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MARTEDI’ 5 NOVEMBRE 2024
#5 giorni AL MASTERS DI TORINO
PALAZZETTI E DINTORNI
L’Europa più dolce per lo sport italiano
L’Europa più felice per lo sport italiano è questa, l’Europa dei muri e delle schiacciate nella versione femminile. Nelle ultime 10 righe dell’albo d’oro della Coppa dei Campioni di pallavolo, per quattro volte c’è il nome di una città italiana, e sono tre città diverse: Casalmaggiore 2016, Novara 2019, Conegliano 2021 e 2024. Ci sono state pure altre cinque finaliste per un totale di nove presenze alla partita per il titolo: Busto Arsizio 2015, ancora Conegliano 2017, 2019, 2022, Monza-o-Milano 2024.
Sono numeri che non si raggiungono nella Champions maschile [2 titoli e altre 5 finaliste], né tantomeno nella Champions maschile di pallanuoto, dove il Recco infiniti lutti addusse agli europei [4 titoli e altre 2 finali] ma non abbastanza. Ora il Recco si è rimpicciolito, gioca l’Eurocup; Olimpia Milan e Virtus Bologna hanno cominciato la peggior Eurolega degli ultimi tempi, il calcio mmm. Una grande campagna internazionale per club può arrivare verosimilmente da qui, dove per giunta l’Italia si presenta fresca fresca di oro olimpico, alla fine di un inseguimento che aveva assunto l’aria di una maledizione.
La Champions femminile di pallavolo inizia con un anticipo del girone D, le francesi del Nantes contro le ungheresi del Vasas. Tutto dovrà essere adeguato agli standard della prestigiosa Champions League che inizia oggi. A Mangin-Beaulieu hanno visto la Coppa per tre volte negli ultimi 10 anni e ci arrivano avendo fatto l’esperienza di una finale in Challenge Cup, persa nella primavera scorsa contro il Novara.
Le italiane arrivano da domani. Comincia Kate Antropova con Scandicci contro le rumene del Lugoj, stesso gruppo delle polacche del Bialski Klub Sportowy e delle tedesche dello Stoccarda. Scandicci viene da una imparata di creanza presa domenica da Conegliano in campionato, un inizio di torneo un po’ così, i siti di settore dicono che c’è una riflessione da fare con 12 punti in 6 partite e due sconfitte in una settimana. In classifica le toscane sono pure state raggiunte dalla sorpresa Bergamo [Manfredini 16 punti e Strubbe 10 di cui 5 muri sui 15 di squadra]. Antropova ha messo 26 palloni a terra, ed è la garanzia per non cadere in certe trappole in Europa.
Giovedì il debutto sia di Conegliano sia di Milano. Le venete contro la Mladost Zagabria, nel girone ci sono pure le polacche del Developres Rzeszów e le bulgare del Marica. Haak ci arriva con una domenica da 27 punti, 17 nel primo set erano quelli messi a referto in coppia con la brasiliana Gabi, il grande nuovo acquisto dell’estate. C’è pure l’ex capitana della Nazionale Cristina Chirichella al centro con Fahr.
Milano esordisce con l’Oporto, nello stesso gruppo con il VakifBank di Giovanni Guidetti e le slovene del Kamnik. Milano e VakifBank nella stessa riga chiamano Paola Egonu, che non ha ancora giocato in questa stagione dopo un intervento al naso. Daniele Dallera sul Corriere della sera ha scritto qualche giorno fa che “medici preparati, otorinolaringoiatri competenti, iniziano a dire che la lunga degenza per un intervento simile, su un’atleta per giunta, non è giustificata. Il Vero Volley Milano è guidato da una dirigente preparata, personalità spiccata, Alessandra Marzari (medico di esperienza, non lo si dimentichi) che l’ha voluta a tutti i costi, consapevole che sarebbero potuti nascere dei problemi. Eccoli, puntuali. Prima viene la squadra (non la star) e la società. Egonu deve capirlo in fretta, ha poco tempo a disposizione per non subire una più che giustificata crisi di rigetto. Da parte di chi? Dalla squadra, dalle compagne”.
Con una storia sul suo profilo Instagram, pubblicata in condivisione con l’agenzia che cura i suoi interessi, Egonu ha detto ieri di aver avuto il via libera dei medici per la ripresa degli allenamenti. Paola ha pure sottolineato che i rumors di una sua separazione da Milano sono state soltanto speculazioni, ecco, e ha detto di essere focalizzata sulla sua squadra e di avere voglia di ricominciare a vincere, eccetera eccetera.
Le grandi avversarie della stagione saranno come sempre le squadre turche: l’Eczacıbaşı è nel gruppo B, il Fenerbahce nel gruppo D con l’italiano Marco Fenoglio in panchina. Un altro allenatore italiano, Alessandro Orefice, siede sulla panchina francese del Levallois Paris Saint-Cloud.
PERSONE Caterina Bosetti
In Turchia è andata a giocare Caterina Bosetti, trent’anni, schiacciatrice con la Nazionale dell’oro olimpico, nelle ultime 4 stagioni a Novara dopo un passaggio pure da Casalmaggiore. La rivista Supervolley le ha dedicato la copertina del numero di ottobre con una bella intervista di Eleonora Cozzari, nella quale Bosetti ripercorre anche i passaggi più bui vissuti in azzurro con il cittì Mazzanti.
«Quell’estate – dice parlando dei Mondiali del 2023 – siamo tornate a casa con un oro in VNL e un bronzo mondiale, che è sempre una medaglia e come tale andava valorizzata. Invece così non è andata. È stato un finale brutto e pieno di polemiche. Oggi lo sappiamo che dopo quel Mondiale ci sono stati errori a catena e decisioni sbagliate, ma è stato solo all’inizio della nuova stagione azzurra che si è iniziato a capire il metodo che aveva in testa il Ct per tornare ad avere la squadra in mano: mettere da parte alcune giocatrici. Quando sono rientrata in nazionale l’anno scorso lo sapevo che se (Mazzanti, ndr) poteva non puntare su di me l’avrebbe fatto. Avevo avuto subito quel sentore, certe cose le intuisco, sto in questo mondo da tanti anni e avevo capito che da parte dell’allenatore c’era la volontà di non mettermi in squadra. Però io non mi tiro indietro. In nazionale “io me ne vado, questa cosa non la accetto” non lo direi mai. E infatti accettavo quello che succedeva nonostante stessi malissimo».
Bosetti continua così: «Ero in camera con Paola, avevo lo stomaco chiuso e mi veniva da vomitare. Facevo allenamenti contro il muro, facevo esercizi da sola, lui non mi coinvolgeva negli allenamenti. C’erano cose che non funzionavano più all’interno della squadra, ma cosa gli sia scattato lo non lo so». Cozzari scrive che per tutta l’intervista Bosetti non chiama mai Mazzanti per nome. Dice: «Per arrivare alla vittoria devi prendere in modo positivo ogni tecnico, specie negli sport di squadra dove non è l’allenatore che deve piacere a te, ma sei tu che devi piacere all’allenatore. Il contrario di quello che capita negli sport singoli».
«L’estate 2023 è stata difficile per me. Per tutte noi. Anche se alcune erano comunque in campo a giocare, mentre i nomi di altre sono stati sporcati». Cozzari sottolinea che “il riferimento è chiarissimo, La sua assenza, quella di Monica De Gennaro, Cristina Chirichella, Ofelia Malinov e la decisione di mettere in panchina Paola Egonu hanno di fatto stravolto il volto dell’Italia. Se per alcune la scelta tecnica può essere una spiegazione, per altre non sta proprio in piedi. E quando Mazzanti, a pochi giorni dall’inizio dell’Europeo, dichiara “ho scelto Myriam Sylla e Anna Danesi come le persone a cui si doveva ispirare la mia squadra perché volevo dargli una forma ben precisa e da lì ripartire”, traccia di fatto una linea: le buone e le cattive”, scrive Supervolley.
Bosetti aggiunge: «Sono quindici anni che gioco ad alti livelli e non mi era mai successa una cosa del genere. A Parigi il campo ha parlato. E ha detto che per vincere c’era bisogno della squadra più forte. C’era bisogno di tutte noi. Velasco è venuto a parlarmi a Novara, mi ricordo benissimo anche il giorno, visto che era il mio compleanno. Ma io non mi ero informata di niente, non avevo volutamente letto niente. Non volevo farmi male o darmi da sola false speranze, ero rimasta troppo scottata. Dove si giocava la VNL? Non lo sapevo. Quando sarebbe iniziata? Neanche. Quando mi ha detto: “io sono qua perche tu sei in nazionale” sono tornata a guardare avanti. Julio è stato chiaro fin dall’inizio e lo apprezzo per questo. Mi ha detto quello che voleva da me e ha fatto cosi per ognuna di noi. Da subito mi sono trovata davanti una persona vera e in questi mesi abbiamo avuto degli incontri con lui anche per parlare di cose personali, fuori dalla pallavolo, di quei momenti di difficoltà che puoi avere nella vita. Ci ha dato la giusta libertà come giocatrici e come donne. E poi è stato bravo a circondarsi delle persone giuste costruendo un ambiente sano e vincente, coinvolgente e leggero. Vincere la VNL ha aiutato, non posso negarlo. Vincere aiuta sempre. Però la perfetta chimica e il giusto equilibrio è stato merito suo e dello staff. Ormai tutti sanno che abbiamo passato la prima parte della stagione cambiando compagna di stanza. Ma a Parigi, Julio ha deciso di darci una giornata libera dopo la prima partita con Repubblica Dominicana. Avevamo addosso tanta pressione. lui lo sapeva, lo sentiva e se avessimo avuto regole rigide saremmo state ancora peggio. Così quel giorno alcune sono potute andare in giro con la famiglia o i fidanzati. Altre, come me, si sono trovate tutte insieme per fare un giro per la città, andare alla Torre Eiffel a fare una foto sotto i cinque cerchi illuminati e vedere il beach volley. È stata una di quelle giornate che ti riempiono, ti caricano perché ti stai godendo il momento. Credo molto nella frase che ha scritto Myriam Sylla di ritorno da quella serata: “Sono felice e lo so”. Ecco, è stato proprio così».
Dopo i quarti di finale, racconta, «sono tornata in spogliatoio e ho vomitato. Ma le ragazze ormai mi conoscono, C’è chi scarica lo stress piangendo e poi ci sono io che vomito. Ormai ci ridiamo su e quando ho sentito che la tensione si stava sciogliendo ho detto a tutte. “Sapete cosa? Io vado in bagno, è arrivato il mio momento”».
L’intervista è molto lunga e molto bella. Parla della Turchia e della precedente esperienza con il Galatasaray, della voglia di tornare a lavorare con Guidetti, di sua sorella Lucia, di una maturità raggiunta. A Supervolley ci si abbona qui – anche nella sua versione digitale.
SLALOM POP CORN
Come sono andate le partite in NBA durante la notte. Le immagini, i tweet, i reel, i post della giornata. Una specie di LIVE BLOGGING
EUROGOL
I soccorsi del Valencia dopo l’alluvione
Una settimana dopo le inondazioni, la regione di Valencia non conosce ancora il numero dei suoi morti. Ieri il bilancio ha toccato il numero di 222, ma resta provvisorio, il numero dei dispersi non è neppure ipotizzato. Il calcio si è sotto accusa per non essersi fermato. Ha solo rinviato le partite che proprio non era possibile giocare, quelle in zona, dove le strade non esistono più, e gli stadi, e i palazzetti sono a disposizione dei soccorsi. Ieri mattina El Pais aveva un magnifico intervento di Manuel Jabois sulla necessità che lo sport del popolo si fermi quando il popolo si ferma, stamattina se ne occupa L’Équipe scrivendo che “la Federazione spagnola e la Liga non si sono degnate di ascoltare le richieste di tanti giocatori del calcio spagnolo che chiedevano il rinvio”. L’allenatore dell’Atlético Madrid Diego Simeone e quello del Barcellona Hansi Flick avrebbero preferito non giocare. Carlo Ancelotti ha detto che sarebbe stata la decisione giusta. Vicente Moreno, allenatore dell’Osasuna, era commosso fino alle lacrime durante la conferenza stampa pre-partita.
Il Valencia si è messo al lavoro per raccogliere generi alimentari, medicinali e altro che potesse essere utile alla popolazione: 500mila chili di beni raccolti al Mestalla, spiega Javier Solis, direttore del club. Sessantamila sono stati redistribuiti nella zona zero dove i danni sono stati più significativi. Diego Lopez e Jesus Vazquez sono andati a Paiporta, la città più colpita. Yarek Gasiorowski ha sostenuto Algemesi mentre Gaya, Cristhian Mosquera e Fran Perez hanno aiutato i volontari a Picanya. Rubén Iranzo, 21 anni, difensore, originario di Picanya, ha visto la sua casa parzialmente distrutta dall’acqua. Con la pala in mano la mascherina sul viso, i compagni di squadra sono andati ad aiutarlo a spalare il fango per ripulire tutto.
“Un momento di solidarietà e un momento magico per i tanti giovani tifosi presenti quel giorno, stupiti di incontrare i loro idoli in mezzo al caos e alle lacrime” racconta L’Équipe.
La serata in Champions
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REAL MADRI VS MILAN È la partita-copertina della giornata. Non ci sono nel programma di oggi altre sfide che siano state in passato la finale di Coppa dei Campioni. Questa sì, eppure è davvero bizzarro che sia accaduto solo nell’età dei pionieri, era il ‘58, e poi mai più. Carlos Passerini sul Corriere della sera fa notare che “se esistesse un Derby d’Europa, come da noi c’è il Derby d’Italia fra Inter e Juventus così battezzato da Gianni Brera del 1967 per indicare la sfida fra le due squadre più vincenti della serie A, sarebbe senz’altro Real Madrid-Milan. La storia non mente: ventidue Champions in due, quindici per i Blancos e sette per i rossoneri. Nessuno ne ha alzate di più, con una differenza però sostanziale: loro continuano a farlo, l’ultima volta a giugno scorso, mentre il Diavolo ha smesso da un pezzo, anno 2007. E pensare che vent’anni fa il Milan fatturava più del Real”.
Una specie di Torino-Pro Vercelli o Torino-Genoa nel ‘48.
L’Équipe ci si dedica perché Madrid è la nuova casa di Mbappé e “Carlo Ancelotti dovrebbe confermare Kylian nel ruolo di centravanti. Anche se vorrebbe una migliore condivisione del fianco sinistro con Vinicius”. Lo schiaffo del Clasico non dovrebbe portare a cambiamenti, “sebbene gli otto fuorigioco di Mbappé nel corso della partita con il Barcellona non hanno lasciato indenne il capitano della Francia agli occhi dell’ambiente madrileno. Ancelotti – scrive il giornale francese – ritiene che il primo tempo della partita si sia chiuso nettamente a favore della sua squadra e che per una differenza di dieci centimetri, il gol di Mbappé sarebbe stato valido, il Real sarebbe tornato negli spogliatoi in vantaggio, lo scenario del secondo tempo sarebbe stato diverso”, inoltre è anche possibile che se il nonno in testa avesse avuto il troll sarebbe stato un tram. Ma questo L’Équipe non lo specifica.
IL TELECO-SLALOM
Anteprime, curiosità, statistiche sugli eventi di sport che ci sono in tv
LILLE VS JUVENTUS C’è il suo nome grosso così sulla prima pagina del Corriere dello sport-stadio, dove si parla di “test Genesio” per la Juventus. Di Bruno Genesio si parla nel giro della Champions perché con il Lille è diventato “un cacciatore di giganti” [L’Équipe] per aver battuto Pep Guardiola e il Manchester City nel 2018, e in questa stagione José Mourinho al Fenerbahce [2-1, 6 agosto, preliminari], Carlo Ancelotti e il Real Madrid [1-0, 2 ottobre)], Diego Simeone e l’Atlético de Madrid [3-1, 23 ottobre]. Uno spiedino che condivide con Jurgen Klopp.
“I suoi prestigiosi successi in Champions League – scrive stamattina L’Équipe nel pezzo che apre il giornale – hanno migliorato l’immagine all’estero. Ma la sua popolarità non è decollata del tutto in Europa”, pare di capire pure per colpa dell’esonero di Rudi Garcia a Napoli nel novembre scorso. Sono Eric Roy e Bruno Genesio a cercare di “tener viva la fiamma tricolore” scrive il giornale francese destando un brivido dietro la schiena dei sinceri progressisti e risvegliando l’ardore nel petto dei nostalgici. L’allenatore del Brest e il suo club sono le curiosità di questa nuova formula, Genesio ha più l’aria di un tipo in ascesa. Fino a dove, non si sa. Contro la Juventus vive la sua 61esima partita europea e la 18esima in Coppa dei Campioni. Ha il miglior curriculum di un francese in attività. Ha raggiunto le semifinali di Europa League nel 2017, Marca e AS si sono interessati a lui con un’intervista, chiedendogli se per caso non gli andasse un giorno di allenare in Spagna. E lui beh, bisogna immaginarselo con una sigaretta fra le dita, immerso in una nuvola di fumo, in una bella fotografia, una fotografia d’altri tempi, perché oggi non vorrebbe così, non verrebbe così perché in bianco e nero sono rare e soprattutto perchémin pubblico non si fuma così – e dunque bisogna immaginarselo così, come Jean Gabin. Mentre fa il lumacone e dice che beh sarebbe interessante allenare in Spagna, ma per un francese è difficile. Jordi Cruyff, figlio di cotanto Johan, un tempo apprezzato columnist di Sport e oggi consulente di Movistar+, dice che in effetti alla Spagna interessano di più i club stranieri dove lavorano gli allenatori spagnoli. Insomma per avere un’occasione all’estero, come direbbe Bonucci, Genesio ne deve ancora mangiare di pasta asciutta.
Lille è un posto-trappola per grandi, dice il Corriere della sera, sebbene Massimiliano Nerozzi faccia notare che ci sono nove assenze tra i francesi.
CHI VEDERE Nella sua periodica rubrica di décryptage, L’Équipe si dedica stamattina a Benjamin André, capitano del Lille che nonostante il suo metro e ottanta è “un maestro nell’arte dei duelli aerei”. Khephren Thuram è lo juventino che lo conosce meglio, l’ha affrontato in campo cinque volte e nell’ultima occasione [2-2 Lille-Nizza del 18 maggio] ha pure subito un gol di testa dal calcio d’angolo. In sei degli ultimi 8 campionati, André è stato fra i primi-10 per duelli aerei vinti, grazie a “tempismo, lettura del gioco, esplosività. All’età di 34 anni, André conosce bene la sua arte, per compensare meglio il suo deficit di altezza l’anticipo è una delle sue migliori qualità: il duello aereo si gioca in decollo, anche se questo significa prendere qualche passo di rincorsa, per arrivare lanciato”. Una meccanica simile ce l’aveva Fabio Cannavaro, altra palla di gomma. Quando Andrè sta in aria, spesso tiene le gambe divaricate come l’ultimo Pallone d’Oro italiano.
BOLOGNA VS MONACO È una partita che offre un’occasione. Vai a sapere a chi. Vista dalla Francia, il Monaco ha la chance [cfr Gianni Cerqueti] di riscattarsi dopo il pasticcio in casa con l’Angers e fare un passo verso i play-off. “Niente di meglio di una città studentesca per permettere a una squadra giovane di tornare a sorridere”, spiritoseggia Romain Lafont su L’Équipe. Secondo le simulazioni effettuate da Opta al momento del sorteggio, il 99% delle squadre con almeno 10 punti si qualificherebbe per i play-off, e il Monaco ne ha 7. Alla squadra manca parecchio Denis Zakaria, ancora alle prese con il problema agli adduttori avvertito durante il riscaldamento a Nizza il 27 ottobre. Salterà la sua terza partita consecutiva. Certe statistiche suggeriscono una piccola dipendenza da lui. Non è mai stato in campo quando la squadra ha perso. Con lui: 13 gol fatti e 3 subiti, senza di lui: 2 gol segnati e 4 presi. Allora è un’occasione pure per il Bologna.
LIVERPOOL VS LEVERKUSEN Ci deve essere qualche burlone nascosto dentro i computer che sputano fuori i calendari, un’IA calcistica che si diverte a combinare le partite per scatenare tempeste sentimentali. Un’Intelligenza Accidentale che prima ha messo le nuove ali alcoliche del neo-assunto Klopp per due volte contro il suo passato [il Liverpool e il Borussia Dortmund], ora riporta Xabi Alonso con il Bayer Leverkusen dentro Anfield Road, contro una versione dei Reds intrattabile, 13 vittorie in 15 partite tutto compreso. L’Équipe guarda oltre la linea dell’orizzonte e si domanda che cosa finirà per perdere il Liverpool se davvero perderà i tre giocatori in scadenza di contratto: Trent Alexander-Arnold, Virgil Van Dijk e Mohamed Salah. “Il futuro nel club è tutt’altro che chiaro, un’ombra persistente grava sul Liverpool”. Certo però che invidia un ambiente che va avanti placido lo stesso. Arne Slot ha detto che certo, lui lo vede che «questa situazione potrebbe diventare un problema ma in questo momento stanno giocando molto, molto, molto bene». Fine della storia. Alexander-Arnold brilla nel classico ruolo di terzino, Van Dijk impressiona per la qualità delle sue ripartenze verso il centrocampo e Salah non ha mai tirato così bene in porta, centra lo specchio otto volte su dieci secondo Opta.
SPORTING VS MANCHESTER CITY L’Intelligenza Accidentale si è divertita pure qui, mettendo Rubén Amorim contro la squadra che stava facendo un pensierino a lui per il dopo-Guardiola e che invece sarà la sua avversaria nei prossimi derby di Manchester. Oh, attenzione: perché pure sulla panchina del Bournemouth siede un candidato alla successione di Guardiola [Andoni Iraola] e di fronte all’Isola di Wight qualche giorno fa Guardiola è andato a lasciare tre punti.
IL CALCIO ITALIANO
Cos’altro si muove dietro questa storia delle riforme
Il Corriere della sera titola stamattina: “Statuto federale, si cambia (poco). La serie A contesta e vuole di più”. È passata la riforma nella versione Gravina. Lui parla di «tentativo di forzare la mano», il presidente della Lega Casini parla di «occasione persa». Figc e Lega divise, la politica in azione, si legge in un secondo articolo, dove Monica Colombo scrive: “Ieri il presidente federale Gravina ha dichiarato di perseguire obiettivi comuni a quelli dei club: «Urbano Cairo ha detto che bisogna aumentare le risorse per il calcio: anche io mi batto per questo, ma non ho nessuno al fianco. Tax credit? Sono sei anni che ne parlo. Stadi? Chiesto di sburocratizzare. Abbiamo chiesto l’1% sulle scommesse. Ci stiamo battendo per questo, perché non sento una voce? Il potere non porta alla soluzione dei problemi. Io credo che la politica italiana deve pensare a questi problemi». Una riflessione condivisa da alcuni presidenti, per esempio da Urbano Cairo numero uno del Torino che ha sempre avuto un atteggiamento costruttivo, aperto alle riforme del calcio, e non certo chiuso a un dialogo verso la parte federale. Anche di recente ha ripetuto quanto la situazione del calcio italiano sia molto delicata e resti in attesa di interventi legislativi sui medesimi temi a cui ha fatto cenno il presidente federale. Il calcio ha dato contributi importanti alla collettività, quasi un miliardo all’anno, senza ricevere nulla. Per non parlare della mancata proroga del decreto crescita, funzionale a certe esigenze del calcio: venendo meno ha creato, addirittura aggravato, una serie di problemi. Lo Stato non fornisce il minimo aiuto”.
Curiosamente in Gazzetta la pensano allo stesso modo, e a proposito delle parole di Gravina su Urbano Cairo si legge che si tratta di “temi ricorrenti per diversi presidenti, tra cui Urbano Cairo che, pur sottolineando sempre la necessità per l’intero calcio di avere una Serie A più forte e anche più autonoma, è stato sempre pronto al dialogo, sottolineando con un atteggiamento costruttivo la necessità di interventi legislativi da parte del Governo, che dalla crisi Covid a oggi ha dato ad un settore fondamentale per il Paese (per impatto economico, fiscale e per posti di lavoro) poco e niente, anzi, si è visto togliere un salvagente come il Decreto Crescita. Per non parlare delle scommesse: i club aspettano da tempo che almeno una percentuale dei ricavi che generano possa tornargli indietro”.
PER AMORE DI CHIAREZZA
Il bluff del calcio che genera introiti
DI ALICE WONDERLAND
Da tempo i giornali del gruppo Cairo sostengono questa tesi. In passato hanno sottolineato più volte la differenza di sussidi ricevuti dal mondo dello spettacolo. In realtà il calcio italiano nella sua completezza ha ricevuto e riceve contributi statali sotto diverse forme, dai benefici fiscali di cui hanno usufruito alcuni club in difficoltà fino a un rimborso di una decina di milioni di euro per i tamponi comprati durante il periodo del covid. Il mondo dello spettacolo in pandemia ha chiuso cinema e teatri per mesi e mesi, gli stadi sono rimasti aperti e hanno salvato così gli introiti delle tv. Alcune sale invece non hanno mai più riaperto, molti attori hanno fatto altri mestieri, alcuni hanno tenuto spettacoli in strada e nei cortili dei palazzi, come sa bene Lorenzo Casini, oggi presidente della Lega Calcio, a quel tempo capo di gabinetto del Ministero della cultura, impegnato nella battaglia per garantire i sussidi necessari alla sopravvivenza di quel mondo.
Quanto ai contributi del calcio alla collettività, fa fede come un testo sacro quanto scrisse sul Foglio Sportivo nel novembre del 2021 Moris Gasparri, sostenendo che “il calcio non è così importante economicamente rispetto a quanto lo è antropologicamente, inteso come valore sociale della sua presenza rituale. Contrariamente alla retorica di industria tra le più importanti del Paese, motore del Pil, il calcio italiano nel suo insieme vale 4 miliardi l’anno, più o meno quanto l’editoria libraria, meno dell’industria dei macchinari per il packaging, che nel 2019 ha raggiunto quota 8 miliardi esprimendo una leadership globale, dell’industria del vino che vale 11 miliardi o del “settore” droghe, che secondo le stime dell’Istat vale 13 miliardi. L’Eni da sola ha fatturato 27 miliardi nel 2020, nessun club di calcio nel nostro paese ha mai varcato la soglia dei 600 milioni. Il calcio non è un settore industriale così strategico. Non vuol dire che non sia economicamente rilevante, sia chiaro, ma non è in termini economici che si misura il suo vero potere”.
Il potere del calcio è di un’altra natura. È differente. Se il calcio ha potuto permettersi le sue libertà durante il covid, lo deve alla potenza delle sue radici nel tessuto sociale. Questa è la sua forza politica, non il valore di produzione e nemmeno l’indotto. La pandemia ha mostrato con quale faciloneria – e quante volte – il calcio italiano abbia invece marciato dritto verso i propri scopi industriali, ignorando il contesto nel quale si muoveva. Con gli occhi chiusi sul resto, parlando la lingua della finanza, ha reciso più e più volte il legame con il sentimento del Paese. Ha indispettito per i privilegi che si è accordato per esempio in materia sanitaria, con le violazioni ripetute dei protocolli, delle linee guida e della decenza, con l’arroganza del proprio status, e per ultimo l’ha mostrato nella leggerezza con cui ha ragionato sui termini dei propri versamenti fiscali. Se questo è stato il quadro, non può stupire che sia arrivato il momento di una resa dei conti. E che di conti il calcio dovrebbe smettere di parlare. Non è un mondo proprio pieno di gente che sappia tenerli in ordine. Sono più bravini a cercare scappatoie per aggirare il Decreto Crescita e incassare lo stesso dalla finestra un po’ di soldini dal mondo delle scommesse usciti dalla porta, perfino mentre un paio di calciatori della Nazionale vengono squalificati per puntate non consentite.
La forza con cui il calcio potrebbe politicamente fare la differenza è una forza sentimentale. Ma a dirlo si passa per degli ingenui.
REWIND
Purtroppo senza Alfredo Pigna
BRONTOLO
Chi gioca troppo, in fondo potrebbe rinunciare all’Eurolega
Le sconfitte possono mandare in confusione perfino i totem. Sta succedendo nella pallacanestro milanese con Ettore Messina. Ogni anno la stagione comincia con la fondata certezza che stavolta contro l’Olimpia – guarda – potrebbero rischiare pure i Boston Celtics: e poi vedi. Ma come dice il Poeta “dietro a un miraggio c’è sempre un miraggio da considerare”, specialmente “a Milano con i suoi sarti ed i suoi giornali”. Così va sempre a finire che i Boston Celtics sono in un altro campionato e l’Eurolega finisca in Grecia, in Spagna o in Turchia.
Quest’anno l’Eurolega di Milano è cominciata con uno strazio. La vittoria nel derby italiano con la Virtus è servita soprattutto a sottolineare che lo strazio di Bologna è superiore. Come ha scritto Geri De Rosa su Sky Sport Insider il livello di gioco è stato così povero da non essere “neanche lontanamente paragonabile al livello diffuso di questa Eurolega. L’Olimpia ha denunciato ancora clamorosi limiti di personalità. La vera domanda da porsi – diceva De Rosa – è un’altra: novembre è appena cominciato e siamo già a questo punto? Cioè emergenza e corsa sul mercato? In una parola, panico? Se così fosse non basterebbe Lebron James a risolvere un malessere troppo profondo per essere rapidamente estirpato”.
In effetti deve essere proprio panico, amplificato dalla sconfittona in campionato contro Trento, 91-57 [stavolta non è un refuso: è proprio 91-57]. Ettore Messina si è spinto a considerare la sconfitta come figlia della stanchezza. «I miei giocatori non avevano nulla nel serbatoio».
Alla sesta giornata.
È chiaro di chi è la colpa. Del calendario, no? Si gioca troppo. Troppe partite, troppi infortuni. La Gazzetta stamattina è preoccupata per “il prodotto basket” e Gianni Petrucci corre a dar ragione: «Mi auguro che il suo messaggio serva a cambiare» dice il presidente della federazione italiana pallacanestro a proposito delle parole di Messina. In realtà pure Trento aveva giocato in Coppa quattro giorni prima, e tutte le squadre che giocano le Coppe europee vanno in campo 4 volte in 9 giorni. Ora pare di ricordare che l’Olimpia Milano dall’Eurolega ricava dei soldini che altre squadre non hanno. Peraltro li guadagna per statuto, col posto fisso alla Checco Zalone, li guadagna pure quando lo scudetto lo vince – che so – Venezia. Sono soldini che permettono un giorno di alzare il telefono, fare un bonifico a Varese e prendersi con 400mila euro il suo miglior giocatore, forse il migliore del campionato.
Forse il problema potrebbe nascondersi da qualche altra parte. Roberto De Ponti sul Corriere della sera ha scritto per esempio che “l’Olimpia è evidentemente una squadra costruita male: se Messina crede (come ha sempre creduto) nella difesa, perché ha sostituito Melli, Hall e Hines con tre telepass? E perché prenderne un altro, ovvero Mannion, come salvatore della patria? Ho vinto tre scudetti in fila, so quello che faccio, la risposta. Ma il quarto, a oggi, sembra un po’ più lontano degli altri”. Non ne parliamo dell’Eurolega. Il primo obiettivo della stagione da almeno tre stagioni. In attesa di battere i Boston Celtics.
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