La psicologia del giocatore di biliardo nel suo teatro del silenzio
C’è un ritmo lento che accompagna le partite di biliardo, c’è un ritmo lento che chiede ai giocatori, glielo impone, un controllo feroce dei pensieri. Gli chiede di mantenere la concentrazione per lunghi periodi, spesso immersi in un silenzio carico di attesa che caratterizza le sale da biliardo. Ogni colpo richiede calcolo, visualizzazione, esecuzione precisa, con il peso aggiuntivo della consapevolezza che una singola mancanza di concentrazione può cambiare le sorti di una partita.
Questo succede, questo fa del biliardo un posto dove più che altrove bisogna battersi con i demoni che ti abitano dentro. Tanti altri sport sono un regno di solitudine. Het Nieuwsblad ha spiegato che nel tiro con l’arco o nelle freccette, ogni atleta ha un certo numero di colpi. Si alternano. Al biliardo invece vieni al tavolo solo se il tuo avversario sbaglia. Questa è la sua unicità. «Ogni giocatore di biliardo lo sa: le partite si vincono e si perdono sulla sedia», questo è il parere di Eddy Merckx, un altro che di solitudine ne sapeva. Lui la cercava andando in fuga. «Una delle cose che si impara prima è stare seduto sulla sedia, seguire il gioco del tuo avversario. Non dovrebbe farlo, perché si perdono energie inutili. Bisognerebbe solo stare calmo e aspettare che tocchi a te. Ma l’attesa consuma. Quando mi siedo su quella sedia – ha detto una volta Luca Brecel – finisco con la testa in un altro mondo. Certe volte mi metto a pensare a cose divertenti da fare il giorno dopo».
Snookerpot ha provato a raccontare la psicologia di un giocatore di biliardo e parla di “lotta psicologica che si combatte sul tavolo, sottile e intensa. I giocatori non devono solo tenere a bada i nervi, ma anche padroneggiare l’arte della resilienza psicologica, gestendo le emozioni e i livelli di stress nel mezzo del flusso e riflusso del gioco. È in quest’arena mentale che le partite vengono vinte o perse, molto prima che l’ultima palla nera venga imbucata”.
I giocatori devono essere abili nel visualizzare non solo il prossimo tiro, ma anche quelli successive, devono calcolare angoli, rotazioni e traiettorie con precisione matematica. Le partite si protraggono per ore, certe volte per un paio di giorni. Le tecniche impiegate per migliorare la concentrazione sono varie e sofisticate. Le routine di allenamento sembrano meditative. Lavorano sulla memoria muscolare e sulla fluidità del gesto, sulle immagini mentali da richiamare, colpi pensati prima di essere eseguiti. Una volta un calciatore di serie A raccontò che lo psicologo della squadra gli proibì di continuare a fare un giochino con cui chiudeva i suoi allenamenti: si metteva a una ventina di metri dalla porta e cercava di colpire con la palla la traversa. Gli disse di non farlo più perché il cervello avrebbe memorizzato la traversa come un obiettivo. Quando ne colpì due in una stessa partita si convinse. Se è inventata, è inventata bene.
Anche le tecniche di respirazione dei giocatori di biliardo svolgono un ruolo cruciale. Insegnano a ricalibrarsi e ritrovare compostezza dopo un errore o una svolta inaspettata del gioco. Con la respirazione si calmano i nervi e si lavora sulla fermezza delle mani. È un tiro alla fune mentale, nel quale intervengono piccole provocazioni sottili all’avversario, il ritmo spezzato, alcuni errori voluti per strategia, l’uso sfumato del linguaggio del corpo. Chi sa tenere una faccia imperturbabile, si dice che abbia dei punti in più sul tabellone. Semina dubbi nella testa dell’altro.
È un teatro del silenzio, dove il suono predominante è quello delle palle che si toccano. Nella settimana d’inizio della fase cruciale dei Mondiali, anche L’Équipe Magazine si è occupato del tema. Cindy Juary ha scritto che nella testa di un giocatore succedono molte più cose di quante ne accadono in partita. Roland Tchertoff, commentatore tv del gioco in Francia, le ha detto che si tratta di uno sport senza tempo. Possono essere le 4 del mattino e intorno al tavolo neppure lo sai. Anche da casa quando lo guardi: non sei mai certo che sia una diretta o una partita di tre anni fa. Di biliardo ha scritto pure Sally Rooney sulla New York Review of Books, dicendo che “il silenzio delle sale, ogni tanto rotto da un applauso e ripristinato da un semplice gesto dell’arbitro con un guanto bianco, è quasi mistico. Il biliardo ha la stessa atmosfera di una sala da concerto, con lo strumentista in abito da sera che se ne sta in disparte, senza dire una parola”.
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