Lo Slalom del 4 gennaio | Cosa leggere, sapere e vedere

sabato 4 gennaio 2024

#2 giorni alla finale di Supercoppa

 

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 VITE OLIMPICHE 

Altro che Andy Capp, le freccette sono di un diciassettenne

DI ROBERTO LIBERALE

Dai fumi dell’Alexandra Palace dove si consuma mezzo milione di pinte di birra in due settimane, dalle strisce dei fumetti dove Andy Capp teneva un boccale nella destra mentre con la sinistra tirava a bersaglio, è spuntato un ragazzino di 17 anni e 347 giorni per vincere il Mondiale di freccette. Luke Littler ce l’ha fatta. Era il più atteso dopo la finale del 2024. È diventato il più giovane campione di sempre, un mese dopo aver visto l’indiano Gukesh Dommaraju diventare a 18 anni il più precoce a scacchi. In finale Littler ha sminuzzato Michael van Gerwen, olandese, uno che tanto vecchio non è con i suoi 35 anni, lui stesso un ex giovanotto prodigio quando nel 2014 vinse da 24enne il primo dei suoi tre titoli.

Littler è il quinto vincitore diverso negli ultimi cinque anni, segno di una nuova fluidità ai vertici o forse l’annuncio di un’egemonia in arrivo, qualcosa che minaccia di essere all’altezza dei 14 successi infilati da Phil Taylor fra 1995 e 2013. Oltre ad avere incrementato negli ultimi anni la presenza giovanile, le freccette stanno allargando i propri confini oltre il classico perimetro Gran Bretagna-Nord Europa. Dopo lo spavento di una possibile Brexit dei darts appena due anni fa, quando l’inglese Michael Smith fu l’unico a rappresentare il Regno Unito in semifinale, i britannici si sono ripresi la scena mondiale con sette semifinalisti su otto nelle ultime due edizioni. Proprio Van Gerwen è stato l’ultimo straniero a vincere il titolo, sei anni fa. Ieri ha giocato la sua settima finale, la quarta persa. È l’anello di congiunzione tra il vecchio mondo e il nuovo, più giovane, più moderno, più ricco. Quello delle coperture televisive planetarie e dei premi stratosferici per uno sport un tempo considerato di nicchia. I due milioni e mezzo di sterline di montepremi di quest’anno sono forse destinati a crescere, l’Alexandra Palace viene giudicato ormai inadatto a ospitare l’evento. Troppo piccolo. Molti sponsor sono pronti a entrare prendendo la scia di Littler, come sempre accade quando un adolescente si fa strada nel mondo dei grandi. Gli oltre 700.000 follower di Littler su Instagram sono destinati a crescere, un bacino troppo succulento per lasciarselo sfuggire.

È presto per dire se questa edizione segna l’inizio di un nuovo dominio, dopo quello di Phil Taylor. I segnali ci sono tutti. Sono soprattutto la freddezza e la stabilità emotiva di Luke a impressionare. In finale è andato avanti per 4-0 lasciando appena tre legs all’avversario. Il peso del pronostico non ha intaccato le sue certezze, neppure quando Van Gerwen ha vinto il quinto set per 3-1. Il sesto set poteva essere un punto di svolta, Littler lo ha fatto suo per 3-2 senza lasciarsi intimorire dall’olandese che stava tirando molto bene. Van Gerwen si è portato sul 5-2. È stato il suo canto del cigno. Luke ha vinto l’ottavo set per 3-0, nel set successivo si è preso una pausa, ha chiuso con un 3-0. Alla premiazione sembrava che avesse fatto la cosa più normale del mondo.

È uno storico mondiale, scrive il Guardian che ha mandato a seguire il torneo Jonathan Liew, la sua firma di spicco. 

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IL CALCIO ITALIANO 

Il credito guadagnato da Sergio Conceiçao

L’ha vinta Sergio Conceiçao e l’ha persa Thiago Motta. Così i giornali raccontano stamattina la seconda semifinale di Supercoppa, quella che manda in finale il Milan contro l’Inter per il terzo derby cittadino nella storia del trofeo. Milano vincerà per la 16esima volta. 

È una vittoria con cui Sergio Conceiçao guadagna tempo nel suo lavoro di rigenerazione del Milan, forse una rigenerazione tecnica, forse caratteriale, forse sentimentale, forse tutte le cose assieme. Ha guidato nel primo tempo una squadra spenta, l’ha ribaltata con le sostituzioni [Musah], il doppio centravanti [Abraham] e qualche operazione di lifting tattico [Reijnders più avanti]. Se siete appassionati di tattiche e quelle cose là, le ricostruzioni dei giornali di stamattina mettono l’accento e danno grosso merito al 4-4-2 ritrovato strada facendo. E iul 4-4-2 a Casa Milan, si sa, dà spesso qualche soddisfazione. 

Paolo Tomaselli sul Corriere della sera parla appunto di un secondo tempo condizionato dai cambi dei due allenatori, non solo per i meriti di Conceiçao ma pure per ciò che viene rimproverato a Motta, aver tolto Vlahovic per esempio, finito nella spirale di quella canzone di Riccardo Cocciante, uniti no, insieme no, non si sa più a questo punto se sia meglio lasciare il serbo in campo a fare da testimonial all’incomunicabilità del Novecento, o se farne a meno senza avere una soluzione di riserva. 

Ingannevole può essere il calcio più di ogni altra cosa. Si potrebbe per esempio avere la tentazione di credere che la partita sia stata decisiva da due episodi, l’ingenuità di Locatelli nel fallo da rigore su Pulisic e l’autogol di Gatti su cross di Musah. In effetti gli episodi ci sono stati, ma Paolo Condò sul Corriere della sera scrive appunto che i due strafalcioni individuali, così li chiama, sono stati figli di un torpore collettivo che progressivamente avvolge la squadra di Motta, come la palpebra che cala inesorabile quando viene sera e il film si rivela noioso.

È il più micidiale dei rilievi che possa toccare a Motta di sopportare. La Juventus gli ha dato la panchina non solo per continuare a seguire il mantra della vittoria ma anche per riparare a una certa aridità di pensiero e azione che è stata rimproverata a Massimiliano Allegri negli ultimi anni. Motta doveva portare il buondì, doveva essere sexy. 

La Gazzetta in prima pagina scrive che ora Thiago non può più sbagliare. Sembra un ultimatum. Luigi Garlando considera che ha mandato i messaggi sbagliati, togliendo Vlahovic già al 20’ della ripresa e istigando il sorpasso rossonero. Strano, perché è stato chiamato proprio per educare il coraggio, dopo un triennio di fughe all’indietro. I pareggi non bastano più.

Antonio Barillà concorda da Torino su La Stampa quando dice che l’esclusione prevista di Yildiz – poi migliore in campo – scongiurata dall’infortunio di Conceiçao figlio nel riscaldamento, e le sostituzioni parallele di Mbangula e Vlahovic nel cuore della ripresa: perché rinunciare alla verve del ragazzino belga, estraneo al grigiore diffuso, e perché privarsi di un centravanti di ruolo, pur non brillantissimo, senza avere una controfigura tattica in panchina? Il tutto ostinandosi a lasciare in campo Koopmeiners che non dimostra per nulla i 60 milioni investiti. Non può cavarsela, il tecnico, adducendo il bene della squadra che orienta ovviamente qualsiasi scelta in corso d’opera, ma la stima intatta nei suoi confronti, al di là di errori e testardaggini scontati in un percorso di crescita, non coincide con l’approvazione di troppe sue parole.

Proprio ieri Alfonso Fasano su Rivista Undici si chiedeva se è già tempo di accartocciare e di buttare nel cestino, o comunque di attaccare frontalmente, il lavoro di Thiago Motta. La sua tesi: Per quanto possa essere difficile da accettare e da metabolizzare, una rivoluzione del pensiero non si esaurisce mai in qualche mese. Neanche alla Juventus. Allora quella per cui bisogna dare tempo a Thiago Motta può sembrare una frase fatta, probabilmente lo è, ma non significa che sia falsa o sbagliata. Il fatto che la squadra bianconera non sia riuscita a vincere diverse partite dall’andamento simile tra loro, in qualche modo, dimostra che i problemi sono ridondanti, quindi di tipo strutturale. E che l’allenatore, in questo momento, sta insistendo sulla creazione di una base, di un’identità forte, e non sulla ricerca di correttivi a breve termine – dopo il pareggio interno contro la Fiorentina, Motta ha detto che «queste partite si vincono segnando il terzo gol, non evitando di subire il secondo: dovevamo attaccare e chiudere la pratica». Anche questa, soprattutto in un contesto come quello della Juventus, è una scelta di rottura, di trasformazione radicale. Insomma, la Juventus di Thiago Motta ha bisogno soprattutto di fiducia. Forse non è ancora tempo, perché non è ancora giusto, credere che i suoi errori siano più pesanti dei suoi meriti“.

IL CAMBIO DEGLI ALLENATORI

Sergio Conceiçao è il sesto allenatore che subentra in serie A per i licenziamenti di Daniele De Rossi alla Roma [giornata-4],  Ivan Juric ancora alla Roma [giornata-12], Alberto Gilardino al Genoa [giornata-12], Luca Gotti al Lecce [giornata-12], Alessandro Nesta al Monza [giornata-17], Paulo Fonseca al Milan [giornata-18]. Nessun altro grande campionato europeo ne ha licenziati così tanti: tra Francia Inghilterra Germania e Spagna al massimo si arriva a tre. 

Curiosamente sono tanti, sono sei, anche gli allenatori esonerati nella serie A di pallacanestro. Lo fa notare Valerio Bianchini sulla sua pagina Facebook, dove scrive che si tratta di “un grave segnale di instabilita nel management delle squadre di Lega. Emerge anzitutto la impreparazione delle società al momento di scegliere il coach cui affidare la squadra. Sui coach italiani si  sa tutto di tutti e sugli stranieri non è  difficile raccogliere informazioni. I dirigenti  dovrebbero avere chiari i limiti e le potenzialità delle loro formazioni, informarsi sulle caratteristiche psicotecniche degli allenatori liberi sul mercato e arrivare a un matchup approssivamente logico delle due componenti. Poi difendere fino in fondo la propria scelta per non creare disorientamento nel gruppo giocatori e sfiducia nelle capacità nel gestire le risorse umane da parte del club. Risparmiando altresi la doppia e a volte tripla spesa  alla voce staff tecnico.

|   Il primo tempo alimenta il sospetto che Juve e Milan abbiano stretto una nuova Santa Alleanza: a favore degli sport alternativi [Luigi Garlando, la Gazzetta dello sport]

La Kings League

Alternativa al calcio vero è in effetti la Kings League di Piqué che a Milano sta mandando in scena una cosa che si chiama più o meno World Cup, World Championship, qualcosa del genere, World c’è di sicuro e il resto boh. Ora, non è che uno se la possa cavare con quest’aria di sufficienza. Il quadro generale di questa storia è chiaro e Slalom l’ha più volte disegnato dentro la cornice chiamata Sportify. È che ancora si fa fatica a capire dove possa andare a parare questa League che è un po’ futsal un po’ Monopoli un po’ TikTok. Stamattina la Stampa pubblica una grafica che pesa i numeri del fenomeno: oltre 1 milione di utenti su Twitch tra i vari canali ufficiali del torneo, 225mila ascolti come picco sul canale Tumblurr dello streamer Blur, 450mila spettatori di media per la prima fase, oltre 1,3 milioni per alcune partite delle precedenti edizioni. Ora finché giocano gli youtuber e gli adolescenti gli vanno dietro, tutto torna. Il dilemma si apre quando in campo si vedono Viviano, Caputo, addirittura Bonucci. Se ci fosse Marco Masini domanderebbe perché lo fai, disperata ragazza mia. 

Francesca Del Vecchio e Nicola Balice su La Stampa raccontano che il clima è quello tipico dei social dove vale tutto, soprattutto per gioco ma non soltanto: insulto libero, anche qualche bestemmia, la gestualità accompagna un contesto dove il politicamente corretto non ha ancora trovato posto. Questo sport-entertainment batte la palla al centro come la pallanuoto, inizia la partita giocando due contro due, e ogni minuto si aggiunge un componente per squadra. I presidenti possono scendere in campo per tirare un rigore: e qui si rischia di aver fatto venire un’idea a Cairo o a De Laurentiis. A un certo punto si tira un dado e si pescano delle carte, negli ultimi due minuti i gol possono valere doppio. Morale: Non piacerà mai a tutti – dicono Francesca Del Vecchio e Nicola Balice su La Stampa – ma è già un fenomeno globale, con linguaggi e strumenti fuori dalle convenzioni. E un giro d’affari milionario, conseguenza di una generazione che si è creata spazi in rete perché altrove non ne trovava.

Profezia: o questa cosa piano piano si mangia il calcio come la musica leggera s’è mangiata la lirica, oppure fa la fine di Clubhouse. Ve lo ricordate Clubhouse, no? Come si faceva tre anni fa a non stare su Clubhouse?

RUOTE 

Papà, portami con te alla Dakar

A proposito di cose estreme. C’è stato il prologo della Dakar che si chiama ancora così sebbene Dakar non c’entro proprio più niente con la corsa. Non era valido per la classifica generale ma per determinare l’ordine di partenza. Ha vinto il giovane sudafricano Henk Lategan tra le auto, l’australiano Daniel Sanders tra le moto con la KTM in crisi aziendale. La tappa di oggi si muove intorno a Bisha, 500 km di percorso. Repubblica racconta con Massimo Calandri come nel rally più duro al mondo ci siano sette italiani in gara insieme ai figli, in qualche caso da compagni di team in qualche altro da avversari. Sono Guido e Maria Vittoria Dalla Rosa Prati, Renato e Cesare Gianfranco Rickler Del Mare, Maurizio e Lorenzo Traglio, Michele Pietro e Carlo Cinotto, Antonio ed Eufrasio Anghileri, Gianluca e Rocco Sbaraglia, Antonio e Carlo Cabini. Ieri L’Équipe  aveva raccontato la storia assai diversa del pilota spagnolo Nani Roma e di suo figlio Marc: se ve la siete persa Slalom l’aveva segnalata qua

Verstappen figlio diventa papà

Perbacco. È papà anche Max Verstappen. Quasi papà. Nel giorno del primo messaggio di Lewis Hamilton da ferrarista [Il 2025 sarà bellissimo, da ricordare, eccetera], Daniele Sparisci sul Corriere della sera racconta la prossima svolta dell’ex bad boy olandese. 

Max Verstappen – scrive – prepara una versione evoluta e nuova di se stesso, se possibile più sorprendente rispetto a quella svelata nel 2024. Non pare affatto un caso se pensiamo a questo ex ragazzo di anni 27 che sembra una vecchia lenza da pista anche se ha appena smesso di essere figlio. Un po’ per costrizione, un po’ perché deve essersi stufato di ascoltare consigli, critiche, ammonimenti e preghiere da chi ruota attorno a lui

Gliene sono successe tante. Dallo scandalo che ha coinvolto Chris Horner, alle liti con lui di papà Jos, l’addio di Adrian Newey alla Red Bull, il sorpasso subito dalla McLaren nel Mondiale Costruttori, i disagi di Helmut Marko. Sparisci dice allora che “la zavorra sulle spalle di Max: spaventosa. Eppure, a galla, nonostante tutto. Continuando a lavorare, ad analizzare, a combattere. Un nuotatore provetto, un uomo capace di tenere insieme e tenere testa a tutti, compreso un padre che ha cercato di dominarlo sin da quando era un bambino. Cresciuto, altroché.

VITE OLIMPICHE

Hanno arrestato Fred Kerley

Era a Miami Beach con la fidanzata Cleo Rahman, cioè DJ Sky High Baby. Lui pare si sia agitato per la macchina parcheggiata in un’area che la polizia voleva sgomberare. Chi sei tu, chi sono io, mantenetemi, mantenetemi, piglia a me, votta a te, in quattro gli sono saltati addosso e col taser gli hanno dato la scossa elettrica facendo pure partire le freccette, forse un omaggio a Littler. Ci sono dei video che mostrano la scena, uno ripreso dalla body-cam di un agente e l’altro da Cleo Rahman. Ne ha scritto Giulia Zonca su La Stampa

Kerley è un pezzetto di quel sogno a stelle strisce che ancora gli Usa credono possibile solo lì, nel Paese dove puoi nascere, come il velocista, in una famiglia poverissima, in Virginia, restare senza il sostegno dei genitori, venire su con la zia in Texas mentre fin da bambino ti occupi di fratelli e cugini e diventare comunque famoso. Non abbastanza evidentemente, nonostante due medaglie olimpiche Il caso somiglia a quello di Tyreek Hill, ricevitore dei Miami Dolphins (football americano) trascinato fuori dall’auto e sbattuto a terra il settembre scorso, nella stessa città in cui hanno arrestato Kerley. Hill non ha nemmeno avuto il tempo di diventare aggressivo. Giusto un paio di giorni fa, l’ex giocatore del Genoa Omeonga ha denunciato un atto di presunto razzismo, malmenato dalla polizia che voleva farlo scendere da un aereo in partenza da Roma per Tel Aviv

L’avvocato di Kerley, si legge su La Stampa, gli ha consigliato di lasciare subito Miami: «Se sta qui c’è rischio di ritrovarlo in prigione fino al processo»

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