Perché alle donne non è permesso giocare a baseball
Baseball. Non softball. Baseball. Le donne hanno una loro versione del gioco, certo. Ma perché sono tenute fuori proprio dal massimo passatempo americano? Perché il baseball non ricambia tutta la devozione che gli viene riservata?
Se lo è domandato Kaitlyn Tiffany, autrice di Everything I Need I Get From You: How Fangirls Created the Internet as We Know It e ne ha scritto sulla rivista The Atlantic, raccontando in prima persona l’esperienza fatta a Tampa Bay al costo di 2.500 dollari: trascorrere una giornata al Mini-Fantasy Camp dei New York Yankees, un evento annuale che viene pubblicizzato con un tocco retrò e una campagna ben pensata: “Ragazze, l’opportunità sta bussando finalmente alla vostra porta. È arrivata la vostra occasione di vivere da Yankee”. Dove la chiave di tutto è l’avverbio finalmente.
Molte squadre della Major League organizzano dei fantasy camp ma per gli uomini, solo gli Yankees e i Boston Red Sox ne offrono alle donne. L’esperienza consiste nel ricevere la divisa della squadra, l’accesso alle vasche di ghiaccio della squadra, massaggi praticati dai fisioterapisti della squadra, il catering della squadra [un arrosto: pare memorabile] e 35 inning da giocare in due giorni, cinque partite da sette, con le 87 iscritte divise in sei squadre.
Kaitlyn Tiffany apre il suo lunghissimo racconto confessando di aver dovuto superare un problema iniziale. I New York Yankees non le piacciono. La sua squadra del cuore sono i New York Mets. Si capisce che la situazione è stata politicamente spinosa. Quando a un certo punto dice di aver provato a rivelare la sua reale passione a una donna dall’aspetto amichevole sulla navetta che le portava alla cena di apertura, amichevolmente è stata zittito e invitata a tacere. Per il suo bene.
Alla sua squadra è stato dato il nome di Pinstripes, giocatrici con un’età compresa tra i 24 e i 70 anni, alcune con un’esperienza nel softball di serie A. A questi camp c’è chi si iscrive per festeggiare un compleanno come si deve, chi per divertirsi e basta, chi per vedere dal vivo da che cosa ogni giorno le donne americane sono esclude.
“Certo – scrive Kaitlyn Tiffany su The Atlantic – le ragazze possono giocare nelle squadre di baseball della Little League, nelle squadre delle scuole superiori con i ragazzi, alcune perfino in squadre miste universitarie. Ma non hanno un campionato per loro. Non esiste il baseball femminile delle scuole superiori o universitario. Non esiste un baseball professionistico per donne, a parte una squadra per la Coppa del Mondo che viene formata e smantellata ogni pochi anni. Non solo questa è una sconcertante realtà, ma è una sconcertante realtà di cui quasi nessuno parla”.
FARCELA, NON FARCELA
Qua e là nel lungo reportage, fra aneddoti e descrizioni, la scrittrice semina riflessioni e militanza. “Il baseball è democratico e giusto, egualitario e semplice, premia l’impegno e rivela il carattere di ciascuno, ama chi infrange le regole ma pure giudica chi bara. Ha obiettivi elevati e aspettative serie, consente teatralità e divertimento. Glorifica il lavoro di squadra ma venera anche l’eroe individuale. Offre una comoda scusa per mangiare un hot dog. Ma le donne sono fuori. Le donne giocano a basket, uno sport che è quasi antico quanto il baseball, ma che non ha mai avuto lo stesso significato culturale. Giocano a calcio, che non è uno sport prevalentemente americano. Giocano a hockey e a lacrosse. Non praticano il volgare e stupido football, ma in realtà non dovrebbero farlo neppure gli uomini. Praticano pure tutto il resto: ogni sport mai inventato, persino quelli più strani. Senza una ragione ovvia, pratica o logica, viene loro concesso di amare il baseball, ma senza di giocarci. Non possono insomma praticare lo sport più americano di tutti”.
Tiffany ricostruisce qualche tentativo e qualche passaggio storico, cita pioniere che hanno provato a sovvertire l’ordine delle cose [il pezzo per intero si trova qui] ma finisce per sbattere ogni tanto contro citazioni e posizioni che hanno fatto da barriera e ostacolo, come per esempio il libro di Gladys E. Palmer i[Baseball for Girls and Women], una delle prime sostenitrici dell’atletica leggera femminile, ma convinta che «le ragazze non hanno un’attitudine naturale per il lancio, non quella che tutti i ragazzi hanno fin dalla prima infanzia». Così consigliava loro di avviarsi a uno sport che fosse «meno faticoso».
AG Spalding, uno dei primi dirigenti del baseball e fondatore del primo impero di articoli sportivi del paese, disse un bel po’ di decenni fa che «una donna è libera di sventolare il fazzoletto e tifare per la squadra che vuole, ma né le nostre mogli, né le nostre sorelle, né le nostre figlie, né le nostre fidanzate possono giocare a baseball. Il baseball è troppo faticoso per il genere femminile».
Tra una riflessione e un’altra, è poi arrivato il momento per la scrittrice di andare battere [“che era la mia vera paura”], ma a questo punto Emanuela Folliero direbbe agli amici spettatori dei Bellissimi su Rete4 che non bisogna andare oltre per non rovinare il finale, né il racconto del pranzo, né la descrizione delle vite comuni o straordinarie delle altre 86 partecipanti. Un formidabile racconto di lanci e fuoricampo in presa diretta, di flashback e flash forward nelle vite di tutte, con lo sfondo di film e documentari che hanno nutrito l’immaginario collettivo, mentre “la maggior parte delle donne che provano il baseball – scrive Tiffany – non sono all’altezza come me, come Brett Baty e come la maggior parte degli uomini”.
| Ma la MLB investe sulle donne
Questo racconto se ne stava congelato da tre mesi nel freezer di Slalom, chissà per quanto ancora avrebbe chiesto di essere tradotto se non fosse sbucata la notizia che la Major League sta investendo sul progetto di una nuova lega di softball.
“L’esplosione di popolarità degli sport femminili negli Stati Uniti – ha scritto Lindsey Adler per il sito della NBC – ha portato la Major League a una conclusione ovvia: è giunto il momento di investire nel softball per raccogliere i frutti finanziari. A differenza di calcio, basket e hockey, il baseball non ha un bacino significativo fra le dilettanti negli Stati Uniti. Fin da piccole le ragazze vengono spinte fuori dal baseball e indirizzate al softball. Tutti gli investimenti fatti in campo femminile sono tradizionalmente orientati a costruire quel che viene definito “un legame emotivo”.
Ora invece accade che la MLB abbia investito circa il 20% delle quote nell’Athletes Unlimited Softball League (AUSL). L’importo non è pubblico, ma alcune fonti dicono che si aggira intorno alle otto cifre. “Non è una donazione filantropica a una lega professionistica emergente – si legge – ma è la MLB che vede salire alle stelle i ricavi degli altri campionati professionistici femminili e vuol cogliere l’occasione migliore per ottenere la sua parte. L’investimento della MLB nell’AUSL non è dovuto solo al fatto che si tratta della lega di softball professionistica più affermata negli Stati Uniti. È anche dovuto al fatto che l’AUSL è ora gestita da Kim Ng, dirigente di lunga data della MLB e commissioner della lega”.
L’AUSL ha quattro squadre, chiamate a viaggiare per tutto il paese nel 2025 prima di stabilirsi ciascuna nelle propria città di origine nel 2026. Le giocatrici saranno pagate tra i 45.000 e i 75.000 dollari a stagione, 24 partite all’anno: ESPN ne trasmetterà subito 33.