’essa abbia ad essere». Una spalla si dà ma del riflesso di quel darsi vive. Scrive Cervantes che Sancho “sul suo somaro pareva un patriarca”. Siamo nel terreno che ispirerà il romanzo moderno d’Inghilterra, legati ai valori della borghesia in ascesa e del capitalismo nascente, siamo molto distanti dunque dall’Acate di Enea, che porta le armi all’eroe e lo accompagna nell’antro della Sibilla.
C’è insomma chi vince prestando il fiato e le gambe alla gloria altrui, ma c’è chi quel fiato e quelle gambe sa raccoglierle e trasformarle in qualcosa di più alto. Per il giovamento comune.
I mediani
Le gambe in prestito sono quelle dei mediani. A Gianni Rivera concedeva le sue Giovanni Lodetti, detto Basletta per via del mento pronunciato. “Basletta – scrisse Gianni Brera nella rubrica L’Arcimatto sul Guerin sportivo (3 maggio 1965) – è un ingegno candido. In altri tempi avrebbe fatto il cursore di Milziade guardandosi bene dal gridare Nikè! in certe precarie condizioni di fiato; avrebbe anche vinto la corsa dei lacché lombardi, che si disputava a Ferragosto”. Mentre Rivera, beh, Rivera si sa che “intorno alla palla indugia più che non convenga. Rivera è avvezzo all’indugio, al numero danzato. La qual cosa è disdicevole (e pericolosa) per un rifinitore, deleteria per un costruttore” (18 maggio 1964).
Con Gianni Mura su Repubblica nel marzo del 2014 il Basletta si confessò: «La domenica giocavo due partite, al mattino coi ragazzi, al pomeriggio con quelli più grandi. Non mi è mai pesato. Poi ho lavorato da garzone meccanico per dare una mano in casa. Eravamo quattro fratelli, due sono morti giovani. Mio padre era falegname. El dané dana, ripeteva mia madre, il danaro danna, ma forse era un modo per consolarsi di essere poveri. Il mio primo ingaggio me l’ero trovato con la Pejo, a Milano. Quando sono andato a dirlo al prevosto ha tirato un pugno sul tavolo che sembrava un tuono. Niente da fare, per te ho altri piani. Cioè il Milan, un anno dopo. Mi ricordo che c’era la festa di san Giuseppe e arriva un dirigente del Milan, Trapanelli. Mi hanno pagato centomila lire e una muta di maglie. Liedholm mi aveva ribattezzato Bikila. Lo marcavano, Rivera, ma si faceva trovare smarcato. Non è vero che non correva. Correva, ma io correvo il doppio ed ero orgoglioso di correre anche per lui, perché ci faceva vincere. Quando Rivera è diventato presidente del Milan gli ho telefonato per dire che avrei fatto volentieri l’allenatore di ragazzini, mi andava bene tutto. Freddino, mi ha detto che al momento non c’erano possibilità e mi avrebbe fatto sapere. Dopo tre mesi di silenzio ho saputo che il posto l’aveva dato a Ferrario. E con lui ho chiuso, senza rancore ma anche senza una gran voglia di rivederlo o richiamarlo».
L’egocentrismo dei numeri uno insieme con l’agonismo dei numeri mille. Se la miscela funziona, non può fermarti nessuno. Giovanni Furino correva per Michel Platini. Esposito e Torromeo l’hanno descritto così: “Non bello, gambe arcuate, da fantino, capelli scarsi. Era etichettato come brutto, sporco, cattivo. Temperamento da duro, al dirimpettaio negava persino l’aria. Sì, vita da mediano, ma un polpo. I suoi tentacoli brevi si appiccicavano agli avversari, di norma numeri dieci”. Lui raccontò a Maurizio Crosetti per Repubblica: «Ho sempre usato molto i verbi al condizionale, sono fatto così, non spaccio certezze. Diventai juventino a dodici anni, poi calciatore, e ho sempre sporcato tutte le maglie che ho indossato, tutte, santo Iddio. È stata una lunga mischia e una bellissima avventura».
Il timoniere
Il più piccolo di tutti e il più famoso, dava la schiena ai fratelli Abbagnale. Dentro il cognome di Carmine e Giuseppe c’era pure il suo, Di Capua, per tutti Peppiniello. Lui era il con di quei due. Era il ritmo. Col contacolpi tra le mani. L’uomo che decideva se fosse il momento giusto per accelerare o per controllare il vantaggio su quelli che inseguivano. Vinsero tutto insieme e lui anche un oro in più, ai Mondiali 1982 sullo scafo dell’otto pesi leggeri. Ultima gara il 5 maggio ’96. Restava fra i 54 e i 55 chili senza aver mai rinunciato a pasta e dolci. Per 20 anni con i due fratelloni di Castellammare non hanno fatto altro che scambiarsi dei lunghissimi silenzi. «Specialmente a ridosso della gara non si parlava. Non ci faceva bene. C’era spazio per qualche confidenza, di tanto in tanto. Fuori dagli allenamenti ci vedevamo poco. Già stavamo insieme due volte al giorno, mattina e sera. E poi una pizza vai a mangiarla con gli amici, non con un fratello. Giuseppe e Carmine avevano i loro, io avevo i miei».
Quando ha lasciato, Peppiniello si è dedicato all’azienda di famiglia. Il biscottificio Cascone ha cent’anni di vita. Si è messo a impastare farina e zucchero, impastare e infornare, il fuoco finalmente dopo tanta acqua.
Sul ring
Il miglior numero due dei migliori numeri uno è stato Angelo Dundee. È stato il papà oltre le corde per Muhammad Ali, la faccia su cui posare lo sguardo nei momenti difficili. Aveva origini calabresi. Il primo pugile che portò al titolo mondiale fu il peso welter e poi peso medio Carmen Basilio, uno che si faceva il segno della croce dopo il combattimento, non prima, perché – diceva – «Dio non ti aiuta se non sai boxare». Angelo si era aperto una palestra con suo fratello Chris a South Beach, Miami. Ali si chiamava ancora Clay quando lo raggiunse là, con la medaglia d’oro vinta ai Giochi di Roma ancora fresca. A Dundee vengono attribuite due mosse strategiche decisive in due match storici: fece allargare il ring per la rivincita con Liston nel 64 per evitare il corpo a corpo e fece allentare le corde a Kinshasa nel 74 per il combattimento con Foreman. Slacciava il guanto 10 secondi prima del gong se c’era bisogno di guadagnare altro tempo e rifiatare. È stato all’angolo di Ray Sugar Leonard, poi dello stesso Foreman per il Mondiale tardivo nel 94, da quarantacinquenne, contro Moorer.
Le lepri e i gregari. Quando la spalla esige il ruolo
Il gregario è per definizione l’uomo che corre per un altro. Negli anni ’50 Tito Poggio scrisse un romanzo sportivo per ragazzi che aveva proprio per titolo Il gregario e Gianni Rodari dedicò una delle sue Filastrocche in cielo e in terra a questa nobile figura.
Filastrocca del gregario / corridore proletario / che ai campioni di mestiere / deve far da cameriere / e sul piatto, senza gloria / serve loro la vittoria. / Al traguardo, quando arriva, / non ha applausi, non evviva. / Col salario che si piglia / fa campare la famiglia / e da vecchio poi si acquista / un negozio da ciclista / o un baretto, anche più spesso, / con la macchina per l’espresso
Quelli di Coppi venivano chiamati angeli ma quando il gregario era Coppi (di Bartali), finì per portargli via il Giro d’Italia.
Il gregario è un frutto del clima del dopoguerra. Forse perché nasceva un Paese che voleva risollevarsi rimanendo unito. Forse una spalla acquisiva dignità civile e letteraria. Più tardi, in pieno boom economico, Sergio Zavoli e il Processo alla tappa iniziarono a esaltare le storie dei modesti e le imprese di un giorno. Gregorio il gregario, un ex contadino friulano sfruttato dal suo capitano, diventò un celebre personaggio per uno sketch di Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi in Giro a segno, la trasmissione che viaggiava al seguito della corsa. Quando doveva salutare la mamma, alla fine dell’intervista, Gregorio era così gregario che preferiva salutare la mamma del suo capitano.
Succede nel ciclismo che a un certo punto il compagno di squadra si accorga di essere così all’altezza del suo capitano da farsi venire la tentazione di – come dire – sgregariarizzarsi. La storia delle bici ne è piena. Solo per restare tra gli italiani più recenti è accaduto a Cunego con Simoni e a Bettini con Bartoli.
Certe volte, nell’atletica, capita che pure le lepri si sleprizzino. Il primo ad averne fatto uso si dice che sia stato Roger Bannister quando nel 1954 attaccò il primato del miglio e la barriera dei 4 minuti. I due battistrada che facevano il ritmo si chiamavano Chris Brasher e Chris Chataway. I montepremi messi in palio degli organizzatori dei meeting per avere i record del mondo hanno professionalizzato la figura. La lepre è una figura dell’atletica industriale. Può perfino capitare di vederne 41 tutte assieme schierate attorno a Kipchoge, come guardie del corpo, per correre la prima maratona sotto le due ore. E può persino succedere che sia una lepre sir Mo Farah, collezionista di ori olimpici e mondiali.
Quando la lepre è troppo lepre, il cacciatore non la prende.
Alla maratona di Fukuoka di una decina d’anni fa, Eliud Kiptanui partì con un ritmo folle, passò al quinto km in 14 minuti e poco più, tra il km 15 e il km 20 aveva fatto il vuoto. Si guardò attorno e si accorse che non era più Bombolo o Cannavale, non era più il Mario Castellani di Totò, era diventato l’attore protagonista del film.
Oddio, e adesso?
Lo fermarono i produttori, gli organizzatori, sventolandogli una bandiera nera davanti agli occhi.
Non si ruba la parte degli altri. Non siamo mica dentro Eva contro Eva.
Finché 4 anni fa, alla maratona di Eindhoven, il kenyano Festus Talam che doveva scandire il ritmo per l’etiope Derisa Roba, si trovò davanti, molto davanti, seppe che Roba si era ritirato e tirò dritto allora per conto suo. Giorgio Cimbrico scrisse: “Come capita nel mondo animale, la lepre fugge più veloce che può per sfuggire ai cacciatori o ad altri animali che possono mettere in pericolo la sua vita, ad esempio l’implacabile ghiottone. Festus the Fast, il veloce, non ha fatto che comportarsi come gli suggerivano il suo istinto e la sua condizione: se era il più forte, perché doveva correre per gli altri?”.
Hollywood impiegò otto anni di storia degli Oscar per accorgersi che meritavano una statuetta l’attore e l’attrice non protagonista (1937). Oggi i cameo al cinema sono uno svolazzo di cui vantarsi quanto un grande ruolo. La NBA invece premiò sin dalla prima edizione il giocatore capace di servire più assist. E se la foto più famosa dello sport italiano è quella tra due uomini che si passano una borraccia, ci deve essere allora qualcosa di misterioso e magico nel sentirsi le gambe di un altro, i polmoni di un altro, i piedi di un altro.
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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