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# 1 giorno alla MotoGP al Mugello
► MAVERICK VINALES è stato il più veloce con la sua Ktm nelle pre-qualifiche di ieri al Mugello davanti alle Ducati di Bagnaia e Marc Marquez. Oggi le qualifiche e la Gara Sprint.
◇ Ai Mondiali dei club c’è stata un’altra sconfitta di una squadra europea contro una sudamericana [il Chelsea battuto dal Flamengo in rimonta] prima che una sudamericana perdesse la prima partita contro un’europea [il Boca Jr dal Bayern]. L’Auckland invece ne ha presi solo 6 dal Benfica, quattro in meno della prima giornata. E niente: passiamo il tempo così.
◇ Michel Platini compie 70 anni. C’è un suo ritratto a cura di Lucio Rizzica su Sky Sport Insider
◇ Oggi il Pisa dà la sua panchina a un altro campione del mondo del 2006 e così lo spirto di Berlino si impossessa ulteriormente del nostro calcio dopo la panchina della Nazionale a Rino Gattuso. Sul mercato Napoli e Juve si divertono a farsi i dispetti e far salire i prezzi.
◇ Alcaraz si è qualificato per le semifinali del Queen’s, come Zverev e Medvedev per quelle di Halle, Sabalenka a Berlino dopo aver cancellato quattro match point a Elena Rybakina.
La musica balcanica ci ha rotto i coglioni
Elio e le Storie Tese
Lo sport negato alle donne dei Balcani
MA È UN’INGIUSTIZIA PERÒ | Con le vittorie sulla Serbia e sulla Slovenia, l’Italia di Cecilia Zandalasini si è guadagnata un posto per i quarti di finale europei al Pireo già prima di giocare stasera con la Lituania, la squadra sbucata a sorpresa dal girone. La partita serve a stabilire chi passa da prima e chi da seconda, e dunque chi potrà evitare subito la montagna della Francia a eliminazione diretta.
Quel che spiazza è l’eliminazione della Slovenia, indicata dal sito della FIBA come la quarta forza potenziale del torneo sulla carta, e allargando lo sguardo spiazza l’eliminazione precoce – addirittura dopo due giornate – di tutte le squadre dei Balcani: anche il Montenegro.
Eppure i Balcani per la pallacanestro sono i Balcani. Otto anni fa la finale europea tra gli uomini fu Slovenia-Serbia, le stesse due nazionali che nel 2009 erano arrivate in semifinale. La Jugoslavia ha vinto otto volte il titolo ai suoi tempi e altre cinque finali le ha perse. Perché tra le donne le sue medaglie d’oro sono state zero e che cos’è successo alla Serbia campione nel 2015 e nel 2021?
Questo scenufregio peraltro incrocia uno storico dilemma che abita da sempre fra le righe di Slalom: perché i Balcani nella pallanuoto non hanno un movimento femminile all’altezza del movimento maschile? Gli uomini dominano, le donne fanno fatica a qualificarsi ai grandi eventi internazionali.
Una ipotesi di risposta e di verità arriva da queste considerazioni di Maja Milošević su Hajde, dove si legge che in un ambiente “poco collaborativo, tradizionalista e misogino come quello balcanico, le ragazze spesso pensano di non essere abbastanza brave per qualcosa, perché la società le ha convinte di questo, e questo può portare a una perdita di motivazione nel praticare sport”.
Un altro fattore segnalato da Hajde è la mancanza di investimenti. Lana Pudar, la migliore nuotatrice della Bosnia, vive in una città [Mostar] che non ha una piscina da cinquanta metri.
“Se siete rimasti scioccati da queste informazioni – continua Maja Milošević – chiedetevi: cosa sta succedendo nei Balcani? Diverse ragazze coraggiose della regione sono riuscite a continuare a lottare per affermarsi nel mondo dello sport e a mantenere viva la motivazione. Tuttavia, il numero di donne che hanno partecipato alle manifestazioni sportive internazionali dal 1900 a oggi è stato di gran lunga inferiore a quello degli uomini”.
L’analisi è del 2022 e segnala come sui 1.066 atleti partecipanti, solo 12 sono state donne e solo nel 2012 il numero di donne partecipanti è stato pari a quello degli uomini [nella fretta non c’è stato modo di verificare: lo facciamo nel pomeriggio e ci sentiamo domani].
Di certo Nikolina Mihajlović, allenatrice di basket serba, segnala che agli uomini vengono date maggiori possibilità e opportunità e che anche lei in panchina deve adattare il suo vocabolario. «Credo che se i giornali scrivessero dello sport femminile e dei risultati nel nostro Paese, o se le tv trasmettessero gli sport femminili, le persone si renderebbero conto che noi donne possiamo essere brave quanto gli uomini».
I passaporti facili della Turchia
La Turchia invece spicca, la Turchia invece brilla. Siamo entrati nella seconda settimana della Nations League di pallavolo e tutto l’ambiente sta facendo oooh per il nuovo fenomeno della squadra, si chiama Alexia Carutasu, ha 22 anni, genitori che hanno giocato a pallacanestro e un’infanzia segnata nel nome del volley da suo nonno, presidente di una piccola squadra nei paraggi di Bucarest. Che c’entra Bucarest con la Turchia? Eh, c’entra. Perché Alexia Carutasu è nata là, in Romania e nel campionato rumeno ha esordito all’età di 13 anni, 4 mesi e 7 giorni con il CSM Bucarest, “mentre si preparava per gli esami finali delle scuole medie e l’ingresso al liceo, doveva conciliare allenamenti, trasferte con il club e la nazionale minore, senza mai dimenticare lo studio” [Volleyball World]. Nel 2020 è stata votata migliore giocatrice del paese [17 anni] ma dopo il trasferimento al VkifBank, un prestito allo Yesilyurt, il passaggio al Galatasaray, in Turchia si sono guardati in faccia e si sono detti sai che c’è, diamo un passaporto a questa ragazza e facciamola giocare con noi: tanto la maglia sempre rossa è.
La cosa è possibile perché in Turchia si può ottenere la cittadinanza dopo cinque anni di residenza, i tempi si riducono di qualche mese se si investe nell’acquisto di immobili nel paese. Se poi sai anche schiacciare benino la palla dai tre metri non ci sono problemi. In Romania non l’hanno presa bene e il presidente federale Adin Cojocaru ha definito il processo come «una decisione che crea un pericoloso precedente per tutte le nazionali». Adin è strano [cfr: Giorgio è strano].
In effetti pare che in Turchia abbiano preso questo vizio. Hanno dato un passaporto con il loro timbro alla cubana Melissa Vargas e lo stesso pure a Sinead Jack nata in Trinidad & Tobago. Cioè. Non è che le hanno dato lo stesso passaporto di Melissa Vargas, con la foto, il nome sbagliato, non proprio quello, un altro. Ma sempre turco. Così come stanno cambiando nazionalità nell’atletica leggera Roje Ston [oro olimpico nel lancio del disco], Rajindra Campbell [bronzo nel getto del peso], forse pure Jaydon Hibbert [quarto nel triplo a Parigi], tutti giamaicani folgorati sulla via del baklava. Marca lo chiama uno “scandalo mundial”
La Corea del sud riapre le porte ai portieri
Dal mondo che certe volte alza muri o in altri casi li abbatte con un passaporto firmato dentro un ufficio, arriva la storia dei portieri del campionato sud coreano. Che succede? Eh, che succede, che succede. Succede che sta per essere revocato un divieto storico. Da 27 anni era proibito ingaggiare portieri stranieri. Le limitazioni furono introdotte nel 1996 per far crescere i portieri del posto e nel 1999 il bando è stato totale. Come racconta The Athletic all’epoca esistevano solo 10 club professionistici e mancavano pochi anni alla Coppa del Mondo del 2002 da ospitare in casa insieme al Giappone. Ora ci sono 26 club professionistici tra serie A e serie B e la K League ha deciso di far cadere il veto. Lavorare meno, lavorare tutti. Così, a dirla tutta, si abbassano pure i costi, perché in mancanza di una concorrenza i portieri sud coreani si facevano pagare l’ira-di-Dio.
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Che cosa stanno leggendo in Europa
🟨 In Spagna i Mondiali del Real Madrid e il mercato del Barcellona – In Francia le semifinali del campionato di rugby – In Italia i Mondiali di Inter e Juventus con il calciomercato – In Inghilterra il cricket e l’acquisto di Wirtz da parte del Liverpool
Dicono che il meeting di Parigi è stato più bello di Stoccolma
Colpo di scena. Anche senza un primato del mondo di Mondo, la tappa parigina della Diamond League si è presa il primo posto nella classifica della qualità degli eventi dell’anno aggiornata da World Athletic. La riunione di ieri sera partiva dalla sesta posizione come cast ingaggiato e ha chiuso in prima per bontà di prestazioni con un punteggio finale di 94.873, un cinquecento in più suppergiù rispetto alla serata di Stoccolma.
È successo per abbondanza di ottime prestazioni medio-alte, ma senza picchi sopra i 1.300 punti della tabella che converte misure e tempi. La performance migliore è stata quella di Rai Benjamin nei 400 ostacoli corsi in 46.93 [1288]: aspettavamo Alessandro Sibilio, invece gli è venuta una gastroenterite. Pure Roberta Bruni si è ritirata nel salto con l’asta per una caduta nella cassetta di imbucata al primo tentativo nullo alla quota di 4,43.
Pazienza. Lo spirito di Mameli dovrà farsene una ragione e accontentarsi di sentire che Azeddine Habz ha corso i 1.500 in 3:27.49 [1281] e che insieme a lei ci sono stati i record del meeting con Marileidy Paulino e Grace Stark. C’è stato il miglior tempo dell’anno di Faith Cherotich nei 3.000 siepi [8:53.37] e pure 6 primati fra nazionali e continentali: record cileno per Martina Weil nei 400, record sudamericano di Santiago Catrofe [Uruguay] e record asiatico per Birnhanu Balew [Qatar] nei 5.000, record francese per Jimmy Gressier nella stessa corsa, record svizzero di Jason Joseph sui 110 ostacoli, record sudamericano del giavellotto con Maurizio Luiz da Silva [Basile, 86,62].
Il caso della Grand Slam Track sparita
Mentre la Diamond League tira dritto e conta i suoi primati, la manifestazione che doveva farle concorrenza si è spiaggiata. Sette giorni fa Michael Johnson ha dovuto annunciare la cancellazione della tappa finale del Grand Slam Track and Field, prevista per fine giugno a Los Angeles. L’Équipe lo ha chiamato “un piccolo terremoto nel mondo dell’atletica”, un evento che ha “messo in luce i problemi che affliggono lo sport olimpico per eccellenza”.
Romain Donneux ha spiegato che i vertici dell’organizzazione sono rimasti vaghi sui veri motivi della cancellazione, ma diverse fonti hanno menzionato l’aspetto finanziario e una questione contrattuale con l’UCLA, che avrebbe dovuto ospitare l’evento. “La mancanza di telespettatori con una media di 250 mila a evento e di paganti negli stadi a Kingston, Miami e Philadelphia ha dimostrato che il pubblico sembra avere difficoltà a emozionarsi. E se mettiamo in relazione i dati con il montepremi di 12,8 milioni di dollari e i famosi 100.000 dollari per i vincitori di sogni tappa, la preoccupazione per lo stato delle casse è diventata rapidamente oggetto di dibattito”.
Karsten Warholm ha detto che non ci sono abbastanza super star da immaginare un secondo circuito oltre la Diamond, mentre l’allenatore di Femke Bol ha replicato che c’è bisogno di distribuire meglio le risorse ai meeting che non fanno parte del giro grande. Fatto sta che “molti atleti dovranno rivedere i loro piani, la tappa del Grand Slam di Los Angeles avrebbe dovuto fungere da prova generale prima della Diamond League di Eugene del 5 luglio, a dimostrazione che la complementarietà era possibile”.
La prima sconfitta delle sudamericane
Quando il panico stava oltrepassando il livello di guardia, quando alla sconfitta del PSG contro il Botafogo s’è aggiunta quella del Chelsea contro il Flamengo, alle prime luci dell’alba come in un romanzo di Raymond Chandler è arrivata la prima vittoria di un club europeo su uno sudamericano ai Mondiali: 2-1 del Bayern al Boca Jr. Editoriale: Fiuuu. Fine dell’editoriale.
Il povero calcio europeo stava andando in paranoia. Cioè. Povero per modo di dire. IN realtà ricco, ricchissimo, certamente molto più ricco del calcio sudamericano. Ada Cotugno su Fanpage ha spiegato che per i sudamericani ‘sti Mondiali sono “un’occasione irripetibile per misurarsi contro l’élite del calcio mondiale, un modo per misurare il proprio valore e mettersi in mostra, una vetrina importantissima che non va presa sottogamba” mentre noi piccolo-borghesi rammolliti, noi che non crediamo più ai vecchi valori dell’Occidente, noi che non siamo più attaccati alla maglia, nemmeno quando è sudata, abbiamo “preso il torneo come una tournée estiva redditizia in cui fare esperimenti”.
Oh, poi ci sarebbe pure un’altra spiegazione. I sudamericani sono a metà stagione, non alla fine, e sono un filo più freschi. Il Boca Jr comunque si sta liberando di quest’impegno e quasi quasi può tornare a casa. Peccato non aver visto neppure per un minuto Cavani, 38 anni, negli ultimi due mesi in campo solo per 34 minuti contro l’Independiente. Per fortuna c’è YouTube.
Bello questo Messi, sembra LeBron
Rivista Undici racconta di come i calciatori ai Mondiali dei club stanno entrando in campo alla maniera della NBA, “e per loro è tutto molto surreale”. Undici dice che l’americanizzazione del calcio si manifesta prima della partita “tra rituali da spettacolo e la perplessità dei protagonisti. Giochi di luce, riflettori al massimo e altoparlante a tutto volume. «E ora diamo il benvenuto ai tuoi…» Los Angeles Lakers? New York Knicks? Macché: Inter Miami. O Real Madrid, o Botafogo. Negli stadi del Mondiale per Club sta succedendo davvero: un’esperienza talmente all’americana da stravolgere perfino i rituali del calcio”. Oscar Ustari ha usato la parola-chiave per spiegare e capire. Pacchetto. «Bisogna adattarsi, fa parte del pacchetto» è la frase completa da riferire per non essere accusati di aver estrapolato dal contesto. Estrapolare dal contesto si usa solo nei comunicati stampa delle società di calcio. Resiste ancora in qualche nota politica, quasi sempre in video, quei video tristi e fatti da sé con inquadratura verticale che vanno in onda nei Tg a ora di pranzo, introdotti da una voce off che nel servizio dice: Tuttavia il partito liberale replica.
Santiago Segurola su Diario AS ha scritto che tutto si americanizza tranne il riposo. Il torneo di Gianni Infantino – si legge – sta stringendo “un cappio soffocante intorno ai calciatori vittime di un paradosso”. Il paradosso è che negli USA ci sono diversi mesi di sosta per la NBA, per il baseball, per il football, mentre proprio negli USA si sta realizzando ora quel che non era accaduto neppure negli anni Settanta con l’arrivo di Pelé, Beckenbauer, Cruyff e George Best: il predominio della “carota dei petrodollari” sulla sfera sportiva.
Il ragazzone di due metri che fa rivivere il centravanti in Germania
Quando il c.t. della Nazionale Under-21 tedesca ha tenuto in panchina Nick Woltemade nella terza partita del girone contro l’Inghilterra, s’è capito che lo stava risparmiando per i quarti di finale. Nick Woltemade è il numero 9 che ha segnato tre gol contro la Slovenia all’esordio e un altro alla Cechia tre giorni dopo. Per contorno: due assist. Uno così è meglio averlo fresco quando cominciano le partite dentro-o-fuori, e la prima partita dentro-o-fuori della Germania è contro l’Italia. Ecco. Si gioca domani sera e in tribuna arriverà pure zio Rino, il nuovo cittì che vuole un’Italia unita come una famiglia.
A Nick Woltemade si è dedicata la rivista francese So Foot scrivendo che con lui la Germania ritorna alla tradizione dei grandi centravanti, tipo “Gerd Müller e il suo destro capace di spazzare via ogni cosa”, tipo “la chioma di Rudi Völler e i suoi baffi leggendari”, tipo Miroslav Klose e i suoi molteplici gol ai Mondiali. Una tradizione che da Euro 2016 è stata gradualmente annacquata, con tutto l’affetto per Niclas Füllkrug.
Nick Woltemade è questo ragazzone di due metri meno due centimetri. Gioca per lo Stoccarda – almeno fino alla fine degli Europei Under-21 – e ha esordito in Bundesliga a 17 anni e 352 giorni. Julian Nagelsmann lo ha anche già buttato in campo con la maglia della Nazionale degli adulti. Allo Stoccarda è arrivato via Werder Brema da svincolato dopo alcuni infortuni e dopo 38 partite senza gol, vai a sapere che invece là si sarebbe ripreso. Non lo immaginava neppure Sebastian Hoeness, che a inizio stagione lo aveva escluso dalla lista per la Champions League.
Ma ad Atakan Karazor, capitano dello Stoccarda, non la si fa. Così dice a So Foot che lui in allenamento lo aveva capito subito che quello là era un tipo speciale, «un ragazzo di due metri che ha una tecnica degna di Messi». Oggi Woltemade ha 23 anni, ma «quando gli parli hai l’impressione che ne abbia 27 o 28, perché trasuda sovranità».
[Trasuda sovranità è candidata a definizione dell’anno: bisogna usarla più spesso]
Con la sua postura a metà strada tra un Julian Brandt e un Erling Halaand, dice invece So Foot, ha fatto alla perfezione quel che gli veniva chiesto: sostituire Sehrou Guirassy. Ha segnato 17 gol in stagione e ha vinto pure la Coppa di Germania, il primo trofeo del club dal 2007.
Nick Woltemade è potente, segna di testa e di destro, vive di fiammate e Rudi Völler si è preso una cotta per lui. «Sa tenere bene la palla – dice il tedesco che sotto la curva vola e la curva s’innamora – e se la perde è perché gli hanno fatto fallo».
“Tutti gli occhi – scrive So Foot – sono puntati su di lui nell’ottica dei Mondiali 2026 e su un obiettivo semplice: superare il girone. Sarebbe già un’impresa notevole per la Germania, dodici anni dopo la vittoria contro l’Argentina”.
Ognuno ha i guai suoi.
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Come ricominciò la Germania vent’anni fa
I settori giovanili insegnarono a essere spensierati in campo. I vivai si riempirono di Footbonaut, la macchina che spara palloni dagli angoli. Segue qui
| orizzonti La funzione di una Under-21
Senza offesa per Woltemade. Ma di fronte a una Germania Under-21 senza Florian Wirtz, dinanzi a una Spagna Under-21 senza Lamine Yamal, Cubarsì, Pedro e Gavi, in un Europeo Under-21 senza i migliori europei under-21, viene da chiedersi a cosa serva questo torneo e forse forse a cosa servano ormai le Under-21.
È un ragionamento sviluppato da Alessandro Bogni su Sportellate, dove in sostanza si legge che è meglio così, “il focus delle nazionali under dovrebbe essere la valorizzazione e il monitoraggio dei migliori giovani calciatori, in un’ottica di medio-lungo termine incentrata sulla loro crescita in ottica prima squadra e Nazionale maggiore”. Anche in cima alla piramide del calcio giovanile, sostiene Sportellate, anche nella Under-21 e su un palcoscenico del genere. Bene ha fatto il c.t. Carmine Nunziata – si legge – “a schierare 7 dei 10 giocatori di movimento iniziali con ruoli o posizioni differenti da quelli in cui si era abituati a vederli nell’ultima stagione”. Nel calcio dei grandi non sarebbe stato possibile, sarebbe stata un’emergenza. “Ben venga che si sfrutti l’ultima occasione cuscinetto per permettere a un giocatore di sbagliare senza “reali” ripercussioni, di tastare acque tattiche e strategiche quasi mai toccate prima d’ora e che potranno essere navigate con più dimestichezza nel prossimo futuro”.
Non ha invece molto senso, secondo Sportellate, portare ancora Casadei con la Under-21. “Cosa aggiungerà un torneo da adulto in mezzo ai bimbi alla sua considerazione? Dopo averlo convocato – giustamente – nella maggiore, a che pro reintrodurlo per l’Europeo in un percorso che sarebbe comunque terminato di qui a un mesetto? Tutto questo per vincere 0-1 con la Slovacchia, per regalarsi un quarto di finale più morbido?”. Segue dibattito.
La fatica che fa il calcio in provincia
Dai campionati di Serie C che aspettano di sapere se devono accogliere la Salernitana o la Sampdoria è stata nel frattempo espulsa la nobile e gloriosa Spal di Tacopina, alla sua quarta esperienza in una squadra diversa dopo Roma, Bologna e Venezia. Cinque anni fa la Spal era in serie A, il Comune di Ferrara sta lavorando per capire quale futuro dare al calcio in città, ma fuori dalle mura della città il racconto di questo rovescio non è poi così carico di preoccupazione. Diciamo anzi che si percepisce una certa indifferenza nei salotti e nelle redazioni che piacciono alla gente che piace: al posto della Spal in serie C giocherà l’Inter B come quarta depandance di un club di serie A – e chissà con quale nome perché tutti quelli fichi sono già impegnati dalla Juve NextGen, dal Milan Futuro e dall’Atalanta Under-23.
Le depandance furono pensate e introdotte nel calcio italiano per scimmiottamento di costumi altrui [«Bisogna seguire il modello spagnolo, bisogna seguire il modello spagnolo»] dopo il primo fallimento della Nazionale, la prima mancata qualificazione ai Mondiali del 2018 in Russia. Erano segnalate come uno degli elementi necessari alla crescita e allo sviluppo dei giovani talenti che non giocano mai per colpa di quella brutta categoria di allenatori pavidi e masochisti, quel mucchio di autolesionisti che preferiscono tenersi i Pafundi in panchina anziché mandarli in campo a spaccare le reti del Bayern e del Barcellona. Solo che quando gli allenatori che tengono i Pafundi in panchina diventano uno, due, tre, sarebbe un dovere iniziare a farsi qualche domanda sui Pafundi, sulla loro reale capacità di incidere nel calcio degli adulti dopo aver fatto i fenomeni fra i pari età. A occhio: è un’altra cosa.
Oh, poi qualche domanda bisognerebbe iniziare a farsela pure sulle depandance. Le mancate qualificazioni ai Mondiali non sono finite e spesso pure le squadre B sono state riempite di stranieri, mentre pare di ricordare che fossero nate per un altro motivo. È per aiutare il sistema-calcio che viene sottratto un posto in serie C al Varese, al Livorno, al Brindisi, al Siracusa, mentre così – sempre a occhio – si aiutano i bilanci di quattro società che promuovono, valorizzano e vendicchiano i ragazzini usciti dal settore giovanile. Ai firmatari della Mozione Fagioli, si ricorda che Nicolò Fagioli agli Europei 2024 è la tipica rondine senza una primavera attorno.
Comunque. Marco Bellinazzo sul Sole 24 Ore segnala che tra penalizzazioni, fallimenti e inadempienze, nel giro di cinque anni la serie B e la serie C sono andate in perdita di un miliardo e mezzo. Ma per il resto va tutto bene e Gabriele Gravina farà le riforme appena si sarà ripreso dalla commozione provata nel sentir Gattuso usare il noi al posto dell’io.
L’importanza di avere Siakam dalla tua parte
È facile guardare i poster. È facile guardare Oklahoma vs Indiana alle soglie di Gara-7 e aspettarsi che Shai Gilgeous-Alexander e Tyrese Haliburton la risolvano per conto loro, in quella specie di western a cui spesso ci piace ridurre la partita di uno sport di squadra.
Mai come quest’anno invece la NBA invita a guardare ai bordi del poster, ma pure fuori. Dove si possono incontrare figure come Paskal Siakam, il rovescio di Haliburton. Si è molto parlato del sondaggio anonimo condotto dalla lega fra i giocatori, il sondaggio dal quale è venuta fuori l’opinione generale secondo cui Haliburton sarebbe Mister Sopravvalutato. Più trascurato è stato l’altro verdetto: il più sottovalutato fra tutti gioca sempre con gli Indiana Pacers ed è Siakam.
La guardia degli Indiana Pacers ha lottato contro uno stiramento al polpaccio che aveva messo a In questa squadra così squilibrata secondo la definizione di The Athletic[“è un complimento” scrivono], Pascal Siakam ha l’effetto di rendere più razionali le serate. Ha chiuso Gara-6 con 16 punti, 13 rimbalzi e tre assist.
“È diventato silenziosamente il giocatore favorito tra i Pacers per vincere il più inaspettato dei premi di MVP delle finali” scrive il magazine americano. Siakam sta giocando con una media di 19,8 punti, 8,3 rimbalzi, 4 assist, 1,7 palle rubate, 1,3 stoppate e 1,8 palle perse nelle finali, numeri che superano di gran lunga la produzione di Haliburton [14,8 punti, 6,8 assist, 5,3 rimbalzi e 3,5 palle perse a partita], anche se è tutto meno vistoso e meno sbrilluccicoso.
C’è un’azione che spiega parecchie cose. La palla rubata da Haliburton sul passaggio da Jalen Williams a Lu Dort sulla linea laterale, la sua corsa, il suo palleggio e il passaggio in stile Harlem Globetrotters dall’altra parte del campo a Siakam. Pascal a 31 anni si è alzato in volo come faceva spesso all’università e ha schiacciato portando i Pacers sul +20 a 40 secondi dalla fine dell’intervallo. È l’azione che dice allo stesso tempo della spettacolarità di Haliburton e della essenzialità di Siakam, la sua velocità e il suo atletismo.
La parte della storia che spesso viene dimenticata – dice The Athletic – è che Siakam era stato scelto dai Raptors solo al 27° giro nel Draft NBA 2016. È cresciuto in Camerun, dove aveva iniziato a giocare a calcio. Come dicono tutti i compagni di squadra avuti da Siakam, di straordinario c’è la sua capacità di unire le persone intorno a una causa comune. Di questo si sta giovando Indiana oggi. Qualcosa devono aver intuito quando Paskal ha invitato tutti i nuovi compagni a casa sua in Florida, a Orlando, dopo aver firmato il contratto che lo portava ai Pacers. Si è costruito un centro di allenamento in cortile e ha detto su ragazzi venita a fare due tiri. Hanno giocato a golf nei paraggi e poi hanno cenato.
Siakam è stato un leader di questo tipo anche in occasione dello storico anello vinto sei anni fa a Toronto, il primo nella storia NBA a uscire dai confini USA e finire in Canada. Anche se lui nega, giura che non si sentiva un leader a quel tempo, ma uno che andava in campo per fare delle cose, tutto qui, c’erano altri veterani nei Raptors.
I visti negati alle cestiste senegalesi
Puoi essere Siakam che arriva dal Camerun e decide le finali NBA, oppure puoi essere una giocatrice di pallacanestro della Nazionale del Senegal e negli USA adesso non entri nemmeno. The Athletic racconta la storia dei visti negati a cinque giocatrici e sei membri dello staff. La squadra avrebbe dovuto tenere un camp di 10 giorni in vista dei campionati d’Africa. Il programma è stato modificato. Lo faranno a casa.
Il rifiuto dei visti arriva poche settimane dopo che l’amministrazione Trump ha annunciato un divieto di ingresso per i cittadini di 12 paesi e restrizioni sui visti per altri sette. Nella lista in effetti il Senegal non c’è, ma il Washington Post ha riportato la scorsa settimana che la Casa Bianca stava valutando l’estensione ad altri 36 paesi. Quel divieto però non è ancora entrato in vigore e prevedeva di tenere fuori sportive e sportivi, ma solo “per la Coppa del Mondo, le Olimpiadi e qualsiasi altro grande evento”. Non è precisato cosa si intenda per evento, né quanto grande debba essere.
Il primo ministro del Senegal Ousmane Sonko ha reagito con una dichiarazione su Facebook [ehm]. Il Dipartimento di Stato americano non ha risposto alla richiesta di commenti avanzata da The Athletic. Sonko ha contestualmente ringraziato la Cina per aver firmato “decine di sovvenzioni per la preparazione dei nostri atleti in vista dei Giochi olimpici giovanili di Dakar del 2026”.
Il Guardian scrive che la vendita dei Los Angeles Lakers dimostra come lo sport contemporaneo vada oltre la disponibilità economica degli stessi miliardari. I 10 miliardi di dollari incassati dalla famiglia Buss per la cessione della franchigia raccontano che “le squadre sportive più importanti sono sempre più spesso possedute non da individui e famiglie facoltose, ma da consorzi di investitori con un portafoglio ricco”.
Capitalisti, arrendetevi al post capitalismo.
Il ragazzino che promette gloria ai francesi non va al Tour
Se qualche giorno fa vi eravate appassionati alla vicenda di Paul Seixas, 19 anni da compiere a settembre, francese di Lione, ottavo in classifica al Giro del Delfinato dietro una platea fatta di Pogacar e Vingegaard, di Evenepoel e Jorgenson; se qualche giorno fa eravate rimasti affascinati dalla circostanza che tolto l’Ayuso del 2022 al Romandia e al Giro di Catalogna, non c’era un teenager fra i primi-10 di una corsa a tappe di una settimana da decenni, dai tempi di Heinrich Trumheller al Giro di Svizzera 1992 [sesto], di Greg LeMond al Delfinato 1981 [terzo] e di Giuseppe Saronni alla Tirreno-Adriatico 1977 [terzo] – ecco: pazienza, tutto questo entusiasmo bisogna raffreddarlo. Il piccolo Paul non andrà al Tour de France. Così ha stabilito la Decathlon AG2R: la sua squadra. Jean-Baptiste Quiclet, responsabile delle performance della squara, qualunque cosa significhi, ha ricordato a L’Équipe che «solo l’anno scorso Paul gareggiava fra gli jr e non andava oltre i 120 km al giorno. Il Tour è la corsa più intensa e dura al mondo e se Paul dovesse andarci avrebbe un incremento del carico di lavoro del 15-20 per cento nell’arco di un mese. Fisiologicamente potrebbe portarlo a un punto di rottura».
La curiosità di rivederlo in azione potrà essere soddisfatta al Tour de l’Ain, al Giro del Lussemburgo, forse forse – attenzione – al Mondiale in Rwanda.
Se invece qualche giorno fa non vi siete appassionati per niente a Seixas o non vi siete accorti di lui in queste righe meglio ancora, così non ci avete messo il pensiero.
Le periferie di Parigi abbandonate dai Giochi di Parigi
Quando un anno fa si spense il calderone dei Giochi olimpici, una botta di malinconia cadde su romantici e alici-nei-paesi-delle-meraviglie che si erano lasciate coinvolgere dall’atmosfera e dalla magia di Parigi. Per qualche settimana, forse un mese, forse due, il partito di chi aveva visto nei francesi degli organizzatori meravigliosi, capaci di sognare e trasgredire come a noi italiani non riesce più, aveva immaginato addirittura edizioni dei Giochi da tre settimane, tanta era la mancanza di quella roba là.
I parigini si erano un po’ persi in certi dibattiti cittadini su come tenere in vita il calderone e la mongolfiera che ogni sera si sollevava luminosa nel cielo di Parigi, “una stella che seminava stelle negli occhi della folla” secondo la definizione di Libération.
I politici erano addirittura d’accordo fra loro, sebbene la discussione li dividesse tra chi la voleva cotta [mettiamolo a Montmartre] e chi la voleva cruda [mettiamolo a Saint-Denis]. Oggi – simbolicamente per il solstizio d’estate – il calderone esce dai depositi per illuminare il giorno degli antichi riti pagani. Riprenderà a essere acceso ogni sera fino al 14 settembre, giorno che Emmanuel Macron ha consacrato come festa dello sport.
Il punto, come dicono i compagni di Libération, è che pur “essendo entusiasti del ritorno di questo Big Good Balloon ci dispiace che il suo spettacolo continui ai Giardini delle Tuileries. Conosciamo le argomentazioni. È lì che questo braciere olimpico è nato davanti agli occhi del mondo. Ma in genere lasciamo tutti il luogo in cui siamo nati. Soprattutto se siamo un veicolo”.
La tesi di Libération è che il BGB poteva essere staccato dalla zona in cui insistono già un mucchio di documenti da fotografare e mettere su Instagram. “Il ritorno del BGB sarebbe potuta essere l’occasione per un riequilibrio, un’apertura verso la periferia. L’estate scorsa, chi non ha sentito con il cuore in mano che i Giochi di Parigi sarebbero stati quelli del recupero delle banlieue? Una delle sue eredità popolari – si diceva – era il Villaggio Olimpico all’Île-Saint-Denis. Invece della tanto decantata Grand Paris, il BGB segue un’altra logica: quella della piccola Parigi. Peccato per la periferia”.
Il pallino delle bocce
Le bocce bisogna saperle impugnare prima ancora di saperle tirare. Le bocce bisogna saperle curare prima ancora di saperle impugnare. Le bocce bisogna saperle innanzitutto costruire, figuriamoci il pallino che è il centro di ogni cosa e l’orizzonte dei desideri. L’Équipe ha dedicato un ciclo di sei servizi a questa disciplina che impropriamente viene associata alla pensione, una volta Slalom aveva in progetto una rubrica per gli atleti più longevi dal titolo Braccia strappate alle bocce, poi s’è scoperto che il 25enne Tanguy Penin è diventato una stella dei social media con i suoi tiri e allora niente.
Nella serie del giornale francese, una delle puntate è stata dedicata appunto al pallino, e in particolare al pallino dei pallini, quello di marca Obut, progettato nel 1985 per l’eccellenza, con un peso compreso tra 650 e 800 grammi, per un diametro da 71 a 80 millimetri. Un bell’oggetto. In un certo senso realizzato su misura. Il pluricampione del mondo Dylan Rocher è per esempio sotto contratto con Obut e gioca solo con l’ATX da 680 grammi e 73 millimetri, dimensioni che sono state definite in base al suo stile di gioco e alla sua sensibilità tecnica.
Dice L’Équipe che l’ultimo terzo della linea di produzione ricorda un’opera di oreficeria. Tutto comincia da barra in acciaio inossidabile lunga 5 metri e pesante 65 chili. Dopo la segagione, la forgiatura, la smussatura, il riscaldamento, le ispezioni e la marcatura, solo allora diventa un pallino, diventa molti pallini: dalla colorazione dorata satinata.L’ex rugbista Camille Meynard la chiama «la nostra Rolls-Royce»: ecco perché tanta cura nella scelta dell’acciaio.
«È come un paio di sci o una racchetta da tennis di alto livello».
L’azienda è stata fondata nel 1955 a Saint-Bonnet-le-Château, una cittadina a 40 minuti da Saint-Étienne. Produce 37.000 pallini all’anno aprendo la fabbrica alle 6.15 del mattino dal lunedì al giovedì. Ma è solo il 2% della produzione aziendale. Una volta estratti dalla barra iniziale dei dei cilindri lunghi da 42 a 45 millimetri, dal un peso che oscilla fra 420 e i 480 grammi, vengono infilati in un forno che li riscalda a 1.050 gradi, più o meno come i pomodorini di Fantozzi. Poi vengono passati attraverso una pressa dalla precisione micrometrica, dove vengono appiattiti e stampati per dargli la forma di una conchiglia. Il processo di saldatura si svolge in diverse fasi, e come diceva Emanuela Folliero agli amici dei Bellissimi di Retequattro: non voglio rovinarvi il finale.
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