Quanto tempo ci vuole a decidere sul doping
Primo: Jonas Vingeggard non se la sente ancora di dire che verrà al Giro. È una corsa che gli piace, prima o poi vorrebbe affrontarla, forse subito, forse più in là, può darsi pure che forse mai. Secondo: vuole andare ai Mondiali in Ruanda con la maglia della Danimarca. Ne vengono tre di fila, il primo in Africa, con un percorso adatto a lui [a lui e a Pogacar], sebbene le corse di un giorno non siano il suo pane quotidiano. Terzo: sì, ha provato l’inalazione del monossido di carbonio.
Ne parla Cycling Weekly riassumendo una conferenza stampa tenuta dal danese. L’organismo di governo mondiale del ciclismo, l’UCI, ha recentemente chiesto all’Agenzia mondiale antidoping [WADA] di prendere posizione sulla pratica dopo che Escape Collective ha rivelato come tale pratica fosse comune tra alcune delle migliori squadre al Tour de France. La Visma-Lease a Bike di Vingegaard era nell’elenco di quelle che hanno utilizzato dispositivi di ri-respirazione del monossido di carbonio per testare i valori del sangue dei ciclisti all’inizio e alla fine di un allenamento in quota. Il rebreather al monossido può essere usato anche per migliorare le prestazioni, ma non ci sono prove che le squadre del World Tour lo abbiano fatto né è ancora vietato dalla WADA.
Vingegaard ha chiarito di non aver mai sentito parlare del secondo metodo, descritto questa settimana dall’UCI come potenzialmente problematico.
«Capirei se fosse usato male, ma non ho mai pensato che potesse esserne fatto un uso cattivo. Penso di aver detto che lo abbiamo usato solo per testare l’efficacia dei campi in quota. Quello che ho sentito dire è che se ne fai un uso improprio, può essere utilizzato al posto di un campo in alta quota, ma che se lo usi in quel modo, potrebbero esserci problemi di salute. Non è così che lo usiamo. Seguirò quel che l’UCI e la WADA diranno. Se lo proibiranno, ovviamente, non lo farò mai più».
Eh, nel frattempo il tempo passa, i bimbi crescono, le mamme imbiancano e allora il Movimento per il ciclismo credibile (MPCC) deplora “la lentezza delle procedure della WADA” e invita l’organismo a pronunciarsi in modo più chiaro su pratiche o farmaci che presentano un potenziale pericolo. Ieri una nota ha accolto con favore la reazione dell’UCI sul tema allarmante – definito così – dell’uso dell’inalazione di monossido di carbonio da parte di alcuni corridori, d’accordo con le loro squadre. L’associazione ricorda di aver già espresso la sua preoccupazione per questa pratica il mese scorso e di aver inviato una lettera all’Agenzia mondiale antidoping rimasta finora senza risposta. Ne ha scritto L’Équipe
L’MPCC critica la WADA per aver impiegato più di dieci anni prima di includere il tramadolo nella lista dei prodotti vietati, e ricorda di aver chiesto da cinque anni di prendere posizione sugli effetti dei chetoni. Insomma: il punto è far chiarezza dentro la zona grigia, dove la sperimentazione di nuove pratiche ancora lecite rischia di produrre danni alla salute degli atleti. Il MPCC dice: il fatto che una sostanza non figuri nell’elenco dei prodotti vietati non costituisce motivo sufficiente al suo utilizzo.
Nel frattempo la Gazzetta dello sport ci fa sapere che “il Tas non ha fretta. Nessuna udienza con Jannik fino all’11 febbraio”.
Qualcosa non va lungo quest’altalena di due pesi e due misure. Simona Halep ieri ha parlato di ingiustizia nel commentare il caso Swiatek. Lei, a sua volta ex numero 1 del mondo, è stata sanzionata nell’ottobre 2022 prima per 4 anni e poi per nove mesi, per una positività giudicata non volontaria, una contaminazione, un’altra, pure questa smascherata dallo stesso laboratorio che ha scagionato la polacca.