Lo Slalom del 15 luglio | Cosa leggere, sapere e vedere

 

#40  giorni agli US Open di tennis

 

     

►  LUKA MODRIC è arrivato a Milano. È il primo Pallone d’oro che mette piede in serie A dopo Cristiano Ronaldo alla Juventus. Il Corriere della sera scrive che il campione quarantenne ha pronunciato parole da leader [«Stai costruendo una squadra vincente?» ha detto a Tare] e che Allegri ha un piano che prevede un suo impiego da jolly a centrocampo.

◇  Luis Enrique si è dato dello stupido per il finale turbolento di Chelsea-PSG e per lo schiaffo mollato a Joao Pedro. Lo scrive Marca ma questo mezzo pentimento non lo mette al riparo da sanzioni o squalifiche della FIFA. 

◇   Donte DiVincenzo è diventato cittadino italiano in tempo per gli Europei, saltando qualche decina di migliaia di persone in fila meno brave a mettere la palla in un canestro. Il Corriere della sera parla di capolavoro diplomatico del presidente Petrucci”. Non fu invece colpa sua la disfatta per Paolo Banchero. Giulia Arturi sulla Gazzetta dello sport ha scritto che Pozzecco avrà a disposizione un campione vero: esperienza, qualità, personalità.

◇  Il Settebello ha vinto ai rigori [17-16] contro la Serbia oro olimpico la seconda partita del girone eliminatorio ai Mondiali. La qualificazione diretta ai quarti di finale come prima del gruppo è vicina. Franco Carrella sulla Gazzetta dello sport sottolinea però un grosso errore degli arbitri a danno della Serbia. Dopo 3’35” è stato espulso per fallo aggressivo il capitano Nikola Jaksic “mimando una manata sul volto di Iocchi Gratta, ma è una decisione assurda (e non può essere riconsiderata dal Var)”. Oggi la Nazionale femminile gioca contro Singapore per garantirsi il secondo posto nel girone e dunque il passaggio agli ottavi. 

 

 

   

Singapore è una giungla ammaestrata. È il porto più salubre dell’Asia

Jean Cocteau

 

I Mondiali delle acque libere e soprattutto sporche

Palawan Beach, sull’isola di Sentosa, ha un nome da catalogo e da agenzia di viaggi. Mica come la Senna, quel nome melmoso che si attaccava al palato, il fiume che gli eccentrici smisurati sciovinisti francesi si erano messi in testa l’estate scorsa con la loro stupida grandeur di bonificare grazie ai soldi delle Olimpiadi per restituirla alla balneazione dopo averci fatto le gare di nuoto di fondo. Bleah.

Palawan Beach invece, vuoi mettere. Un nome da paradiso, una cartolina da paradiso, un nome da mare profumo di mare, con l’amore io voglio giocare. A Singapore, poi. Lo dicevano pure i Nuovi Angeli che a Singapore, vado a Singapore, e vi lascio al vostro dolore. 

E invece. Al posto della 10 km femminile stanotte c’è scappato un rinvio. Niente gare. Le condizioni dell’acqua non lo hanno permesso. Ci riprovano la notte prossima dopo la 10 km maschile. Stefano Arcobelli sul suo blog Questione di stile si domanda: La sicurezza e la salute prima di tutto, ma bisognava aspettare le poche ore prima delle gare per scoprire che le condizioni del campo gara dei Mondiali di Singapore sono al limite?”. 

Dopo i primi allenamenti, il ct della nazionale tedesca Bernd Berkhahn si era fatto sentire. Aveva trovato che l’acqua fosse inquinata, ma non era così fico come dir male dei francesi, così l’allarme è passato sotto silenzio. “L’acqua non è blu e turchese – aveva detto – nuotiamo molto vicino alle navi cargo. È un parco bellissimo, ma l’acqua non è così invitante”. 

Arcobelli riferisce anche problemi con le meduse. “Prendersi 24 ore basterà, o davvero bisognava monitorare meglio le condizioni dell’acqua e forse cambiare location. Il fondo sempre più ad alto livello resta gestito come sempre dalla federazione mondiale: in modo approssimativo”.

Gli eventi in programma sarebbero sette: tre maschili, tre femminili e uno misto. La novità è la 3 km knockout race, così la chiamano, non è colpa di Slalom, si tratta di una gara a eliminazione diretta testata nelle ultime due stagioni in Coppa del mondo. Nel primo turno da 1.500 metri vengono eliminati tutti quelli dal 20esimo posto in giù, il secondo turno da 1.000 metri promuove i primi-10 alla finale, uno sprint da 500 metri assegna la medaglia d’oro. 

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I temi del giorno

 

    

In difesa di Elena Pero

Le ultime briciole del banchetto di Wimbledon sono certe invettive contro la politica italiana assente dalla tribuna dell’All England Club [polemica su Abodi assente titola Repubblica] e il dibattito sulle telecronache. Dibattito – diciamo così – per nobilitare il buzz. Stamattina ci torna Aldo Grasso sul Corriere della sera ricordando le critiche a Elena Pero di Sky perché non fa il tifo per Sinner, perché si dispiace quando un avversario commette un errore, perché la telecronaca non è all’altezza, perché chi paga l’abbonamento a una pay tv ha diritto di dire che è inadeguata, perché stravede per Djokovic e Alcaraz, perché Clerici era un’altra cosa… L’hanno criticata chi? I soliti «idioti da tastiera», che bisognerebbe ignorare ma, purtroppo, la moderna tecnologia fa in modo che loro non ignorino noi.

Elena Pero è ai primi tre posti del cuore di Slalom tra le 10 voci extra-calcio preferite. Aldo Grasso invita a portare il discorso sui binari giusti. Tre sono i vizi capitali di molti telecronisti. Il primo – dice – è che spesso, anche i più bravi e preparati, confondono la telecronaca con la radiocronaca. Non stanno mai zitti e si potrebbe seguire l’incontro a occhi chiusi. Non è il caso di Pero. Il secondo è che molti telecronisti, sto parlando soprattutto di calcio, tifano per una squadra e, nonostante alcuni accorgimenti, alla fine la loro «fede» viene sempre fuori. Persino quando giocano le nostre Nazionali bisognerebbe non lasciarsi trasportare troppo dalla passione. Pero rileva gli errori dei nostri ed esalta i colpi ben riusciti degli avversari, o viceversa. Il terzo vizio è quello da gogna infernale. Il telecronista, invece di essere al servizio dell’incontro, pretende che l’incontro sia al suo servizio. Per eccesso di protagonismo (l’incipit studiato a tavolino, la troppa confidenza con il commentatore tecnico, il tono di voce, il carattere assertivo, ecc.), il soggetto principale della telecronaca diventa lui stesso. Non mi sembra sia il caso di Pero.

  Repubblica: Sinner non stop, l’America già chiama il re”  |  “Canederli e montagna, la vita semplice della nuova royal family   Maurizio Crosetti ha scritto: La regina d’Inghilterra si chiama Siglinde e faceva la cameriera. Il suo principe consorte, di nome Hanspeter, invece faceva il cuoco in un rifugio dolomitico. Chef stellato, ma nel senso delle stelle alpine. Il suo orgoglio è la Padella dell’Alpinista, inventata ormai una ventina d’anni fa: rosticciata di canederli, filetti di maiale, salsa gulash e cavolo cappuccio. Buona, ma per stomaci forti: si digerisce al quinto set

▥   PARIGI VAL BENE UN RIMPIANTO La Gazzetta dello sport: Guida Sinner, prossima fermata il Grande Slam”   Federica Cocchi ha scritto: Per fortuna sul campo si muove con maggiore sicurezza rispetto alla pista da ballo. Con i se e con i ma non si fa certo la storia del tennis. Eppure, a ben pensarci, Jannik Sinner è andato a un solo punto dal completare lo Slam di carriera. Se solo quei match point a Parigi fossero entrati, l’altoatesino avrebbe vinto consecutivamente Us Open, Australian Open, Roland Garros e Wimbledon.

▥   ASPETTANDO FONSECA La Gazzetta dello sport: Ora Laver è più vicinoSinner e Alcaraz, sulle orme di Rod il Grande Slam è più vicino   Paolo Bertolucci ha scritto: Sinner e Alcaraz fanno uno sport a parte, sono due uomini soli al comando. Ormai non c’è superficie che favorisca l’uno o l’altro, anche nella finale di Wimbledon si è visto che quando uno dei due mette in campo un 3% in meno, viene portato via. E poi è cambiato tutto, parliamo di uno sport sempre più fisico e meno tecnico, racchette e palle diverse, ma anche superfici diverse. All’All England Club ho visto una foto del 1985, sull’erba c’era un solco verticale fino alla rete, non in orizzontale dietro. Ora si palleggia dal fondo in una maniera inimmaginabile, specie dalla Jannik e Carlos tirano dei colpi impressionanti all’interno di scambi che possono durare anche sette, otto colpi. Non Djokovic, la cui palla ormai viaggia a 20 chilometri orari in meno. Poi magari arriverà qualcun altro, magari Fonseca, ma per tre anni il palcoscenico è dei due eredi di Rod Laver.

 

Gli scarti ai Mondiali di pallanuoto

La pallanuoto non riesce a venire a capo di questa storia, a trovare l’equilibrio tra la competitività e l’inclusione. Forse 16 partecipanti ai Mondiali sono ancora troppe, se gli scarti delle partite nei gironi continuano a essere gli stessi dopo tanti anni. Nel torneo maschile dopo le prime due giornate ci sono state 8 partite finite con un margine superiore ai 10 gol di scarto, di cui due sopra i 15 gol e due sopra i 20. Lo scarto medio è stato finora di 10,3 gol. Un anno fa in due giornate le partite senza trama erano state sette, con un 33-3 dell’Italia al Kazakistan. 

Tra le donne il solco è ancora più ampio. Le partite con almeno 10 gol di scarto sono state finora dieci, una è andata sopra i 30, quattro sopra i 20, quattro sopra i 15. L’anno scorso alla fine dei gironi erano state 12, compreso un 32-1 dell’Australia su Singapore, un 32-3 delle USA sul Kazakistan, un 25-2 dell’Italia sul Sudafrica. 

Dice: ma pure nel calcio l’Australia batté le Samoa per 31-0 e la Germania per 13-0 San Marino. Certo, ma erano partite di qualificazione. È sacrosanto che al turno preliminare partecipino tutti. Come alle batterie dei 100 metri alle Olimpiadi ci sono velocisti da 12 secondi. È alle finali dei Mondiali che non ti aspetti di vederne. Altrimenti c’è un problema. 

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Le analisi

        

L’inutile tentativo di provocare Pogačar

Hanno isolato Pablo, ma Pablo è vivo. Pablo sarebbe in queste righe Tadej Pogačar perché fa molto fico citare Francesco De Gregori in un martedì mattina di metà luglio. Lo hanno isolato le circostanze e i calabroni. Le circostanze sono la mala suerte che lo ha privato di Joao Almeida, il suo più fido scudiero sui tratti di montagna. I calabroni sono i ciclisti della Visma, i cattivi della storia, o forse i buoni se vogliamo dare il ruolo del villain ammazza-Tour a Pogačar. La Visma sta facendo di tutto per mettere la maglia gialla sotto pressione. Una volta manda Matteo Jorgenson nella sua scia mentre quello fa rifornimento per innervosirlo, un’altra volta mette i suoi uomini davanti a tutti per tirare il collo al gruppo e prosciugare le energie degli UAE.Pavel Sivakov, altro compagno di Pogačar, s’è ammalato, così ieri sono rimasti a smazzarsi la fatica Nils Politt e Tim Wellens, con un supporto nel finale di Jhonatan Narvaez e Adam Yates che viene definito evanescente da chi ne capisce. 

Chi ne capisce è l’immaginifico Alexandre Roos su L’Équipe, dove stamattina riferisce dei Visma irrequieti e di un Pogačar imperturbabile. 

Ci sarebbe piaciuto restare lassù, sul magnifico altopiano della Croix Saint-Robert, con le mucche al pascolo estivo, un santuario di calma in mezzo ai rilievi panciuti e dolci della Chaîne des Puys, un riposo per la vista dai colori tenui, il giallo delle erbe bruciate dall’estate, la malva, il blu dei fiori selvatici, il beige delle mandrie. Ma il Tour de France non si ferma mai, con la sua furia, la sua vivacità, la sua inesorabile avanzata, e lunedì, furioso nonostante la sua atmosfera pacifica, non ha fatto eccezione.

La tappa sul Massiccio Centrale, piantata alla fine di una settimana di tracciati piatti come frittelle e alla vigilia dei Pirenei, ha fatto uscire Pogačar dalle molteplici trappole con un vantaggio di 1’17” su Vingegaard, senza che il danese sia mai riuscito a metterlo in difficoltà. Tadej è stato così lucido da controllare la corsa facendo in modo di lasciare la maglia gialla a Ben Healy e risparmiarsi così tutta la trafila del podio, della pipì da controllare e delle interviste. Un po’ di tempo di recupero in più, una mossa azzeccata – spiega Roos – considerando che ieri sera c’era una trasferta di oltre 3 ore e mezza per arrivare a Tolosa e vivere il primo giorno di riposo.

Pogačar ha lanciato pure un attacchino a circa 1,5 km dal traguardo, così, per vedere di nascosto l’effetto che fa, attaccare non sarebbe compito suo, ma l’ha fatto a Rouen, l’ha fatto al Mûr-de-Bretagne, ci ha riprovato. Vingegaard si consola pensando di non essere stato staccato, ma a un certo punto dovrà porsi la questione di attaccare, provare lui a staccare il Mostro Giallo. 

Filippo Maria Ricci sulla Gazzetta definisce lo sloveno un Lone Ranger, uno sceriffo senza aiutanti”. Tuttavia Tadej Pogacar fa quello che vuole, e dice quello che vuole. Dopo 10 tappe, il suo controllo su questo Tour de France ha le sembianze di una morsa

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Entrando nella magnifica riserva del Massiccio Centrale nota come Puy de Dôme siamo stati travolti dal verde. Il primo pensiero è andato a quelle grandi scatole di matite a colori. Siamo in una zona vulcanica, ma qui le tonalità della tinta della speranza non hanno limiti, fanno ciò che vogliono disponendosi di fronte alla vista come un ventaglio meravigliosamente sconnesso

FILIPPO MARIA RICCI, la Gazzetta

La squadra di Vingegaard aveva fatto di tutto per preparargli il terreno. Avevano piazzato due figure nella fuga di giornata, Simon Yates e Victor Campenaerts, mentre Matteo Jorgenson aveva il solito compito di innervosire Pogačar nel finale. L’americano ha attaccato quattro volte sopra Murol, a una ventina di chilometri dal traguardo, poi sul Col de la Croix Saint-Robert, e ogni volta lo sloveno gli è andato dietro. I calabroni lo hanno molestato in discesa come al Delfinato, ma la battaglia psicologica per ora è stata un pitoffio nell’acqua. 

Simon Yates se non altro si è preso la tappa. Non si spunta su una vittoria di tappa al Tour – dice Roos – ma cambia la carriera del britannico, aumenta il prestigio della sua squadra, quando pensavamo che avrebbero cercato di far qualcosa per la classifica?

Ben Healy è andato a dormire vestito di giallo. Sono passati 37 anni da Stephen Roche, l’ultimo irlandese. È il quarto del suo paese a mettersi in testa alla classifica del Tour, gli altri sono stati Seasmus Elliot nel 1963 de Sean Kelly nel 1978. Dovrebbe poter tenere la maglia fino a giovedì, quando la località d’arrivo porta quel nome spaventoso e leggendario di Hautacam. Coraggio, sta iniziando il Tour. 

|  mappe  Con i trasferimenti in pullman stiamo esagerando

Tre ore e mezza di trasferimento, racconta Roos. Corpo di mille balene. Proprio qualche giorno fa Le Monde raccontava di come il Tour de France in bicicletta sia diventato col passare degli anni la Grande Boucle in autobus. Il 1957 è stato l’ultimo anno in cui il Tour de France ha percorso effettivamente la Francia per intero in bicicletta. Con partenza da Nantes e arrivo a Parigi dopo 4.665 chilometri, senza trasferimenti. In ogni tappa la città di arrivo era anche la città di partenza del giorno dopo. Facile. 

Non succede più. Anzi. Dal 2000 al 2025, sottolinea Le Monde, le edizioni del Tour hanno abusato dei trasferimenti: in media 1.365 km in linea d’aria e 1.828 su strada. Le prime 33 edizioni, tra il 1903 e il 1939, hanno previsto solo due trasferimenti per un totale di 400 km su strada nel 1904 e nel 1906. Erano però tappe che spesso superavano i 300 km di corsa. L’edizione 2025 sta per battere tutti i record: un percorso di 3.338 km in bicicletta contro 3.101 km di trasferimenti in autobus o in aereo. Qui c’è anche un bel grafico del giornale francese sul fenomeno, anno per anno, mentre qui si trova una mappa interessante dei dipartimenti attraversati dal 1903 al 2025, sulla frequenza dei passaggi nelle varie aree della Francia secondo le diverse epoche. Un modo alternativo di passare 10 minuti sotto l’ombrellone, ma anche sotto l’aria condizionata in ufficio, casomai.

 

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Interpreti

Pare che ci stiamo giocando pure Lamine Yamal

    Neppure il tempo di diventare famoso, benedetto ragazzo, e già ci fai preoccupare. Sul conto di Lamine Yamal nell’ultimo mese se ne sono dette e se ne sono lette abbastanza da far scrivere stamattina a L’Équipe  che ormai si trova nella tormenta. 

Tutto è deflagrato definitivamente sabato per la festa dei suoi 18 anni. Lamine è diventato maggiorenne e si è voluto regalare un grande evento in una villa nel Garraf, una delle comarche di Barcellona. Regola numero uno: divieto di usare i telefoni. Regola numero due. Nessun’altra regola. La festa aveva come tema: i gangster. Ecco. Pare che pure la torta gigante fosse all’altezza della fama. Ne scrive anche Paolo Tomaselli sul Corriere della sera riferendo di una pistola forse di marzapane o forse no che stava in cima. Parla di sfoggio di coppole, anelli e collane, di dollari con il volto del giocatore sulla torta più kitsch di sempre

C’erano alla festa compagni di squadra, cantanti, creatori di contenuti [ehm], Gérard Piqué e Charles Leclerc. Una volta si diceva: una festa con nani e ballerini. Era una formula assai anni Ottanta. Era per dire: con tutte le attrazioni Barnum possibili e immaginabili. Yamal deve essersi fatto ispirare alla lettera. La denuncia è stata mossa dall’Associazione che tutela i diritti delle persone con acondroplasia e altre displasie scheletriche [ADEE]. La sua presidente Carolina Puente ha detto che quando un personaggio così in vista si permette una situazione del genere, il danno è ancora maggiore, perché trasmette alla società e ai più giovani l’idea che la discriminazione sia accettabile. Ma uno degli intrattenitori ingaggiati alla festa ha difeso il giocatore dicendo che nessuno gli ha mancato di rispetto. Frase chiave: «Lasciateci lavorare»

Su Telecinco, la modella Claudia Calvo ha detto che il giocatore aveva chiesto a un’agenzia la presenza alla festa di dodici ragazze di compagnia. L’Équipe aggiunge le virgolette. Un lavoro tra i 10.000 e i 20.000 euro a compagnia. Poi la signorina Calvo si è rimangiata tutto, ma le sue parole iniziali sono bastate a riaccendere il dibattito sulla reputazione di Lamine Yamal, sotto i riflettori fin dall’adolescenza – scrive il giornale francese – e forse meno protetto rispetto alle stelle del passato alla sua età, in un momento nel quale anche l’immagine gioca un ruolo nella corsa ai premi individuali. Scritto dal giornale che appartiene allo stesso gruppo editoriale di France Football, assomiglia a un avvertimento, un monito direbbero dal Quirinale. 

Il giornalista Javier Giraldo lo ha difeso, parlando della necessità di staccare e dell’esigenza di normalità che avvertono ‘sti ragazzi carichi di gloria e di fama.Con quest’esigenza di normalità non tornano in effetti i 20.000 euro a compagnia e i nani alla festa, casomai ti aspetti una sbocciata a piazza San Giovanni, una domenica ai Cento Scalini di Gaeta, ma Yamal che ne sa di Gaeta.

L’ultima volta che lo abbiamo visto in campo era inizio giugno per le Final Four di Nations League, quando fu implacabile con la Francia e un fantasma contro il Portogallo, uscendo dal campo senza aver stretto la mano a Cristiano Ronaldo, con un atteggiamento che l’Équipe racconta essere stato giudicato come arrogante e irrispettoso. In vacanza, prima della festa, si è segnalato per un servizio uscito su un tabloid che riferiva di una relazione con un’influencer tredicenne, poi per un viaggio in Brasile e una giornata trascorsa con Neymar, con cui condivide – aggiunge L’Équipe – diverse passioni, vai a indovinare quali. 

Tutte queste informazioni non hanno mancato di irritare molti tifosi catalani. Le ultime polemiche non sono riuscite a rassicurarli

  Repubblica: La rivincita di Maresca, lo scacchista che studia Pep  ➔  Emanuele Gamba ha scritto: A Parma era ancora dogmatico, predicava un calcio probabilmente utopico e senz’altro guardiolano. Ma Pep lo si può studiare, non imparare. La seconda nasata è stata decisiva, perché la vocazione per il gioco propositivo ma l’ha modulata con i principi dell’italianismo: ha mescolato gli stili, raffinandoli entrambi.

▥   La Stampa: Maresca il nostro Pep e le panchine in fuga  

▥   La Gazzetta dello sport: Maresca e l’Italian style. È lui il più vincente della nuova generazione


 

Le immagini della giornata di ieri

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Marta non ha smesso di giocare

Gli Europei femminili di calcio entrano da domani nella fase finale con l’eliminazione diretta ma ci sono anche altri due campionati continentali in corso. Ne dà conto complessivamente la newsletter Full Time di The Athletic. La Svizzera si è qualificata da padrone di casa per la prima volta nella sua storia ai quarti. Ha avuto come premio l’accoppiamento con la Spagna. Le altre partite: Svezia-Inghilterra, Francia-Germania, Norvegia-Italia. Sono fuori l’Olanda campione due edizioni fa e la Danimarca semifinalista in più di un’occasione. 

Anche la Coppa d’Africa è arrivata ai quarti di finale. Si sta giocando in Marocco, dove due giocatrici del ricco campionato USA hanno portato con i loro gol lo Zambia ai quarti di finale. Sono Barbra Banda e Racheal Kudananji. I quarti di finale sono Nigeria-Zambia, Marocco-Mali, Algeria-Ghana e Sudafrica-Senegal. Si comincia giovedì. 

In Ecuador si sta giocando la Copa América. Marta è ancora in campo con la maglia del Brasile all’età di 39 anni, da titolare. È uscita a una ventina di minuti dalla fine lasciando il posto alla ventenne Dudinha, un momento simbolico che ci ha ricordato come presto potrebbe passare il testimone alla prossima generazione brasiliana ha scritto The Athletic. Intanto: 2-0 al Venezuela ieri sera  Marta ha confessato il suo fortissimo desiderio di diventare madre e dunque vede complicata la partecipazione ai Mondiali del 2027 che si tengono proprio in Brasile.

Il gol d’apertura del torneo è stato segnato dall’uruguagia Belen Aquino. Ce ne sono stati 13 nelle prime quattro partite. 

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Oggi

 

Dosso e Fabbri a Lucerna

Lucerna vuol dire canottaggio. Stasera però Lucerna si travesta da Losanna e si prende l’atletica leggera con il meeting del circuito Continental. Se ci fosse un biglietto ce ne andremmo a vedere i progressi di Zaynab Dosso. Venerdì è tornata ai suoi livelli dopo i guai al piede e certe prime uscite fatalmente al ribasso. Ha corso i 100 in 11.07 a Foligno, a sei centesimi dal suo record italiano. Stasera le avversarie sono la bahamense Camille Rutherford [10.96], la nigeriana Rosemary Chukwuma e la giamaicana Jonielle Smith, entrambe a 11.03 nel 2025. 

A Lucerna c’è pure Leonardo Fabbri, fresco fresco di 22,13 nel getto del peso a Lignano. Avversari: l’argento mondiale e oro d’Europa Konrad Bukowiecki, il norvegese Marcus Thomsen. Altra Italia presente: Joao Bussotti nei 1500, Alice Muraro nei 400 ostacoli. 

 

 

Kelly Doualla al debutto internazionale

C’è atletica pure a Brescia, la città dove Sara Simeoni batté il record del mondo di salto in alto senza che ci fosse la tv a riprendere la gara. La tv stasera c’è [diretta Sky] e c’è molta Nazionale italiana con il debutto assoluto sulla scena internazionale per Kelly Doualla, 16 anni da compiere a novembre, la ragazzina del Cus Pro Patria contro Marie-Josée Ta-Lou, Daryll Neita e Amy Hunt. A fine giugno ha corso a Rieti in 11.36. Vediamo, vediamo. E poi vediamo Tortu con ali contro Letsile Tebogo sui 100, Giada Carmassi contro Masai Russell sui 100 ostacoli, Coiro Bellò e Zenoni negli 800, al maschile Catalin Tecuceanu, i 1500 con Gaia Sabbatini, Zane Weir nel peso, Lorenzo Simonelli sui 100 ostacoli, Sara Fantini nel martello, Elena Vallortigara nell’alto contro Eleanor Patterson. Ma pure l’oro mondiale del salto con l’asta Katie Moon e quello indoor del triplo Leyanis Perez Hernandez. 

     

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