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GIOVEDI 25 LUGLIO 2024

#1 GIORNI ALLE OLIMPIADI

IN REALTA’ SONO INIZIATE

 

              COSA STAI PER LEGGERE, COSA SAPERE, COSA VEDERE

  • IN CIMA AI PENSIERI. Le mamme sì, le musulmane no.  L’Olimpiade parigina a misura delle donne in effetti non è proprio per tutte le donne. Il caso dell’hijab di Sounkamba Sylla, minacciata di restar fuori dalla cerimonia per violazione della laicità di Stato. Ma pure Sasha Zoya non va bene: voleva mettere la gonna.
  • POPOLI. I canadesi sanno chiedere scusa meglio di tutti. Hanno dovuto farlo per aver spiato la Nazionale femminile della Nuova Zelanda
  • IL GESTO. Mirare. Inizia il torneo di tiro con l’arco. Il fascino delle frecce nei libri e nei film. Con una riflessione di Mauro Berruto
  • OGGETTI DI SCENA. La torcia: domani accende il braciere
  • VITE OLIMPICHE. La passione spaziale di Wembanyama, la stella del basket con la testa fra le nuvole
  • AVREMO SEMPRE PARIGI. Ode del Washington Post alla capitale francese: “Siamo nel posto migliore per i Giochi” I rimpianti di Boston, che poteva essere la città ospite di questa edizione
  • ITALIANISMI. Jannik, sinceramente: hai scelto il momento peggiore per farti venire una tonsillite
  • IL NOME PIU’ BELLO. Racheal Kundananji, la calciatrice dello Zambia che sta ispirando le ragazze africane
  • CADUTE. Il primo record olimpico che gli argentini non hanno preso bene: un gol annullato dalla VAR dopo un’ora e 50 minuti

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GIOVEDÌ 25 LUGLIO 2024

#1 GIORNI ALLE OLIMPIADI

IN REALTÀ SONO INIZIATE

Le mamme sì, le musulmane no
L’Olimpiade parigina per le donne non è per tutte le donne

Sylla Sounkamba of team France attends the 4x400m Relay Women of team France attends the 4x400m Relay Women during day five of the 26th European...

Eccole, le donne nell’Olimpiade delle donne. È così che stiamo definendo Parigi 2024, la prima nella quale il CIO ha diviso in parti eguali le carte di qualificazione da distribuire. Eccole, le donne: al secondo giorno di gare quando ne manca uno alla cerimonia d’apertura e in quello scorso hanno corso e calciato solo gli uomini, venti partite tra palloni rotondi, ovali e testosterone. Tre anni fa le prime furono in assoluto trenta donne giapponesi e australiane, trenta giocatrici di softball che aprivano il festival con i cinque cerchi. Stamattina sono ventotto, giocano a pallamano, vengono da Slovenia e Danimarca. 

  | CHI SONO   Ana Gros Inizialmente voleva giocare a pallavolo per seguire suo padre, ma nella sua città natale non c’erano squadre femminili. Ema Abina invece ha cominciato per non separarsi da sua sorella Ana. Elizabeth Omorogie è nata in Grecia da padre nigeriano e madre bulgara. Ha vissuto ad Atene prima di andare la scuola a Pleven, in Bulgaria. Con la maglia della Bulgaria ha fatto in tempo a giocare dal 2015 prima di ottenere la cittadinanza slovena due anni più tardi. 

Tre giocatrici slovene hanno cambiato cognome, ora portano in campo quello del marito. Nina Spreitzer era Nina Zabjek, Ajla Koren si chiamava Alja Varagic, Barbara Varlec è diventata Barbara Lazovic, come Vuk nazionale del Montenegro, o come suo cognato Danilo, morto nel 2006, un attore jugoslavo assai famoso, figura pubblica controversa, sostenitore di Slobodan Milošević e di Radovan Karadžić. Diceva di vedere in lui il legittimo presidente della Repubblica Srpska di Bosnia, una regione che nei suoi pensieri doveva appartenere a Belgrado. 

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CREPE

Il caso dell’hijab

E però. Esiste un grande però. La velocista francese Sounkamba Sylla ha denunciato ieri di essere stata esclusa dalla cerimonia di apertura delle Olimpiadi perché indossa l’hijab. I dirigenti sportivi francesi spiegano che quel capo viola il principio di laicità. David Lappartient, presidente del comitato olimpico, sostiene che le atlete olimpiche sono equiparate alle dipendenti statali e dunque vincolate ai principi che si applicano ai dipendenti del settore pubblico in Francia, dove Stato e Chiesa sono separati. 

«Forse questa cosa non è comprensibile in altri paesi del mondo, ma in Francia fa parte del nostro DNA» , ha detto. Il post di denuncia di Sylla ha ricevuto il sostegno di altre atlete della squadra olimpica francese. La saltatrice con l’asta Marie-Julie Bonnin ha commentato: «Non ci posso credere». La compagna di staffetta Muhammad Abdallah Kounta ha aggiunto: «Libertà, uguaglianza, fraternità, ci dicono. Allora questo non è normale».

Nel frattempo dal Canada arriva un severo editoriale di Shireen Ahmed sulla rete pubblica CBC: La realtà – dice – è che la parità di genere del CIO non è aperta a tutte le donne. Un certo numero di noi sono state terribilmente escluse da tutta questa eccitazione di chi afferma di celebrare la loro esistenza. La Francia proibisce alle donne che indossano l’hijab di praticare sport, ma come ha detto nello scorso settembre un portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, nessuno dovrebbe imporre a una donna cosa deve indossare o non indossare. Come può la Francia affermare di sostenere le donne quando le sta allontanando dallo sport, con una mossa palesemente contraria al quadro dei diritti umani del CIO?» .

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  MEDUSE

Sasha Zoya voleva mettere la gonna. E nemmeno si può

Pare che non sia una questione solo di hijab e donne musulmane. Prendiamo Sasha Zoya, per esempio. È il francese che gareggerà nei 110 ostacoli. Una sequenza di due minuti in un documentario trasmesso pochi giorni prima dei Giochi ha scatenato uno psicodramma dentro la delegazione. Quando gli abiti per la cerimonia di apertura sono state disegnati dalla casa di moda Berluti, era previsto che gli uomini indossassero un pantalone con una giacca a maniche lunghe e che le donne potessero scegliere tra gonna e pantaloni, con o senza maniche. Nessuno aveva previsto che un atleta avrebbe voluto indossare una gonna. In effetti nessuno l’aveva nemmeno vietato. Fino a quando Sasha Zhoya, durante la prova di qualche settimana fa, ha chiesto di provare una gonna. 

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 POPOLI 

N illegal drone is seen flying in the sky as Britain's King Charles III and Britain's Camilla, Queen Consort travel in the Diamond State Coach, in...
I canadesi sanno chiedere scusa meglio di tutti

Deve essere questa, una terza via, a metà strada tra l’importante è vincere e l’importante è partecipare. L’importante è farsi i fatti degli altri. Dare una sbirciatina a quello che fanno gli avversari, le rivali, i nemici, come li vogliamo chiamare. Detto in maniera dritta: spiare. 

Lunga è la storia degli impiccioni nello sport, le applicazioni più memorabili si ricordano nella vela, nella Formula 1, poco prima del lockdown anche nello sci, quando venne fuori che lo staff di Petra Vlhova andava a gettare un occhio agli allenamenti di Mikaela Shiffrin. 

Una spiatina c’è scappata pure ai Giochi l’altro giorno, quando un drone della Nazionale femminile canadese di calcio è stato beccato mentre volteggiava nell’aere sopra le teste delle giocatrici neozelandesi. Forse una citazione del motto olimpico: più veloce, più alto, più forte. 

Il comitato olimpico della Nuova Zelanda ha immediatamente denunciato l’incidente alla polizia e in assenza dell’ispettore Clouseau il responsabile è stato identificato e fermato. Si chiama Joseph Lombardi, il CIO non può neppure ritirargli l’accredito perché non ce l’ha. 

I canadesi che potevano fare. Si sono scusati e allora il Guardian dall’Inghilterra ironizza. Nella newsletter Football Daily, Michael Butler ironizza. Scrive che sono molto bravi a chiedere scusa. C’è forse qualcosa nel profondo della psiche nazionale, di britannicità, e forse anche qualcosa del bisogno di differenziarsi dagli americani, più propensi ad adottare la scuola di pensiero di John Wayne: “Non scusarti mai, fratello, è un segno di debolezza. In effetti lo cantavano pure i Chicago: it’s hard for me to say I’m sorry. 

I canadesi no, i canadesi lo fanno. Dice il Guardian: È tale la velocità con cui i canadesi chiedono scusa che la provincia dell’Ontario ha addirittura introdotto l’Apology Act nel 2009, una legge scritta su misura per dare agli avvocati la possibilità di difendere clienti che si sono scusati con la parte lesa, stabilendo che il gesto non costituisce necessariamente un’ammissione di colpa. Naturalmente, questo non vuol dire che i canadesi siano sempre innocenti

Alle scuse sono seguiti i fatti. Lombardi è stato rimandato a casa, ma non come capro espiatorio. Ha pagato pure Jasmine Mander, la vice allenatrice a cui faceva capo il match analyst. Bev Priestman, capo allenatore, si è volontariamente fatto da parte «per ragioni di integrità e responsabilità» anche se rimarrà in Francia per il resto delle Olimpiadi.

IL GESTO DEL GIORNO

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Mirare

Insieme agli sport di squadra, oggi nel programma arriva anche il tiro con l’arco, con i preliminari femminili e maschili. Nella fantasia di scrittori di romanzi e di registi cinematografici, mirare é sempre un gesto di un certo fascino. C’è gente che s’è costruita un curriculum con un primo piano così. L’arco per giunta è una delle armi più antiche che l’uomo si sia costruito. È green, ambientalista, accende la fantasia.

Si mira oggi come mirava l’arciere fantasma di Edgar Wallace e l’ultimo dei Mohicani di James Ferrymore Cooper. Miravano l’arciere del Reno di Alexandre Dumas e l’arciere rosso che un giorno incrocia i passi di Zagor. Miravano dalle parti del Comandante Mark e di Gufo Triste come Harlequin l’arciere del Re. In televisione c’erano la Freccia Nera e l’arciere di fuoco, prima con Burt Lancaster e poi con Giuliano Gemma. Anche ai Giochi ci fu un arciere di fuoco, così accesero il calderone nel 1992 a Barcellona, scoccando una freccia dal basso. 

Poi sono venuti Errol Flynn, Kevin Costner e Russel Crowe a vestire i panni di Robin Hood, sono comparsi i Guerrieri Ninja da certe pagine manga per citare i samurai. Hanno tirato con l’arco Wolverine, Occhio di Falco, una volta pure Rambo, aveva certe frecce esplosive, nessuno nei film ti fa vedere mai dove si comprano. La temeraria principessa delle cronache di Narnia e Jennifer Lawrence in Hunger Games hanno una mira formidabile, per non dire della carica eretica di The Brave, Rebel, rifatta al computer sullo stile e la tecnica di Natalia Vaaleva. Si scoccavano frecce nell’antichità verso i talloni di Achille e pure nelle realtà parallele, prendiamo Avatar. Ulisse uccide i Proci travestito da mendicante dopo aver scaldato l’arco vicino alla brace e ci sono frecce, certamente, pure nei western, sia nei classici come Ombre Rosse sia nei revisionisti come Balla Coi lupi. 

Per 135 volte il verbo mirare viene usato da Dante nelle sue opere, con il significato di guardare ma in alcune circostanze anche al posto di ripensare. Ecco, questo alle Olimpiadi non si può fare. Non è che tiri una freccia, la mandi fuori bersaglio e dici: ci ho ripensato, ora la tiro un’altra volta. 

 

  PAGINE   |   Mauro Berruto, ex cittì della Nazionale di pallavolo, è stato per un periodo anche direttore tecnico dell’Italia di tiro con l’arco. E su certi meccanismi ha riflettuto e scritto. 

La freccia, quando vola, ha un comportamento aerodinamico sorprendentemente metaforico. Nulla a che fare con la lineare traiettoria di una pallottola o di una palla che ha uno spin che ne aumenta la velocità di rotazione, stabilizzando la fase di volo. Niente di tutto questo. La freccia, appena scoccata, inizia a dimenarsi come se fosse animata. La forza, applicata sulla sua parte posteriore (la cocca), fa letteralmente incurvare la freccia. La punta, appena effettuato il rilascio, si allontanerà dal bersaglio, andrà verso sinistra, ma ritornerà verso destra dopo pochi istanti, curvando ulteriormente e permettendo alla parte terminale, dove c’è l’impennatura, di aggirare la struttura dell’arco. Da lì in poi la freccia continuerà a puntare a sinistra, tornare a destra e così via, fino a quando si conficcherà sul bersaglio.

Si chiama paradosso dell’arciere, un nome bellissimo. La freccia ci ricorda che al bersaglio ci si avvicina per scatti, momenti in cui apparentemente ci allontaniamo dall’obiettivo, altri in cui ci riallineiamo con ciò che desideriamo. Se non ci fosse la possibilità di andare fuori dalla traiettoria ideale, non ci sarebbero le condizioni per ritornarci, arrivando alla fine a colpire il centro del bersaglio. Non è forse così in economia, nel mondo del business, dello sport, in politica o nel processo di crescita di un adolescente? Non è forse, il nostro, un adattamento continuo, un ricercare correzioni in una danza che ci fa allontanare, avvicinare, riallontanare, riavvicinare a quello che cerchiamo?” 

OGGETTI DI SCENA

Torch relay runner passes by the Chateau de Versailles near Paris on July 23 three days ahead of the opening ceremony of the Paris Olympics.
La torcia

Ci siamo. Ormai è vicina al calderone. Manca un giorno. La torcia ha viaggiato su navi, scalato montagne, attraversato foreste pluviali. È stata accesa il 15 aprile a Olimpia, in Grecia, e 600 tedofori l’hanno portata attraverso 41 città greche fino allo stadio Panathinaiko di Atene. Da lì è salita a bordo della “Belem”, una nave a tre alberi che risale al 1896, l’anno dei primi Giochi moderni, ha attraversato il Mediterraneo e dopo alcune settimane in mare ha toccato il suolo francese, Marsiglia, 8 maggio.

È stata accolta da Florent Manaudou che l’ha passata allo sprinter paralimpico Nantenin Keita, così è cominciato un secondo viaggio lungo 68 giorni, in Francia, durante il quale più di 10.000 tedofori si sono passati la fiaccola per oltre 400 città e paesi, facendo tappa nei luoghi più centrali e quelli dimenticati, dove è passata la storia vera o dove gli scrittori hanno ambientato quella immaginata. La torcia è stata nei territori d’oltremare, la Guyana, Guadalupa, la Martinica, la Polinesia francese. La Reunion, non nella Nuova Caledonia, perché la realtà si affaccia sempre a ricordarci che lo sport non è al riparo da niente e nessuno. La torcia è a Parigi dal 14 luglio e sta girando hinterland e banlieue come fanno certi aerei intorno alle piste d’atterraggio in attesa di un cenno dalla torre di controllo. Domani è il momento. Domani sarà acceso il braciere. Da quali mani non si sa. 

  VITE OLIMPICHE

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La passione spaziale di Wembanyama
La stella del basket con la testa fra le nuvole

L’Équipe dedica la prima pagina di stamattina a una delle stelle più attese sulla scena internazionale, il cestista Victor Wembanyama, l’ultimo unicorno della pallacanestro mondiale, 2 metri e 25 d’altezza, due e mezzo di apertura alare, fresco di prima stagione in NBA con titolo di migliore matricola dell’anno. Dice che «la medaglia d’oro non è fantascienza», un gioco di parole del fantasioso titolista francese, giacché il ragazzino confessa nella chiacchierata con Yann Ohnona di amare proprio la fantascienza e il fantasy.

Nel palmo delle sue mani enormi, mentre lascia l’allenamento, Wemby stringe preziosamente un volume di 800 pagine, il sesto della saga di The Stormlight Archive [in italiano Le Cronache della Folgoluce, ndSl] di Brandon Sanderson, il suo autore preferito. I mondi fantastici sono per il nativo di Chesnay, fan di Star Wars, una passione giovanile che non ha difficoltà a mettere in relazione con il pallone arancione

Wembanyama dice: «Sento che tutti i miei interessi hanno questa cosa in comune, ruotano attorno allo spazio. Ho la testa tra le nuvole. Lo spazio è una delle cose di cui amo di più parlare. Ho visto tanti documentari e film. Non è che amo Star Wars per il suo lato intergalattico, quanto per i personaggi, i mondi. I combattimenti nello spazio con i raggi laser non sono tra i più interessanti, È un’opera spaziale, questo mi piace, così lontana dalla scienza da essere praticamente solo finzione. A me è piaciuto molto anche Alien. Ho guardato e apprezzato i film di Dune e ho intenzione di leggere al più presto la saga. Di Tolkien ho appena letto Lo Hobbit. Avevo iniziato Il Signore  degli Anelli quando avevo 10 anni ma ho smesso. Preferisco Roshar, ma è come decidere se preferire il nuovo Star Wars al vecchio, o l’NBA di oggi rispetto a quella di quarant’anni fa. Sono semplicemente ere diverse. Io preferisco guardare l’NBA di oggi, senza esitazione. 

La mia attrazione per queste opere deriva dal fatto che sono diverso io, non il contrario. È passato molto tempo da quando ho accettato di non essere come tutti gli altri, in molti modi.  L’alieno è l’extraterrestre, ma è anche lo xenomorfo. Etimologicamente in greco significa forma straniera. È una sensazione in cui posso identificarmi perché è qualcosa che vivo sul campo e nella vita.  Essere alieno appartiene alla mia personalità, anche se in campo cerco sempre di essere me stesso. Voglio trovare modi per aggirare le strategie dell’avversario, per proporre le migliori risposte alle sfide, anche se si tratta di risposte poco ortodosse»

Quando L’Équipe chiede a Wembanyama se ha ancora tempo per l’altra sua grande passione, il disegno, Victor si ritrae: «Disegno e scrivo molto, ma è una cosa che voglio tenere per me».  

  AVREMO SEMPRE PARIGI

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Ode del Washington Post a Parigi
“Siamo nel posto migliore per i Giochi”

Grazie, Parigi. Comunque sia, comunque vada, grazie perché stamattina ci dai almeno la sensazione che questa sia una delle vecchie Olimpiadi così come le ricordiamo, non quella versione zombie in preda alla pandemia. È così che Jerry Brewer, editorialista del Washington Post definisce il ricordo di Tokyo, una prigione sportiva per usare le parole applicate dallo snowboarder canadese Mark McMorris all’edizione invernale di Pechino del 2022. Parigi no, altro che, questa è l’atmosfera vacanziera di cui le Olimpiadi hanno bisogno scrive il giornale americano in quella che si presenta come una vera e propria ode all’edizione francese. Eppure, per tradizione, gli USA soffrono i Giochi in Europa. Stavolta il CIO è stato attento a mettere le gare di nuoto di sera, in modo che sia almeno pomeriggio a New York e pure a Los Angeles. 

È tempo di uscire e giocare. Forse c’è una possibilità di tregua – scrive il Washington Post – non importa quanto breve, da tutti i problemi di questo mondo in fiamme

Il giocatore di rugby a sette Perry Baker in conferenza stampa lunedì ha chiesto dove fosse una bottiglia di champagne. Voleva festeggiare. Temeva di aver chiuso il suo percorso da sportivo con l’edizione triste di Tokyo. C’è molto di più da godersi questa volta – continua il Washington Post – ci sono le persone, la città, gli atleti di altri paesi. C’è l’intera Olimpiade, non un’imitazione messa in quarantena. Contrariamente a quanto mostrato dai Pandemic Games, le Olimpiadi non sono semplicemente competizioni d’élite organizzate per raccogliere introiti televisivi. Il luogo in cui si svolgono è importante. Non si va alle Olimpiadi. Le Olimpiadi si vivono

Esiste un posto migliore di Parigi per viverle? Esiste un posto migliore del cuore vecchio di questa vecchia Europa sofferente? Parigi è fatta per lo spettacolo – dice il Washington Post – e deve usare la bellezza naturale della sua architettura per incorniciare queste Olimpiadi, sposando arte e sport in un modo che pochi paesi possono permettersi. Se il progetto avrà successo, saranno Giochi di una maestosità da cartolina e di un’eleganza sbalorditiva

Il giornale che fece cadere Nixon considera che con così tante nazioni che litigano tra loro e al loro interno, è difficile sapere se i grandi ideali olimpici di pace e unità risuoneranno o se sembreranno ingenui. Ma siamo di nuovo tutti fuori, senza mascherine, sperando di vivere un’ispirazione. Le Olimpiadi non possono unire intere nazioni, nonostante la retorica del Comitato olimpico internazionale. Ma possono cerare istantanee di speranza, e non c’è un posto migliore di Parigi per avere immagini memorabili.

 

  |  I BATTUTI  Il muso di Boston

Che trovino pace, a Boston. Si rassegnino. Questa avrebbe potuto essere la nostra estate olimpica rimuginano dalle colonne del giornale locale, il Globe. Boston – si domandano – ospiterà mai i Giochi?. La città si era candidata nella sessione in cui venne invece scelta la capitale francese. Alcuni vedranno l’arazzo dei paesi che formeranno la cerimonia di apertura a Parigi venerdì e si chiederanno come quel tessuto avrebbe potuto unire parti della Grande Boston, se la candidatura della città si fosse concretizzata. Altri si chiederanno: Boston può ancora fare sogni olimpici?

Marty Walsh, ex sindaco per due mandati, ancora non se ne capacita. Ritiene che la città sarebbe stata una sede fantastica. La chiama una grande opportunità persa.

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Ma è vero che dentro Boston non mancavano le resistenze. Chris Dempsey è il co-presidente dell’associazione No Boston Olympics. Quando nel luglio 2015 la candidatura fermò la sua corsa, lui festeggiò. Ospitare le Olimpiadi sarebbe costato alla città 15 miliardi di dollari, secondo il suo comitato. Il CIO ne porta 5, il resto viene dagli sponsor e dalle tasche dei contribuenti. Per non dire che ogni Olimpiade dopo il 1960 ha superato il budget previsto.

Dempsey dice che alla gente piace pensare ai bostoniani come a dei cinici o a degli scettici, ma i primi sondaggi mostravano che i cittadini erano entusiasti dell’idea, «perché siamo una città sportiva straordinaria e le persone sono affamate di cambiamenti che avrebbero aiutato ad affrontare alcuni dei nostri problemi»

E allora? E allora, dice Dempsey, i Giochi 2024 sono stati un fosso scansato. Boston si sarebbe ritrovata a metà del guado quando è scoppiata la pandemia del 2020, con un sacco di progetti di costruzione in corso bloccati. I costi sarebbero lievitati in un modo per la città insostenibile. Però, però. Il Globe rilancia. Dice che Boston sarebbe un’ottima sede per i Giochi invernali, ecco, e perfino Dempsey sarebbe d’accordo, vista la «tradizione nell’hockey e nel pattinaggio su ghiaccio, le piste di sci nelle vicinanze, una lunga, lunga storia di sciatori di successo nel New England». Forse vale la pena metterci una pietra sopra: gli USA ieri hanno ottenuto l’organizzazione dell’edizione 2034 a Salt Lake City. 

   TITOLI   

▥  L’Équipe: Annunciata come una delle star della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Parigi, Aya Nakamura canterà i suoi successi e anche quelli di Charles Aznavour, accompagnata dalla Guardia repubblicana. Parteciperanno alla festa anche Philippe Katerine, Juliette Armanet, Sofiane Pamart e Cerrone

▥  The Athletic: Abiti per la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Parigi 2024: i jeans degli USA, i deels della Mongolia e il rosso su rosso del Canada  ➔  Cahoime O’Neill ha scritto: Parigi è una delle capitali mondiali della moda e sta per brillare in quel modo vibrante in cui la Torre Eiffel brilla ogni ora la sera: abbiamo selezionato alcune nazioni i cui stili farete bene a tenere d’occhio [QUI]

▥  Corriere della sera: lo sport e un sogno di tregua  ➔  Aldo Cazzullo ha scritto: Forse Parigi ne uscirà rilanciata, forse pagherà pegno; ma il resto del mondo di questi Giochi sentiva la necessità, in un momento così duro della nostra storia. L’Olimpiade è l’infanzia del mondo, è l’origine dello sport, è un’occasione di confronto unica e meravigliosa.

LEGGI ANCHE  Storia di Aya Nakamura, la cantante che la destra non vuole alla cerimonia [QUI]

     

ITALIANISMI 

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Il momento peggiore per farsi venire una tonsillite

Monica era la bambina più carina dell’asilo, ma il suo compagnetto di classe si prese la febbre proprio la mattina in cui lei lo aveva invitato a casa per la festa di compleanno, vieni, c’è pane e Nutella. Cinquant’anni dopo, lui se lo ricorda ancora. Ecco, Jannik Sinner deve stare così. Senza il pane, senza la Nutella, senza il torneo di tennis. Nelle prime righe di Stefano Semeraro su La Stampa sono racchiusi tutti i temi e i risvolti che fanno parte della discussione intorno a Jannik Sinner, la prima pessima notizia per l’Olimpiade italiana: non va, non parte, non gioca, ha la tonsillite. 

La Parigi olimpica – dice Semeraro – dovrà accontentarsi del SINNER cartonato che campeggia già da tempo sul lungosenna con la griffe di uno dei suoi sponsoroni. Quello vero è naufragato su una tonsillite, rimediata chissà dove fra la vacanza in Sardegna con la fidanzata Anna Kalinskaya e gli allenamenti a Monte-Carlo. Il risvolto amaro è ammirare in questi giorni un Berrettini in forma mundial fra Gstaad e Kitzbuhel, proprio sulla terra, la superficie su cui si gioca a Parigi, e non poterlo schierare; ma il regolamento è chiaro, chi si infortuna a questo punto può essere sostituto solo da chi è già nella rosa

Semeraro ricorda che quella fra i Giochi e la Volpe Rossa è una love story che non decolla, anzi, che non lascia neppure l’hangar. A Tokyo era stato Jannik a tirarsi indietro per preparare al meglio la seconda metà della stagione, finendo in una tempesta di immondizia, social e non social. Stavolta hanno deciso un virus o un batterio sopravvissuti al caldo di luglio, ma il rischio di un rimbalzo di popolarità per Jannik – suo malgrado – sussiste. E non osiamo pensare ai santi invocati in queste ore dai suoi partner commerciali che avevano prenotato spazi televisivi a percussione. Chi non lo ama riesumerà ora polemiche nazional-fiscali, chi nutre sentimenti paterni potrà magari rimproverarlo per una mancanza di attenzione: come nel caso di Berrettini, colpito due anni fa dal covid proprio alla vigilia dei Championships, anche Jannik avrebbe potuto, forse, “isolarsi” meglio.

Repubblica scrive con Giuliano Foschini che il ritiro di Sinner è stato anche il primo momento di tensione all’interno di Casa Italia: soltanto pochi minuti prima dell’annuncio ufficiale alla Fitp, come al Coni, nessuno sapeva della decisione.

[Le prime righe di questo blocco sono un segnale di resa all’egemonia dell’autofiction, l’idea che non si possa più raccontare più niente se non ci si mette di mezzo]. 

   TITOLI   

▥  La Stampa intervista JULIO VELASCO con Angelo Di Marino. Il cittì della Nazionale femminile di pallavolo dice: «Siamo messi bene, la vittoria nella Nations League ci dà molta consapevolezza però in Italia tutte le volte che si vince sarebbe meglio perdere. Meglio andare alle Olimpiadi dopo aver perso. Non c’è niente da fare: è così per Sinner, è così per noi. Quando vinci, i giornali vanno giù con titoli del tipo “Andiamo per l’oro”, “Sinner il migliore del mondo”, “Egonu imbattibile”… L’effetto però è devastante. Crea una pressione che non è gradita, almeno da me. So benissimo che una delle cose più difficili da gestire è l’obbligatorietà di vincere. Se lo ricorda Djokovic nell’ultima Olimpiade a Tokyo? Tutti dicevano che avrebbe preso l’oro con i racchettoni e invece è tornato a casa a bocca asciutta. La mia preoccupazione è che, malgrado lo abbia detto in tutte le salse, è assolutamente inutile. Abbiamo appena vinto la Vnl e tutti parlano dell’oro alle Olimpiadi. Una pressione che non ci voleva. Certo, ci si lavora sopra ma anche Djokovic ci avrà lavorato. Non c’è niente da fare, è parte della cultura del popolo. E così mi inc… tutte le volte».

▥  Corriere della sera: Pazza idea diventa missione di squadra. Una medaglia storica anche per VANESSA ” – Le azzurre del c.,t. Casella ci provano, FERRARI farà il tifo Arianna Ravelli racconta: “Solo lei può dire quanto ci abbia provato e quanto ci sia andata vicina: a dicembre, dopo aver allontanato il ritiro, aveva recuperato lo stesso esercizio al corpo libero di Tokyo e un buon volteggio, ed era virtualmente in squadra, pronta ad aggiungere gli ingredienti giusti all’ingranaggio messo assieme con sapienza dal suo allenatore, e c.t. azzurro, Enrico Casella. Poi un malessere mai del tutto identificato (occhi che lacrimavano, spossatezza, qualche linea di febbre) è coinciso con il susseguirsi di problemi muscolari, un inedito nella geografia dei malanni avuti da Vanessa in carriera, fino allo strappo del polpaccio che ha messo fine al sogno della quinta Olimpiade.

▥  Repubblica: La foto con i saluti fascisti dell’Italia. Il regalo della Francia ai membri CIO Emanuela Audisio ha scritto: Braccio destro teso. Saluto fascista verso le tribune dello stadio di Colombes. Delegazione in divisa militare. È l’Italia che sfila ai Giochi di Parigi di un secolo fa, gli ultimi presieduti dal barone de Coubertin. Una foto-ricordo con cornice. Con la scritta: 1924-2024. È quella che si sono ritrovati in stanza i membri italiani del Cio. Omaggio di David Lappartient, presidente del comitato olimpico francese, per il centenario dei Giochi a Parigi. Per carità, un pensiero privo di malizia, ma qualcuno è rimasto perplesso. Abbinata c’è anche la foto della Francia con le atlete eleganti in tailleur. Lappartient ha 51 anni, forse non conosce il significato di quel saluto.

IL NOME PIÙ BELLO DI OGGI

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Racheal Kundananji

Aveva 17 anni quando si presentò all’allenamento della sua prima squadra di calcio. Fino a quel momento aveva conosciuto solo l’atletica, nella regione mineraria dello Zambia dove era cresciuta. Le toccava correre su un campo accidentato, più adatto al ciclismo gravel che al calcio, eppure correva veloce, ricorda Risto Mupaka, un allenatore di quella squadra, le Konkola Queens. Correva ma doveva capire il gioco. Ha impiegato quattro allenamenti e quando Kundananji ha giocato la sua prima partita ha segnato tre gol. 

Comincia così il ritratto della calciatrice africana a cura di John Eligon sul New York Times. 

A sette anni dal suo debutto, oggi guida la sua nazionale alle Olimpiadi di Parigi, con un titolo che a 17 anni non aveva, quello di una delle calciatrici dalla valutazione più alta, un’etichetta che le è stata appiccicata addosso a febbraio, quando è arrivata al Bay FC nel campionato americano per una cifra da record mondiale e un contratto che le frutta 2,5 milioni di dollari. 

Il New York Times scrive che l’ascesa di Kundananji è perfettamente sincronizzata con i tempi, cavalca un’ondata di investimenti e di interesse che ha elevato il profilo del calcio femminile in tutto il mondo. Il successo di Kundananji ha creato opportunità e speranze per le giocatrici africane. Molti genitori nel continente – scrive Eligon – storicamente spingevano le figlie verso il matrimonio e la cura della casa, non verso le rovesciate e i colpi di testa in tuffo, mentre oggi Dainess Mupaka dice che di aver visto in Racheal un modello da seguire, un incoraggiamento. «È stata un’ispirazione. Ho pensato che potevo riuscirci anch’io»

Da quando Kundananji gioca negli USA con il Bay FC a San Francisco – scrive il New York Times – gli allenatori nello Zambia più rurale affermano che il numero di ragazze che vogliono giocare è aumentato vertiginosamente. E per una volta le loro famiglie le stanno spingendo a farlo.

CADUTE

Il primo record olimpico che gli argentini non hanno preso bene

Dunque. La prima partita a cominciare, alle tre del pomeriggio, alle sette della sera era ancora in corso. La prima palla al centro battuta dal Marocco, il primo gesto di Parigi 2024, è stato soppiantato dalla prima grande polemica dei Giochi, quando l’arbitro Glenn Nyberg ha concesso 15 minuti di recupero alla fine del secondo tempo. Il Marocco era ancora in vantaggio per 2-1. L’Argentina ha trovato il pareggio al 60esimo del secondo tempo con Cristian Medina. E dopo. 

E dopo La Nacion scrive: I giocatori argentini sono andati a festeggiare in un angolo e i tifosi marocchini hanno iniziato a lanciargli bottiglie, c’è stata un’invasione di campo e un petardo è caduto vicino alla panchina argentina. Mascherano ha fatto rientrare i giocatori negli spogliatoi, l’arrivo della polizia ha riportato la situazione sotto controllo. Con una serie di placcaggi che neppure nel rugby a sette. 

A tanti la partita sembrava finita. Invece non era stata considerata conclusa dall’arbitro. Il pubblico è stato allontanato dallo stadio e restavano ancora tre minuti da giocare. I calciatori sono stati riportati allo stadio. Hanno avuto 20 minuti per riscaldarsi e quando erano ormai schierati, pronti per riprendere la partita, l’arbitro svedese Glenn Nyberg ha fatto il segno della VAR. Oddio, la VAR? Adesso? Si è avvicinato al monitor e ha annullato il gol segnato un’ora e 50 minuti prima. C’era fuorigioco.

La Nacion da Buenos Aires parla di scandalo e di debutto ridicolo. Paolo Brusorio su La Stampa dice che dentro i Cinque Cerchi il calcio ha scaricato il peggio di sé, “nulla cui non si sia abituati, ma che con l’Olimpiade c’entra davvero nulla.

 

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