È morto il presidente del boicottaggio olimpico di Mosca, i Giochi più poveri di sempre per l’assenza degli USA e la protesta contro l’invasione dell’URSS in Afghanistan. Si tirarono dietro altre 60 nazioni, tra cui Germania Ovest, Giappone, Cina. Quando nel 2010 Jimmy Carter scrisse White House Diary, osservò che a posteriori si era trattata di “una delle mie decisioni più difficili”, non un passaggio di poco conto per il presidente che aveva dovuto gestire la crisi degli ostaggi in Iran, il suo rovescio politico più plateale. Nelle sue memorie presidenziali, Keeping Faith, Carter avrebbe poi aggiunto che “per l’Unione Sovietica, le Olimpiadi di Mosca erano molto più di un evento sportivo. Le consideravano un trionfo del comunismo e una vivida dimostrazione alle altre nazioni della maniera in cui i sovietici rappresentavano il vero spirito delle antiche Olimpiadi”.
Jimmy Carter tolse un velo e spense un’ipocrisia. Mostrò che la politica era dentro il cuore dello sport, c’era sempre stata, l’autonomia è una favola che ogni tanto ci ripetiamo ancora. Quando il boicottaggio venne formalizzato con un voto del Comitato olimpico statunitense, Carter invitò l’intera squadra USA alla Casa Bianca, ogni atleta ricevette la medaglia d’oro del Congresso, una breve stretta di mano e una foto con il presidente. Ciao amica, ciao amico, preparati per i prossimi quattro anni.
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26 LUGLIO 2020
Jimmy Carter era appena diventato il primo presidente USA a dare il benvenuto alla Casa Bianca a una squadra vincitrice di un Super Bowl, era successo a febbraio del 1980 per i Pittsburgh Steelers, aprendo così una tradizione. È morto all’età di cent’anni ieri sera nella sua casa di Plains, in Georgia, sportivamente, stabilendo il record di uomo più longevo della storia dopo essere uscito dalla Casa Bianca. Ha dedicato i suoi anni al Carter Center a partire dal 1982, un centro senza scopo di lucro e apartitico, dedicato a discussioni pubbliche sulla politica. Attraverso il centro ha lavorato come sostenitore della democrazia, dei diritti umani, della prevenzione alle malattie, della risoluzione dei conflitti. Ha ricevuto il premio Nobel per la pace nel 2002. Ha collaborato con Habitat for Humanity per oltre 30 anni.
Carter era un tifoso forsennato dei Braves. Era stato un’ultima volta al Turner Field nell’ottobre del 2016, ripreso più volte dalla Kiss Cam con sua moglie Rosalynn. Aveva fatto parte della squadra di corsa campestre durante il suo periodo alla Naval Academy e dopo i sette anni trascorsi in Marina, era tornato in Georgia per rilevare l’azienda agricola di arachidi della famiglia, era diventato senatore e governatore dello Stato negli anni ’60 e ’70, si era candidato alla presidenza nel ‘76. Ha giocato a tennis, ha praticato atletica e basket al liceo. Da grande si era appassionato al softball più che al baseball. Organizzava partite con agenti dei servizi segreti, personale della Casa Bianca, amici e familiari. Gli era stato diagnosticato un cancro nell’agosto 2015, ma all’inizio del 2016 aveva annunciato di non aver più bisogno di cure. È rientrato in cure palliative nel febbraio 2023, quando il Carter Center ha dichiarato che dopo una serie di brevi ricoveri ospedalieri aveva deciso di trascorrere il tempo rimanente a casa con la sua famiglia e di rifiutare ulteriori interventi medici.
The White House Historical Association ricorda che molti presidenti trovano il modo di alleviare le proprie ansie portando i propri hobby alla Casa Bianca. Franklin D. Roosevelt collezionava francobolli, libri e modellini di navi. Grover Cleveland amava la tranquillità della pesca. Dwight Eisenhower si dedicò alla pittura. Bill Clinton suonava il sassofono. Molti presidenti si sono dati allo sport. Theodore Roosevelt amava andare a cavallo. Harry Truman faceva lunghe passeggiate. Richard Nixon giocava a bowling. Gerald Ford nuotava.
“Gli interessi del presidente Jimmy Carter per lo sport sono cambiati nel tempo, sebbene preferisse di gran lunga giocare che assistere”. Suo padre James Sr. era un appassionato giocatore di tennis e aveva costruito un campo nella fattoria di famiglia. Una volta arrivato a Washington, il presidente Carter giocò a tennis più di ogni altra cosa durante i suoi primi due anni in carica. Tuttavia lo sport divenne fonte di controversia quando il suo ex ghostwriter Jim Fallows rivelò che tutte le richieste per l’utilizzo del campo dovevano essere approvate dal presidente. Il 30 aprile del 1979 il presidente Carter dovette affrontare una raffica di domande sulle affermazioni di Fallows: «Non ho mai monitorato personalmente chi usasse o meno il campo da tennis della Casa Bianca» dovette discolparsi, ammettendo di aver lasciato che fosse la sua segretari Susan Clough a occuparsene, «in modo che non ci fossero richieste che si accavallassero».

Faceva jogging per diverse miglia quasi ogni giorno. In un’intervista con Sports Illustrated, una volta disse che «lo sport più utile per me è la corsa. Non richiede molto tempo. Posso uscire e correre da solo, due miglia abbastanza veloci in circa 15 minuti, o tre miglia in 25 minuti, o prendere un ritmo più lento da 10 minuti a miglio e proseguire per sette miglia. Dopo posso rientrare e tornare al lavoro».
Carter aveva intuito che incontrando le stelle dello sport sarebbe entrato più in sintonia con i cittadini. Il 15 agosto del 1978 volle Hank Aaron alla Casa Bianca per celebrare il record di fuoricampo di Babe Ruth. Quattro anni prima era stato spettatore delle sua imprese all’Atlanta-Fulton County Stadium come governatore. I due sarebbero rimasti in contatto fino alla morte di Aaron nel 2021. Da presidente Carter ha assistito a gara-7 delle World Series 1979 tra i Baltimore Orioles e i Pittsburgh Pirates.
Carter si era appassionato anche alle corse automobilistiche. «Andavo all’Atlanta Speedway – ha raccontato in un’intervista – guidavo la safety car e stavo con i piloti durante la revisione preliminare delle regole delle corse». I Carter hanno invitato alla Casa Bianca più di 400 piloti, membri degli equipaggi e famiglie della NASCAR il 13 settembre 1978. L’idea per l’evento era nata come promessa elettorale. Carter la mantenne ma si presentò in ritardo. Era a Camp David con Menachem Begin e Anwar Sadat, per gli accordi di pace fra Egitto e Israele. Di ritorno alla Casa Bianca, i tavoli da picnic erano sparsi sul South Lawn con prosciutto al forno, manzo e torta di fragole. La first lady Rosalynn sventolò una bandiera verde per segnalare il suo arrivo e Willie Nelson salì sul palco a suonare le sue canzoni.
Carter è stato anche il primo a festeggiare un titolo NBA alla Casa Bianca [1978 i Washington Bullets] e durante la cerimonia nella East Room si mise a palleggiare. «L’ultima volta che Washington ha avuto un campione è stato quando c’era presidente Franklin Roosevelt. Credo di aver portato fortuna» disse. Nel giorno che aprì le porte agli Steelers volle celebrare anche l’altra squadra di Pittsburgh, i Braves, perché «la città meritava di essere chiamata la Città dei Campioni. Quello che hanno fatto, ha unito una comunità, ha unito una regione della nostra nazione e ha suscitato l’ammirazione di ogni americano interessato allo sport, al coraggio, al successo, alla cooperazione, al lavoro di squadra, allo spirito di patriottismo». I Pirates regalarono al presidente un cappello e gli Steelers un asciugamano. Poche ore più tardi, quella sera, la squadra di hockey maschile batté l’URSS ai Giochi di Lake Placid, in quella che ancora chiamiamo la partita del Miracolo sul ghiaccio. Carter corse al telefono e chiamò il coach Herb Brooks per congratularsi. Pure loro sarebbero passati dalla Casa Bianca. Avevano battuto i russi.
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