Nel suo lavoro sin prisa pero sin pausa di logoramento delle certezze altrui, ieri Primoz Roglic ha vissuto un giorno di patemi quando ha forato, ha dovuto cambiare la bici e rimontare mezzo minuto di distacco che nel frattempo aveva accumulato dal gruppo, maglia rossa compresa. Ma oggi il progetto di spodestare un po’ per volta Ben O’Connor entra nel vivo con sulla cima del Cuitu Negru, scoperta dalla Vuelta nel 2012. “I corridori la trovarono così insopportabilmente difficile – ricorda la rivista Rouleur – che si scatenò il dibattito sull’opportunità o meno di includerla in futuro. La corsa non è certo estranea a pendenze ripide e strazianti che portano quasi a un punto morto anche i migliori scalatori del mondo: proprio lungo la strada, qui nelle Asturie, c’è il famigerato Alto de Angliru, forse la salita più difficile di tutto il ciclismo. Ma nulla sembra così esagerato come il Cuitu Negru”.
«Non ho mai visto niente di così duro» disse Robert Gesink quando lo scalò. «Sono quasi caduto dalla bici». Laurens Ten Dam aggiunse: «Forse è stato un grande spettacolo per gli spettatori, non per i corridori». Una sensazione di disagio, “non volere che i corridori si sentano come animali da circo” [Rouleur sempre] che forse spiega perché Cuitu Negru è rimasto fuori dalla Vuelta nei dodici anni successivi. Fino a oggi. Sarà la prova più dura della Vuelta. Nei primi 13 km della montagna, si sale a una media del 7%, con occasionali rampe ripide. Ma a far paura sono gli ultimi 3 km, dopo un breve tratto in altopiano, con una pendenza media del 13% e alcuni tratti al 25%. Non solo. Prima della salita finale, i corridori avranno nelle gambe due ascese all’Alto de la Colladiella, un tratto finale di 3,5 km con una pendenza superiore al 9%. Dodici anni fa, Chris Froome saltò su questa salita, Alberto Contador e Alejandro Valverde furono gli unici a perdere meno di 1:30 da Joaquim Rodriguez in maglia rossa. “Su una montagna come questa – dice Rouleur – il sogno della maglia rossa di qualcuno potrebbe finire bruscamente”.
Qualcuno significa O’Conner, che da giorni ripete di temere questo arrivo. Soprattutto dopo che al Puerto di Tejedo de Ancares, Roglic ha fatto Roglic, anzi ha fatto “il maestoso Roglic” come ha scritto Jord Quixano su El Pais, “colui che unisce l’epica alla lirica, colui che attacca senza voltarsi indietro, colui che lascia cadaveri dietro di sé, colui che non ha rivali. Ha imposto il suo ritmo, una cadenza impossibile per gli altri, solo un accenno di viso sconnesso, polmoni disumani, gambe marziane e nessuno capace neppure di lamentarsi. Ancor meno Ben O’Connor ha osato rispondere, con la bocca aperta, l’aria che non arriva, una sofferenza superlativa, perché quando la strada si fa più ripida trema, trema, si spegne, diventa un leader di argilla”.