Lo Slalom del 14 giugno | Cosa leggere, sapere e vedere

 

   

Un pois non può stare da solo

Yayoi Kusama

 

     

►  TADEJ POGACAR ha vinto la tappa del Giro del Delfinato a Combloux e si è ripreso la maglia gialla quando mancano due giorni alla fine della corsa che prepara al Tour de France. 

◇   Le prove libere della F.1 a Montreal hanno messo in mostra una bella Mercedes, con Russell primo nella seconda sessione di prove libere [Verstappen era stato il più veloce nella prima] e Kimi Antonelli terzo. La McLaren meglio nella seconda sessione che nella prima. Leclerc è andato contro un muro. 

◇   La Juventus ha prolungato il contratto a Igor Tudor fino al 2027 con opzione per un altro anno. 

◇  Lutto nel mondo della pallavolo. E’ morta all’età di 52 anni Barbara Siciliano, ex nazionale azzurra con 39 presenze. Aveva giocato a Modena, Chieri e Bergamo. La Nazionale maschile è stata battuta nella notte dalla Francia in Nations League dopo i due precedenti successi su Bulgaria e Germania. 

◇  Gli Oklahoma City Thunder si sono portati sul 2-2 nella finale NBA vincendo Gara-4 in trasferta. Hanno battuto gli Indiana Pacers per 111-104 con un parziale di 12-1 negli ultimi tre minuti. Undici dei 12 punti li ha segnati Shai Gilgeous-Alexander, il MVP della stagione regolare. 

◇  Elisabetta Cocciaretto si è qualificata per la semifinale del torneo di s’-Hertogenbosch in Olanda. 

◇  Léon Marchand è stato autorizzato a saltare gli Assoluti di nuoto di Francia in vista dei Mondiali. Ma non ci sono neppure Manaudou, Kirpichnikova e Grousset

◇  La Nazionale femminile di pallacanestro ha chiuso la preparazione per gli Europei [dal 18 giugno] battendo Montenegro per 79-41

 

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#1 giorno al GP di Montréal 

   

Pogacar e il fascino della montagna

Una specie di omaggio ai cinquant’anni della maglia a pois

C’erano trenta gradi ieri sulla strada verso la Côte de la Cry a Combloux, 2.7 km al 7.7 percento. Ma ce n’erano 32 e mezzo anche sullo Jebel Hafeet a febbraio, e pure allora Tadej Pogacar salutò la compagnia e se ne andò. Come se fosse ancora febbraio, come se non avesse già nelle gambe 20 giorni di corsa e 3.691 km percorsi, ieri il professor Casamandrej ha fatto lo stesso. È partito come le persone normali a 7 km dalla fine e se li è fatti bastare per vincere la nona corsa dell’anno, dando 1:01 a Vingegaard, 1:50 a Evenepoel, una via di mezzo al tedeschino Lipowitz e all’americano Jorgenson. Quando mancano altri due arrivi in salita alla fine del Giro del Delfinato, Pogacar guida la corsa che prepara al Tour de France con 43 secondi sul grande rivale danese.

Le risposte sono arrivate. L’immaginifico Alexandre Roos su L’Équipe dice addirittura che non sono stati otto i km nei quali ha spaccato in due il suo miglior nemico, ma son bastati 100 metri, quelli all’uscita di una curva ripida della Côte de Domancy, da qui – racconta – il sollievo che si respirava all’arrivo, il tono scherzoso con cui diceva di voler arrivare presto per vedere Urska Zigart, la sua compagna, al Tour de Suisse [settimo posto in classifica generale], e lo stesso tono usato per le frasi rivolte agli avversari: 

«Se fossi al posto di Jonas o di Remco, se avessi perso io un minuto, direi loro di non agitarsi troppo, perché bisogna essere bravi al Tour de France, dove sarà tutta un’altra storia» 

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I CINQUANT’ANNI DELLA MAGLIA A POIS

È in salita che il ciclismo ha sempre scritto le sue chansons de geste. In salita i ragionieri non hanno cittadinanza. La montagna ha una verità dello sguardo che vince sulla verità delle calcolatrici. Marco Pantani ha vinto poco più di una trentina di corse – ha ricordato una volta Riccardo Spinelli su Bidon Magazinequante ne vinceva Merckx in una stagione. Come Charlie Parker, non ha avuto una carriera molto lunga. Però chi se li scorda quei trenta pezzi. L’Alpe d’Huez, Montecampione, Aprica, Mont Ventoux. Ce li ricordiamo tutti. E infatti in quelle cattedrali verticali che sono le salite Marco Pantani viene ricordato ancora. E il motivo è uno solo: che non conta solo quanto si vince, ma come si vince. Non conta quanto si suona, ma come si suona. E Marco Pantani suonava bene, eccome.

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Tutte le tensioni intorno ai Mondiali dei club

La gestazione è stata complicata. Prima di mettere sul tavolo il suo montepremi da un miliardo di dollari, la nuova Coppa del Mondo della FIFA per club aveva trovato proprio fra i club qualche voce ribelle.

E si gioca troppo, e gli infortuni, e boicottiamo, e non veniamo.

Le squadre invece stanno tutte là. Nessuna ha fatto un passo indietro e neppure di lato. Carlo Ancelotti si era iscritto al partito dei ribelli, il Real Madrid aveva fatto fuoco e fiamme minacciando di ritirarsi, il miliardo di dollari ha convinto tutti che ‘sto torneo quasi quasi non è poi così maluccio.

Anche per i diritti tv è stata una putecarella. In Italia DAZN darà le partite in chiaro, qualcuna andrà su Mediaset e insomma ogni squarcio si ricuce, anche se poi si vede il segno dei punti.

L’Équipe definisce questi nuovi Mondiali dei club un’enigmatica appendice a una stagione iniziata undici mesi fa per i club europei.

Da luglio a giugno senza sosta, e chi arriverà fino in fondo dovrà inventarsi un’estate mai vista per prendere fiato e ricominciare, dritti verso un nuovo campionato, una nuova Champions, un nuovo Mondiale per le nazionali. Auguri.

Le 32 squadre vengono dai cinque continenti, le partite saranno 63 in un mese e si comincia stanotte con l’Inter Miami di Messi e gli egiziani dell’Al-Ahly in un clima assurdo di guerre nel mondo e di ribellione negli USA.

Il giornale francese dice che si tratta di un torneo che si dirige verso l’ignoto in cerca di legittimità, ampiamente osteggiato dai media e dal pubblico americani, al punto che la FIFA ha ridotto significativamente la sua politica dei prezzi e sta aumentando gli sconti. Per evitare tribune deserte nella partita d’apertura sono stati offerti biglietti al costo di 17 euro agli studenti del Miami Dade College. In omaggio: quattro biglietti per le prossime partite. 

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  Corriere della sera: “Asticella altissima per Chivu e Tudor, la strana coppia sul pianeta delle star  |  Oaktree accelera peer rifinanziare l’Inter” – Mossa sui conti: il fondo riacquisterà il bond ottenendo tassi più favorevoli 

 

La partita inaugurale

  C’è il faccione di Lionel Messi sul poster della partita d’apertura. Qualche giorno fa è apparso accanto alla superstar NFL Patrick Mahomes, un incontro organizzato da uno sponsor comune per attirare sul soccer gli sguardi di chi ancora lo guarda con una certa commiserazione. Tutto sommato, Messi è nel 2025 ancora quel che sono stati Pelé, Beckenbauer, Beckham e Ibrahimovic prima di lui. Un testimonial di una faccenda lontana, uno sport che rimane all’ombra dei quattro giganti USA [football, basket, baseball, hockey].

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Gli Europei Under-21

  L’appecundria di chi è sazio e dice ca è diuno trova nel dizionario italiano termini più vaghi e ristretti per la traduzione, o così almeno piace sottolineare da Pino Daniele in poi ai parlanti la lingua di Partenope. I francesi che come tanti altri hanno onorato la città con il loro dominio per restarne dominati [il babà, il bidet, ‘a buatta] devono aver fatto in tempo a conoscere quella indefinibile malinconia napoletana. Qualche anno dopo la mescolanza e la contaminazione dovuta a Giuseppe Bonaparte, la troviamo paro paro nella poesia di Baudelaire. L’appecundria la chiamano spleen

Tutto questo per dire che di spleen era piena ieri la sala stampa dello stadio MSK di Zilina, dove una trentina di giornalisti georgiani si sono accalcati per la vigilia della partita Under-21, mentre i francesi erano trenta volte meno, cioè uno, il tipo de l’Équipe che riferisce tutto questo sul suo giornale in evidente stato di alterazione che gli scoppia ‘mpietto

Metà dei giornalisti georgiani, si legge, portava la maglia della nazionale e l’altra metà la maglia del Napoli, uno di loro con il nome di Kvaratskhelia scritto a pennarello. L’Équipe approfitta di questo paraustiello [ma qui la parola viene dalla dominazione spagnola] per dire che c’è un entusiasmo completamente diverso intorno alla partita. La Georgia ha vinto all’esordio contro la Polonia [2-1, mercoledì], la Francia ha pareggiato 0-0 con i portoghesi e stamattina si riaffaccia tutta I Bleuets soffrono l’assenza di Désiré Doué, Rayan Cherki, Maghnes Akliouche ed Enzo Millot,

  ORE 21  SU Uefa TV

La Gold Cup

Come se non ci fossero altri tornei nei paraggi, comincia pure la Gold Cup, come dire gli Europei dei centro-nordamericani. Da qualche tempo hanno preso il vizio di invitare anche squadre fuori contesto geografico, in questo caso gli amici dell’Arabia Saudita con i quali ci si può sempre mettere a tavola la sera e discutere di un buon investimento. Gli Stati Uniti debuttano con Trinidad & Tobago, poi giocheranno proprio con Arabia Saudita e alla fine Haiti, il che mette l’asticella piuttosto in basso – considera il Los Angeles Times – per superare la fase a gironi

Il Messico affronterà Suriname e Costa Rica dopo la partita d’esordio con la Repubblica Dominicana. Due squadre accedono ai quarti di finale da ciascuno dei quattro gironi da quattro squadre, anche il Messico è praticamente certo di passare il turno.

Il giornale californiano allora scrive che se tutto questo aiuterà le squadre ospiti dei prossimi Mondiali a prepararsi l’estate del 2026 non lo sapremo prima di un anno. Ma esistono collegamenti tra la Coppa del Mondo e la Gold Cup fin dal primo torneo del 1991 quando gli USA aprirono per la prima volta al soccer il leggendario Rose Bowl di Pasadena. La Gold Cup rappresentava una sfida all’epoca, oggi non lo è più

USA e Messico si sono spartiti ogni torneo del Duemila e si sono incontrati in finale sette volte. Tutto ciò porta a dire – si legge sul Los Angeles Times – che se Stati Uniti, Messico e Canada non riescono a trovare nessuno con cui giocare mentre il resto del mondo è impegnato nelle qualificazioni, forse fanno bene semplicemente a giocare tra loro

  0.05 Calcio, Gold Cup: USA vs Trinidad&Tobago – ONE FOOTBALL

  4.15  Calcio, Gold Cup: Messico vs Repubblica Dominicana – ONE FOOTBALL

   

Scegli anche tu da casa un azzurro per l’azzurro

Oh, pare che la federcalcio annunci Rino Gattuso come cittì della Nazionale e l’acquisto presso Leroy Merlin di una nuova panchina. Sono disponibili in molte versioni, ce ne sono in acciaio pieghevole, con i braccioli, in legno, in ghisa, in polipropilene, in resina, ce ne sono pure alcune senza schienali, sono dei begli oggetti e in molti casi la consegna è gratuita. Ne serve una larga, molto larga, con molti posti, perché pare che la sola condizione per avere Rino Gattuso cittì sia circondarlo di un folto gruppo di compagni di viaggio. 

Oltre a Buffon che c’è già, pare che arrivino Bonucci, Barzagli, Prandelli, Zambrotta e Perrotta. Manca una punta ma il centravanti è lo spazio. È sulla panchina casomai che lo spazio rischia di mancare perché per conto suo Gattuso ha chiesto di avere un vice, due preparatori atletici, un match analyst e un allenatore dei portieri. Se i conti non sono sbagliati fanno in tutto undici persone. Qui la battuta verrebbe facile, si vede che in federcalcio sono spiritosi. 

Il progetto peraltro porta un bel nome, si chiama Azzurri per l’azzurro – un po’ come se a Wimbledon lanciassero Giardinieri per il giardino. In questi casi fa bene allo spirito immaginarsi la riunione che ha partorito l’idea. Quasi sempre c’è un dipendente che dice chiamiamolo: Gli azzurri per l’azzurro. Tutt’intorno fanno mmm, dai, non funziona. Allora un dirigente, forse addirittura il presidente, dice: chiamiamolo Azzurri per l’azzurro. Senza l’articolo – e tutti balzano dalla sedia, gridano fantastico, qualche volta si stappa una bottiglia. Secondo alcune indiscrezioni, prende corpo in federcalcio l’idea di lanciare un concorso popolare per riavvicinare i tifosi alla Nazionale e ai suoi famosi valori. Si chiamerà Scegli anche tu un azzurro per l’azzurro. In palio una maglia sudata. Gravina ha chiesto come si fa a distribuire le cartoline per il voto a 60 milioni di italiani, ma alla fine lo hanno convinto che oggi molte cose si fanno online. Non si può votare per Bruscolotti perché non ha presenze in Nazionale. La folla intorno all’inconsapevole Gattuso assume la forma e la consistenza di un piccolo plotone di badanti. Per fortuna la Nazionale non gioca di giovedì. 

 

Come sta la fabbrica italiana delle medaglie 

Fino a una quindicina d’anni fa gli Europei di scherma erano i Mondiali con un altro nome. L’élite era tutta concentrata nello stesso continente. Ma l’ultimo Mondiale senza ori vinti dal resto del mondo porta ormai la data del 2007. Dopo sono arrivate la Cina, gli USA, la Corea del sud, sono arrivati i cinque ori del 2019 compreso uno al Brasile di Nathalie Moellhausen nella spada, gli ori olimpici di Hong Kong, l’Egitto in finale. I prossimi si terrano a Tblisi dal 22 luglio. 

Così gli Europei adesso sono soltanto Europei. Il Corriere della sera ricorda che nella stagione di Coppa del Mondo l’Italia ha ottenuto finora 59 podi con 22 vittorie. L’anno scorso a Basilea il bilancio fu di 5 medaglie d’oro, 5 d’argento e 3 di bronzo.

  ORE 11 e 18  su Sky Sport  | Finale fioretto femminile – La squadra italiana che avrà cominciato al mattino le qualificazioni è composta da Arianna Errigo, Anna Cristino, Martina Batini, Alice Volpi, la campionessa uscente. Martina Favaretto, numero 1 del ranking, ha scelto di saltare l’evento per tornare ai Mondiali dopo un infortunio muscolare. 

Finale sciabola maschile – La squadra italiana che avrà cominciato al mattino le qualificazioni è composta da Luca Curatoli, Michele Gallo, Pietro Torre, Dario Cavaliere, Matteo Neri. Michele Gallo è il campione uscente. 

   

Grazie al cielo esiste Julio Velasco

«Credo che si esageri con le metafore sportive nella società, perché lo sport è competizione e a volte non basta fare tutto bene o perfino benissimo se c’è uno che fa meglio di te. La vita non è un campionato, vincere non è l’unico modo di fare le cose, non esiste una classifica dei medici. Gli errori che ho fatto all’inizio della carriera in Argentina non se li ricorda nessuno mentre quelli che ho fatto da padre le mie figlie non li hanno scordati. L’allenatore è al tempo stesso un docente e un leader, deve insegnare e guidare e deve portare i giovani a superare quelli che loro credono essere i propri limiti. La sua miglior virtù dev’essere una buona memoria per ricordarsi com’era a 12, 18 o 22 anni. E a quell’età avrei mandato a quel paese chiunque mi avesse detto che valevo poco e che non avevo valori. L’allenatore vuole che i suoi giocatori crescano o ubbidiscano? Vuole liberarli o comandarli? A me non basta che i miei giocatori facciano quel che dico io. A me non piace la musica che ascoltano e meno male che hanno una musica che non piace a noi adulti, ne hanno bisogno. Ci sono poi allenatori bravissimi ai quali non piacciono mai i giocatori che hanno e solo quelli degli altri. Se a un allenatore non piacciono i suoi giocatori è nella merda. I tuoi giocatori invece ti devono piacere non perché sono i migliori ma perché sono i tuoi, come i figli».

JULIO VELASCO con Emanuela Audisio a Repubblica delle Idee

 

 

Perché i francesi non vincono più a Le Mans

Il grande rimpianto dei francesi è che nessuno dei loro piloti sia nell’albo d’oro dai tempi di Romain Dumas con la Porsche nel 2016. Lui dice che non si vince questa corsa solo perché la corri in casa e fa notare che anche prima di lui, fra il 2000 e il 2009, nessuno ce l’aveva fatta. Dopo è venuta una generazione d’oro, con Benoît Tréluyer nel 2011, 2012 e 2014, con Loïc Duval nel 2013, ma Éric Hélary [vincitore 1993] con l’Équipe sottolinea che all’epoca bastava essere un pilota Audi o Porsche per finire automaticamente tra i favoriti. Bastava avere la fortuna di trovarsi alla guida della macchina che la marca aveva scelto come preferita. Le cose sono cambiate radicalmente quando i due colossi tedeschi hanno lasciato le corse endurance, sostituiti al vertice dalla Toyota, che ha cominciato a vincere subito dopo aver chiuso i contratti con Stéphane Sarrazin e Nicolas Lapierre. 

La Toyota è favorita anche stavolta, insieme con la Ferrari. Le Hypercar al via saranno 21 e il via verrà dato – meraviglia delle meraviglia – da monsieur Roger Federer per quello che si presenta come un vettore incommensurabile di emozioni, positive e negative, di spettacolo in pista e fuori, di colpi di scena, sorprese, gioia, rabbia, frustrazione e felicità condivisa in un’arena di pochi km².  

L’Équipe considera che il panorama non è mai stato così competitivo, con otto costruttori, 21 maschine e quasi altrettanti potenziali vincitori. Chi escludere quasi certamente: la nuova Aston Martin Valkyrie con il suo V12 aspirato, l’unica non ibrida in griglia, ancora un po’ troppo acerba per rendere la vita difficile ai pezzi grossi della categoria e forse pure la Peugeot 9X8 reduce da una settimana negativa a La Sarthe. 

Ci sono 19 ex piloti di F1 sulla griglia di partenza, tra cui Kevin Magnussen su una BMW e la coppia della Cadillac che il giornale sportivo ha messo uno di fianco all’altro per un’intervista doppia nella quale richiamare quei bei tempi di una volta: sono Sébastien Bourdais e Jenson Button. Jenson Button, non Benjamin. Se alla 24 ore di Le Mans ci fosse Benjamin Button, la partenza verrebbe dopo l’arrivo [ah ah ah che ridere]. 

  15.45  su Eurosport

 

 

Per vedere Mathias Gidsel in semifinale di Champions

Il Nantes deve trovare oggi l’antidoto per un veleno che nessuno ha ancora scoperto. Il veleno si chiama Mathias Gidsel, terzino destro del Berlino e miglior giocatore di pallamano al mondo. È stato premiato come MVP delle Olimpiadi di Tokyo e di Parigi, MVP agli ultimi due Mondiali, giocatore dell’anno nel 2023 e nel 2024. Ha 26 anni, si trova al picco della carriera, mancino, un metro e 90, chioma bionda e ribelle. Ha guidato la squadra allo scudetto e a questa Final Four di Champions League. Si aggiudicherà senza alcun dubbio il titolo di capocannoniere alla sua prima partecipazione. Ha già 126 gol in 17 partite, a quattro da Mario Šoštarić che nel frattempo è stato eliminato con lo Szeged. È anche in testa alla classifica degli assist [59].

L’allenatore del Nantes, Grégory Cojean, dice che Gidsel sa fare tutto a una velocità vertiginosa. Insomma farebbe comodo nelle case di tutti, specialmente di sera quando siamo stanchi e ci sono ancora i piatti da lavare. Dice che Gidsel vede tutto e in fretta, tira in sospensione, va uno contro uno, impedirgli di far danni è impossibile. In questa stagione ha segnato 539 gol in 67 partite giocate con il Berlino e la Danimarca. Una media di 8 gol a partita, tirando pochissimi rigori. 

Thierry Anti, consulente di Eurosport, ultimo allenatore del Nantes prima di Cojean, dice che ci sono solo due modi per fermare un giocatore che fa così tanta differenza: o gli si mettono due uomini addosso e si spera che l’uomo libero non ne approfitti, oppure si cerca di non fargli arrivare mai la palla. Anti intende dire che ci sono solo due modi legali. Si potrebbe in realtà provare qualche trucchetto, tipo fargli sparire le scarpe 10 minuti prima di andare in campo, oppure chiuderlo a chiave in uno stanzino e alzare il volume della musica così nessuno lo sente gridare. 

 


     

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