Lo Slalom del 10 luglio | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

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# 1 giorno alla Diamond League da Monte-Carlo

     

►  JANNIK SINNER ha messo una fascia al gomito e i problemi sono spariti. Ha battuto in tre set Shelton [Delitto perfetto titola Repubblica] e dovrà affrontare in semifinale Novak Djokovic – il quale ha battuto Flavio Cobolli. Oh, tutto questo è accaduto nel giorno dell’annuncio dell’addio al tennis di Fabio Fognini [Colpi vellutati e ribellioni, chiude a testa alta – Gaia Piccardi, Corriere della sera]. Nel torneo femminile si sono qualificate per le semifinali Belinda Bencic e Iga Swiatek. 

◇  Il PSG ha battuto per 4-0 il Real Madrid nella semifinale ai Mondiali dei club. Ancelotti è stato condannato a un anno di carcere in Spagna per evasione fiscale: pena sospesa. Retegui se ne sta andando in Arabia Saudita a giocare per l’Al-Qadsiah nell’anno che porta ai Mondiali. 

◇    Remco Evenepoel ha vinto la  cronometro di Caen al Tour de France e Tadej Pogacar ha conquistato la maglia gialla. Al Giro d’Italia femminile Reusser si è ripresa la maglia rossa in una tappa vinta da Gigante. 

◇  La F1 è in subbuglio per la separazione fra Chris Horner e la Red Bull dopo vent’anni trascorsi insieme. Leo Turrini su Sky Sport Insider ha scritto che alla fine è scoppiata la lattina e che per comprendere cosa sta succedendo bisogna partire dall’addio di Adrian Newey. Nelle ricostruzioni che si leggono su molti giornali la testa di Horner è saltata di fronte all’ipotesi che Verstappen lasciasse per andarsene alla Mercedes. Il ruolo di team principal e di CEO appartiene ora a Laurent Mekies, ex Ferrari. 

◇  La Nazionale femminile di pallavolo ha battuto anche il Belgio in Nations League e si è qualificata in anticipo per le finali. Egonu e Antropova si sono alternate nel ruolo di opposte: 10 e 12 punti a testa. Le azzurre sono imbattute da 23 partite. Oggi l’avversaria è la Serbia. 

 

   

Come artista, un uomo non ha altra patria in Europa che Parigi

Friedrich Nietzsche

 

Prendersi volentieri due ore per guardare il PSG

    Nessuno ha più così tanto tempo. Ce lo diciamo in continuazione. È per tutti così. Eppure tutti ripetiamo di avere mille cose da fare, e le facciamo. Come si fanno mille cose al giorno se non abbiamo tempo? Da qualche parte si nasconde una bugia, o nel tempo che manca o nelle cose che facciamo. Ci ragionava tempo fa Ilaria Gaspari su Il Post parlando della tirannia della scelta, il tema del libro della filosofa Renata Salecl per Laterza. 

Noi che agogniamo al tempo libero, ma poi non sappiamo che farcene. Noi che abbiamo vite sedentarie e facile accesso al cibo: così ci tocca correre su un tappeto che slitta, come i fondali alle spalle di auto guidate da attori con denti scintillanti nei vecchi film, per scoraggiare la pinguedine. Sprechiamo tre ore su una piattaforma di streaming a vagliare troppe proposte che si somigliano, per essere sicuri di non scegliere male, e quando finalmente troviamo un titolo non abbiamo più voglia di vedere nessun film, perché fra sei ore suona la sveglia. Noi, che volentieri ci vediamo una serie TV sorbendoci un episodio dopo l’altro in una sequenza che divora la notte, ma un film di tre ore lo snobbiamo perché troppo lungo: non abbiamo tempo.

La conclusione a cui giungeva Ilaria Gaspari sul Post era che ripetere di “non avere tempo” significa mostrarsi impegnati, richiesti, dunque idonei a un’idea di successo che indebitamente si sovrappone a una doverosa felicità fotogenica.  La sensazione di “non avere tempo” appartiene a una retorica del successo che, se la subiamo per conformismo, forzandoci a calzarla come fanno le sorellastre di Cenerentola con una scarpetta troppo piccola, ci può avvelenare le gioie provvisorie che appartengono a una felicità più compiuta, aperta e fantasiosa, che nella partecipazione non perde nulla, anzi, si arricchisce. Però, è innegabile, questa sensazione si insinua nelle nostre vite con una tenacia perniciosa.

Qualche anno fa Mario Calabresi aveva parlato del nostro rapporto con il tempo introducendo il concetto di naufragio dell’attenzione. È un racconto irresistibile e terribilmente realistico. 

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La wo-manager che ha salvato il Lione

È stato un capolavoro di Michele Kang, la donna che ha preso il comando della sezione maschile del Lione dopo quella femminile. È stata la mossa decisiva per potersi presentare al cospetto della commissione d’appello della lega calcio francese e parlare di discontinuità con la gestione precedente, il lavoro di una nuova dirigenza – si legge nella nota finale – determinata a garantire una gestione seria in futuro

Così l’Olympique è stato riammesso in Ligue 1, giocherà pure l’Europa League e il resto del calcio dovrà rassegnarsi al pensiero di non poter banchettare sui suoi resti: molti club già si aggiravano fra esuberi e contratti in dismissione come gli sciacalli nelle case cadute per un terremoto. Rimanere in serie A – scrive l’Èquipe – è un sollievo per l’OL, ma non una liberazione: per almeno i prossimi mesi il club continuerà a essere soggetto a forti restrizioni, tuttavia Michael Gerlinger, direttore generale, dice che non esiste alcun piano di austerity, casomai di disciplina finanziaria perché il programma di rientro è stato approvato non solo dalla commissione d’appello federale ma anche dai creditori e dagli azionisti.

Durante l’udienza di primo grado del 24 giugno, John Textor aveva già presentato una lista di cessioni che avrebbero garantito 100 milioni di euro entro l’estate: Nemanja Matic, Duje Caleta-Car, Jordan Veretout, Tanner Tessmann, Saël Kumbedi, Paul Akouokou e Rémy Descamps, oltre ai due asset – scrive l’Équipe – più importanti agli occhi di Paulo Fonseca: Malick Fofana e Lucas Perri. Eh sì, siamo nel tempo in cui due calciatori sono degli asset

Essere certo di un posto in Ligue 1 permetterà all’OL di negoziare con gli acquirenti, senza l’acqua alla gola. Altri quattro giocatori fanno gola in giro: Corentin Tolisso, Ainsley Maitland-Niles, Georges Mikautadze e Thiago Almada. Due anni fa il Lione aveva il secondo monte ingaggi più alto della Ligue 1 [160 milioni di euro], l’obiettivo è scendere a 60. 

Lo sforzo è già stato aiutato dalle partenze di Nicolas Tagliafico e Alexandre Lacazette a fine contratto. Il tetto di 200.000 euro lordi mensili sarà quello massimo. Il vivaio sarà chiamato a tirar fuori giocatori aggiuntivi per le prossime due stagioni, eppure Michael Gerlinger ieri sera ha detto che l’obiettivo in campionato sarà di nuovo qualificarsi per le Coppe.

L’udienza è durata due ore e mezza e il giornale francese racconta che dovremo abituarci a un cambio di tono dopo la disinvoltura di un texano con il cappello, ossessionato dalla propria felicità ma alla fine spaventato dall’ira dei tifosi, fuggito in un modo opaco quanto la la sua riservatezza. È giunto il momento dell’appeasement, della discrezione sotto forma di linguaggio rigido e dell’austerità, sia di bilancio sia sportiva, con gran sollievo delle istituzioni che avrebbero guardato con timore alla caduta in B del Lione in un quadro già cupo per la crisi dei diritti tv. Il calcio francese ha offerto una nuova opportunità a un club sovraindebitato, al quale chiede di dimostrare la sua capacità di uscire da questa situazione. La reputazione di Michèle Kang è consolidata. È bastato leggere tra le sue parole al termine della sua prima apparizione mediatica da presidente dell’OL nell’anfiteatro del Groupama Stadium per scoprire le risposte tanto attesa. Non ha risposto sulle responsabilità di John Textor di fronte a una situazione economica preoccupante, ma la descrizione dei suoi nove giorni di preparazione all’udienza d’appello è stata eloquente sulla situazione trovata. «Abbiamo lavorato giorno e notte e ora sono molto orgogliosa»

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I temi del giorno

        

Il Tour de France

Per riscattare quella maledetta prima tappa di lille dove aveva preso 40 secondi di distacco senza neppure sapere come, Remco Evenepoel si è presentato alla cronometro di Caen con un casco innovativo, un casco con una visiera aperta davanti, sperimentato per la prima volta al Delfinato. Un bell’oggetto. Pensato per limitare il flusso d’aria ai lati e per non ostacolare gli avambracci. Non era stato possibile usarlo prima perché il regolamento dell’UCI prevede che ogni accessorio presentato in corsa debba essere disponibile in commercio. Il casco senza visiera è arrivato nei negozi a inizio giugno e adesso eccolo qua. Et voilà. 

Con i pensieri racchiusi sotto quel coso, Evenepoel immaginava addirittura di poter recuperare tutto lo svantaggio e andarsi a prendere la maglia gialla. Mmm. Ha percorso i 33 km alla media di 53,950 ma ha dato solo 16 secondi a Tadej Pogacar – il quale ha strappato la maglia gialla a Van der Poel. 

Cioè. In che senso. Non gli si è avvicinato e gliel’ha lacerata con le mani. Gliel’ha strappata nel senso che gliel’ha sfilata, ma pure in questo caso in modo figurato. Mentre Mameli ruggisce per il terzo posto di Edoardo Affini, Jonas Vingegaard ha dovuto contare il distacco in classifica. Da stamattina ammonta a 1’13” e l’immaginifico Alexandre Roos su l’Équipe lo definisce grasso come un Camembert arrostito

Pogacar ha dato a Vingegaard due secondi a cronometro, l’annuncio di un Tour che non avrà alcun duello. Su un percorso per specialisti, completamente pianeggiante, lo sloveno si è dimostrato aggressivo – spiega Roos – soprattutto nei tratti tecnici nel finale, quando lo abbiamo visto rischiare in certe curve che hanno messo in luce la qualità della sua guida, la sua agilità in sella ma anche la grande fiducia che lo anima. Se la suspense per la vittoria finale era in terapia intensiva, la nuova maglia gialla a Pogacar ha staccato la spina, uccidendo quasi ogni speranza

Anche la rivista Rouleur è entrata in questo mood e si domanda se il Tour è finito prima di cominciare

La Francia ha un ciclista per cui tifare

Il peso di essere la grande speranza francese è passato nel volgere di ventiquattrore dalle spallucce esili di Lenny Martinez a quelle di Kévin Vauquenard, al quale una voce eccitata nell’auricolare ha gridato per tutto il percorso gli intermedi, quando era più veloce di Roglič, di quanto lo fosse su Vingegaard. 

Una voce eccitata con un sussulto di incredulità, sulle strade della sua nativa Normandia, a soli 30 km dalla sua città natale racconta Escape Collective. Così all’età di 24 anni Kévin scopre sulla sua pelle, o sulla sua tuta aerodinamica, cosa significa per la Francia trascorrere quattro decenni senza un corridore in grado di indossare la maglia gialla a Parigi. 

Vauquelin al traguardo sembrava Ligabue. Aveva perso le parole, con il viso arrossato, respirando ancora affannosamente sotto il casco da cronometro. Ha detto che gli veniva da piangere perché il Tour de France – continua Escape Collective – è tante cose: gara, spettacolo, tradizione. Ma per la Francia è mitologia in movimento. Chiede qualcosa di più ai suoi corridori, soprattutto a quelli di casa. E quando un francese inizia a scalare la classifica, l’intero Paese si schiera. Senza cautela e senza razionalità. Emotivamente e completamente.

   

Ultimi

Nelle sue pagelle per la Gazzetta, Filippo Maria Ricci suiveur parla di Yevgeniy Fedorov: L’ultimo in classifica e quindi il primo a partire, alle 13 e 05, quasi 4 ore prima della maglia gialla Van der Poel. In pratica quando l’olandese andava a pranzo il lunghissimo kazako era già in gara tra il disinteresse generale. Ha chiuso al posto 174. E in corsa sono rimasti in 179. Una scampagnata, più o meno.

 

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Interpreti

    

Mamma Belinda è più forte di Baby Belinda

Quello che Bencic non aveva fatto da baby prodigio l’ha fatto da neo mamma. Aveva 10 anni quando i genitori la portarono da Nick Bollettieri in Florida, chiedendo all’uomo più abbronzato sulla faccia della Terra di cavare del tennis solido da quella bambina promettente. Belinda arrivò sul circuito con il vantaggio di essere avvolta dentro la stessa bandiera di Martina Hingis. Prometteva di essere una sua replica. Non lo è stata. 

Invece adesso accade che all’età di 28 anni eguagli Martina Hingis come la sola altra svizzera in grado di raggiungere la semifinale di uno Slam su due superfici diverse. A New York 2019 si aggiunge questo Wimbledon, cinque anni e 309 giorni dopo, quando nel frattempo è diventata madre di una bimba di 15 mesi. 

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La Macchina del tempo 

 

Due miliardi per Savoldi: quando Napoli scandalizzò l’Italia

 

  Il presidente Ferlaino chiuse il colpo l’ultimo giorno, quando il Bologna stava facendo retromarcia per le proteste dei tifosi. Due miliardi per un calciatore non li aveva mai spesi nessuno, e li spendeva il Napoli. In realtà si trattava di un miliardo e 400 milioni più Clerici e la comproprietà di Rampanti. Ma dire due miliardi faceva più colpo nella città che aveva i netturbini in sciopero da quattro giorni, gli alberghi chiusi per mancanza di turisti, un’epidemia di colera ancora fresca alle spalle. 

Il Corriere d’informazione commentò: “Il trasferimento a simili condizioni appare clamoroso fino allo scandalo”. L’11 luglio il Corriere della Sera diede la notizia in prima pagina, accompagnandola con una foto di Piazza Municipio piena di rifiuti. Il Comune aveva un deficit di 250 miliardi, non poteva pagare gli stipendi e il Napoli ne tirava fuori due per un centravanti. 

 

 

Giovanni Russo in prima pagina parlò di una notizia che da Napoli fa capire quanto sia profondo il divario tra la nuova realtà politica e sociale della capitale del mezzogiorno e gli esponenti della sua classe dirigente tradizionale

Non era un complimento. Commentò: “L’acquisto di Savoldi è simbolo di una mentalità che dimostra come non si voglia capire che anche a Napoli le cose stanno mutando e che la plebe sta acquistando consapevolezza dei suoi diritti. Insomma alla rabbia di Napoli, alla richiesta di posti di lavoro e di un rinnovamento dei modi di governare la città, si crede di poter rispondere ancora una volta con la politica di sempre, offrendo un idolo da adorare alle folle dei tifosi. È la politica del panem et circenses. Se si crede in questo modo di calmare Napoli, di acquistarsi popolarità, di placare le proteste che nascono da fattori che stanno scuotendo dal profondo la società napoletana, si compie non solo un atto scandaloso, ma un grave errore di valutazione e di prospettive. Napoli non ha bisogno di idoli, sia pure calcistici, da adorare ma di una trasformazione reale del modo di governare la città”. 

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