Il Delfinato di Tadej Pogacar è un annuncio del Tour

C’erano trenta gradi ieri sulla strada verso la Côte de la Cry a Combloux, 2.7 km al 7.7 percento. Ma ce n’erano 32 e mezzo anche sullo Jebel Hafeet a febbraio, e pure allora Tadej Pogacar salutò la compagnia e se ne andò. Come se fosse ancora febbraio, come se non avesse già nelle gambe 20 giorni di corsa e 3.691 km percorsi, ieri il professor Casamandrej ha fatto lo stesso. È partito come le persone normali a 7 km dalla fine e se li è fatti bastare per vincere la nona corsa dell’anno, dando 1:01 a Vingegaard, 1:50 a Evenepoel, una via di mezzo al tedeschino Lipowitz e all’americano Jorgenson. Quando mancano altri due arrivi in salita alla fine del Giro del Delfinato, Pogacar guida la corsa che prepara al Tour de France con 43 secondi sul grande rivale danese.

Le risposte sono arrivate. L’immaginifico Alexandre Roos su L’Équipe dice addirittura che non sono stati otto i km nei quali ha spaccato in due il suo miglior nemico, ma son bastati 100 metri, quelli all’uscita di una curva ripida della Côte de Domancy, da qui – racconta – il sollievo che si respirava all’arrivo, il tono scherzoso con cui diceva di voler arrivare presto per vedere Urska Zigart, la sua compagna, al Tour de Suisse [settimo posto in classifica generale], e lo stesso tono usato per le frasi rivolte agli avversari: 

«Se fossi al posto di Jonas o di Remco, se avessi perso io un minuto, direi loro di non agitarsi troppo, perché bisogna essere bravi al Tour de France, dove sarà tutta un’altra storia» 

Roos invece pensa che il danese e il belga [e tutti gli altri] abbiano più di un motivo per allarmarsi. Anche se non vogliamo trarre conclusioni affrettate, sappiamo che da qui agli Champs-Élysées possono verificarsi una moltitudine di eventi, ma due cose sono state evidenti in questo primo arrivo in salita.

Tadej Pogacar è già più forte dell’anno scorso, almeno in uno sforzo di questo tipo, durato circa venti minuti, in una tappa certamente breve [127 km]. Più tonico, più potente nei fianchi, nella schiena e nel cuore, una condizione che gli ha permesso ancora una volta di staccare tutti gli altri rimanendo seduto sulla sella. Se pensiamo alle disfatte dell’anno scorso, la prospettiva per i rivali è terrificante.

Si può eccepire sulla strategia dei Visma, aver acceso la corsa sulla salita del Mont-Saxonnex a 45 km dal traguardo ma consentendo ai compagni di Pogacar di rientrare in discesa verso Sallanches. Ma sarebbe cambiato qualcosa? Forse no, spiega Roos nel leggere la corsa alla vigilia delle ascese di oggi su Col de La Madeleine e Croix de Fer.

Quando sette anni fa vennero affrontate una dietro l’altra al Tour de France, Gianni Mura scrisse: La Madeleine, al di là del bel nome e dei ricordi proustiani, è una salitaccia che sembra non finire mai. Finisce dopo 25 km, ha un fondo rugoso che grattugia corpi e anime. E finita quella c’è la Croix de Fer, fondo simile, e sono altri 29 km di salita.

Secondo Roos il destino di questa edizione sembra segnato, almeno per la vittoria finale. Vingegaard e i suoi non molleranno la lotta, Lipowitz andrà ancora all’attacco negli ultimi chilometri, Evenepoel ancora un po’ arrugginito dalla caduta dell’altro giorno cercherà di ridurre il distacco. Ma Tadej Pogačar ha già la corsa in pugno. Difenderà la maglia e non perderà l’occasione di mettere un po’ più di pressione sui rivali, ma questo Delfinato già non è più la sua battaglia perché sa di essere sulla buona strada per vincere un quarto Tour de France. La prossima Grande Boucle sarà un pellegrinaggio per il campione del mondo tra strade dove in passato ha sofferto: Hautacam, Ventoux, Col de la Loze. Dove danese lo ha malmenato. Ma il tempo in cui il suo rivale poteva dominarlo in montagna è finito.

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