giovedì 6 febbraio 2025
| È coraggioso colui che teme quel che deve temersi
Lev Tolstoj
ATTESE
Bergamo e La Thuile chiamano Goggia e Brignone
L’Italia ha iniziato in maniera inattesa i Mondiali di sci con l’oro nel parallelo a squadre miste grazie a quattro tute azzurre nate in quattro regioni differenti: Alex Vinatzer in Alto Adige [Bolzano], Lara Della Mea in Friuli-Venezia Giulia [Tarvisio], Filippo Della Vite in Lombardia [Bergamo] e soprattutto Giorgia Collomb a La Thuile [Valle d’Aosta].
È lei la rivelazione, 18 anni, gambe, testa e atteggiamento di una veterana contro la svedese Alphand in semifinale e contro la svizzera Holdener in finale. Ai Giochi olimpici invernali di Gangwon 2024 aveva vinto tre medaglie, un oro nel gigante. Suo padre Daniele è il presidente e il direttore tecnico dello sci club La Thuile-Rutor. In paese la famiglia possiede una locanda. Ha avuto il privilegio di crescere lontana dai nostri occhi rapaci, più o meno quelli che si posano su Lara Colturi una volta per rimpiangere che gareggi sotto la bandiera d’Albania, un’altra volta per rimproverarglielo e lanciare fescennini. Collomb ha fatto tutto con più calma e ora il caso si diverte a darle un premio senza calma, un oro mondiale adolescente.
Dalla locanda a La Thuile dei Collomb allo chalet di La Salle dove vive Federica Brignone sono 17 km passando per la Strada Statale 26, in macchina una ventina di minuti. Una staffetta, un’eco. Un’eco è pure quella che dalla Bergamo di Della Vite raggiunge e chiama Sofia Goggia. Oggi tocca a loro, le due punte della spedizione.
Brignone ha vinto il Super-G di Cortina e si è piazzata terza a Garmisch, Goggia ha vinto quello di Beaver Creek e ha chiuso terza a St. Moritz. Sulla neve di Saalbach nel passato di Federica ci sono una vittoria nel gigante e un secondo posto nel Super-G.
Quaranta iscritte, cinque azzurre, un posto in più grazie a Marta Bassino che difende il titolo senza essere più [senza essere ancora – senza essere di nuovo] l’atleta di due anni fa. Partirà con il pettorale #5, prima di lei Laura Pirovano con il #2, subito dopo Brignone con il #6, Sofia Goggia con il numero #11, Elena Curtoni porta il #13. Avversarie: Lara Gut-Behrami con il #9, Kajsa Vickhoff Lie con il #10, l’americana Macuga con il #14 e Cornelia Huetter con il #15. Per vedere Lindsey Vonn bisognerà aspettare il #30. Se avrà superato l’influenza. “Come una calamita, attrae sguardi e telecamere non appena entra in una stanza” scrive stamattina L’Équipe di lei.
Gianmario Bonzi su Raceski Magazine ha ricostruito la storia mondiale della specialità e ha scritto che “scorrendo l’albo d’oro, si trovano solamente campionesse assolute”.
meduse
Un anno a Milano-Cortina. Ma quale Milano-Cortina non si sa
In questo stesso giorno l’Olimpiade italiana delle nevi entra nel suo ultimo anno di attesa, di preparazione, di lavori e di divisioni. Giulia Zonca su La Stampa ritrae un paese che “si è spaccato e fermato, si è perso in liti, chiacchiere e opzioni su cui discutere e da una candidatura proposta per raccontare tante sfumature di un’unica realtà si è arrivati alla stessa, stanca, storia. Sempre uguale. Non che dietro le quinte dei Giochi di Milano-Cortina – scrive – manchino le professionalità capaci, ma il budget è lievitato perché non si è stati in grado di trovare sintesi e i ritardi sono dovuti a virate provocate da spinte politiche. Costruire a tutti i costi una pista da bob invece di chiederla in prestito, pretendere un nuovo anello per il pattinaggio di velocità quando se ne poteva fare a meno. E non è solo questione di impianti, che poi significano milioni, ma anche di atteggiamenti”.
In effetti sono Giochi che nascevano con altri programmi e altri slogan – ma quello erano: slogan. I Giochi dell’autonomia e dell’orgoglio lombardo-veneto sono rimasti il giocattolino nelle mani della politica lombardo-veneta ma finanziati da fondi di Stato. Zonca fa notare che l’Olimpiade 2026 “si era vantata di aver unito regioni diverse nell’Italia in cui si fa della divisione un vanto, un dato d’ascolto. Invece qui fronte comune, almeno all’inizio, nel 2019. Poi si è ceduto alla territorialità: ogni luogo con il proprio protettore, il proprio referente e il singolo potere”.
Una certa inquietudine viene tradita da Andrea Varnier, a.d. della fondazione alla guida del comitato organizzatore, quando nell’intervista di stamattina a Matteo Pinci per Repubblica dice che «se potessi avere la certezza che i ricavi in cui confidiamo sono sicuri al cento per cento, sarei più tranquillo. Sul bilancio inciderà la biglietteria, ma che numeri ci darà lo sapremo a un mese dal via. Stiamo basando i nostri costi sui ricavi attesi: fossero confermati sarei più sereno».
In definitiva significa che oggi non lo è.
L’EDICOLA
Le prime pagine dei giornali
Che cosa stanno leggendo in Europa
SPAGNA
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La distanza fra Luis Rubiales e i palloni nei cortili
La Spagna sta rivivendo in questi giorni il trauma post-Mondiale del bacio di Luis Rubiales a Jennifer Hermoso. È in corso il processo. La calciatrice è stata ascoltata qualche giorno fa. Ha ribadito che non c’era nulla di consensuale in quel gesto. Lui ha annunciato che chiamerà a testimoniare in tribunale le sue figlie. Stamattina El Pais ospita un commento di Rafa Cabeleira nel quale si legge come l’inizio del processo “ci ricorda che il nostro calcio non è per niente come il loro, che la passione di nostro nonno ha poco a che vedere con i sorrisi da mascalzone di molti personaggi che sfilano in tribunale”.
Cabeleira fa il sentimentale. Dice che “adoriamo questo gioco in cui undici persone corrono dietro a una palla, la classica riduzione all’assurdo di quelli che non ne capiscono niente. Siamo cresciuti con il calcio sottobraccio come se fosse un filone di pane, mentre cercavamo di imitare i nostri idoli, immaginando i gol più semplici e quelli più impossibili, sognando di indossare i colori di quell’unica squadra che ci stava a cuore, giocando nelle strade del quartiere, il salotto di casa, il cortile di scuole. Ci siamo accapigliati per chi avrebbe tirato il rigore finale, su dieci minuti in più in piazza prima di salire a cena, e tutto questo lo abbiamo fatto con la pura nobiltà del tifoso che oggi ha bisogno di tapparsi il naso, e perfino gli occhi, per non mandare tutto a rotoli e provare con la pallavolo”.
[Oh, comunque la pallavolo non è affatto male].
Cabeleira va compreso. La Spagna è quel posto dove una volta un presidente ruba un bacio a una giocatrice, un’altra volta c’è qualcosa di opaco nella cessione dei diritti della Supercoppa all’Arabia, una volta si scopre che il Barcellona versava dei soldi al capo degli arbitri, e quando devono rieleggere un nuovo presidente federale, votano un condannato in primo grado per malversazione.
“Non è la prima volta che un presidente della federazione siede sul banco degli imputati e tutto sembra indicare che non sarà l’ultima. Quel che sorprende – o forse no – è la conferma, con assoluta evidenza, dell’enorme numero di persone disposte a contribuire con il loro granello di sabbia alla costruzione di un muro di contenimento per lasciare impunito l’uomo che aveva deciso di festeggiare un Mondiale afferrando per la testa una delle calciatrici, baciandole le labbra sotto gli occhi di tutti e tessendo successivamente un velo di pressioni e minacce che avrebbe dipinto come la normalità. Resta da chiedersi – scrive Cabeleira – se novanta minuti di finestre aperte per far passare l’aria siano sufficienti a tenere lontana così tanta sporcizia e come sia possibile che, di volta in volta, così tante cose indesiderate riescano a intrufolarsi attraverso le stesse gateras”.
[Qui il papà di Slalom confessa una certa incapacità a tradurre gateras. È come se fossero dei bocchettoni per l’aria, sono le vie d’uscita per i gatti dalle loro portantine. Nella sua lingua madre, così contaminata dalla lingua spagnola, le gateras potrebbero essere le senghe, plurale di senga. Come a dire: spiraglio. Ma spiraglio non dà forse il senso esatto di senga. ‘A senga d’’a fenesta, la senga della finestra. Con la esse non con la zeta. Con la zeta, la senga della finestra diventa invece una persona che sta davanti a una porta con il numero 1]
MILAN-ROMA IN 150 PAROLE
“Assist di Gimenez, gol di Joao Felix. Per sbilanciarsi in entusiasmi è un po’ presto, non dimentichiamo le celebrazioni affrettate di Riad per Conceiçao. Ma la partenza è di quelle da ricordare: il vecchio Milan crea il successo con due gol di Abraham e, quando la Roma tenta il recupero, segnando con Dovbyk, ecco che i due nuovi chiudono il conto. Improvvisamente in attacco si scatena la concorrenza. Gimenez è un centravantone che non si limita all’area, ma crea un’onda d’urto sulla trequarti, cerca lo scambio, guarda la porta ma non pecca di egoismo. Joao Felix è più mobile di Leao, tatticamente meno inquadrato: si sposta dalla fascia al centro con naturalezza, ha l’istinto del gol, forse soffre quei 120 milioni che gli sono piombati addosso quando non poteva valerli. … Pensando alla Champions, aver tolto Gimenez proprio al Feyenoord è una mezza assicurazione sul successo. Può darsi che Joao Felix dia una scossa anche a Leao”.
di fabio licari
VITE OLIMPICHE
Antoine Dupont sta cambiando la maniera di giocare a rugby
Tutti a guardare il numero 10. Cosa fa, quanti palloni tocca, in quante azioni incide. Il mediano di apertura nel rugby è di due tipi. Uno in genere calcia, quello fa, calcia e poco altro. L’altro corre e passa, gioca trasversale, in genere ha la vita stretta e i capelli lunghi. Una specie di Jessica Rabbit ma con le spalle più larghe e il paradenti.
Tutti a guardare il numero 10 tranne i francesi. Quando hai un numero 9 come Antoine Dupont, chiunque metta la maglia con la cifra più nobile assume una trascurabile importanza. Ne ha scritto L’Équipe mettendo in fila un po’ di numeri, dati, statistiche, curiosità, domandandosi se per un 10 – un qualunque 10 – sia difficile giocare accanto a un fenomeno come Dupont. Probabilmente il miglior giocatore del mondo, certamente quello che ha saltato lo scorso Sei Nazioni per darsi alla versione a sette del rugby e andare alle Olimpiadi. Esito: il Sei Nazioni l’ha vinto l’Irlanda, l’Olimpiade è stata vinta dalla Francia. Da Dupont.
Come possono avere un peso i numeri 10 della Francia se più dell’85% delle azioni offensive non passano dalle loro mani? Questo si domanda Alexandre Bardot [parente?]. Le ricerche indicano un’influenza limitata del 10, comunque meno importante che in altre nazionali, e un forte spostamento di potere verso il mediano di mischia, l’unione in un solo ruolo di due termini da lotta di classe. Operai. Sporchi. Per essere un mediano di mischia non si deve essere alti, anzi, meglio se il baricentro è basso. In genere con il numero 9 si parla tanto [certe volte anche nel calcio: Chinaglia, Pippo Inzaghi], e quando si sbaglia una giocata si può sempre dare la colpa alla terza linea che ti ha passato male la palla, a Coverciano direbbero una palla scoperta.
“Grazie ai suoi molteplici talenti – scrive L’Équipe – Antoine Dupont offre possibilità che prima di lui non avremmo nemmeno immaginato per un mediano di mischia”. Il cittì Fabien Galthié ha deciso perciò di allargare la portata dei suoi compiti. È il fulcro di un nuovo sistema di gioco in cui i suoi passaggi sono centrali. In mischia viene chiesto a sei diversi compagni di lanciarsi attorno a lui per offrirgli più opzioni.
“Dupont spinge il progetto a tal punto che il mediano di apertura, normalmente coautore nella costruzione del gioco, diventa in gran parte uno spettatore”.
Secondo i calcoli de L’Équipe, durante il tour di novembre che ha preceduto il Sei Nazioni, con lui in campo solo il 13% dei palloni è passato per il numero 10. La percentuale è salita al 29% quando con il numero 9 hanno giocato Maxime Lucu o Nolann Le Garrec. Contro il Galles, Dupont ha passato solo il 10% dei suoi palloni a Romain Ntamack.
“Dupont organizza, Dupont si occupa delle uscite con i piedi, Dupont provoca, Dupont segue il suo istinto. Ma cosa resta allora della gestione del gioco del numero 10 nella nazionale francese? Sia se ti si chiami Ntamack, Thomas Ramos o Matthieu Jalibert sabato prossimo? Non molto, la prima missione del 10 di Francia è accettare il ruolo di Dupont, può essere frustrante. Serve un mediano d’apertura aperto e paziente, che certe volte sappia aspettare tredici giocate vuote prima che il pallone gli arrivi, per poi accontentarsi di darlo a qualcun altro con un semplice passaggio perno. Finché Antoine Dupont sarà il miglior giocatore del mondo, sarà impossibile per il mediano d’apertura al suo fianco non adattarsi a questa situazione”.
A Sepang è andata in scena una sessione piuttosto turbolenta di test MotoGP. lI campione del mondo Jorge Martin si è fratturato una mano e un piede cadendo alla curva 2 del circuito, mentre Fabio Di Giannantonio si è rotto la clavicola sinistra, danneggiando l’articolazione della spalla operata in autunno. Ora gli tocca un nuovo intervento chirurgico al rientro in Italia, entro lunedì. Miglior tempo per Fabio Quartararo su Yamaha davanti ai fratelli Márquez: 2° Marc e 3° Alex. Dalla Spagna Marca si domandava qualche settimana fa: chi ha detto che in Italia non avrebbero amato Márquez?
“La stragrande maggioranza dei tifosi ha voltato pagina. Non lo vede più come un nemico, ma per quello che è: il pilota più mediatico della MotoGP, uno degli sportivi più famosi al mondo”.
PALAZZETTI E DINTORNI
Le migliori réclame del basket
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MA È UN’INGIUSTIZIA PERÒ La giocatrice squalificata perché la insultavano
Durante una partita del campionato regionale emiliano-romagnolo Under-19 femminile tra Cesena e Rimini domenica è avvenuto un episodio di cui riferisce stamattina anche il Corriere della sera. Una delle minorenni in campo è stata espulsa dall’arbitro suo coetaneo «per flagrante comportamento antisportivo». È successo che a metà del terzo quarto si sia sentita insultare dalla madre di un’avversaria [«Sei il guinzaglio di un cane. Sei una scimmia!»]. La ragazzina ha origini nigeriane ed è in affido presso una famiglia romagnola. Non ha retto. È corsa verso la tribuna e ha provato a colpire la donna. È stata bloccata, espulsa e accompagnata negli spogliatoi dal suo allenatore, mentre la donna – la madre, l’adulta, la guida – si giustificava e lasciava gli spalti sotto altri insulti, quelli di genitori indignati.
Il risvolto interessante è che secondo il Corriere della sera oggi pomeriggio “il giudice sportivo dovrebbe omologare il punteggio con l’inevitabile squalifica dell’atleta mentre la procura federale ha aperto un’inchiesta”. Filippo Sacchetti, il sindaco di Santarcangelo di Romagna, ex giocatore, ha chiesto «che si incontrino e abbraccino la vittima del vergognoso epiteto e la figlia di chi l’ha pronunciato per far vedere cosa sono il rispetto e la sportività».
Come si direbbe in un dibattito: le istituzioni dove sono?
Eccole qua.
Gianni Petrucci [non un omonimo del vecchio presidente, proprio lui, sempre lui, secondo alcuni in corsa finanche per tornare alla guida del CONI] ha reagito con durezza e ha preso la guida dell’antirazzismo mondiale dicendo di sperare che «la madre che si è resa protagonista di quel terribile fatto riesca a dormire serena e guardare in viso le persone che la circonderanno perché quanto ha fatto non è ammissibile».
Sul serio. Ha detto così.
Spera che quella mamma dorma serena.
Per il resto va tutto bene.
Ora. Poiché a una cert’ora del mattino quella madre poi si sveglia, sarebbe bello se scoprisse che un presidente di federazione ha pure un ruolo e un potere, e come ci insegna la Marvel avendo un potere ha anche una responsabilità.
Petrucci cancelli dopo un minuto la squalifica alla ragazzina insultata. Ha già pagato con l’espulsione. Esiste un precedente. È successo nel calcio. È successo finanche nella palude immobile e inerte del calcio, quando Gabriele Gravina concesse la grazia a Romelu Lukaku cancellando la giornata di squalifica dopo la reazione agli insulti subiti in Juve-Inter, semifinale di Coppa Italia. Si parlò di buon senso e di norma da cambiare. La norma non è cambiata, accontentiamoci almeno di tenere in vita il buon senso. Anche nel basket. Altrimenti i presidenti esperti e saggi, i presidenti di trent’anni [di durata, non d’età]: che cosa ci stanno a fare?
figurine
E invece Gravina
A proposito di elezioni e presidenti, Gianfranco Teotino ha scritto su Sky Sport Insider di Gabriele Gravina, confermato alla federcalcio per il terzo mandato con una percentuale del 98,68 per cento.
Teotino scrive: “Da non credere. Una volta si sarebbe definita percentuale bulgara, oggi magari bielorussa. Anzi, di più. Non si può non restare un po’ increduli: non si riescono a scacciare i cattivi pensieri di una unanimità magari di facciata, alimentata dai primi sei anni di una presidenza che in fondo non ha intaccato nessun privilegio acquisito dalle varie componenti”.
Dopo aver analizzato i meriti della federcalcio nella gestione del campionato durante il lockdown, teotino aggiunge che “Gravina ha però nel corso dei suoi primi sei anni lasciato giacere sulla carta tutte le riforme promesse. A eccezione dell’introduzione del professionismo nel calcio femminile, gli altri cambiamenti di rilievo più recenti sono avvenuti tutti su spinta o addirittura imposizione di Governo e Parlamento: dalla istituzione di un’Auhority esterna alla Figc incaricata di controllare i conti delle società, alla modifica del peso delle componenti nell’Assemblea e nel Consiglio federale, per dare alla Serie A un riconoscimento, per la verità ancora molto timido, del suo ruolo di traino del sistema. La riforma dei campionati, tanto declamata, è finita nell’oblio. Il terzo programma elettorale di Gravina è più vago dei precedenti. Vedremo se la nuova gestione Gravina riuscirà a scuotersi dall’apatia e dalla ricerca del consenso che ne hanno caratterizzato le ultime mosse”.
Teotino conclude facendo notare che l’ultimo programma elettorale di Gravina [A vele spiegate] è corredato da una citazione dello psichiatra Paolo Crepet, mentre nel programma di quattro anni fa una analoga metafora marinara era sostenuta da una frase di Seneca: “Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”.
“Ecco – dice Teotino – quello da Seneca a Crepet è un passaggio che il calcio italiano non si merita”.
E fosse solo quello.
IL TELECO-SLALOM
Guida allo sport in tv di oggi
11.50 La prima tappa dell’UAE Tour femminile
Cinque delle migliori-10 cicliste del World Tour sono qui: Elisa Longo Borghini ed Elisa Balsamo per l’Italia, Lorena Wiebes e Karlijn Swinkels per l’Olanda, Juliette Labous per la Francia. Sono addirittura 11 tra le prime-20. Una corsa d’élite insomma, vinta in passato da Longo Borghini. La tappa più dura e probabilmente decisiva sarà la terza, sabato, con l’arrivo a Jebel Hafeet, un traguardo che due anni fa costò alla Lidl Segafredo un mucchio di critiche. Le ambizioni di Gaia Realini vennero smorzate per favorire la classifica di Elisa. Realini spiegò a Tuttobici: «Quando sul Jebel Hafeet ci siamo ritrovate da sole, dall’ammiraglia hanno cominciato a dirci che Elisa avrebbe preso la maglia di leader anche se avessi vinto io. Tuttavia noi eravamo indecise, con gli abbuoni eravamo lì lì. Sono stata io stessa a dire “già sto vivendo una favola con questa tappa, vince Elisa punto e basta, non m’interessa cosa diranno gli altri”»
Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30.
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