La Premier con la testa del Manchester City sotto la ghigliottina

  Benvenuti al campionato dove vince sempre Guardiola ma nessuno si annoia, e benvenuti al campionato dove tutte le vittorie di Guardiola, puff, potrebbero diventare borotalco. La Premier inglese inizia nel segno di una di quelle belle storie di sporcaccioni a cui ci si appassiona tanto in questi tempi di cinismo diffuso. L’altro giorno la catena americana ESPN ha dato per certo che il 16 settembre partirà il processo al Manchester City per le 115 violazioni al fair play finanziario di cui è accusato. Dovrebbe durare circa due mesi e non è del tutto chiaro dove ci porterà. Per molto meno all’Everton sono stati tolti 8 punti, molti pensano che il City rischi la retrocessione, altri dicono la cancellazione del suo nome dagli albi d’oro, tanti sono convinti che questa storia sarà una bolla di sapone che vedremo volare sopra le nostre teste. 

Le 115 accuse coprono un periodo di 14 stagioni: 54 sono di mancata collaborazione nel fornire informazioni accurate, 14 per mancanza di dettagli sui pagamenti di giocatori e allenatori, 7 per violazioni vere e proprie delle norme delle Profit and Sustainability Rules (PSR) della Premier, 5 per violazione dei regolamenti UEFA e 35 per mancata collaborazione alle indagini dal 2018.

È la stagione in cui tutto potrebbe cambiare si sbilancia Adam Crafton su The Athletic, ma riferisce pure che in giro tira una certa aria, c’è chi è così logorato dalla corsa decennale del City teme di vedere il caso concludersi con un accordo finanziario anziché una sanzione sportiva. Ci sono dirigenti avversari che considerano questo risultato impossibile, totalmente scandaloso, affermano che suonerebbe la campana a morto per la sostenibilità finanziaria non solo nel calcio inglese ma in tutto il calcio europeo.

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È tutto un chiacchiericcio, intorno al City. Un’altra versione, riferita sempre da The Athletic, parla di 70-80 punti di penalizzazione: la serie B. Un’altra fonte – pare di spicco – suggerisce che la punizione sarà più creativa, l’incerto numero di punti di penalizzazione sarebbe spalmato nelle prossime tre stagioni, per rendere insignificanti le possibilità di qualificarsi alla Champions League in una congrua finestra di tempo. Il rugby inglese è uscito qualche anno fa da uno scandalo simile che ha colpito i Saracens, accusati di aver violato le regole sul tetto salariale. Gli sono stati detratti 35 punti, sono stati retrocessi in B e hanno pagato una multa di 7 milioni di dollari. Ma in questa storia è significativo, dice The Athletic, che nel calcio inglese nessuno è disposto a mettere il proprio nome tra virgolette sul caso City

Il nome ce lo mette Jonathan Wilson, lo storico del calcio che interviene sul Guardian per ricordarci del cliché con cui viene raccontata la Premier League, il campionato in cui chiunque può battere chiunque, il campionato giustamente orgoglioso del modo in cui ha regolato la distribuzione dei diritti tv meglio di altri, con i campioni che non ricevono più di 1,8 volte più della squadra ultima. Eh, ma allora se le cose stanno così, perché vince sempre il Manchester City, perché i sommi sacerdoti della statistica raccolti dal grande oracolo Opta hanno eseguito i loro incantesimi e hanno predetto pure stavolta il prevedibile? 

C’è l’82% di possibilità che il Manchester City torni a essere campione. La Premier League, nonostante tutta la sua importanza – dice Wilson – non è diversa da qualsiasi altro campionato; proprio come Pep Guardiola ha trasformato la Bundesliga in un monopolio, così ha trasformato il calcio inglese in un prima il Manchester City e dopo tutto il resto

Sabato scorso nel Community Shield aveva nove titolari fuori e la macchina continuava a girare, ma se pure per qualche motivo dovesse funzionare male, è chiaro che ci sono soldi per gli aggiornamenti

È una faccenda di denaro, insomma. Guardiola è brillante, probabilmente il più grande allenatore di tutti i tempi, ma il motivo per cui è al City è il denaro; è la ragione per cui dispone di pezzi di così alto livello con cui sviluppare i suoi meccanismi. È così che in vent’anni il City è passato da adorabile zimbello a macchina efficiente

Anche Wilson si sofferma sui 115 capi di accusa, sui 18 mesi trascorsi da quando la Premier League ha presentato la sua istruttoria e su quella che definisce un’enorme crisi di credibilità. Non è solo una questione di verdetto. Riguarda il modo in cui si ritiene che l’indagine sia stata condotta. Il calcio è capace di auto-regolamentarsi? Se lo è, in quale forma? Questa è la miserabile realtà del calcio moderno: qualunque siano i dati che Opta inserisce nel suo computer, il fattore determinante più forte per la posizione finale sarà sempre il denaro. Qualunque sia l’esito dell’udienza del City, questa è la questione più grande che la Premier League e il calcio devono affrontare: come distribuire i ricavi e regolare gli investimenti nel gioco in modo che le stagioni future non inizino con una squadra che ha l’82% di possibilità di vincere il titolo. Perché quel livello di prevedibilità non fa bene a nessuno

Le sorprese sono sempre più rare, stamattina lo sottolinea dalla Francia anche L’Équipe, lanciandosi nel giochino delle griglie e delle previsioni. Parlando del Chelsea scrive che da quando Todd Boehly ha acquistato i Blues e ha effettuato lui stesso il mercato, la squadra non si qualifica più per la Champions League. Agli occhi dell’Inghilterra, il ritorno in Coppa sarebbe una sorpresa tanto quanto l’innocenza del Manchester City.

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