Le pietre sotto le ruote delle cicliste
Pavé. Come se poi bastasse dire pavé. Ce n’è di tutti i tipi. Può essere in granito, in arenaria, in pietra blu. I ciottoli sono sporgenti e scivolosi, qualche volta sono spaccati o sono collassati nel fondo stradale. Ogni pezzo è “unico, diverso e inquietante”. Le pietre lungo la strada che porta a Roubaix sono differenti da quelle che si vedono dall’altra parte del confine franco-belga, “ed è questo che rende l’Inferno del Nord così speciale” dice L’Équipe.
Fino a cinque anni fa tutta questa adrenalina, queste pietre e questa polvere non erano fatte per le donne, questa corsa così meravigliosa e insopportabile era adatta agli uomini e basta, nessuno aveva mai messo in discussione questa verità: come succede ancora con certi trampolini per il salto con gli sci o con la Streif di Kitzbuhel [ne ha scritto una volta Alessandra Giardini].
Qualcosa si smosse all’improvviso perché così succede, si sposta un granello e viene giù un masso. Bettiol vinse il Giro delle Fiandre 2019 portando a casa 20 mila euro, Marta Bastianelli scoprì di avere in tasca un assegno da mille e 265. La rincorsa alla normalità è cominciata da qui. Perché le donne sulle pietre no? Altri sport ci erano già passati. Perché le calciatrici non vogliono un pallone più leggero, e neppure una porta più piccola? La maratona femminile in una competizione che assegna medaglie era stata corsa per la prima volta agli Europei di Atene del 1982. Il salto con l’asta al femminile dieci anni dopo: poteva mai una donna toccare il cielo e volare? I 1.500 metri stile libero sono stati nuotati alle Olimpiadi per la prima volta a Tokyo. Come sperava una donna di partecipare alla corsa delle pietre e del fango? Al massimo si sentiva dire che secondo la Bibbia la donna dal fango era nata.
Non è solo una questione di parità di genere. È anche una questione di mercato. Così scriveva il magazine britannico Cyclist. E quando esiste una domanda, il mercato trova un’offerta.
panorami
L’erotismo della bicicletta
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Del resto la bicicletta era nata come un’insidia per la donna. Questo era agli occhi dell’Italia clericale. Ventiquattro anni dopo la presa di Porta Pia, il 1° gennaio 1894 la Gazzetta di Venezia scriveva: “Le signore andranno in tandem ma voi, mariti gelosi, guardatevi da queste ruote di metallo, sostituite la naturale locomozione della vostra metà: il velocipedismo è un’invenzione infernale che, in un attimo, pone una grande distanza tra il marito e la moglie come il pattinaggio, altro genere di sport, non è che la legalizzazione dell’abbracciamento. E poi, col tandem è facile cadere, e sono cadute pericolose quelle, perché la donna torna in piedi sì, ma molto spesso casca, come suol dirsi, dalla padella nella brace, anzi nelle braccia”.
Le fiamme. L’inferno. Era scritto che a Roubaix prima o poi dovessero arrivare.
Sei anni prima Edoardo Bianchi aveva applicato alla bici l’invenzione di Dunlop, le ruote pneumatiche. Una rivoluzione. Ma non immaginava di poter mandare in crisi il matrimonio di santa romana chiesa. Successe che poco dopo l’allarme epocale della Gazzetta di Venezia, Bianchi fosse chiamato a Palazzo Reale da Margherita di Savoia. La regina voleva capire come funzionava quell’aggeggio. Che cosa c’era di vero in quella storia delle cadute fra le braccia.
Nella sua storia delle buone maniere, Signore e signori d’Italia (Feltrinelli, 2011), Gabriella Turnaturi scrive che le donne italiane assumeranno proprio la regina Margherita come modello di galateo borghese. “Dalla regina Margherita le signore impareranno ad andare in bicicletta senza perdere pudore e signorilità. Pare infatti che a insegnare a pedalare alla sovrana fosse lo stesso signor Bianchi, sì, il re della bicicletta italiana. Il quale, per non toccare la regina durante questi esercizi, aveva fatto costruire speciali manopole con cui poterla guidare senza toccare il suo corpo”.
Nell’immaginario collettivo, la bici stava prendendo una certa piega. La bici accende pruriti. Oggi si potrebbe persino dire che sarebbe diventata il primo strumento di emancipazione sessuale della donna, con grande anticipo sulla rivoluzione dei costumi degli anni 60 del Novecento. Ma lo possiamo dire oggi. A quel tempo invece. A quel tempo però.
A quel tempo – nel 1897 – Argia Sbolenfi pubblica un volume di poesie, all’interno del quale spicca In bicicletta. Nelle ultime due quartine Argia Sbolenfi tutto è fuorché vaga:
Mi avvolge un’onda di piacer sovrano / Quando vengo stringendo il trionfale / Manubrio in mano / Io son beata allor che fra le gambe / Sento il rigido ordigno e in quegli istanti / Tendo le coscie e l’agitar d’entrambe / Lo spinge avanti
Per intendersi. Quando scrive la signorina Argia, la Lady Chatterley di Lawrence è lontana ancora una trentina d’anni. Restano da aggiungere alcune cose non trascurabili.
La prima: Argia Sbolenfi è un uomo. È lo pseudonimo femminile di Olindo Guerrini, scrittore e poeta della scapigliatura emiliana. La seconda: le rime di Argia vengono presentate con un’accusa di pornografia dal curatore della prefazione, che si chiama Lorenzo Stecchetti. Terza cosa: anche Lorenzo Stecchetti è uno pseudonimo. Quarta cosa: pure Lorenzo Stecchetti è Olindo Guerrini, il quale sulla sensualità diabolica del ciclismo non arretrò neppure quando prese a firmare le opere in modo scoperto, col suo nome reale:
L’aria odora di donna e di mughetti / ed io rimo per te queste parole / in bicicletta, respirando il sole.
La proto-emancipazione, o comunque una piena rivendicazione femminile del piacere, era ancora in realtà uno sguardo maschile sulla donna attraverso la bici. Ha scritto Matteo Pedroni in Poesia ciclistica delle origini che la comunità scientifica cominciò a preoccuparsi di eventuali danni provocati dalla sella agli organi riproduttori mentre “lo sguardo maschile diventava a volte pudibondo, altre volte illecito, compiaciuto, ammantato spesso di moralismo”. In questo senso, la creazione a tavolino di una figura come Argia Sbolenfi sarebbe la proiezione de “i mostri e i fantasmi della società” di fine Ottocento.
Come si poteva immaginare che le donne fossero subito ammesse alla Roubaix? Aldo Palazzeschi in Finestra terrena cantava
“una giovine donna in bicicletta. / Ve come mostra il tondo / Ella s’infischia del mondo” mentre Giorgio Caproni descriverà una passeggiata di sua madre così: “Annina sbucata all’angolo / ha alimentato lo scandalo. / Ma quando mai s’era vista, / in giro, una ciclista”.
La donna in bicicletta quello era. Negli anni del fascismo, tra le ragazze formose e dai vestitini attillati disegnate sui manifesti da Gino Boccasile ne spunta anche una in bicicletta.
Sarà la guerra a togliere l’eros dalla bicicletta. Quando diventa il cavallo dei partigiani. Dopo il ‘45 è prima un oggetto chiave nella rappresentazione della società da parte del neorealismo per merito di De Sica e Zavattini (“La bicicletta ha da noi qualche cosa del cane, continua compagna che si porta con sé magari senza montarla”) e poi il principale mezzo di trasporto per gli italiani, un oggetto di massa nella nuova società dei consumi, tanto che la diffusione delle auto sorpasserà il numero delle bici soltanto nel 1971.
È dentro questa cornice che la bici perde il suo connotato trasgressivo. “I vecchi cercano di usare la bicicletta fino all’estremo, vanno a comperare il pane per le nuore con l’illusione di una velocità propria” dirà Cesare Zavattini
In Bellezze in bicicletta del 1951 accade che Silvana Pampanini e Delia Scala, partite inizialmente per unirsi alla compagnia di Totò e diventare ballerine, si iscrivono a una gara, vincono in modo truffaldino un po’ di soldi e a cosa ambiscono? A sistemarsi. Si sposano. In coda alle loro avventure, dopo tanta bicicletta, alle “gambe snelle / tornite e belle” il cinema italiano offre il più borghese tra i finali possibili. La carica di libertà sessuale della bici è stata definitivamente annientata, neutralizzata e riportata dentro le istituzioni.
Sessant’anni dopo l’allarme della Gazzetta di Venezia, Silvana Pampanini e Delia Scala ribaltano lo schema e arrivano in bicicletta laddove le biciclette potevano portare scompiglio: al matrimonio. Il testo della canzone addirittura le de-femminilizza. Le chiama maschiette.
Le donne italiane avevano vista garantita dalla legge appena un anno prima la conservazione del posto di lavoro durante la maternità. Proprio nell’estate del 51 le donne entrano per la prima volta al governo con la sottosegretaria Angela Maria Guidi. La bici insomma ha cambiato segno.
Per ritrovarla di nuovo connotata in modo sensuale e provocante, si deve aspettare la liberazione del Sessantotto. “Liza viene verso di me, a gambe larghe, senza pedalare” scrive Ennio Flaiano ne Il gioco e il massacro (Adelphi, 1970) ma soprattutto bisogna aspettare l’edonismo spinto anni 80, durante i quali spicca il manifesto del film Miranda di Tinto Brass.
Solo quarant’anni dopo sarà Roubaix.
[da Slalom del 7 maggio 2020]
attese
Sì, ma chi vince?
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Tra le righe di quattro Roubaix corse finora c’è stato un po’ di tutto: l’attacco da lontano di Lizzie Deignan nel 2021 e la sua meravigliosa storia di ; l’assolo di Elisa Longo Borghini, la fuga di Alison Jackson e la volata ristretta di Lotte Kopecky nel velodromo.
Diciassette settori di pavé per 29,2 km complessivi di pietre sui 148,complessivi, per una percentuale fra il 19 e il 20 per cento. I ciottoli cominciano sessanta km dopo la partenza da Denain, con Hornaing à Wandignies per cominciare. Chi ne sa dice che i due momenti chiave sono tra Auchy-lez-Orchies e Mons-en-Pévèle, a una cinquantina di km dall’arrivo, e tra Camphin-en-Pévèle e il Carrefour de l’Arbre, tra i -20 e i -15 km dal velodromo.
“Il Carrefour de l’Arbre è l’ultima opportunità per fare selezione. Se non ci si è liberati dalla compagnia sino a quel momento difficile farlo prima del Velodromo di Roubaix” spiega Giovanni Battistuzzi nella sua guida per Giro di Ruota.
Lotte Kopecky e Lorena Wiebes sono le favorite. La campionessa del mondo ha vinto un anno fa a Roubaix e domenica scorsa al Fiandre. Può diventare la prima nella storia a far doppietta. Una beffa atroce per Elisa Longo Borghini, arrivata nella forma perfetta a questo doppio appuntamento e caduta sui muri fiamminghi domenica.
Elisa Balsamo si gioca le sue carte. L’anno scorso perse da Kopecky allo sprint. Pochi giorni fa ha vinto alla Scheldeprijs, sarà lei la capitana della Lidl-Trek. Chiara Consonni ha corso bene nel 2023 piazzandosi al nono posto. Qui su Slalom aspettiamo sempre con una certa ansia Zoe Bäckstedt, figlia di cotanto Bäckstedt – che proprio su queste pietre vinse la sua corsa più gloriosa e sorprendente.
CIAO MOUNTAIN BIKE
La Francia palpita e spànteca per Pauline Ferrand Prevot, seconda domenica al Giro delle Fiandre, dove ha trovato la risposta che cercava, scrive Bici Pro. Nel senso che dimostra come la sua scelta di mollare la mountain bike dopo la medaglia d’oro olimpica di Parigi sia stata esatta. È una delle trentotto debuttanti alla Roubaix. La più anziana. Da cinque anni era quasi del tutto lontana dalle corse su strada, lei che nel 2014 aveva vinto la Freccia Vallone e poi la maglia arcobaleno di campionessa del mondo. C’è stato un lavoro di ricostruzione sulla 33enne da parte della Visma. Il d.s. Rutger Tijssen racconta qual è stato il senso della sfida «portarla da gare di un’ora e mezza, diciamo 2 ore, a gare come il Fiandre, di circa cinque ore. Lei si è adattata, ha accettato di ricominciare e di faticare, per raggiungere questo risultato».
Ferrand Prevot ha vinto in tutto una dozzina di titoli mondiali fra mountain bike, ciclocross e gravel. La Roubaix è il traguardo pià naturale per un curriculum del genere – dopo il terzo posto alle Strade Bianche e anche il quarto alla Sanremo. Ma il suo d.s. Non esclude di vederla davanti anche sulle Ardenne.
«Penso che possa emergere ovunque. Lei sa “sentire” il pavé e leggerlo, allora può essere molto brava. Tecnicamente è brava in bici, mentalmente è forte ed è quello che serve per vincere, ma d’altra parte è anche molto brava in salita, quindi direi che è molto completa e può emergere ovunque. Il punto è che vogliamo vedere dove è più adatta, ma per ora penso che sia così completa da poter fare entrambe le cose. Penso che la mountain bike sia qualcosa del passato. L’unica cosa che le manca nel palmarès è il Tour de France. È per questo che sta lavorando: ci siamo dati tre anni per raggiungere l’obiettivo. Fino a quel momento non gareggerà più in mountain bike”.
QUELLE CHE TORNANO OGNI ANNO
Parla di ossessione invece Pfeiffer Georgi, quando dice che «tutta la vita può cambiare in un giro» a questa corsa. La britannica è la capitana della la Picnic-PostNL: non proprio il nome di squadra più consono alla Roubaix. Di peggio poteva accadere solo scrivendo sulla maglia Gita-Bottecchia. La rivista Rouleur racconta quanto la prima esperienza di Pfeiffer Georgi alla Parigi-Roubaix non sia stata positiva. «Ho pensato che fosse la corsa più dolorosa che avessi mai fatto». Era il 2021, prima edizione femminile in assoluto, una disfatta. «Sono caduta due o tre volte, come tutte nel gruppo, ricordo di aver detto che non sarei mai più tornata. L’ho odiata davvero». Invece è qui per la quinta volta consecutiva, un anno dopo un terzo posto. “Quel rapporto tossico – scrive Rouleur – ora è bellissimo”.
«Se hai i materiali giusti e la bici è buona – si spinge a dire adesso Georgi – il pavé può essere piacevole. Tutto si riduce all’equipaggiamento e alla pressione degli pneumatici. Fa una enorme differenza correre con una gomma da 0.1 oppure da 0.2 bar. È ciò che rende questa gara così speciale: il più piccolo dettaglio può fare un’enorme differenza»