Anche strappare i nastrini dalle corna dei tori è uno sport

   

La corrida senza le banderillas

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L’arrivo della primavera segna l’inizio della stagione delle férias nel sud-est della Francia, e quando arrivano le férias non è che si corre la maratona come a Boston. Tra Arles e Salon-de-Provence, tra le Bocche del Rodano e il dipartimento di Vaucluse, preferiscono  la course à la cocarde oppure detta course camarguaise, perché camarghese è la razza di tori che vi prende parte. È una corrida senza banderillas, una sfida che non prevede l’uccisione dell’animale. Il toro è più piccino di quelli che giocano in Spagna. È più agile e più snello. Ha le corna rivolte verso l’alto anziché in avanti. In effetti quasi sempre è un bue, un maschio castrato. Sui manifesti della gara ci va il suo nome, non quello dei toreri come fanno in Spagna. In qualche caso trovano gloria le vacche e da cinquant’anni – l’anniversario cadrà nel mese di ottobre – la course camarguaise viene riconosciuta come sport dal ministero dello sport francese. 

Così stamattina se ne occupa il magazine de L’Équipe facendosi raccontare da Joachim Cadenas, la stella di questa roba, come si debba saper sminuire la propria identità di umani, perché nell’arena non si può barare. Oh, scopo della course camarguaise è sottrarre al bue delle piccole coccarde e dei laccetti che sono stati fissati sulla sua testa e sulle sue corna. Bello, no? 

I partecipanti al gioco sono detti raseteurs, sono vestiti di bianco e quando vengono caricati possono scappare e scavalcare le barriere di legno, come Totò in Fifa e arena. I raseteurs sono aiutati dai tourneurs che si occupano di distrarre il bue. I beni da conquistare sono di tre tipi e vanno afferrati seguendo un ordine preciso. Prima viene la cocarde, un fiocco rosso di 7 cm di lunghezza e uno di larghezza, piazzato in mezzo alla fronte dell’animale con una molletta. Secondo viene la gland, due pompon di lana bianca legati alla base di ciascun corno. Per ultimo c’è la ficelle, un nastro sottile arrotolato attorno alle corna in un numero di volte direttamente proporzionale al valore del bue. 

I raseteurs si aiutano con un uncino di metallo per strappare frammenti microscopici di tessuto senza farsi incornare. Corrono come scattisti, balzano come ginnasti, schivano i colpi come pugili in uno “spettacolo unico, accattivante, magnetico, selvaggiamente estetico, uno spettacolo che unisce sport, danza, balletto e circo” è la sintesi di Alexandre Duyck. Tra la primavera e il mese di novembre si tengono all’incirca 900 eventi, e poi i calciatori si lamentano. Eric Mauras è il presidente della federazione e al magazine de L’Équipe dice che i toreri non sanno mai se torneranno a casa vivi la sera, e onestamente non sembra un’idea venuta all’ufficio reclutamento toreri, forse nemmeno all’area marketing. I toreri sono in tutto un centinaio, cinque o sei vivono del mestiere e hanno un’età compresa fra i 20 e i 35 anni. Non ci sono donne e Mauras se ne rammarica, dice che la federazione non riesce a formarne. L’allenatore più rinomato si chiama Gérald Rado, direttore delle 19 scuole autorizzate con circa 400 iscritti. Quando era un raseteur è stato incornato due volte nello stesso pomeriggio, con due tagli di 30 centimetri nello stomaco. Anche suo padre e suo zio hanno fatto il mestiere. Patrick Laurent, vicepresidente della federazione, dice che il toro è un amico, ma è anche un dio che non può essere toccato. Negli ultimi tre anni sono morti tre giovani.

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