Il football è stato soppiantato
Dentro la follia chiamata dagli americani March Madness, quello stato di euforia collettiva con il quale si seguono le finali del torneo universitario [NCAA] vive un ulteriore segmento di eccitazione diffusa con il bracket. In buona sostanza il tabellone delle partite e quell’esercizio irresistibile di mettersi là e compilarlo tutto, dalla prima all’ultima riga, prevedendo passo passo cosa accadrà di partita in partita.
A questo fenomeno sociale che sta tra il cazzeggio e l’esoterismo, a questo rito che soddisfa il nostro bisogno indicibile di prevedere qualcosa che non si può prevedere, Natasha Geiling su Smithsonian Magazine ha dedicato tempo fa un pezzo calcolando che le probabilità di azzeccare il tabellone per intero sono una su 9,2 quintilioni, dunque “è più probabile diventare presidente, vincere il jackpot Mega Millions o morire per aver utilizzato in modo errato prodotti fatti per i destrimani essendo invece mancini”.
È stato stimato che oltre 60 milioni di americani compilano il bracket ogni anno e che 1 miliardo di dollari se ne va in scommesse. Pare che la febbre sia nata nel 1977 in un bar di Staten Island, dove 88 persone compilarono per gioco il tabellone mettendo 10 dollari ognuna. Allo stesso bar, nel 2006, si presentarono a giocare in 150 mila, il premio in denaro superò un milione e mezzo di dollari e il governo USA se ne accorse.
Tre anni dopo al governo andò uno dei fanatici più riconosciuti del giochetto, Barack Obama, così fanatico da produrre altri fanatici che si misero a studiare le sue previsioni nel corso del tempo ricavandone grafici, proiezioni, relazioni eccetera.
Solo una volta nella storia della NCAA le prime quattro teste di serie sono arrivate tutte insieme alle Final Four [era il 2008]. Sempre in quel pezzo dello Smithsonian Magazine si leggeva che 40 anni fa era facile scegliere un vincitore [“scrivetelo insieme a me: UCLA”] ma da quando il torneo è stato esteso a 64 squadre le sorprese sono più comuni.
La sorpresa delle sorprese si chiama stavolta SEC, una sigla che sta per Southeastern Conference. È nota per i suoi tifosi matti, per gli enormi budget sportivi messi a disposizione dai college e per le strutture più eleganti che esistono negli sport universitari americani. Ma nella SEC la religione è il football. Il basket? Mmm. Nun tanto.
Dice il Wall Street Journal che nella SEC le squadre di basket degli ultimi due decenni sono state come dei manichini, “non facevano quasi niente ed erano facili da abbattere”. Il punto più basso è stato nel 2016, quando solo tre delle 14 squadre della conference si sono qualificate per il tabellone finale NCAA. Greg Sankey, il commissioner, lo ricorda come uno dei giorni più miserabili del suo percorso.
Quasi un decennio dopo, bisogna riscrivere tutto daccapo. Per il secondo anno consecutivo, la SEC è stata costretta a guardare le finali di football universitario da casa, mentre il Selection Sunday di ieri è stato uno dei migliori nella storia, con un record di 14 squadre che si sono guadagnate l’accesso al torneo NCAA, il numero più alto di qualsiasi singola conference nella storia della March Madness.
“E non si tratta semplicemente di un pugno di squadre SEC che si intrufolano al Grande Ballo per fare numero. Piuttosto – spiega il Wall Street Journal – sono squadre della conference che sembrano avere una possibilità legittima di tagliare la retina ai canestri di San Antonio il mese prossimo. Auburn ha guadagnato la testa di serie assoluta nel torneo e altre tre [Florida, Alabama e Tennessee] sono tra le prime sei teste di serie.