Pogacar è la reincarnazione del professor Casamandrei

 

La reincarnazione del professor Casamandrei

Era già tutto previsto, lo sapeva Riccardo Cocciante e lo sapevano tutti quelli che hanno acceso la tv per guardare Tadej Pogačar farsi di polvere e terriccio sulle strade delle colline senesi. Il come no, il come non era in preventivo. Cadere a 50 km dal traguardo, scrollarsi il polline di dosso, risalire in bici, inseguire, riprenderli con quattro pedalate, staccarli con tre, alzare le braccia, vincere insomma come vinceva il professor Casamandrei-Totò contro Bartali e Coppi in quel film del Quarantotto. 

Il Quarantotto di Pogačar è ormai ogni giorno, perché il ciclismo è uno sport strano, meraviglioso e bizzarro, così scrive stamattina l’immaginifico Alexandre Roos su L’Équipe, un raduno di dolci sognatori. Un’ora dopo la vittoria alle Strade Bianche, scortato dal clamore che si levava dai vicoli e che faceva venire i brividi, Tadej Pogačar era ancora in mezzo alle domande e allo stupore di chi gli chiedeva come avesse fatto. 

A parte qualche fasciatura applicata frettolosamente sulla gamba sinistra – racconta Roos – non c’era traccia di ciò che aveva passato. Una giacca nascondeva i lividi, il sangue, la pelle lacerata. Il suo corpo ha attraversato tutti gli stati, lo shock dell’asfalto, il panico, l’anestesia dell’adrenalina, ma aveva il viso sereno, la carnagione diafana e lo sguardo leggermente assente. Come in un ritratto rinascimentale. Il suo sguardo si è oscurato solo quando veniva importunato da una domanda che metteva in discussione la sua supremazia infangando il suo status: Tom Pidcock lo ha aspettato? Pogačar ha risposto educatamente, ma si capiva che non gli importavano quei dettagli, quelle chiacchiere da scrivani che svaniscono al calare della notte.

Pogačar è andato giù per terra in una discesa, aveva preso una curva a sinistra troppo bruscamente a oltre 60 km/h, si è schiantato sul lato sinistro con le gambe all’aria, oltre un fosso. Ha quasi preso un palo. In quel momento era in testa con Tom Pidcock e Connor Swift, i due sopravvissuti alla sarabanda fatta dalla UAE sul Sante Marie, dove Florian Vermeersch, Isaac del Toro e Tim Wellens hanno fatto saltare le gambe al gruppo. Pidcock sì, ha rallentato, ma non per generosità o fair play verso Pogačar. Lo ha atteso per non doversi fare da solo gli ultimi 46 km, con l’ansia di sapere che dietro prima o Casamandrej Pogačar sarebbe arrivato. 

È sul Pinzuto che Pogačar ha attaccato, una prima accelerazione in un modo che Roos definisce selvaggia e chapliniana, seguita da una seconda con la schiena che ondeggiava con la potenza di un boa mentre Pidcock era altro, Pidcock era un leone marino che lotta contro l’annegamento, ma non avanzava più, soffocava

Pidcock aveva fatto prima una cosa nuova. Non aveva lasciato andare Pogačar. Pensavamo che tutti si fossero rassegnati al dominio dell’orco degli Emirati Arabi Uniti, ma lui ha indicato una via: quella della ribellione. Pidcock ha corso per vincere, questa è la differenza. Questa volta non possiamo processare Pogačar con l’accusa di aver ucciso ogni suspense. L’anno scorso ha dominato la gara con un raid solitario di 80 km, da solo nel suo mondo, desideroso di mostrare il divario che lo separa dagli altri. Questa volta ha dimostrato di poter sopravvivere agli elementi opposti, scendendo nell’arena se necessario per unirsi alla battaglia

Le vittorie alle Strade Bianche adesso sono tre, quanto quelle di Fabian Cancellara e sta gradualmente costruendo un pantheon personale di successi che resteranno nella memoria delle persone, una mitologia. Prossima missione: la Sanremo. Lui vuole la Classicissima. Mathieu Van der Poel è stato avvertito. È il prossimo che vorrà spezzare.

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