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Le mamme sì, le musulmane no
L’Olimpiade per le donne non è per tutte le donne
Eccole, le donne nell’Olimpiade delle donne. È così che stiamo definendo Parigi 2024, la prima nella quale il CIO ha diviso in parti eguali le carte di qualificazione da distribuire. Eccole, le donne: al secondo giorno di gare quando ne manca uno alla cerimonia d’apertura e in quello scorso hanno corso e calciato solo gli uomini, venti partite tra palloni rotondi, ovali e testosterone. Tre anni fa le prime furono in assoluto trenta donne giapponesi e australiane, trenta giocatrici di softball che aprivano il festival con i cinque cerchi. Stamattina sono ventotto, giocano a pallamano, vengono da Slovenia e Danimarca.
| CHI SONO Ana Gros Inizialmente voleva giocare a pallavolo per seguire suo padre, ma nella sua città natale non c’erano squadre femminili. Ema Abina invece ha cominciato per non separarsi da sua sorella Ana. Elizabeth Omorogie è nata in Grecia da padre nigeriano e madre bulgara. Ha vissuto ad Atene prima di andare la scuola a Pleven, in Bulgaria. Con la maglia della Bulgaria ha fatto in tempo a giocare dal 2015 prima di ottenere la cittadinanza slovena due anni più tardi.
Tre giocatrici slovene hanno cambiato cognome, ora portano in campo quello del marito. Nina Spreitzer era Nina Zabjek, Ajla Koren si chiamava Alja Varagic, Barbara Varlec è diventata Barbara Lazovic, come Vuk nazionale del Montenegro, o come suo cognato Danilo, morto nel 2006, un attore jugoslavo assai famoso, figura pubblica controversa, sostenitore di Slobodan Milošević e di Radovan Karadžić. Diceva di vedere in lui il legittimo presidente della Repubblica Srpska di Bosnia, una regione che nei suoi pensieri doveva appartenere a Belgrado.
Tamara Mavsar invece ha tenuto il suo, altrimenti giocherebbe con il cognome di Uros Bregar, suo marito, il cittì della Serbia. Tjasa Stanko ha gareggiato ai Giochi olimpici della gioventù di Nanchino 2014 nel lancio del giavellotto. Ha vinto titoli nazionali giovanili nel disco, nel giavellotto e nel getto del peso. Adesso tira palloni, mentre nell’altra metà del campo la danese Sandra Toft ne para, lei che è pure la capitana della squadra. Rimase coinvolta in un incidente stradale all’età di 19 anni. Ha un tatuaggio che lo ricorda, con la scritta “Lassù qualcuno mi ama”. In ospedale le dissero che si era rotto il collo, entrambe le braccia, se la frattura della vertebra fosse stata cinque millimetri più destra, sarebbe rimasta paralizzato.
Althea Rheinardt e Mie Hojlund scrivono invece libri di viaggi e di escursioni. Sarah Aaberg Iversen fa l’insegnante e Kathrine Heindahl ha gestito un negozio online di collant da allenamento per donne chiamato IKAIKA: lo ha chiuso a gennaio. Di corpi femminili, di apparenza, si è occupata Line Haugsted: a novembre ha parlato del superamento delle difficoltà relative all’immagine e al sovrallenamento. Ha descritto l’attività fisica come una dipendenza. In alcuni momenti saltava i pasti, si costringeva a bruciare 1000 calorie e a fare 10.000 passi al giorno per non guardare determinati numeri sulla bilancia.
Mette Tranborg e Kristina Jorgensen sono state le co-fondatrici dell’MK Handball Camp durante la pandemia. Hanno insegnato i fondamenti della pallamano alle più giovani, mentre Rikke Iversen si è messa a studiare economia aziendale alla Copenhagen Business School, lei che ha vissuto da bambina in Svezia e Francia, trasferita di qua e di là dietro gli spostamenti per lavoro di suo padre prima.
| IL VILLAGGIO E LE MADRI Eccole, sono loro le prime donne nell’Olimpiade delle donne. Ieri la Stampa raccontava con Giulia Zonca di un Villaggio che si è preoccupato di creare spazi su misura per le madri, con la testimonianza della marciatrice Eleonora Giorgi. La Associated Press ripercorre qui tutte le tappe delle conquiste nel campo, dalle nuove politiche e le nuove norme introdotte dalla FIFA per l’accesso a un minimo di 14 settimane di congedo di maternità retribuito, alle iniziative della federazione americana di atletica leggera che offre alle atlete maggiore sostegno finanziario e una copertura assicurativa dopo il parto.
Il Comitato olimpico USA ha introdotto il New Family Fund: distribuisce sovvenzioni per aiutare atlete genitrici con servizi per l’assistenza all’infanzia. Alla difensora della nazionale di calcio Casey Krueger non pare vero di poter avere a Parigi un posto dove allattare suo figlio. «Viene allo stadio con noi. Sono tutti molto accomodanti, si sono assicurati che avesse una stanza e che io potessi allattare prima della partita. Mi sento incredibilmente supportata».
Le nuove linee guide FIFA contemplano anche la possibilità di chiedere dei giorni di permesso durante il ciclo mestruale. Non tutte le calciatrici hanno accolto però la novità come un passo avanti e non in tutti i paesi esistono le medesime tutele per le sportive. Allyson Felix, 11 volte medaglia olimpica, cinque anni fa condusse una battaglia pubblica contro la Nike per il trattamento riservatole dall’azienda quando era incinta. Si è separata dal colosso dell’abbigliamento e l’ha costretto a cambiare le sue politiche.
Il congedo di maternità e l’assistenza all’infanzia sono da tempo parte degli accordi di contrattazione collettiva che le donne hanno con la federazione calcio statunitense. L’ accordo storico per la parità di retribuzione con gli uomini è stato firmato nel 2022 dalla squadra femminile che più di tutte ha associato battaglie di genere a battaglie in campo. Ora che un ciclo si è chiuso, ora che Megan Rapinoe ha smesso e altre veterane sono uscite di scena, la Deutsche Welle si domanda se “la nuova generazione di calciatrici continuerà a sostenere le comunità emarginate. La responsabilità di cosa significhi giocare per la squadra femminile di calcio degli Stati Uniti è sempre stata molto di più che una semplice partita”.
Nel tennis è stato il ritorno di Serena Williams dalla gravidanza a spingere la WTA ad adottare una nuova regola che non penalizzasse nel ranking le donne assenti durante la gravidanza, mentre la Rugby Football Union inglese concede alle atlete 26 mesi di congedo di maternità retribuito.
CREPE
Il caso dell’hijab
E però. Esiste un grande però. La velocista francese Sounkamba Sylla ha denunciato ieri di essere stata esclusa dalla cerimonia di apertura delle Olimpiadi perché indossa l’hijab. I dirigenti sportivi francesi spiegano che quel capo viola il principio di laicità. David Lappartient, presidente del comitato olimpico, sostiene che le atlete olimpiche sono equiparate alle dipendenti statali e dunque vincolate ai principi che si applicano ai dipendenti del settore pubblico in Francia, dove Stato e Chiesa sono separati.
«Forse questa cosa non è comprensibile in altri paesi del mondo, ma in Francia fa parte del nostro DNA» , ha detto. Il post di denuncia di Sylla ha ricevuto il sostegno di altre atlete della squadra olimpica francese. La saltatrice con l’asta Marie-Julie Bonnin ha commentato: «Non ci posso credere». La compagna di staffetta Muhammad Abdallah Kounta ha aggiunto: «Libertà, uguaglianza, fraternità, ci dicono. Allora questo non è normale».
Sylla ha gareggiato con l’hijab in altri eventi precedenti, tra cui i Mondiali 2022, i Mondiali 2023 e quelli di staffetta a maggio 2024, ma durante la cerimonia di apertura di domani, la delegazione francese ha un accordo per indossare uniformi firmate dal marchio di lusso Berluti, di proprietà del gruppo LVMH. La ministra Amelie Oudea-Castera ha detto che LVMH è impegnato a trovare «soluzioni innovative affinché tutte si sentano a proprio agio» ma l’hijab di Sylla è stato motivo di imbarazzo anche agli ultimi Europei di Roma. La soluzione adottata? Un berretto blu incorporato nel kit della squadra. Secondo Oudea-Castera «rispettava i nostri principi» e questa striscia di tessuto cucita per coprire i capelli soddisfaceva pure quelli di Sylla.
È la soluzione a cui stanno lavorando, ma nel frattempo dal Canada arriva un severo editoriale di Shireen Ahmed sulla rete pubblica CBC: “La realtà – dice – è che la parità di genere del CIO non è aperta a tutte le donne. Un certo numero di noi sono state terribilmente escluse da tutta questa eccitazione di chi afferma di celebrare la loro esistenza. La Francia proibisce alle donne che indossano l’hijab di praticare sport, ma come ha detto nello scorso settembre un portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, nessuno dovrebbe imporre a una donna cosa deve indossare o non indossare. Come può la Francia affermare di sostenere le donne quando le sta allontanando dallo sport, con una mossa palesemente contraria al quadro dei diritti umani del CIO?» .
La Carta olimpica afferma che «il godimento dei diritti e delle libertà deve essere garantito senza discriminazioni di alcun tipo per razza, colore, sesso, orientamento sessuale, lingua, religione, opinione politica o di altro tipo, origine nazionale o sociale, proprietà, nascita o altro stato». Ma la definizione di dipendenti pubbliche per le atlete olimpiche fa diventare l’hijab un caso.
“Perché una donna che indossa l’hijab – chiede Shireen Ahmed dalla CBC canadese – una donna che corre lungo la linea laterale e segna un gol per la Francia è considerata una minaccia all’identità? Perché impedire in questo modo la crescita dello sport in diverse comunità in Francia? A quanto pare nessuna gioia di vivere è permessa nello sport, se sei una donna musulmana che sceglie di coprirsi”.
Marine Le Pen è intervenuta su X durante la campagna elettorale per sottolineare il suo no all’hijab nello sport. «Approveremo una legge per assicurarci che il divieto sia rispettato» ha detto. Un anno fa ai Mondiali la marocchina Nouhaila Benzina è stata celebrata come la prima donna in hijab a giocare in una grande manifestazione. Ma se Benzina vivesse in Francia, non potrebbe giocare in campionato.
“Come è possibile che ciò accada nel 2024? Non stiamo andando ben oltre il controllo del corpo delle donne e la negazione della loro autonomia?” si chiede l’editorialista della CBC, facendo alcuni esempi di donne che hanno dovuto lasciare la Francia per proseguire la loro carriera sportiva. Nello stesso giorno in cui il CIO ha rilasciato la dichiarazione che prevedeva la parità di genere ai Giochi di Parigi, una lettera aperta di 80 atlete esortava la federazione francese e quella internazionale di pallacanestro a revocare immediatamente il divieto di portare l’hijab: hanno firmato le star WNBA Natasha Cloud e Layshia Clarendon, la giocatrice della Nazionale USA Breanna Stewart e la schermitrice medaglia olimpica Ibtihaj Muhammad.
Il divieto dell’hijab in Francia non si applica solo all’élite ma anche allo sport di base. Uno studio a cura del Canadian Women and Sport mostra che “se dici a una ragazza di 14 anni che non è benvenuta nello sport per una determinata sull’abbigliamento, quella ragazza smetterà” [sono ancora parole di Shireen Ahmed. “Ho dedicato la mia vita a comprendere perché esistono ancora sistemi razzisti e xenofobi nello sport. Questo divieto di hijab che dovrebbe sostenere l’identità francese, isola ed emargina ancora di più le donne musulmane francesi. È quasi surreale che le Olimpiadi siano ospitate da un paese che esclude in modo così spietato tante donne dallo sport”.
Helene Bâ è una studentessa di giurisprudenza di 22 anni, giocatrice di basket cresciuta nel sobborgo parigino di Yvelines. Ricorda di aver vissuto come una violenza la comunicazione dell’arbitro che le impediva di andare in campo con l’hijab. È nato un movimento che ancora si batte in sede legale per la rimozione del divieto. Oggi Bâ dice che escludere Sylla dalla cerimonia d’apertura sia «un momento vergognoso per la Francia»
MEDUSE
Sasha Zoya voleva mettere la gonna. E nemmeno si può
Pare che non sia una questione solo di hijab e donne musulmane. Prendiamo Sasha Zoya, per esempio. È il francese che gareggerà nei 110 ostacoli. Una sequenza di due minuti in un documentario trasmesso pochi giorni prima dei Giochi ha scatenato uno psicodramma dentro la delegazione. Quando gli abiti per la cerimonia di apertura sono state disegnati dalla casa di moda Berluti, era previsto che gli uomini indossassero un pantalone con una giacca a maniche lunghe e che le donne potessero scegliere tra gonna e pantaloni, con o senza maniche. Nessuno aveva previsto che un atleta avrebbe voluto indossare una gonna. In effetti nessuno l’aveva nemmeno vietato. Fino a quando Sasha Zhoya, durante la prova di qualche settimana fa, ha chiesto di provare una gonna.
«Se le donne hanno il diritto di indossare i pantaloni, potrebbe essere positivo che gli uomini abbiano il diritto di indossare le gonne» ha spiegato nel documentario dei fratelli Naudet Au coeur des Jeux trasmesso lunedì sera su France 2. «Nel 2024 dovremmo poter indossare qualunque cosa. Non ci sono più divisioni uomini/donne nella moda di oggi» ha detto.
La risposta ufficiale dell’ufficialità francese è stata: ehm. Allora Sasha ha provato a indossare la gonna sopra i pantaloni. “In effetti succede – racconta L’Équipe – sulle passerelle durante le sfilate, a Parigi o in giro per il mondo, dove la neutralità di genere non è più un’eccezione, dove la moda unisex è comune”.
Berluti non aveva niente in contrario, Zoya sarebbe stato al centro delle riprese delle telecamere. La condizione era che l’outfit fosse impeccabile. La federazione francese di atletica leggera e il comitato olimpico si sono irrigiditi, eppure stavolta più laici di così. Troppo laici, ecco. Forse questo era. Né troppo né poco, così va bene, così deve andare. Niente eccessi. Macronisti. Macroniani. Chissà come si dirà. Non erano entusiasti, comunque, su questo L’Équipe si sbilancia. Le istituzioni sportive hanno tardato a dare il loro sì alla richiesta. Così Sasha Zoya deve essersi stufato e ieri sera ha cambiato idea. Datemi ‘sto pantalone, facciamo ‘sta cerimonia e dopo andiamo a saltare gli ostacoli.