Beccalossi Evaristo, il genio intravisto

  Il primo campionato italiano senza Rivera, nella domenica dell’ultima partita di Rossi prima della squalifica, lo vinse l’Inter che non aveva più Mazzola.
Ma la squadra l’aveva costruita lui. Da dirigente. 
L’Inter aspettava lo scudetto da nove anni, lo scandalo delle scommesse stava per mandare il Milan in Serie B, e Sandro figlio di Valentino pensò di dire che «la vittoria è una lunga pazienza». Come se fosse stato Flaubert
L’incarico di rifare tutto daccapo glielo aveva dato il successore di Angelo Moratti, un ex peso medio e ciclista mancato che il 1° agosto del ’31 aveva preso la tessera numero 447 dell’Ambrosiana scoprendo che gli avevano sbagliato a scrivere il nome, Ivanos e non Ivanoe.
Di cognome fa Fraizzoli, figlio di Leonardo, gentiluomo milanese che nella sua fabbrica produce le toghe per tutti i giudici e gli avvocati di Milano. Ivanoe ha perso suo padre a vent’anni in circostanze drammatiche, mentre mangiava una fetta di panettone, e ne aveva preso il posto in azienda per stufarsi presto di abiti e stoffe. Meglio il calcio. 

 

  L’Inter è di Fraizzoli ma regna con lui sua moglie Renata, figlia di Luigi Prada, nella cui pinacoteca di famiglia spiccano dei Giotto e dei Tintoretto. Non hanno avuto figli e sentono di aver adottato tutti i ragazzi passati dentro quella maglia con le strisce nere e blù, per convenzione ormai dette azzurre.
Il cammino verso lo scudetto suggerisce a Fraizzoli pensieri meno francesi e più selvatici rispetto a quelli di Mazzola: «Dico sempre ai miei ragazzi: lo scudetto è come un carciofo. Va sfogliato domenica dopo domenica, cercando di evitare le spine».
Prima dei derby prende una pillola per non soffrire ma il pomeriggio del 27 aprile 1980 non riuscì a evitare certi dolori nella festa a San Siro, dopo il pareggio per 2-2 con la Roma. Gli fecero trovare degli insulti scritti sui muri, si sa come fanno le folle, dopo una telefonata anonima che annunciava una bomba allo stadio, gli sputi e i sassi due settimane prima a Perugia. Quanto basta per disamorarsi. Ancora due anni e mezzo, e se ne andrà. Nella foto in cui sta firmando la cessione a Ernesto Pellegrini, tiene un fazzoletto in mano e singhiozza. «Ogni notte mi rigiravo nel letto senza prendere sonno. Renata mi ha detto: “Non si può andare avanti così. Vendi, almeno dormirò anch’io”».

 

 

La squadra costruita da Mazzola aveva visto la crescita del libero Bini (25 anni) – nuovo capitano dopo il ritiro di Facchetti – l’affermazione del difensore Beppe Baresi (22 anni) e di uno strano animale tattico come Pasinato (24 anni), un po’ tornante, un po’ mediano, un po’ terzino. Accanto a loro la maturità dei centrocampisti Oriali e Marini, gli innesti di Caso all’ala, di Mozzini come stopper.
Ma soprattutto.
I gol di Alessandro Altobelli detto Spillo e il calcio assurdo di Evaristo Beccalossi, detto in mille modi. I giornali lo chiamano: il Messia, Mandrake, il Mariolino (Corso) del 2000. Il Corso del Novecento invece lo guarda e in lui dice di rivedere Rivera. 

 

  Mazzola lo ha preso dal Brescia – in quegli anni squadra da media-bassa classifica in Serie B – e lo ha pagato poco più di un miliardo, 700 milioni in due anni più tre giocatori: Guida, Cozzi e De Biasi. Nino Petrone sul Corriere d’informazione del 28 febbraio 1979 lo definisce “un affare: il mercato di buono offriva poco e quel poco era reperibile solo a cifre folli. Un affarone se si considera che anni prima l’Inter aveva sborsato settecentocinquanta milioni sull’unghia per acquistare una vecchia bufala fiorentina (Merlo)”.
Beccalossi piaceva anche al Torino, che lo aveva fatto seguire per tre anni da Ellena, l’osservatore che aveva portato Pulici e Graziani. Solo che nell’ultima relazione Ellena aveva scritto, perché se n’era convinto, che si trattasse di un giocatore “tecnicamente valido ma discontinuo”. Il Torino si era defilato e Mazzola aveva stretto: convinto dai suoi osservatori che i pregi fossero superiori ai difetti. Appena l’estate prima il Brescia gli aveva venduto Altobelli. Fregature là non gliene tirano. Mazzola avrebbe preferito buttarsi su Walter Novellino, ma il Perugia aveva fatto all’ultimo momento una piroetta mandandolo al Milan. Smaltita la rabbia, Beltrami aveva individuato Beccalossi. Il Pelé italiano, lo chiamerà.
Non che Mazzola fosse troppo impressionato dalla definizione, ma nell’estate del ‘78 aveva voluto accompagnarne i primi passi nel tour in Cina. Mao era morto da poco, da due anni, era caduto il divieto di attività individualistiche. Il calcio era stato tra i primi sport a essere incoraggiati. Mazzola aveva rimesso le scarpette per l’occasione, per vivere l’esperienza, e dopo qualche minuto era uscito. Al posto suo il ragazzo preso dal Brescia. 

 

 

  Il 28 aprile del 1980 Renato Vallanzasca cercò di scappare di nuovo dal carcere di San Vittore. Durante l’ora d’aria apparvero tre pistole in mano ai detenuti. In sei riuscirono a farsi strada fino al portone tenendo in ostaggio un brigadiere. Per le vie di Milano si aprì una sparatoria proseguita sotto il tunnel della metropolitana.  Il pomeriggio prima l’Inter aveva vinto il campionato. Il gol dello scudetto lo aveva segnato Mozzini, che ne aveva già vinto un altro con il Torino nel 1976. Con Muraro e Pasinato vinceremo il campionato, cantava la curva. Quindici gol li fa Altobelli, sei Oriali, sette Beccalossi.
Come, poi. In che modo? Beccalossi segna come gioca. In molti modi. Non è facile capire dove va. Intanto perché ha il sedere basso e non tutti possono reggere le sue curve, i suoi improvvisi mutamenti di indirizzo con le braccia che galleggiano nell’aria. Secondo: perché Beccalossi di piedi ne ha due. Quando può alliscia il pallone con l’esterno sinistro, quando non può fa in modo di potere. Gli serve per sorprendere, perché poi la palla la nasconde, oppure con l’interno la sposta dall’altra parte. Se si trasferisce lungo la fascia destra, si può accentrare per calciare in porta oppure cercare il fondo e metterla in mezzo con l’altro piede. Segna uno scavetto da fuori area a Castellini a Napoli dopo essersi fatto palla al piede da centrocampo, con dribbling alla Dirceu. Su punizione segna di destro e di sinistro. Passa per un mancino ma sul prato zuppo fa gol al Milan aprendo il piatto destro e colpendo al volo, spostando il corpo come solo Rivera in Messico contro la Germania. Segna di potenza col destro sotto l’incrocio dei pali al Perugia. Si costruisce una fama così presto che dopo un solo anno di Serie A, alla vigilia della partita europea con il Borussia Mönchengladbach Jupp Heynckes domanda: «Mica gioca Beccalossi?».

 

 

Senta: lei aveva il 10, c’era ansia a indossarlo? «All’Inter venivo dopo i 10 di Mazzola e Suarez, pesava come un macigno e non ero abituato perché a Brescia avevo l’8. Devo dire che mi sono abituato in fretta e alla fine non potevo rinunciare alle coccole per i possessori di questa maglia. In campo però non sentivo pesi, per me il divertimento è sempre stato la prima cosa. Se potevo fare un tunnel, un colpo di tacco, una giocata, la facevo. Mi ricordo tanti urli di Oriali “dai Beck, noi ci facciamo il mazzo, corri un po’ anche tu”. Poverino» (sorride).
Era un calciatore naif, è stato un simbolo di calcio soprattutto estetico. «Considerate che ero partito da un paesino e mi sono ritrovato ventenne nella grande Milano, chiaro che un po’ mi ha dato alla testa. Bersellini mi chiudeva in ritiro per impedirmi di uscire ma io facevo delle scenate: “mister ho 22 anni, non posso star chiuso”». 
intervista a il Secolo XIX, 8 giugno 2018

 

 

  Il mister. Bersellini Eugenio. Due soprannomi: Genio (dal general manager Beltrami) oppure Sergente di Ferro perché se la squadra non si comporta bene la mette a dormire su materassi rinforzati con assi di legno. Una volta tiene Beccalossi in ritiro da solo per una settimana, un’altra lo mette fuori squadra. Un maniaco della preparazione atletica, del resto erano tempi in cui gli scudetti si vincevano con 14 uomini in tutto. Otto dei suoi 14 vengono dal settore giovanile dell’Inter. Il primo a introdurre lo stretching. 
Suo padre Ezio è capozona della Celi, l’attuale Enel. Eugenio lo accompagna di sera per le strade dei paesi intorno Parma per essere certo che le luci siano accese. Si racconta che gli piacesse il basket e che a calcio da ragazzino giocasse scalzo. A 15 anni lo vuole la Juventus. Lo ferma sua madre. «Da casa mia nessuno va via a 15 anni». I suo calciatori lo chiamano “Olivoll” perché è calvo, oppure “Killer”. Un personaggio d’altri tempi finito anche in una favola per bambini, Le giacche degli allenatori, scritto da Gabriella Greison (Salani Editore). La storia di Edo, un ragazzino della periferia di Roma, non distante da Ostia, che un giorno si trova con il suo cane Doinel in un palazzone abbandonato. Scoprirà che certi misteriosi scatoloni contengono giacche avvolte dentro il cellophane, destinate come sono a far parte di un museo, e appartengono agli allenatori di calcio. C’è quella di Zeman, quella di Liedholm, Edo infila quella di Bersellini, con un bottone finisce ad Appiano Gentile nel 1980, il giorno dopo il derby. In tempo per innamorarsi.
In mezzo al pubblico di San Siro, sempre quell’anno, ogni tanto prende posto un bimbo svizzero che di nome fa Gianni e diventerà presidente della FIFA. Il suo idolo è Beccalossi. «Se non avesse fatto il calciatore, sarebbe stato un artista, forse un pittore». Questo che parla è invece il cantante Enrico Ruggeri, interista. E gli artisti, si sa come sono. 

 

 

  Il 30 novembre 1981, quando mancano sei mesi al Mundial di Spagna, con la qualificazione in tasca, il CT Enzo Bearzot convoca 16 giocatori per una partita contro Lussemburgo. Beccalossi non c’è nemmeno stavolta. Non solo manca, ma Bearzot spiega che non lo ha chiamato perché in questa Nazionale, così com’è, lui non avrebbe una collocazione. Beccalossi reagisce, dice che una maglia della Nazionale vale meno della sua dignità e che Bearzot ce l’ha sempre avuta con lui, perché ha paura di dover cambiare la squadra.
Succede un bel casino, con l’Inter costretta a scrivere un comunicato pieno di equilibrismi. Bearzot si prende l’ultima parola e dice che «il mio compito è quello di non allargare le polemiche», ma in via confidenziale – riporta il Corriere della sera – definisce Beccalossi «un divoratore di energia altrui», gli viene attribuito il pensiero secondo cui «anche i suoi padroni nerazzurri lo stimano poco per come si comporta in campo e soprattutto in trasferta. Non è certo con i giocatori tipo Beccalossi che si possono alzare le quotazioni del calcio italiano».
Ufficialmente insiste: «Io posso capire che tanta è la voglia di entrare in Nazionale da parte di qualcuno, ma a questo livello conta anche lo stile di come uno si propone. Io sono sempre portato a capire le reazioni dei giocatori, e quindi oggi come oggi non posso dire se il nome di Beccalossi è cancellato per sempre oppure no dai programmi futuro della nazionale. Ma se lui continua sarà giudicato per quello che dirà».
Liedholm è un suo grande sponsor. Ma la porta è chiusa in via definitiva. Silvio Garioni su Corriere della sera scrive che il CT “poteva pure concedere all’interista la possibilità di un provino azzurro (senza lasciarlo sempre nel purgatorio dei giocatori… in preallarme), chances che da due anni a questa parte ha concesso, titolari a parte, almeno ad altri ventuno elementi”. 
Il vice presidente dell’Inter, Peppino Prisco, scrive di suo pugno un intervento sul Corriere il 3 dicembre del 1980, alla sua maniera scanzonata: “Noi dell’Inter abbiamo appreso con stupore del bollettino tecnico-tattico di Bearzot che riguarda Beccalossi e che lo dà ormai per spacciato come giocatore fuori dall’area parrocchiale e che lo qualifica sul piano umano come un coniglio.  Scoprire oggi all’improvviso che di calcio ne capiamo poco e di personalità di atleti niente, è stato un autentico colpo di fulmine: già avremmo fatto una denuncia-querela a Brescia (che ci cedette il giocatore) per subita truffa, se non avessimo il timore di passare per fessi nella terra in cui per definizione nessuno lo è. 
Quanto al fatto che Evaristo sarebbe divoratore di energia altrui, è dimostrazione di due cose alternative: o Bearzot non capisce di calcio (e questo io e Bearzot lo escludiamo) o Bearzot allude alle energie spese dalle squadre avversarie (e allora mi limito a registrare che il ct non è interista). I compagni di squadra non ritengono Beccalossi né parassita né una mezza tacca e, siccome in campo scendono loro, mi sembrano testimoni abbastanza attendibili. Se le quotazioni calcistiche dell’Italia non sono alte, non è certo colpa del povero Evaristo, che dalla nazionale è escluso, ma eventualmente delle scelte sino a oggi operate. Ora, darsi dell’incapace per fare un dispetto a Beccalossi è quantomeno autolesionistico, salvo ammettere che Bearzot concentri le sue qualità nel pensiero e nella strategia e non si renda conto che ai giornalisti non si possono fare confidenze. Il giudizio tecnico, purtroppo per Evaristo, rimane ed è pesante: per consolarlo, posso solo ricordare che non viene da un tecnico campione del mondo o d’Europa nel calcio, ma da un onesto cultore della pedata in gioventù, cui la buona stella ha assegnato compiti tecnici di rilievo in piena maturità. Rimane l’angoscioso vaticinio per cui Beccalossi non giocherà in  nazionale per almeno vent’anni: detto dal c.t. in carica è un epitaffio; detto da un ct della cui sostituzione già si è parlato entro tempi inferiori all’anno è semplicemente un gesto di scaramanzia, un pietoso giro di parole per dire che lui si sente il ct a vita”. 

 

Quando la Nazionale sta per imbarcarsi e volare in Spagna, una ragazza in aeroporto affronta Bearzot, gli chiede conto dell’esclusione di Beccalossi dalla Nazionale e gli dà della scimmia. Il CT perde il controllo e le dà uno schiaffo. Dirà: “S’è trattato di una carezza un po’ pesante, come si fa con i figli discoli: l’offesa aveva un volto e lo rifarei, non con un adulto, beninteso. Accetto le critiche, non le offese”.

 

 

  Si sa come va a finire in Spagna. A Claudio Colombo che lo intervista per Corriere della sera  il 15 dicembre del 2000, Beccalossi dice: «Non ero un guerriero, mi allenavo poco, accendevo spesso e volentieri una Marlborina. L’avrei ammazzato, Bearzot. Poi l’ho capito: se mi convocava, l’opinione pubblica avrebbe spinto perché giocassi titolare. Il ct aveva il suo gruppo, non poteva permettersi altri casini, poi io non ero proprio il suo tipo di giocatore. E sono talmente sfigato che tutti sanno come andò a finire: l’Italia vinse il Mundiale e io, che non vedevo l’ora di dirgliene quattro, a Bearzot, zitto e a casa. Con Spillo abbiamo fatto i numeri, io il mio sinistro, lui i suoi guizzi: eravamo amicissimi ma adesso non andiamo più d’accordo. Bussalino, che era un fior di libero, si è perso per strada. Era il più solido dei tre, pensa com’è fatto il calcio».
È fatto in un modo strano. Intorno alla geniale discontinuità di Beccalossi, intorno al suo calcio intermittente e bisognoso d’affetto, diventa agevole costruire la tesi secondo cui quella sua maniera di interpretare il gioco non è compatibile una volta con Prohaska, un’altra con Hansi Müller, un’altra ancora con Brady. «Sono figlio del mio calcio: oggi non potrei giocare. Si corre a duemila all’ora, e certe mezzepunte – penso a Rui Costa, a Zidane – sono anche grandissimi atleti. Io, quando facevamo i test, ero sempre l’ultimo: in volata mi batteva anche Cipollini, la riserva di Bordon. Ci sono allenatori che non capisco: Zeman, Sacchi… Per me il singolo prevale sempre sui moduli, l’estro sulla geometria. Ne ho avuti tanti, di allenatori. Bersellini, nonostante rompesse le scatole con gli allenamenti e l’alimentazione, è stato il migliore. Marchesi il peggiore: brav’uomo ma sapeva poco di calcio. Castagner, l’ultimo all’Inter, non mi faceva giocare perché obbediva agli ordini del presidente Pellegrini che aveva preso Brady per ingraziarsi gli Agnelli e aprire le sue mense a Mirafiori. Un giovedì ad Appiano, dopo aver fumato la Marlborina, entro in partitella e faccio qualche numero, Brady non si reggeva in piedi. E io di tacco, di dritto, di rovescio. Assist di qua, gol di là. Kalle Rummenigge, tutto rosso in faccia, alla fine dell’allenamento sbotta: ister, ma come si fa a non far giocare il Becca? Morale: da quel giorno mi fecero allenare sa solo. Fine della mia storia all’Inter».

 

 

  Prima dell’addio c’è tempo per un altro momento di quella controgloria così molto alla Beccalossi. I due rigori di fila sbagliati in Coppa UEFA nella stessa partita contro lo Slovan Bratislava. Coppa UEFA 1982-83. Una famosa serata su cui ci ha costruito uno dei suoi numeri comici più famosi Paolo Rossi. L’attore. 

 

  Questo pezzo è dedicato a due grandi talenti della cultura mondiale, che han fatto sì che alcuni di noi, se pur perdenti, si ritenessero destinati a una vittoria futura e possibile.
Questi due talenti nel campo della cultura, della musica, dell’arte, dell’evoluzione in genere, sono per me Charlie Parker ed Evaristo Beccalossi.
Forse mi rendo conto che molti di voi non sanno chi era Charlie Parker, allora spiego chi era Beccalossi.
Beccalossi è stato uno dei più grandi talenti inespressi del calcio italiano, stiamo parlando di gente che io ho visto, che molti hanno visto. Io non posso dimenticare una partita che era Inter-Slovan Bratislava. Io l’ho vista, chi l’ha vista sa di cosa sto parlando. Ad un certo punto l’arbitro diede un calcio di rigore all’Inter. Per chi s’intende di calcio, ma anche per chi non se ne intende, è facile capire la difficoltà per un giocatore, nella semifinale di Coppa UEFA, di tirare un calcio di rigore.
Lui guardò tutto lo stadio negli occhi e disse:
“Lo tiro io…” e io pensai con tutto lo stadio: questi sono gli uomini veri.
Prese la palla e la mise sul dischetto del calcio di rigore.
Lo fece con la sicurezza dell’uomo che non avrebbe mai e poi mai sbagliato. E sbagliò. E io pensai: per me resta un uomo. Ma quando cinque minuti dopo, e chi ha visto quella partita sa che non mento, ridiedero un calcio di rigore all’Inter, per chi s’intende di calcio, ma a questo punto anche per chi non se ne intende, è facile capire la difficoltà per un giocatore che ha appena sbagliato un calcio di rigore, di riassumersi la responsabilità di ritirarlo.
Lui guardò tutto lo stadio negli occhi. E tutto lo stadio fece: “No ! Puttana Eva…”.
“Lo tiro io !”. E mise la palla sul dischetto del calcio di rigore con la sicurezza dell’uomo che non avrebbe risbagliato. E risbagliò!
E io pensai : per me resta sempre un uomo. Un po’ sfigato ma pur sempre un uomo.
Ma quando cinque minuti dopo diedero un calcio d’angolo all’Inter e lui guardò tutto lo stadio negli occhi, e tutto lo stadio disse: “Ma questo che cazzo ci guarda sempre? Che cazzo vuole, i soldi?” e prese la palla e la mise sul dischetto del calcio di rigore, io pensai: Forse è un po’ fuori di testa! E non mi sbagliavo, perché cinque minuti dopo rubò la palla sulla striscia del rinvio al suo portiere, che gli disse : “Cazzo fai?”. “E’ mia! Vado a casa, non gioco più, basta!” e attraversò tutto il campo.
Scartò tutta la squadra avversaria. Da solo davanti al portiere avversario fece una finta, scartò anche il portiere. Davanti alla porta scartò anche la porta, con un dribbling unico scartò dodici fotografi. Palleggia, di tacco, di punta, di lingua; scarta tutti gli ultras, scarta tutti i poliziotti con i cani lupo; tutti quelli che stracciavano i biglietti… fa fuori un’altra inferriata… Scartò i bagarini, quelli che vendevano le pizzette, gli hot-dog… fu fermato solo in mezzo a piazzale Axum dal tram numero 15… Quando si risvegliò, dopo dieci giorni di coma, la prima frase che disse fu: “Beh, cazzo, ragazzi! Se non è rigore questo qui!”.
monologo di paolo rossi

 

Per dire chi fosse alla fine Beccalossi. Nell’autunno del 1982 si presenta in sede per discutere il rinnovo del contratto. Siede davanti alla scrivania con Beltrami e Mazzola, non per niente detti all’epoca il Gatto e la Volpe. Con una scusa i due escono dalla stanza, Beccalossi allora si solleva dalla sedia, sbircia sulla scrivania e intravede un biglietto. 
Ci sono scritti gli ingaggi di tutti gli altri compagni.
Compresi i campioni del mondo appena tornati dalla Spagna. 
Bordon e Oriali non prendono più di 70 milioni
Beccalossi che ne guadagna 50 e punta a 100 pensa che a questo punto non può mica sparare la cifra che avrebbe voluto. La trattativa non c’è. Il Gatto e la Volpe rientrano e lui accetta un ritocco simbolico. 
Solo molto dopo scoprirà che le cifre erano false. Il foglietto era stato lasciato apposta.

 

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A cura di Angelo Carotenuto
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