Il numero 9 riveste importanti valenze simboliche
soprattutto nelle religioni dei popoli di lingua indoeuropea: le 9 Muse in Grecia
il novendiale sacrum a Roma, i 9 giorni di impurità dopo il parto in India
Treccani
Era già tutto previsto, direbbe Cocciante. Due anni dopo la vittoria di Lippi ai Mondiali di Germania, nel giorno di apertura degli Europei che la Spagna avrebbe vinto, il Guardian esce con un pezzo dello storico del calcio Jonathan Wilson. Il titolo è The end of forward thinking, la foto è quella di Fernando Torres, centravanti del Liverpool, 24 anni, il giocatore che viene presentato come “un esemplare in via d’estinzione”. Il numero 9 come lo abbiamo sempre conosciuto, dice Wilson, sta scomparendo. In realtà sta modificando i propri compiti. Ha cambiato i movimenti. Cambierà anche taglia, peso, corpo. Nel ruolo del profeta inascoltato, cinque anni prima, poco dopo i Mondiali d’Asia 2002, Carlos Alberto Parreira aveva detto: «Il sistema di gioco del futuro è il 4-6-0». Pep Guardiola sta ancora giocando. È l’estate in cui passa dal Brescia alla Roma, da Luca Toni a Vincenzo Montella come compagni in area di rigore, e forse non pensa ancora che «il centravanti è lo spazio». Comunque: non lo dice.
Quel tempo è ancora lontano, ma se ne annusano le premesse. Falso nove non è un’etichetta in esposizione sugli scaffali del calcio e chi parla di centravanti arretrato, lo fa per riesumare l’esperienza di Hidegkuti nella Grande Ungheria.
È tutto un attimo, ma questa la direbbe Anna Oxa. Mentre ci stiamo distraendo dietro il solo Roland-Garros di Roger Federer e appresso al nuovo record del mondo sui 100 metri di Usain Bolt, quel diavolo di Pep ci sta cambiando il calcio, costringendo il povero Jonathan Wilson a seguirlo, a occuparsi di nuovo dello stesso tema, a otto anni di distanza, domandandosi: What is a center-forward?. Chi siamo, dove andiamo, a che ora si mangia.
Come faceva notare Alfonso Fasano in un pezzo per Rivista Undici di qualche tempo fa, in questi otto anni, dal 2008 al 2016, “è cambiato tutto più di una volta. Nel frattempo, la narrazione tecnica e tattica del calcio è stata caratterizzata dal tentativo di definire e ridefinire il concetto di punta centrale. Un discorso che occupa ancora una posizione predominante, assoluta. Eppure mai definitiva. È lo zeitgeist del football di oggi, è un percorso che si aggiorna e non arriva mai a una conclusione, anche perché si rinnova senza soluzione di continuità. Gli stessi uomini offensivi, insieme ai tecnici, si divertono a mischiare le carte. Cambiano i sistemi e i principi di gioco, cambiano le tendenze tattiche. Quindi, la conseguenza logica: cambia il modo di essere attaccante, di interpretare il ruolo. C’è una grande varietà di possibilità”.
Stanno nascendo gli ibridi, i centravanti bracconieri, per adoperare il termine del Wilson annata 2016. Il centravanti associativo, per dirla in covercianese. Gli americani della NBA lo chiamerebbe unicorno, i più poeti un dieci nel corpo di un nove, Alex Ferguson lo chiamerebbe Ruud Van Nistelrooy. Un atipico, va’. Come i napoletani che non mangiano gli spaghetti in piedi sulla tavola. Quel che non cambia è la maniera di essere un nove classico. Un nove che fa il nove, Mauro Icardi, per capirci. Uno che sul diagramma del manuale d’interpretazione del ruolo, sta dalla parte opposta rispetto a Gonzalo Higuaín, proprio mentre Džeko e Mandzukic si divertono a riscrivere posture e movimenti della vecchia torre d’area di rigore.
1-1 Tutta questa vita e tutta questa discussione è passata davanti agli occhi ieri sera, quando ai Mondiali del Medio Oriente due scuole tecniche e due nazionali che hanno abbracciato nel tempo le idee di Guardiola, hanno pescato due gol pesanti per il loro cammino con due centravanti seduti in panchina. Uno porta perfino il numero 9 dietro la schiena ed è l’eroe per caso di questa storia, Niclas Füllkrug, attaccante che esercita a Brema, la città dei musicanti, dove nella favola dei Grimm si va per cercare un’alternativa di vita e poi non ci si arriva mai.
L’altro è un vecchio amico, Alvaro Morata, col 7 dietro le spalle, pure lui nel tempo ha imparato a interpretare il ruolo in modo apparentemente diverso, ma resta il più 9 tra i 9 a disposizione di Luis Enrique.
| Nel suo intervento d’autore su El Pais, stamattina Manuel Jabois scrive che i gol di Morata “rivendicano qualcosa di antico, il 9 che anticipa tutti come un panzer e buca la porta senza dire una parola di più, senza soliloqui, senza conversazioni, una parolaccia e via”. Più tecnicamente, Ladislao J. Monino aggiunge che Dani Olmo gioca, attacca gli spazi, influenza il gioco, e Morata segna.
| Mario Sconcerti sul Corriere della sera considera che “sia Spagna che Germania mancano di giocatori stabilmente decisivi. Lo stesso Musiala è un grande progetto ma non incide ancora quanto potrebbe. Non hanno un centravanti, appena sono entrati due vecchi del mestiere la partita è decollata. Doveva essere una partita fra grandi squadre. Forse lo è stata, ma senza arroganza. Nessuno è stato dominato dall’altro, nessuno può avere rimpianti. Forse il limite è stata questa lunga pianura che ha attraversato la partita aspettando il gol. La Germania continua a cadere su se stessa, non gioca male, non gioca quasi, ma alla fine si salva.
Ha molta meno personalità dei suoi tempi migliori, commette anche molti errori tecnici. Nemmeno la Spagna ha fatto cose particolari. Si sono visti a tratti fasi di una possibile bella partita mai davvero nata. Mi sembra questa una considerazione generale: lo spettacolo è spesso di buon livello in tutto il torneo ma ancora lontano da una vera qualità. Nessuno gioca male, nessuno entusiasma”.
| Alessandro Barbano, condirettore del Corriere dello sport-stadio, scrive che “il calcio senza centravanti è bello, ma chissà perché poi, quando stai con l’acqua alla gola, al centravanti vai. E il centravanti ti salva. Lo spettro di un’eliminazione fa scattare nel tecnico tedesco quella che si direbbe una resipiscenza conservativa, cioè un ritorno all’ortodossia del centravanti di ruolo”. In una analisi che poi si fa più ampia su Pedri, Gavi, il rinnovamento della Spagna, aggiunge che “il lavoro di Luis Enrique c’è tutto e si vede: la sua Spagna mi pare la squadra più creativa e insieme più solida vista fin qui, pur senza avere Mbappè, Messi o Neymar. Staremo a vedere se, alla fine dei giochi, la qualità organizzativa avrà la meglio sulle magie dei singoli”.
| Sul quotidiano politico Abc Ivan Orio dice che adesso in Spagna si riapre la discussione sul centravanti vero o falso. Olmo e Marco Asensio si sono scambiati il ruolo senza essere uomini d’area in senso classico, Morata si è preso “la responsabilità di dare un’altra aria alla Spagna. Grazie al suo contributo la squadra ha idee più chiare, un riferimento da cercare quando si accosta all’area o vuole far danni in velocità. La nazionale ha giocato solo due partite, ma torna sul tavolo il dibattito. Contro il debole Costa Rica la formula del finto centravanti ha funzionato. Contro la Germania, la Spagna se l’è cavata meglio con un attaccante puro. Olmo è diventato uno dei calciatori feticcio di Luis Enrique. La sua versatilità, la facilità con cui si muove in diverse parti del campo, lo rendono un pezzo ideale per lo stile mobile e non negoziabile della Spagna. Già nell’ultimo Europeo, le sue prestazioni sono state decisive per arrivare in semifinale, dove il catalano in posizione arretrata ha giocato una partita spettacolare, disorientando la difesa dell’Italia. All’esordio dei Mondiali, il tecnico è tornato a scommettere su di lui fin dall’inizio, nonostante i problemi fisici delle settimane precedenti. Morata è diventato il giocatore più decisivo dopo un’ora di partita”.
Se non fosse una parola così carica di storia nefasta nel pallone, un italiano suggerirebbe agli spagnoli: staffetta.
| I 35 passaggi consecutivi che avevano mandato al tiro Dani Olmo al settimo minuto [traversa] sono una questione di stile, sono eccellenza, sono un limite? Sono le posizioni ideologiche da cui ciascuno di noi può partire. Duncan Alexander per The Analyst sottolinea solo che la Germania ha fatto appena un tiro in porta nel primo tempo, uno nel secondo quando Unai Simon ha sbagliato un passaggio. Morata è il sesto nella storia della Coppa del Mondo a segnare come riserva segnato in due partite consecutive.
The Analyst dice che “in un mondo di intriganti, effimeri 10 alla deriva, questa Coppa del Mondo ci sta ricordando che i veri centravanti sono ancora piuttosto utili. Il Brasile ha Richarlison, la Spagna ha avuto un aspetto migliore in entrambe le partite dopo l’ingresso di Morata, la Francia di gode l’ennesimo contributo vintage di Olivier Giroud, la Germania si è salvata grazie all’impatto muscolare di Füllkrug, un operaio della Bundesliga alla sua quarta presenza. Füllkrug ha toccato 4 palloni in area nel suo breve cameo. La lezione è chiara: passa la palla all’omone e avrai ancora una possibilità”.
O no?
GIUDIZI UNIVERSALI Dietro i centravanti
Su Sané – “C’è una Germania con lui e una senza. Era acciaccato, quando entra toglie immediatamente il pallore ai compagni ed è decisivo, prima mette Musiala davanti alla porta, poi avvia l’azione del pari”.
Su Dani Olmo – “Pronti, via e costringe Neuer a un miracolo con palla su traversa e palo. Il giocatore della Bundesliga è il più vivo del trio offensivo, coppia letale con Jordi Alba, fabbricano il gol – di filippo maria ricci, La Gazzetta dello sport
Baptiste Chaumier su l’Équipe fa un passaggio sull’ampia fessura presente fra i denti del centravanti tedesco. Una fessura che Joe Jordan gli invidierebbe. “A 29 anni – scrive – Niclas Füllkrug non ha più l’età per immaginare un destino del genere, non diventerà il nuovo Gerd Müller, ma è qui per sfruttare ogni momento, ogni minuto offerto. Potrebbe avere la chance di scendere in campo giovedì contro la Costa Rica per una partita decisiva. Se la godrà, come se fosse un sogno”.
voci Il parere [tradizionalista] di Diego Forlan
➣ È cambiato il lavoro dell’attaccante da quando lei ha cominciato a giocare?
«L’attaccante deve essere quello di sempre, non può perdere la sua essenza. Le persone fraintendono, a volte ci sono allenatori che vogliono cambiare le cose, ma un centravanti deve continuare a essere quello che è. Il portiere deve parare, il difensore deve difendere, l’attaccante deve segnare i gol. Proprio come 60 anni fa. Invece arriva gente che vuole inventare. Se non fai gol, niente conta. Se non difendi, puoi uscire con la palla dal basso, ma se esci 10 volte e prendi sei gol, allora non devi uscire più. Non ci si può sbagliare»
➣ Invece ci si confonde molto?
«Molti allenatori pensano di essere più importanti dei giocatori. Dimenticano che se non hai i calciatori, non puoi fare l’allenatore. E lo dico io che sono un allenatore. Non è la stessa cosa guidare una grande squadra rispetto a un’altra che lotta per non retrocedere. Ovviamente avere un buon allenatore alza il livello. Ma se la qualità della rosa è inferiore, puoi alzarlo di un po’, ma niente di più. A volte noi allenatori pensiamo di fare la differenza e dimentichiamo che gli attori sono i giocatori. Posso dire a uno di loro come deve andare il gioco, ma se non ha la capacità di prendere decisioni, non posso fare molto di più».
intervista di lorenzo calonge, El Pais