La domenica che Napoli pensava di vincere lo scudetto

6 APRILE 1975 Partirono in diecimila, ed erano abbastanza. La domenica che Napoli credette di poter vincere lo scudetto. Oliviero Beha su Tuttosport contò tre voli di linea per Torino, dieci charter, quattro treni normali e tre speciali, di cui uno alle 22 del sabato organizzato dalla Tursport, 1.200 posti subito esauriti, e in più 23 torpedoni “in partenza a getto continuo da vari punti della città e da località del circondario. I 7000 biglietti circa messi a disposizione in tempi vari dalla Juve sono andati a ruba – scrisse – non basteranno per le 10000 persone ufficiali che si muoveranno”.
Il Napoli aveva due punti di distacco dalla Juventus capolista e saliva a Torino con la convinzione che l’avrebbe messa sotto, battuta, agganciata in testa alla classifica e più in là staccata, sicuro, succederà, vedrete.
Eppure all’andata il Napoli aveva perso 6-2 in casa. Quattro giorni prima di quella disfatta, Luis Vinicio si era incaponito, era convinto di andare a Ostrava a ribaltare la sconfitta per 0-2 subita negli ottavi di finale di Coppa UEFA dai ceki del Banik.
Torto non aveva. Il Napoli dominò, dissipò, rimase in vantaggio per 1-0 e dunque sull’orlo dell’aggancio fino a nove minuti dalla fine, ma lasciò in Cecoslovacchia ogni risorsa di gambe e fiato.
Risultato alla domenica: 2-6 contro la Juventus al San Paolo. Un risultato sparito dagli almanacchi perché qualcuno fra i 90.736 spettatori ufficiali pensò di tirare una bottiglia sul guardalinee e Agnolin sospese tutto con trenta secondi d’anticipo, quando le turbolenze erano già cominciate e un padre aveva preso per mano un figlio dicendo andiamo, non mi piace.
L’ATTESA DELLA PARTITA DI TORINO
Eppure solo qualche mese dopo, girone di ritorno, c’era quest’aria da ineluttabile certezza. Lo stesso figlio di prima, un ottenne non ancora novenne, si fece prendere in giro per tutta la settimana da suo zio, pilota dell’aeronautica militare, il quale giurò per giorni e giorni che lo avrebbe accompagnato lui di persona a Torino, con il suo aereo, e che avrebbe trovato lui il biglietto. Solo la domenica mattina intorno alle 11, quando mancavano poche ore alla partita, alla domanda «papà, ma quando viene zio Roberto, quando partiamo», si sentì rispondere che era un pezzo di battilocchio, ma quale zio Roberto, ma quale Torino, era un baccalà che non aveva capito niente, era tutto uno scherzo.
Non era affatto uno scherzo quel che il capitano Totonno Juliano mandò a dire al cittì della nazionale Fulvio Bernardini, dal quale i giocatori del Napoli erano ignorati. «Noi non facciamo drammi per le mancate convocazioni azzurre: loro invece, se uno viene dimenticato, fanno subito nascere il caso. Io e i miei compagni siamo utilizzati solo quando è ora di andare allo sbaraglio contro l’Olanda. Tutti i giocatori che passano alla Juventus diventano nazionali dopo cinque partite».
Ecco cos’era la partita. Era più di oggi il nord contro il sud, era il riflesso di uno squilibrio e di una disparità 12 anni prima che arrivasse Diego in groppa al suo cavallo bianco.
Giorgio Mottana sulla Gazzetta scrisse che “la sfida di Torino costituisce la svolta più inattesa ed anche la più significativa della stagione. Il Napoli di quattro mesi fa, disfatto dal 6-2 del San Paolo, era a cinque punti dalla Juventus giustiziera; ora è a due, a portata di riscatto e di aggancio. Il Napoli sudista, non più povero, sciamannato e sognatore, ma ricco di fondate ambizioni, un Napoli serio perchè maturo, gioca nella città del potere industriale e calcistico dove più hanno messo radici i meridionali. II confronto è a un tempo altamente tecnico e profondamente passionale, con risvolti sociologici inevitabili. Le due squadre fondano sul «collettivo» e sul movimento la base del loro gioco, il Napoli senza uomini di eccellenza, la Juventus con isole comunicanti di migliore tecnica in assoluto. Il Napoli, in quanto valore globale, viene rifiutato da Bernardini, la Juventus ne è ricercata per valori individuali. Giocano strategicamente i tecnici in panchina; giocano i ventidue in campo, gioca l’arbitro, carico di responsabilità; gioca la gente che non è poi cosi eterogenea (per chi tiferanno i meridionali di Torino?): Napoli non è distante come indica la cartina geografica. Poi, impegnate dentro e fuori lo stadio, le forze dell’ordine, dopo che l’organizzazione ha creduto di avere regolato al meglio l’accesso del pubblico. E sia soltanto sport”.
La bottigliata del San Paolo era un ricordo ossessivo, diecimila napoletani in partenza erano un’orda. Lo scudetto si stava scollando dalla maglia della Lazio. Quella domenica fu la prima che Tommaso Maestrelli trascorse in clinica, ricoverato dopo Pasqua per accertamenti, aveva sentito freddo, freddissimo durante un viaggio di ritorno a Roma in macchina. Saltò Lazio-Torino. I giornali parlavano di accertamenti medici e di diagnosi attese, lui aveva già detto alla squadra di avere un tumore, lo avrebbero operato, la situazione era disperata, e la squadra crollò.
I NOVANTA MINUTI
Non crollò il Napoli, altro che, anzi, il Napoli dominò ma perse, perse per 2-1 con un gol del vecchio José Altafini negli ultimi minuti. Dalla tribuna stampa dello stadio di Torino, Romolo Acampora dettò al Mattino l’articolo con cui nasceva per il brasiliano il soprannome di Core ‘ngrato.
“Forse c’era un po’ di decadente canzonettismo – avrebbe raccontato Acampora nel libro Da Sallustro a Maradona – ma rendeva l’idea, Mezz’ora più tardi, a Giuseppe Pacileo che da Napoli mi chiedeva ragguagli sull’azione e su Altafini, risposi: «Lo odio»”.
Il bambino ingannato dallo zio sentì il secondo tempo della partita alla radio con suo padre, di ritorno da una visita in ospedale alla sorellina, operata di appendicite. Sono passati cinquant’anni, e quando il bambino sentiva un racconto degli adulti con la frase «sono passati cinquant’anni», pensava che erano proprio racconti da vecchi.
La Gazzetta titolò: “Napoli l’onore, Juventus lo scudetto. La sfortuna è più grande di Juliano”.
Giorgio Mottana scrisse: “La Juventus ha vinto e il suo scudetto è salvo. Ma il Napoli gliel’ha seriamente insidiato nel corso di una partita tesa, sempre avvincente e dallo sbocco ag-ghiacciante. La Juventus ha agguantato il successo all’88’. quando davvero stentava a reggersi sotto i colpi che il Napoli le portava a ripetizione passando sopra il generale disarmo dei bianconeri e, in particolare, forzando in misura allarmante l’orgasmo di cui era divenuta preda la difesa, a cominciare da Morini. La difesa naturalmente subiva perché tutta la squadra pareva avere abbandonato le posizioni di combattimento. Morini, il proverbiale gladiatore. era un po’ l’emblema della trasformazione che la Juventus aveva subito dopo i primi venti minuti della ripresa, e cioè dal gol del pareggio napoletano. Prima, un Morini tempista, volitivo, energico e pulito che aveva consentito a Clerici soltanto una girata a volo nel primi minuti su cross di Bruscolotti: la palla era sfilata insidiosamente poco oltre la traversa. Poi un Morini scricchiolante, spesso costretto a commettere fallo per fermare l’avversario. Come Morini, sgangherato nella sua efficace cattiveria, era scaduta tutta la Juventus, che era stata scintillante ma anche capricciosa e discontinua come una stagione bizzarra. Il Napoli, invece, aveva reagito allo svantaggio (gol fenomenale di Causio al 19′) più fermamente del numeroso pubblico napoletano cosi mortificato da non farsi più neanche sentire: non aveva mollato per cosi dire la sua presa sull’avversario, ed aveva continuato con la stessa determinazione a macinare il suo gioco, a suon di ritmo e di massacranti appoggi. Il Napoli aveva pareggiato al 14′ della ripresa con il magnifico Juliano dopo avere mancato ben due palle-gol con Massa. E da quel momento aveva anche cominciato a giocare meglio della Juventus, che gradualmente si andava sgretolando. L’impianto dei bianconeri scricchiolava sinistramente nelle giunture come una carcassa insabbiata in un basso fondale. A cinque minuti dalla fine un gran tiro di Juliano richiedeva tutta la bravura di Zoff per alzare la palla oltre la traversa. Il campanello d’allarme per Parola, in panchina, era suonato già da una decina di minuti: ecco spiegato l’ordine ad Altafini di spogliarsi”.
Una sostituzione incomprensibile, finanche il giorno dopo, finanche a cose fatte.
Gualtiero Zanetti sulla Gazzetta scrisse che lo scudetto era stato deciso dal gol di un ultra trentenne che aveva toccato un solo pallone.
“A quel punto della partita – le sue parole – la Juventus pareva sommersa dal dilagare del centrocampo napoletano, finalmente ritornato (come poi si vedrà) al suo assetto tradizionale anche perché la stanchezza pareva (forse erroneamente) giocare differentemente sul rendimento delle due formazioni. A larghi tratti, era proprio Damiani, che pur con quel suo gioco prevedibile e privo di divagazioni riusciva ad impossessarsi del pallone e con lunghe rincorse, a trasportarlo di persona dalla sua area sino alle vicinanze di Carmignani. Uscito lui, si è dovuto attendere nove minuti, tutti di supremazia azzurra, prima che un pallone andasse da una metacampo all’altra, con tre occasioni mancate nei pressi di Zoff, davvero clamorose. Sino alla sua uscita. Damiani era stata la miglior punta juventina. A due minuti dal termine, Altafini, che non aveva mai denunciato la sua presenza, si vedeva rimbalzare dal palo, sui piedi, a porta vuota, il pallone del quale si parlerà tanto. L’ex napoletano Altafini ha segnato alle 17.13, due numeri fatali ed importanti per chi crede (qui giustamente) nella superstizione, visto che non crederci, sostengono ancor più vivacemente stasera i napoletani, porta grande sfortuna”.
INTORNO ALLA PARTITA
Gian Paolo Ormezzano su Tuttosport disse che era accaduta “ieri allo stadio di Torino una cosa bellissima. Si è accorciata l’Italia; ed essendo che molti mali le derivano dalla lunghezza, questo è un bene. Migliaia di persone hanno saldato, avvicinato Napoli a Torino con una specie di cordone ombelicale di auto, centinaia di migliaia di auto Fiat che sembravano andare a trovare il posto dove abita la mamma. Queste persone sono entrate nello stadio di Torino e hanno fatto sì che la Juventus giocasse la partita meno casalinga della sua storia”. Parlò del tifoso napoletano che “trafitto al massimo piange, non spacca niente e non si spacca in due, frequenta un dolore composto da film di Bergman. Ieri abbiamo sentito molti torinesi-torinesi che si erano infuriati per il nostro articolo di venerdì pro-meridionali (reazioni prevista, voluta, catartica speriamo), dire: però, questi meridionali si sono comportati bene. C’è paternalismo e razzismo in questa osservazione, ma prendiamo quel di buono che ha: l’esattezza”.
Eh? Che cosa aveva scritto Gpo quel venerdì?
Giglio Panza su Tuttosport ne aveva lodato al sabato il contenuto, dicendo che “Torino, che ospita la partita, è la seconda città meridionale d’Italia. La Juventus, che riceve il Napoli è la squadra settentrionale che accoglie il maggior numero di calciatori d’origine sudista. Sugli aspetti sociologici di questa partita, Ormezzano ha scritto un pezzo coraggioso, veramente serio. Sarebbe bello che lo avessero letto tutti; mi auguro che chi lo ha fatto lo abbia interpretato con l’apertura mentale e il sentimento umano di chi lo ha scritto”.
Ecco allora che cos’aveva scritto GPO.
“Forse Torino non ha mai ospitato una partita così «politica» come quella di domenica fra Juventus e Napoli. Proprio politica nel senso che riguarda la vita della polis, della città, anzi della comunità. Torino è una comunità, o dovrebbe esserlo. Quando non lo è, sono le liti, i delitti. Se non lo è, perenne è la tensione. Tensione fra i torinesi-torinesi e i torinesi-meridionali. Torino è la seconda città meridionale d’Italia, dopo Napoli. Domenica la seconda città meridionale d’Italia ospita un incontro calcistico decisivo (e gli incontri calcistici sono, in Italia, decisivi per tante cose, non soltanto per lo scudetto o la retrocessione) fra la squadra della città, la squadra creata dall’aristocrazia- borghesia torinese e gestita dall’industria torinese, e la squadra «stella del Sud», creata dalle frustrazioni popolari e gestita ora dal nuovo manageriato meridionale, con criteri così validi che hanno portato i giovani del Napoli a vincere il torneo di Viareggio. Già esisterebbero i presupposti per lo scontro politico. Ma ci sono complicazioni. La Juventus è la squadra italiana meglio occupata da giocatori meridionali: tre siciliani, un sardo, un pugliese, un calabrese. Il romano Spinosi si sente un nordista. La Juventus è la squadra che ha tolto al Torino il primato fra la tifoseria cittadina proprio perché, nel milione di immigrati, ha catturato simpatie, «voti» con questa geopolitica pronta e intelligente, grossa novità innestata nella enorme tradizione. Adesso il meridionale di Torino – un meridionale che raramente è campano, raramente è napoletano, ma che sicuramente è sudista – è chiamato a decidere: se tifare per la Juventus dove giocano i suoi fratelli che hanno fatto fortuna, se tifare per il Napoli che provvisoriamente rappresenta tutto il Sud. È un problema di ordine intimo che può sfociare in un problema di ordine pubblico. Non venne vissuto ai tempi del Cagliari campione perché la Sardegna, pur essendo Cagliari sul parallelo di Taranto, è reputata quasi un’isola piemontese. È un problema che si innesta nella realtà cittadina: il meridionale di Torino si sente tradito dalla città che gli promise lavoro e qualcosa in più, e che adesso non gli garantisce manco più il lavoro. Trasportato in un dormitorio freddo, sotto un cielo grigio, non ha neppure più la garanzia dei sonni tranquilli, e torna a nutrirsi di sogni speranti e disperati. Il Napoli manageriale gli può apparire come un efficiente rimprovero a Torino: esagerazione, si capisce, però spiegabile, anche se non giustificabile. La città degli avvisi «non si affitta ai meridionali», delle offerte di lavoro «per piemontesi», la città dove vivono due meridionali ogni torinese, e dove il torinese si sente disturbato dai meridionali che ha chiamato e che sfrutta e sui quali ha impostato la sua nuova ricchezza, è chiamata ad un importante esperimento. Il siciliano juventino tiferà per la squadra di Anastasi Furino Gentile o per la squadra del nuovo Sud? Una componente in più sta anche nella rivalità interna fra meridionali: un palermitano riuscirà mai ad amare decisamente un napoletano? Un’altra, nell’onesta nostalgia che i torinesi hanno per la Torino che pare perduta”
GPO continuava: “Ci rendiamo conto che stiamo scrivendo un articolo orribile, tremendo. Ma se non lo scrivessimo, saremmo dei vili. Ci rendiamo conto che molti torinesi non lo apprezzeranno: ma noi, prima che torinesi, e amantissimi di Torino, ci sentiamo italiani, e anzi cittadini del mondo. Il che è diverso dall’essere uomini di mondo: di solito l’uomo di mondo, aristocratico, borghese ricco, non sa niente del mondo. I giorni di festa comunque, gli uomini di mondo lasciano Torino e vanno in gita lunga, e la città è in mano ai poveri, controllati magari da tutori dell’ordine che vengono dagli stessi paesi dei poveri. Sarà una domenica difficile. Complicata nello stadio dal ricordo del 6 a 2 dell’andata, fuori dello stadio dall’invasione dei napoletani di Napoli, e dall’attività tuttora in piedi, demenziale, degli ultras che non si sono chetati col derby (ieri è stata imbrattata una sede granata, allegria). Per fortuna che lo spettacolo ultimo, la partita, è gestito da una Juventus che è grande società e sui cui compiti ci intratteremo prossimamente, e da un Napoli che per diventare grande si è, come dire, svuotato di tante retoriche, di troppo senso di avventura, si è fatto nordico, se non nordista. Come sempre, confidiamo negli uomini: anche perché non c’e altro da fare. Ma che nessuno venga a dirci, per carità, che esageriamo, che in fondo si disputa poi solo una partita di calcio, e che il calcio è un gioco. Son pavide cretinate, queste”.
Alla fine della partita, dopo il gol di Altafini, Corrado Ferlaino disse che era stato il destino, doveva andare così, mentre Totonno Juliano alla Gazzetta disse una frase malinconica e amara, una frase molto sua: da napoletano del ceppo svevo-normanno: «Abbiamo perso lo scudetto nell’occasione più bella per conquistarlo».
[Stamattina non arriverà la solita mail: ma questo dove lo hai pescato? W noi]