Il tempo della grande America non è ancora venuto
America, senza offesa. Ti sei affidata a un signore che promette di renderti great again e sono affari tuoi, gli credi e gli vai dietro, auguri. Ma dentro queste righe intorno a uno spazio di 28 metri di lunghezza e 15 di larghezza, dentro questo assurdo spazio nel quale egemonie, supremazie e PIL si stabiliscono mettendo una palla in un canestro, abbi pazienza, c’è ancora del cammino da fare.
Sono sette anni che non hai il più grande. Il miglior giocatore nel campionato più stellare di basket non ti appartiene più. Sventola un’altra bandiera e veste altri colori. Il migliore non ha le stelle e non ha le strisce da quando James Harden prometteva di essere il tuo Fidel con quella barba lunga, prometteva una nuova rivoluzione dopo LeBron e Curry. A noi europei così novecenteschi e superati piace chiamarlo il canto del cigno. Il Barba quello fu. Dopo di lui il premio di giocatore di pallacanestro più forte del pianeta è finito altrove, si direbbe prevalentemente in Europa, ma forse sarebbe più corretto chiamare questo posto Complessità.
È finito a un ragazzo nigeriano immigrato clandestino, figlio di una famiglia di ambulanti nella periferia più periferia di Atene: la Grecia gli ha dato un passaporto e gli ha addolcito nome e cognome [Sina Ugo Adétòkunbọ̀] in Giannis Antetokounmpo.
È finito al figlio di un ingegnere agricolo di una città del nord della Serbia, cresciuto in un appartamento di due camere con due fratelli, i genitori e la nonna [Nikola Jokic] ed è finito a un ragazzo nato in Camerun, scoperto su un playground di Yaoundé e con un passaporto francese in tasca, così forte che nella disperazione voi americani siete andati a prenderlo, lo avete arruolato, naturalizzato e portato alle Olimpiadi. Anche se adesso la Casa Bianca minaccia di mandare a casa i disperati che vengono da terre lontane.
America, senza offesa. Ora che cerchi in terra e in ogni luogo la prova che davvero sarai great again, lascia stare, distogli lo sguardo dalla NBA, dove nell’anno delle elezioni il migliore di tutti si chiamerà Shai Gilgeous-Alexander, per brevità sui giornali detto SGA – che non significa MAGA ma è il suo contrario.
È il figlio di una signora di Antigua e Barbuda, Charmaine Gilgeous, una donna che ha corso i 400 metri alle Olimpiadi di Barcellona, si piazzò quinta in batteria e tornò a casa, a lavorare in banca. Ci sono quattro milioni e mezzo di immigrati caraibici che vivono negli Stati Uniti – sono dati del 2019 – e rappresentano il 10 percento dei 45 milioni di persone nati all’estero e presenti sul suolo americano.
SGA se n’è andato a nascere a Toronto, dall’altra parte di quelle cascate che in Canada ci vendono come fichissime e dal lato di Buffalo come un’esperienza tranquilla, naturale e con più parcheggi. Se uno SGA di madre caraibica nascesse nei prossimi quattro anni a Chicago, a New York, a Oklahoma, non avrebbe nessuna certezza di potersi dire americano, dopo secoli e secoli di romanzi e film che avete messo in bottiglia e ci avete mandato oltre l’Oceano, per farci credere che la vita è un sogno, la vita è un sogno americano, puoi essere il figlio di un venditore di castagne partito da Haiti o dal Messico e arrivare fino alla Casa Bianca.
Nel Canada bilingue, di tutto questo, SGA il s’en fout. A Oklahoma potrebbe portare l’anello e questo gli basta. Potrebbe fare dei Thunder la 22esima squadra diversa a vincerlo nella storia, la settima in sette anni. Nel frattempo si farà dare la corona di MVP. Gli mancava una sola cosa. Una grande prestazione personale, una notte da cui uscire con l’etichetta del record. L’ha trovata contro gli Utah Jazz, 54 punti, la sua prima partita in carriera sopra i 50. Diciotto li ha segnati nel terzo quarto, aggiungendo 8 rimbalzi, 5 assist e 3 palle recuperate. The Athletic qualche settimana fa ha adoperato un avverbio meraviglioso per raccontare la sua esplosione. Ha scritto che sta diventando furtivamente uno dei migliori.
“Shai Gilgeous-Alexander si impegna molto per curare il suo aspetto. La moda è una sua passione evidente. Le sue conferenze stampa post-partita diventano cortometraggi video per Harper’s Bazaar. Siamo impressionati da un giocatore che riesce a sfoggiare oggetti luccicanti e a indossare pellicce fino al mento mentre portando occhiali da sole scuri. Questo non è un giudizio – ha scritto Marcus Thompson – anche se io mi vesto da giornalista che si preoccupa solo di avere un bel paio di scarpe da ginnastica e una felpa scura che nasconda il caffè che sono sicuro di potermi rovesciare addosso. Ma lo SGA fuori dal campo e la sua versione con la maglia degli Oklahoma City Thunder rappresentano una sorprendente contrapposizione. Il primo si sforza di essere sbalorditivo. Il secondo fa sembrare tutto naturale”.
È questa sua clandestinità [ops] a renderlo diverso dagli altri. The Athletic ha scritto che vedere Shai mentre fa canestro è terapeutico.
“Il suo controllo di palla è più vellutato di una delle sue camicie abbottonate a metà. Non stupisce con i suoi palleggi e ha un tiro in sospensione dalla media distanza che gli antichi cronisti definirebbero di burro. Una grande partita di Giannis Antetokounmpo è come una muscle car con Flowmasters che romba attraverso una ZTL. Avete mai visto Luka Dončić scatenarsi? È spettacolare. Ma lo fa sembrare terribilmente laborioso. C’è bisogno di fumarsi una sigaretta e prendersi una birra fresca, dopo, solo per averlo guardato. Anthony Edwards è eccitante. È tutto stile. Come Nikola Jokić, sebbene il Joker sia raffinato a modo suo, ha la sottigliezza di un elefante che cammina sulle note di Not Like Us. La sua versione della raffinatezza è avvincente. SGA invece coglie di sorpresa. Si mette al lavoro, tu alzi lo sguardo al tabellone e lui è arrivato a 30 punti. Come se al mattino si alzasse dal letto avendone già venti. È il nuovo Kevin Durant. Ricordate come KD fa sembrare un soffio, un sospiro, il momento in cui mette la palla nel canestro? Come sembra tutto così automatico da sembrare inevitabile? Ecco. SGA è di quel genere. Segna come un gatto che cammina. Come la danza di Les Twins. Come Penelope Cruz che dice Nespresso”.
Il Washington Post lo ha chiamato impavido, sfuggente e calmo. Ben Golliver ha scritto che “c’è un piacevole mix generazionale nella maniera in cui attacca Gilgeous-Alexander: tira in sospensione dalla media distanza come se fossimo ancora negli anni Novanta, prospera in isolamento come un ritorno al passato degli anni 2000, usa ogni trucco per prendersi tiri liberi come le stelle degli anni 2010 e genera abbastanza tiri da tre per tenere il passo degli anni 2020”. Non è un tuttocampista. È un tutto-tempista.
UN BEL GIRETTO DI PAROLE DOPPIATE
SGA nell’archivio di Slalom
Gli amici che lo allenano d’estate
14 GENNAIO 2024 Gilgeous-Alexander è quel giocatore accompagnato nel suo cammino verso il successo da “cinque amici super intimi”, come li chiamò il New York Times un anno fa raccontandone la storia. Cinque amici d’infanzia che lo allenano durante le pause del campionato a Hamilton, piccola città a 40 miglia da Toronto. Mark Castillanes e Maurice Montoya li ha incontrati il primo giorno alle scuole medie, Vincent Chu era il compagno di banco, Sunday Kong stava con lui al liceo, Devanté Campbell era in squadra quando ancora giocava a football. Oggi chi è un venditore di scarpe da ginnastica, chi dirige un ristorante, chi lavora nella sanità, chi studia medicina. Un giorno che il coach di Oklahoma si è presentato a Hamilton per incontrare Shai, pensava di non aver bisogno di chiamare un Uber per spostarsi. Invece Mark Daigneault si sentì dire da Shai che c’era un problema, non aveva posto in macchina perché doveva andare a prendere quei cinque.