“Rimane l’odore del gelsomino, il colore delle bouganville e le belle pietre del centro storico. È tutto. Nessun fumo di benzina o odore di carbonio caldo. Le strade sono deserte, le banchine sono vuote e la piazza del Casinò sembra vuota”.
Comincia così il reportage di Frédéric Ferret per l’Équipe dalle strade di Montecarlo, dove oggi si sarebbe dovuto correre il GP e per la prima volta dal 1955 non ci sarà una gara.
Ma il silenzio previsto è stato cancellato dalla costruzione – se non del mito – del personaggio di Charles Leclerc, convocato dal regista Claude Lelouch di buon mattino per il remake del cortometraggio C’était un rendez-vous.
Mario Salvini su la Gazzetta dello sport ha scritto che “l’anno scorso dai balconi davanti alle Piscine penzolavano bandiere biancorosse. Su una c’era scritto «Daghe Charles». Dacci, in dialetto monegasco, come nei cori allo stadio per il Monaco. In un’assonanza certamente più ligure che francese”.
La storia del film realizzato in origine da Claude Lelouch nel 1976 ha tratti da leggenda. Fu girato all’alba di una domenica mattina di agosto in modo eretico sia dal punto di vista cinematografico (un piano sequenza unico, nessun taglio, nessun montaggio) sia da quello – diciamo – burocratico (nessun permesso). Il cortometraggio si chiude con il regista francese che incontra una donna, Gunilla Friden, all’epoca la reale fidanzata di Lelouch.
Venne montata una camera sul paraurti della Mercedes 450SEL 6.9 dal cambio automatico a tre velocità. In post produzione fu aggiunto il rombo di una Ferrari 275GTB, pure quella di proprietà del regista. Federico Sardo su Motor Box ha spiegato che “non era possibile girare il film direttamente con la Ferrari per motivi tecnici di posizionamento della videocamera: solo le sospensioni idropneumatiche della Mercedes potevano evitare che questa ballasse troppo, cosa che avrebbe reso il film inguardabile”.
Per molto tempo si è ipotizzato che alla guida ci fosse un pilota vero, tipo un Jacky Ickx, oppure Jean-Pierre Beltoise, Jacques Laffite o Jean Ragnott. Era Lelouch. La prefettura di Parigi dopo la proiezione lo convocò per chiedergli spiegazioni. L’assistente Élie Chouraqui aveva un walkie talkie e si piazzò all’unico incrocio del percorso ma il walkie-talkie si ruppe e per fortuna, almeno lì, il semaforo era verde. La macchina toccò i 200 all’ora e tenne la strada a una media di 80. In DVD il film è disponibile solo dal 2003.
La velocità secondo Lelouch
➣ Perché nel film Les Plus Belles Années d’une vie ha inserito quasi integralmente il cortometraggio girato nel 1976 C’était un rendez-vous, nel quale attraversa Parigi a tutta velocità?
«Perché penso che sia il film che mi rappresenta meglio. Ho vissuto per un po’ senza fermarmi ai semafori rossi. Non me ne vanto, ma è così. È il film di cui sono più orgoglioso e di cui mi vergogno di più. Dovreste sapere che odio arrivare in ritardo agli appuntamenti. Era importante che ci fosse un appuntamento in Les Plus Belles Années d’une vie. In Un uomo, una donna Trintignant è un pilota… L’inserimento del cortometraggio mostra quanto sia sfocato tutto nella sua testa. La velocità, gli amori, il passato, il presente, il passare del tempo. C’è stata l’opportunità di lavorare sulla colonna sonora, di incollare la canzone di Calogero, di aggiungere sovrapposizioni e voci fuori campo. Questa sequenza è l’ultimo sogno del personaggio, ed è il frutto di tutto ciò che il cinema può fare. Non rispetta i codici del cinema più di quanto io rispetti le regole della strada al volante della macchina.
intervista di yves alion, L’Avant-Scène Cinéma, 10 giugno 2019
Ho fiducia nelle scelte che sono state fatte. In Leclerc abbiamo un giovane che è un simbolo di speranza e di entusiasmo. Sono ottimista
Piero Ferrari a Leo Turrini, Resto del Carlino, 22 maggio 2020
Nessun altro pilota ha guadagnato tanta popolarità e fiducia con il campionato sospeso, negli ultimi sette giorni il futuro di questo ragazzo gentile, ma feroce al volante, ha subìto un’accelerazione frenetica. A 22 anni il piccolo principe di Maranello, che un po’ piacione lo è, riesce anche nella missione di piacere fuori dal suo mondo. Senna metteva la faccia su orologi, macchine, bici; Lauda aveva trasformato il cappellino, costretto a usare dopo l’ incidente, in un biglietto da visita, pure per gli sponsor. Jackie Stewart, ancora oggi a 80 anni, guadagna milioni con le multinazionali. Lewis Hamilton firma collezioni per Tommy Hilfiger, suona il piano, prova a fare l’attore e frequenta i salotti televisivi più importanti del mondo. Charles non può essere accostato a nomi simili, ma si sta rivelando comunque abilissimo in comunicazione e affari.
di daniele sparisci, Corriere della sera, 19 maggio 2020
La Ferrari punta tutto su Leclerc e fa bene perché come ho avuto modo di dire l’anno scorso è un predestinato. Flavio Briatore
Il volto di Armani. Una delle ragioni che hanno spinto la Ferrari a divorziare da Sebastian Vettel è che gli sponsor vogliono come testimonial quasi esclusivamente Charles Leclerc.
➣ Giorgio Armani, perché avete scelto Leclerc come nuovo testimonial?
«Un insieme di motivi: presenza, spirito, personalità. Charles è un pilota molto promettente. È anche molto giovane, ma esprime nella sua freschezza una notevole maturità. Esercita il suo innato talento con una volontà e una determinazione così grandi da riuscire a raggiungere un meritato successo. Ha un volto gentile e una fisicità scattante, quindi mi è sembrato perfetto per esprimere la mia visione dell’abito su misura: un capo che può essere indossato da tutti, che diventa una cosa sola con chi lo indossa».
intervista di andrea cremonesi, la Gazzetta dello sport, 22 maggio 2020
L’uomo che lo sta guidando. Senza di lui non ci sarebbe Charles Leclerc. Nessuno può togliere a Nicolas Todt, figlio di tanto padre e 42enne manager di piloti, il merito di aver aiutato il “predestinato” a proseguire la sua carriera quando era rimasto senza soldi e non era ancora nessuno. «Firmai il mio primo accordo con Charles quando aveva 14 anni. Avrebbe dovuto smettere di correre con i kart perché aveva finito i soldi, ma decisi di aiutarlo», ricorda, ora che tutti vorrebbero essere al suo posto.
Individuare il giovane promettente, progettare un percorso di crescita, vederlo sbocciare in Formula 1 dove i volanti a disposizione restano soltanto 20 e fino a qualche anno fa non era un posto per giovani. «Ho conosciuto Charles tramite Jules [Bianchi], quasi nove anni fa. Seguivo ormai da tempo Jules, e un giorno mi ha detto che il fratello di Lorenzo, il suo amico più caro, aveva iniziato bene la carriera in kart, ma stava attraversando un periodo difficile a causa del budget ridotto. In quel momento stavo già investendo finanziariamente su Jules, ma mi è sembrato giusto incontrarlo, anche solo per rispetto ed educazione. Così ho incontrato Charles e suo padre, lo ricordo ancora in abito nero, mi hanno confessato più tardi che erano molto tesi prima dell’incontro. Mi hanno raccontato cosa avevano fatto fino a quel momento, e Charles mi ha subito ben impressionato. Non sapevo quanto valesse, ma mi aveva colpito. Mi sarebbe dispiaciuto vederlo smettere in quel modo, solo perché non aveva più soldi, così gli ho fatto una proposta: finanzio la tua prossima stagione in kart, ma tu mi prometti che se va bene, potrò continuare a seguire la tua carriera». Non sapeva ancora di aver acquistato un biglietto vincente. Ha solo avuto intuito, fiducia e un pizzico di fortuna perché quella non guasta mai.
di umberto zapelloni, il Foglio sportivo, 23 maggio 2020
I grandi film sulla velocità
Weekend of a Champion | Quando i piloti camminavano tra noi
«Una volta, quando pioveva, si bagnavano anche i piloti». Nell’oscurità della sala, Alain Prost indica il grande schermo. Il Professore non è un nostalgico, non ne ha il carattere, e nemmeno l’aspetto. Acuto e raffinato come sempre, guardando il film, ha colto un dettaglio decisivo: un giovane Jackie Stewart, bello e magnetico come un Beatle, sta camminando con la moglie Hellen per le strade di Montecarlo, dall’albergo al paddock, piove e i due non hanno l’ombrello. E quindi si bagnano. Esattamente come tutti quelli che incontrano e salutano per strada, spettatori, giornalisti, poliziotti, fotografi. «Oggi — sussurra Alain — una cosa del genere non è nemmeno immaginabile».
No, oggi, che piova o che non piova, i piloti arrivano al paddock su automobili gigantesche e con i vetri oscurati, che passano attraverso posti di blocco, barriere e transenne; non incontrano nessuno, non parlano con nessuno, hanno un aiutante che tiene l’ombrello e un altro che risponde al telefonino. Vorrebbero essere isolati, invece sono soli.
L’esatto opposto, di quel che succede nel film che adesso scorre davanti agli occhi di Prost: la versione restaurata di Weekend of a Champion, insolito progetto del 1972, prodotto da Roman Polanski, e scelto dall’Institut Lumière di Lione per la rassegna Sport, Littérature et Cinéma.
Il regista seguì Stewart, di cui era intimo amico, per l’intero weekend di Montecarlo ’71, entrando nei dettagli della sua vita personale: lo si vede mentre si taglia facendosi la barba («Ehi Roman ti piace quando scorre il sangue nei tuoi film?»), mentre spiega con una sensualità che rasenta l’erotismo come bisogna trattare il pedale dell’acceleratore alla Rascasse, o a colazione mentre disegna le traiettorie del circuito usando una tavoletta di burro e un pompelmo tagliato a metà.
di marco mensurati, la Repubblica, 29 gennaio 2017
Rush | Il dualismo Hunt-Lauda
Cars, con vere macchine e veri piloti. Pure l’inquadratura a bordo campo dell’erbetta falciata dal bolide. In Apollo 13 Ron Howard ci aveva fatto appassionare a una delle faccende che meno ci stuzzicano, la conquista dello spazio. Sapevamo come sarebbe andata a finire. Eppure eravamo lì, a palpitare quando l’equipaggio chiama: “Houston, abbiamo un problema”. Impresa riuscita anche ad Alfonso Cuarón, con Gravity (esce il 3 ottobre): Sandra Bullock e George Clooney sperduti nel nulla, piuttosto ingombro di spazzatura e percorso da astronavi bisognose di un tagliando a Cape Canaveral. In Rush ci fa appassionare alle gare automobilistiche, appena un pochino sotto nella nostra lista delle cose che non attirano, quando non passano tra le mani della Pixar. Peter Morgan, lo sceneggiatore britannico di Frost/Nixon, studia la rivalità tra James Hunt e Niki Lauda. Siccome lavorava in proprio, immaginando un film a basso costo, i personaggi sono ben scolpiti. Ron Howard ha aggiunto le corse, spesso in soggettiva. Il pilota inglese biondo bello e spericolato che usa le corse come rampa di lancio per una vita godereccia. Il pilota austriaco che a tutti fa antipatia, metodico e rompicoglioni con i meccanici e con l’ingegner Ferrari che lo aveva sotto contratto.
di mariarosa mancuso, il Foglio, 20 settembre 2013
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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