L’omaggio del Washington Post alla sua firma
“La radio a transistor era a tutto volume. La voce arrivò forte e chiara. Ci sono 94 gradi a Washington e se state guidando verso casa dalla spiaggia, potete aspettarvi di trovare traffico intenso. I suoni tipici dell’estate. L’uomo anziano che teneva la radio scosse la testa, spense l’audio e spense pure la sigaretta sul marciapiede. Poi entrò nell’atmosfera soffocante della palestra alla Spingarn High School per guardare la sua terza partita di basket del pomeriggio. Sembrava quasi non accorgersi del caldo”
Cominciava così uno dei primi articoli scritti da John Feinstein per il Washington Post. Usciva il 10 luglio 1977, un giorno in cui Feinstein firmava altri due pezzi, uno su una raccolta fondi per tentare di salvare gli Indianapolis Pacers, un altro su tre promesse dell’atletica universitaria nell’area di Washington. Nei successivi 48 anni, il Post ha pubblicato centinaia di altri suoi articoli, l’ultimo sull’allenatore di pallacanestro della squadra maschile alla Michigan State, Tom Izzo, consegnato mercoledì mattina, il giorno prima di morire all’età di 69 anni.
Il Washington Post vive un momento di turbolenza interna. Una delle firme della sezione Opinioni si è dimessa per protesta contro la proprietà e il nuovo indirizzo pro-trumpiano dato alla rubrica. Anche nell’ultimo saluto a una vecchia firma si può rintracciare la malinconia per i tempi perduti. Il giornale ha messo in fila un campione dei suoi pezzi più belli, dalla cerimonia di inaugurazione dei Giochi di Los Angeles 1984 alla morte di Bob Knight, dal ritiro di Jack Nicklaus del 2005 a quella volta di quarant’anni fa, quando Martina Navratilova e Chris Evert ancora una volta si trovavano di fronte per una finale a Wimbledon. “Un giorno se ne andranno – scrisse – un giorno emergerà una nuova campionessa. Ma non è ancora questo il momento”.