Andare in Arabia per un altro Barça-Real

Il giorno della marmotta del calcio spagnolo

Non esistono Cleveland Cavaliers, non esistono Oklahoma Thunder nel calcio spagnolo. Non li vogliono. Non sanno cosa farsene. Neppure di un Leicester ogni cinquant’anni. Il massimo della trasgressione è l’Atlético Madrid. Ogni volta che un trofeo si decide con una partita tra Real Madrid e Barcellona, un angelo in cielo di nome Florentino mette le ali. Succede spesso, succederà di nuovo nella Supercoppa che gli spagnoli sono andati a giocare in Arabia Saudita. È buffo, no? Se arrivassero i marziani domattina sul pianeta terra, molte cose troverebbero strane, e forse fra le prime mille anche andare a Riad per giocare la stessa partita di calcio che si gioca tre-quattro-cinque-sei volte l’anno in Spagna. Anche noi italiani siamo andati in Arabia Saudita a giocare la Supercoppa, ma rispetto ai marziani ci facciamo meno domande e rispetto agli spagnoli prendiamo meno volte posizione. Sarà che in Spagna la Supercoppa saudita è stata accompagnata da uno scandalo, un’inchiesta, una presidenza federale andata in crisi, ma Rafa Cabeleira su El Pais scrive che nessun tifoso che si rispetti dovrebbe privarsi del piacere più grande che può regalarci questa Supercoppa spagnola, venduta al miglior offerente da due truffatori del settore con il benestare dei grandi club: approfittare delle pause di gioco per consultare il parere di Georgina Rodríguez sui social media

La moglie di Cristiano Ronaldo, dice El Pais, è una delle grandi celebrità spagnole del momento e la migliore ambasciatrice di un paese, l’Arabia Saudita, considerato – letteralmente – meraviglioso e sicuro. Per celebrare la festa nazionale dell’anno scorso, El Pais ricorda che Georgina Rodríguez indossò il tradizionale caftano posando davanti alle telecamere in un lussuoso negozio di Riad, visibilmente felice e adattandosi alle usanze locali, lo stesso tipo di pubblicità ingannevole che le autorità del regime cercano, subappaltando il più piccolo dei tornei ufficiali del nostro calcio. Al momento sono noti i piani della Liga di spostare una partita su suolo americano, passo precedente a quello di mettere all’asta gratuitamente il prodotto e ripetere l’esperienza laddove si otterranno i maggiori vantaggi economici.

Cabeleira continua scrivendo che Georgina sembra così a suo agio nel paese delle esecuzioni sommarie da aver lasciato intendere che rispetterà la regola del digiuno diurno nel mese sacro del Ramadan, cosa davvero sorprendente perché se abbiamo imparato qualcosa dal suo reality show su Netflix, è che la modella e imprenditrice ama mangiare a tutte le ore, con un debole particolare per i prodotti iberici, così difficili da incastrare tra credenze religiose e restrizioni dietetiche locali

Non è che El Pais ce l’ha con Georgina Rodríguez. È tutto un mondo, tutto un sistema che finisce sotto accusa. Finisce sotto accusa la curiosa, se non strana – scrive Cabeleira – capacità di alcuni atleti, soprattutto calciatori, di astrarsi quasi completamente dalla realtà e limitare ogni tipo di valutazione sulla giustizia alle decisioni di un arbitro o ai commenti di un giornalista. Per ogni Socrates, per ogni Éric Cantona o per ogni Toni Kroos abbiamo centinaia, migliaia di giocatori che non oserebbero mai denunciare il razzismo, l’omofobia o il machismo, se il messaggio non fosse sponsorizzato da un marchio di abbigliamento sportivo. O se non fossero costretti da qualche organismo, come spesso accade con la UEFA o la FIFA, molto dediti alle campagne globali e alla ripetizione di slogan di massa, ma inclini a seppellire le loro buone intenzioni sotto montagne di denaro inespugnabili. È l’unica cosa che conta in queste finte avventure: non c’è progresso né evoluzione nel sorridere mentre ritiri il conto.

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