#5 giorni alla Amstel Gold Race
Che cosa stanno leggendo in Europa
| Il calcio è come il cibo: se ti abitui all’aragosta
poi il risotto coi funghi non lo vuoi più
Osvaldo Bagnoli
prima di tutto
Le ultime nove partite per arrivare alla Champions
Nelle quattro partite che vanno in scena tra stasera e domani, c’è una curiosa gamma di scarti da gestire dopo l’andata, margini di uno, due, tre e quattro gol, dal minimo dell’Inter sul Bayern fino al massimo del Barcellona sul Borussia Dortmund.
Se tutt’e quattro le squadre che hanno vinto la settimana scorsa dovessero conservare il loro vantaggio, avremmo delle semifinali con quattro paesi diversi coinvolti. Alla maniera dell’antichissima Coppa dei Campioni. Negli ultimi quindici anni è successo solo nel 2018, con la presenza di Barcellona, Roma, Liverpool e Bayern
Le partite di stasera
Il PSG sta nel mezzo. I gol di vantaggio da gestire nello stadio del Birmingham – contro la squadra che sta nel cuore del futuro re d’Inghilterra – sono due. L’obiettivo è la quarta semifinale in sei stagioni, secondo Vincent Duluc alla portata della squadra di Luis Enrique.
“Sarebbe stupido e francamente incomprensibile – scrive – aver suscitato speranze fino a tal punto, aver fatto una tale impressione, aver distrutto Liverpool e poi fermarsi qui, in un Villa Park maestoso, dalla facciata in mattoni rossi piena di storia e di atmosfera, ma dall’impronta europea superficiale. Soprattutto non sarebbe coerente con la crescita di questo PSG, forse un po’ meno feroce e meno fluido dopo la sosta per le nazionali, ma mentalmente abbastanza forte da riprendersi dal gol iniziale di Morgan Rogers nella gara di andata e costringere ora l’Aston Villa a fare un’impresa”.
Insomma, la France ci crede, nonostante il PSG sia stato fatto fuori già tre volte nelle sette precedenti occasioni in cui aveva vinto all’andata una partita con almeno due gol di scarto. Se non accadesse lo stesso contro l’Aston Villa, avrebbe il più alto numero di eliminazioni di questo genere in Coppa dei Campioni. L’Aston Villa è imbattuto in casa da 15 partite. Unai Emery va predicando che il possesso palla è il modo migliore per controllare l’intensità, ma a Parigi gli hanno rubato la idea. Il PSG ha conttao 569 passaggi in più, con 29 tiri contro sette e nove calci d’angolo a uno.
“La verità – scrive L’Équipe – è che il PSG dovrebbe calare drasticamente nelle prestazioni affinché tutto posso andare male. Non accade da mesi e nulla lo lascia presagire, soprattutto l’inaspettata e magnifica condizione di Ousmane Dembélé, che gioca per il PSG e per il Pallone d’Oro” [ehm sì, in effetti la France non manca neppure un’occasione per far sapere che proverà a pilotare il trofeo nella cameretta del nuovo idolo post-Mbappé]
CHI VEDERE Désiré Doué
Tutto succede troppo velocemente per lui, scrive El Mundo dalla Spagna riconoscendo che da metà dicembre ha segnato 12 gol e servito 12 assist. “Continua a giocare con una sfacciataggine che insulta”.
È passato solo un mese da quando ha segnato il rigore decisivo ad Anfield, due settimane dopo ha fatto il suo esordio con la Francia, mercoledì scorso è stato decisivo con quel gol bellissimo contro l’Aston Villa.
“Parigi era la città che idolatrava Kylian Mbappé, Neymar e Leo Messi. Ora si arrende alla sua nuova stella” scrive Miguel Herguedas. Nell’ultima settimana la sua maglia è stata la più venduta nello store ufficiale del club, davanti a quelle di Ousmane Dembélé e Kvitcha Kvaratskhelia. “L’entusiasmo che circonda il suo calcio versatile e travolgente è cresciuto a tal punto che Luis Enrique fa fatica a reprimere l’euforia in ogni conferenza stampa. La brillantezza di Doué rivaleggia con quella di Lamine Yamal, di due anni più giovane. Tuttavia, a differenza del giocatore del Barcellona, Doué dimostra una maggiore versatilità su tutti e tre i fronti d’attacco”.
Seguono considerazioni nerd sull’uso che ne fa Luis Enrique. Lo ha alternato come ala destra per il 38% dei minuti, ala sinistra per il 21% e attaccante centrale per il 9%. Ma lo ha persino schierato da mezzala [28%] perchè dribbla bene, è tecnico, è fisico, difende. Ha stracciato Bradley Barcola nella concorrenza a un posto. Tra agosto e dicembre Doué era stato titolare solo in tre partite di Ligue 1 e in una di Champions League. Verso la fine dell’anno qualcosa è cambiato. È successo quando quando Luis Campos ha deciso di separarsi da Xavi Simons. Forse le cose sono collegate o forse è solo il nostro bisogno di cercare cause e motivi per ogni cosa. Oggi Barcola fatica a trovare un posto da titolare con la stessa cadenza regolare di prima e rischia pure il suo status in Nazionale.
Doué ha qualcosa di Neymar, quella postura di sfida prima di una finta, il tocco all’indietro con il collo del piede o l’esultanza. Solo che difende meglio. E questo conta. Ha un contratto firmato fino al 2029 o fino al giorno in cui il Real Madrid non gli dirà di farsi venire il mal di pancia per andare al Bernabéu. D’altra parte anche il PSG fa venire il mal di pancia ai calciatori che stanno più sotto nella catena alimentare.
L’Équipe: “Vitinha non ha ballato coi lupi” – Nonostante le sue innegabili qualità non è riuscito a imporsi al Wolverhampton. Ma ha imparato tanto dalla sua avventura inglese [QUI]
Che cosa è diventato il Borussia Dortmund in crisi di identità
Questa invece è la partita con il massimo scarto da colmare, così profondo da far scrivere a The Athletic che forse stavolta neppure il leggendario Muro Giallo potrà farci qualcosa. Domattina quasi certamente il Borussia Dortmund si sveglierà fuori dalla Champions League, per giunta a 6 punti dal quarto posto in Bundesliga con cinque partite ancora da giocare, senza nessuna certezza di tornare a giocare la Coppa anche il prossimo anno. Sarebbe la prima mancata qualificazione dal 2016 per un club che ha il secondo monte ingaggi in Germania.
Nico Kovac ha ereditato una situazione difficile. Quando è stato chiamato al posto di Nuri Sahin, il suo approccio tattico – difesa rigida, transizioni rapide, ritmo di gioco elevato – è stato visto come un azzeramento dello stile tradizionale in voga a Dortmund. Una parte del mandato conferito a Sahin consisteva del resto proprio nel ripristino dell’identità di attacco e di tempesta e Assalto che era andata perduta. Così The Athletic si domanda se il cambio di rotta può dirsi davvero riuscito, o se non siamo di fronte a un nuovo caso di voltafaccia.
Nel passaggio più interessante del suo pezzo per The Athletic, Sebastian Stafford-Bloor dice che “l’identità di gioco è importante per i tifosi, perché dà loro una visione tangibile della direzione che sta prendendo la squadra. Ed è molto più di questo. Si potrebbe dire che sia di fondamentale importanza per il funzionamento del club. È curioso confrontare la percezione del Dortmund con la realtà. Fuori dalla Germania rimane praticamente com’era dieci anni fa. È ancora la squadra che compra a basso prezzo, vende a prezzo alto e fa da perfezionamento per i talenti di alto livello. In realtà tutto questo è ormai superato. Dalla stagione 2017-18, quando Pierre-Emerick Aubameyang e Ousmane Dembélé furono ceduti rispettivamente all’Arsenal e al Barcellona, solo quattro giocatori – Jadon Sancho, Erling Haaland, Jude Bellingham e Abdou Diallo – se ne sono andati per 30 milioni di euro o più. La cosa più preoccupante è che altri club tedeschi ora sono subentrati in quello che un tempo era il punto di forza del club. Nell’ultimo decennio Eintracht Francoforte e Lipsia sono diventate entrambe più ricche e rilevanti di quanto non fossero in passato, soprattutto il Lipsia grazie anche al supporto della sua rete Red Bull. Con la crescente disponibilità e l’utilizzo dei dati, lo scouting è diventato alla pari, i vantaggi di un tempo non esistono più. Molti club sono diventati bravi nell’individuare talenti e c’è molta competizione per essere all’ultimo gradino prima dell’élite”.
Un ex dirigente della Bundesliga ha dichiarato in forma anonima a The Athletic che per il Borussia un altro grosso problema attuale è la reputazione. Quando un giocatore ha la possibilità di andare a Dortmund, vuole prima sapere cosa succederà. Dove verrà poi ceduto. Se il club si metterà di traverso quando sarà il momento di andarsene.
Così l’estate prossima Gittens se ne andrà quasi certamente, Sabitzer è diventato una figura divisiva nello spogliatoio e ci sarà mercato per Adeyemi, che “rimane un giocatore capriccioso e imprevedibile” dice The Athletic. Senza gli introiti della Champions balla anche il proposito di riscattare Carney Chukwuemeka dal Chelsea. “Il club dovrà reclutare altri giocatori di qualità. Ma questo processo dovrà essere guidato dalla consapevolezza di cosa rappresenti oggi il Dortmund. Cos’è? Qual è il suo posto nel calcio?”.
CHI VEDERE Raphinha
Alla fine della stagione scorsa il Barcellona non aveva aggiunto nessun trofeo dietro le vetrine delle sue bacheca, viveva in un senso di deriva e attraversava turbolenze politiche-finanziarie. In mezzo a siffatta procella, Raphinha aveva completato 90 minuti solo sei volte in tutta la stagione. Pensava che una soluzione potesse essere quella di cercare altrove la sua soddisfazione. È sempre il primo pensiero che sale alla mente. Raphinha lo scartò e prese il secondo: spesso è migliore del primo. Afferrò un pennarello e scrisse un numero su una lavagna che tiene dentro casa, chissà per farci cosa, forse per la spesa. Il numero dei gol che avrebbe segnato l’anno venturo. E poi scrisse il numero degli assist. E poi scrisse il numero dei trofei. Nessuno conosce le cifre, nessuno conosce l’importo che Raphinha ha chiesto a sé stesso, ma l’aneddoto gira per raccontare la determinazione con cui si è presentato in ritiro.
Stasera il brasiliano si presenta al ritorno dei quarti di finale di Champions League con 28 gol stagionali, otto in più rispetto alle sue prime due stagioni al Barcellona messe insieme. I suoi 20 assist sono la somma più alta da quando si esibisce al Nou Camp dal 2022. In totale ha segnato o servito assist in 48 dei 146 gol del Barcellona. Più di Robert Lewandowski [43] o Lamine Yamal [31]. Nei cinque maggiori campionati europei, solo Mohamed Salah del Liverpool [55 in tutto] gli sta davanti.
Jack Long e Thom Harris hanno esaminato per The Athletic cosa è cambiato, giudicando decisive per la trasformazione alcune modifiche tattiche. Nella sua prima stagione in Catalogna, Raphinha ha giocato sulla fascia destra, il suo ruolo preferito. “Nelle sue precedenti squadre – si legge – era il re degli spazi aperti, sfruttava al meglio le ripartenze. Ma il Barcellona di solito gioca contro difese profonde e il ruolo richiedeva più pazienza e più complessità. L’emergere di Yamal spinse Raphinha verso sinistra, dove si è sentito meno a suo agio e anche meno contento. Sebbene sulla carta sia ancora l’attaccante a sinistra, con Hansi Flick ora ricopre un ruolo più ibrido. Non rimane sempre all’esterno e non corre con la palla quanto prima. Piuttosto si sposta all’interno per partecipare alla costruzione dell’azione e poi si lancia oltre Lewandowski”. Seguono grafici parecchio nerd che utilizzano i dati di tracciamento di SkillCorner, dai quali si evince che strappa alla velocità di oltre 20 km orari per almeno 0,7 secondi, che i suoi tiri in porta avvengono da posizioni più pericolose e che si dedica di meno a contrastare gli avversari.
I canestri di Bueckers, la nuova pagina bianca della WNBA
Tutto accade in fretta in quelle sere americane nelle quali si organizzano i Draft. Ti cambiano le storie delle franchigie sotto gli occhi. Stavolta è successo a Dallas. La città che ha perso Luka Doncic dalla notte scorsa ha iniziato a credere che un giorno l’anello possa portarlo Paige Bueckers, the next big thing della pallacanestro.
Quando la commissioner Cathy Engelbert ha chiamato il suo nome per primo, la notizia più prevedibile e attesa della serata, lei si è alzata dal suo tavolo al centro della sala, ha abbracciato l’ex compagna di squadra universitaria Azzi Fudd, l’ex coach Geno Auriemma e poi la famiglia, in mezzo a un pubblico per gran parte vestito con la sua maglia. Da quando la squadra ha lasciato Detroit per trasferirsi prima a Tulsa [2010] e poi a Dallas [2016], le Wings hanno mancato i play-off quattro volte su nove e non sono mai andate oltre il secondo turno. “Lunedì sera – dice The Athletic – è il momento in cui sono nati nuovi sogni”. Bueckers ha descritto il compito che la attende non come una ricostruzione, ma come una costruzione dal punto in cui siamo, molto attenta a non urtare la suscettibilità di chi è già dentro lo spogliatoio.
Le Wings hanno un nuovo allenatore in Chris Koclanes e un nuovo direttore generale in Curt Miller. Stanno pianificando un trasferimento da Arlington al centro della città nel 2026 e l’aumento della capienza dell’arena da 6.000 a 9.000 posti. È in costruzione un nuovo centro di allenamento, hanno firmato contratti di sponsorizzazione nazionali in un numero superiore alle ultime tre stagioni e hanno annunciato un nuovo accordo con la TV locale il mese scorso. Libero da vincoli di equilibri nelle relazioni, il ceo e presidente Greg Bibb dice che altro che, Paige Bueckers è una rivoluzione.
Nella stagione scorsa a UConn ha segnato una media di 19,9 punti a partita e servito 4,6 assist. Dallas ha una buona base con DiJonai Carrington, miglior giocatrice della franchigia nel 2024, e la tiratrice Ty Harris. Non è un fenomeno alla Caitlin Clark ma ha trascorso la settimana successiva al titolo universitario fra programmi tv e cerimonie di premiazione. Viene dal college che ha lanciato Sue Bird e Diana Taurasi, quanto basta per vestirsi di nuovi colori e vivere nuovi amori, direbbe il poeta. “Negli ultimi tre anni, pioniere della WNBA come Bird, Taurasi, Fowles e Parker si sono ritirate. Bueckers si unisce alle migliori esordienti dello scorso anno, Caitlin Clark e Angel Reese, tra i pilastri portanti del prossimo capitolo del campionato. Bueckers è consapevole di tutto.
In cinque anni – ha raccontato Ben Pickman su The Athletic – è diventata il volto di un programma universitario dal profilo più alto di quasi tutte le franchigie WNBA, gestendo non solo la sua fama in ascesa, ma anche un clima che nello sport universitario sta cambiando. Fa parte di una generazione di giocatrici universitarie che si sono dovute comportare come professioniste mentre ancora studiavano. Servizi fotografici e spot pubblicitari sono diventati una parte integrante dei suoi giorni liberi. Ha già contratti con Nike, Intuit, Google e Bose. Senza aver mai messo piede su un campo WNBA, è stata già inserita nel materiale promozionale di Ally per l’accordo come banca ufficiale della lega”.
È la prima atleta universitaria a firmare un accordo per la gestione del nome e dell’immagine con Gatorade. Secondo on3 e SponsorUnited, Bueckers è la terza donna dal valore commerciale più alto nello sport universitario, la seconda per seguito sui social media, la prima per engagement. È stata invitata allo show di Jimmy Fallon. I suoi coach dicono che non tutto dipende da punti e assist, buona parte di questo seguito è dovuto al rizz, il carisma.
I suoi genitori, Amy Dettbarn e Bob Bueckers, hanno divorziato quando lei era una bambina. Paige è stata cresciuta dal padre. Ha tre fratelli nati da una relazione diversa, tra cui Drew di 12 anni, di madre afro-discendente. In un ritratto che le ha dedicato il New York Times Drew è un ragazzino che non si stacca mai dal suo fianco [in senso figurato] e lei un modello per tutti i fratelli. Bueckers ha avuto un’educazione cattolica, ma ora dice di frequentare una chiesa che definisce laica. Meglio non approfondire.
A Vogue e GQ ha detto di non volere modelli di genere, «voglio essere qui, essere lì, essere ovunque. Maschile, femminile, crop top, abiti larghi. Non voglio incasellarmi in uno schema. Perché le donne devono mettere dei vestiti? Posso vestirmi da ragazzo se voglio. Cosa vuol dire vestirsi da ragazzo?». I suoi marchi preferiti sono Gallery Department, Rhude, Nahmias e Acne Studios.
Rizz ma anche steez, un termine che definisce quelle persone dotate di uno stile naturale e spontaneo. Agli ESPY Awards del 2021 questo stile si è manifestato in un discorso tenuto dopo aver ricevuto il premio come migliore atleta universitaria femminile dell’anno. Bueckers aveva 19 anni e disse grazie, grazie davvero, ma voi lo sapete che le atlete nere vengono trascurate, non ricevono ancora la copertura mediatica che meritano.
C’è un fotografo a Minneapolis, si chiama Gary Knox, che si sta dando un sacco di arie. Lo sapeva lui – va in giro a ripetere – lo sapeva, lo aveva capito che quella bambina sarebbe diventata una campionessa. Per questa ex bambina Dallas prevede un aumento del 50% dei ricavi dalla vendita dei biglietti della prossima stagione. Le Wings hanno fatto il sold-out dei posti in abbonamento in entrambe le ultime due stagioni e lo stesso è stato annunciato a novembre per la prossima, pochi giorni dopo essersi assicurati la prima scelta al Draft. All’età di 23 anni Bueckers ferma gli orologi quando appare in tribuna agli US Open di tennis e quando s’affaccia alla New York Fashion Week.
La vittoria di UConn in finale NCAA contro South Carolina è stata la terza partita del campionato di basket femminile più seguita, con un picco di 9,8 milioni di spettatori secondo ESPN. Gli ottavi di finale hanno fatto registrare una media di 1,7 milioni di spettatori, la seconda più alta di sempre per un turno preliminare dopo quella dell’anno scorso con Caitlin Clark. Anche il Draft della notte scorsa è destinato a far registrare lo stesso dato.
Ma adesso viene il difficile. Come ha detto Taurasi nella stagione scorsa quando Clark si preparava alla WNBA, «la realtà sta arrivando». Significa disporsi a essere marcate strette, strattonate, tirate, colpite, spinte, significa disporsi a sentirsi la punta dei gomiti nei fianchi, i pestoni sull’alluce, i lividi sulle braccia. Anche per Bueckers sarà così.
Come cambia di nuovo la rana italiana
Se non cambia una rana, che cosa deve cambiare? Nella stagione gelata dal covid, in quell’anno in più tra Tokyo 2020 e Tokyo 2020+1, mutò la scena italiana di una specialità che in piscina aveva Martina Carraro e Arianna Castiglioni come leader. Benedetta Pilato si mise a lavorare sulla tenuta per diventare qualcosa in più di una sprinter pura, per prolungare sulla distanza olimpica dei 100 il suo strappo devastante nei 50. Riscrisse la scena. Le batterie di ogni competizione internazionale diventavano una sorta di Trials: solo due azzurre potevano avanzare verso semifinali e finali. Bisognava andar forte subito e battere almeno una compagna per andare avanti, un meccanismo che poteva lasciar fuori dalle semifinali di un Europeo con un tempo buono per salire sul podio o per andare alle Olimpiadi.
Questi sono giorni di una nuova metamorfosi o forse sono un passaggio che presto dimenticheremo. Lo capiremo più in là. La scena però si affolla di cose nuove. La prima: i Giochi olimpici hanno aggiunto la distanza dei 50 rana nel programma. La seconda: Benedetta Pilato combatte contro una condizione che va e viene. I suoi Assoluti sono già finiti. Ha lasciato Riccione rinunciando anche alla gara che le viene meglio dopo aver saltato già i 100. Non solo. Con le sue quattro medaglie mondiali, ex primatista del mondo, rischia di restare clamorosamente fuori dai Mondiali di Singapore, per il dolore di Slalom che ha in lei una delle atlete preferite in assoluto.
Nei 100 hanno già nuotato il tempo limite Anita Bottazzo di rientro dal periodo trascorso in Florida e Lisa Angiolini. Giovedì sera potrebbero approfittare del buco lasciato anche nei 50: devono nuotare in finale un tempo uguale o inferiore al 30.2. Un tempo che potrebbe essere alla portata di Bottazzo e di Castiglioni.
In una delle ultime interviste, in occasione dei vent’anni e della fine dell’adolescenza, Benedetta Pilato ha parlato con Lia Capizzi su Domani del corpo che cambia, di questa stagione della vita che definì solare ma impegnativa.
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Mi sembra di aver vissuto già due vite. Negli ultimi anni percepivo una sensazione strana: come se non avessi mai il tempo per fare le cose. E invece ho tutta la vita davanti. Dovrei capirlo di più. Quando ho stabilito il record del mondo a 16 anni, il giorno dopo sono tornata subito a scuola e ho pensato: vabbè, lo rifaccio l’anno prossimo. Come se fosse tutto normale. E invece era una cosa grande, ero io che non riuscivo a capirlo. A volte mi piacerebbe poter riavere quindici anni. Fin dall’adolescenza vera ho avuto problemi con il ciclo. A 18 anni la situazione è diventata più seria. Le cure sono palliative, mi illudo di aver trovato una stabilità ma poi cambia tutto, la patologia rimane. Nel preciclo e durante il ciclo faccio molta più fatica ad allenarmi, non riesco a fare carichi di lavoro che nella quotidianità sosterrei con naturalezza. Io ho voglia di vincere ancora tanto, ma quando il corpo non risponde come dovrebbe, mi rende tutto più difficile. Con la bilancia e con il cibo ho sempre avuto un rapporto sano, per fortuna. Direi che è più l’ossessione dello specchio, perché non ti riflette per come vorresti essere. Non ne faccio un dramma perché so cosa ho, con il mio problema devo conviverci.
BENEDETTA PILATO
La quattordicenne che ha vinto la gara di Federica Pellegrini
Comunque. Agli Assoluti hanno preso un pass mondiale anche Simona Quadarella negli 800 stile libero, Leonardo Deplano nei 50 stile [21.62: il risultato tecnicamente migliore finora], Nicolò Martinenghi nei 100 rana.
Poi ci sono i segnali. Alberto Razzetti ha nuotato di ritorno dagli allenamenti in Australia con Marchand un tempo di 1:55.06 nei 200 farfalla [non ancora da pass]. Christian Bacico, 20 anni, ha vinto i 50 dorso scendendo sotto i 25 secondi [24.83]. Sara Curtis ha fatto la prima frazione della 4 per 100 in 53.72. Se dovesse ripeterlo in finale individuale, sarebbe buono per andare ai Mondiali. Ma il wow più wow di tutti viene da Alessandra Mao, il cui nome da qualche parte era già negli archivi di Slalom. Ha 14 anni, è veneziana [ehm] e ha vinto il titolo nei 200 stile libero, esatto, la gara di Federica Pellegrini. Ha battuto il record della sua categoria e adesso bisogna mettere il freno ai pensieri stupendi, come direbbe Patty Pravo, veneziana pure lei.
Mao ha il cognome giusto per le rivoluzioni e per il culto della personalità. Bisognerà inseguire la prima e scartare la seconda. Va ancora in terza media. È allenata da Andrea Franconetti. Oggi la vediamo sui 100 metri.
I record di nuoto che si abbassano di più o di meno
Oh, comunque. Qualche giorno fa – forse era venerdì – Lukas Märtens è diventato il primo uomo a scendere sotto i 3:40 nei 400 metri stile libero [3:39.96 per i notai] e ha battuto il record mondiale di Paul Biedermann che risaliva a 16 anni fa [3:40.07]. Uno dei più antichi rimasti in piedi, uno degli ultimi stabiliti con il super costumone gommato.
A suo tempo Biedermann aveva superato il tempo di Ian Thorpe di un centesimo di secondo. Thorpe aveva nuotato il suo primato nel luglio del 2002, quando Märtens aveva solo 7 mesi. Come dire che negli ultimi 23 anni il record dei 400 stile libero è stato battuto soltanto due volte, per un abbassamento complessivo di 0,12 secondi. Una circostanza che ha spinto il sito specializzato Swim Swam a studiare quanto siano calati i crono in vasca lunga dal 2002 a oggi. La tabella completa si trova qui. I 400 stile libero maschili sono per l’appunto la gara in cui l’umanità è andata più lenta [tempo abbassato dello 0.05%] contro la maggior parte dei record abbassati all’incirca di un 3%. Un dato interessante: gli unici primati che non sono scesi di oltre il 2% sono nelle gare di stile libero maschile, dai 200 in su. Le gare in cui i tempi si sono abbassati del 5% [comprendendo anche il 4,9% perché qui tutto siamo fuorché notai] sono i 50 dorso femminili, i 50 farfalla maschili, io 100 dorso femminili, i 100 rana maschili, i 50 rana maschili, i 50 dorso maschili. Chissà che cosa significa.
Post-it Giovanni Malagò ha dato l’addio al CONI con una conferenza stampa che il Corriere della sera definisce condotta con un “tono di voce insolitamente duro e l’attacco frontale a chi «non ha nemmeno voluto darmi l’onore degli armi».
Ora, visto da questo comodo divano, non è proprio del tutto chiaro quale sia questo onore delle armi e cosa davvero significhi, se non l’ambizione di restare ancora presidente per un quarto mandato, dunque dal 2013 al 2029, sedici anni, il quadruplo del più lungo governo nella storia della Repubblica italiana, un periodo di reggenza più ampio di quello vissuto da qualunque inquilino al Quirinale.
Non è chiaro cosa significhi soprattutto perché Giovanni Malagò avrà a Milano-Cortina un ruolo centrale. È tuttora il capo del comitato organizzatore. È come il Tony Estanguet dei Giochi invernali. Significa che la sua voce sarà tra quelle che ascolteremo durante la cerimonia di apertura. Il presidente del CONI sarà uno dei tanti presidenti dei comitati nazionali.
Valerio Piccioni su Domani riferisce che per la successione a King Giovanni c’è qualche ostacolo alla disponibilità che Diana Bianchedi ha dato nei giorni scorsi con una intervista alla Gazzetta. Matteo Pinci su Repubblica ha scritto di un buco nel bilancio di Milano-Cortina da 18 milioni di euro.
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