Il dio del male
I grandi colli, alpini o pirenaici, per quanto duri, restano comunque dei passaggi, sono vissuti come luoghi da attraversare. Invece il Ventoux ha la pienezza della montagna, è un dio del male al quale bisogna offrire sacrifici. | Roland Barthes. Miti d’oggi (1957)
La montagna calva
Il Ventoux è una montagna calva, affetta da seborrea secca. Lo vedi dalla bassa Provenza. Millenovecento metri di un verde che stinge, impallidisce, si spegne. Verso il culmine il Ventoux imbianca. Da lontano, un monte di sale. Il “mistral” batte il “ventoso”. Il ricordo scolastico, arioso del Petrarca – che soggiornando ad Avignone sale sul Ventoux, a maggio quando le pietre restituiscono il tepore del sole del mezzodì – si liquefa, scompare, nella calura di luglio, nel corso del Tour. Il Ventoux è rimasto per il Tour il dio del male dell’antica Provenza. Il suo clima è assoluto. Gli uomini da classifica lo pedalano con il fiato che si rompe in gola, alle prese con un rapporto (la marcia ciclistica) che incarognisce la ruota dentata, che la trasforma in uno strumento di tortura. | Mario Fossati, la Repubblica, 19 luglio 1987
Le parole di Petrarca
Il giorno lungo, l’aria mite, l’entusiasmo, il vigore, l’agilità del corpo e tutto il resto ci favorivano nella salita; ci ostacolava soltanto la natura del luogo. In una valletta del monte incontrammo un vecchio pastore che tentò in mille modi di dissuaderci dal salire, raccontandoci che anche lui, cinquant’anni prima, preso dal nostro stesso entusiasmo giovanile, era salito fino sulla vetta, ma che non ne aveva riportato che delusione e fatica, il corpo e le vesti lacerati dai sassi e dai pruni, e che non aveva mai sentito dire che altri, prima o dopo di lui, avesse ripetuto il tentativo. Ma mentre ci gridava queste cose, a noi – così sono i giovani, restii ad ogni consiglio – il desiderio cresceva per il divieto. Allora il vecchio, accortosi dell’inutilità dei suoi sforzi, inoltrandosi un bel po’ tra le rocce, ci mostrò col dito un sentiero tutto erto, dandoci molti avvertimenti e ripetendocene altri alle spalle, che già eravamo lontani. | Francesco Petrarca. Ascesa al Monte Ventoso, 25 aprile 1336
I soprannomi
Lo specchio delle aquile (Char), la sentinella della Provenza, il gigante della pianura, il monte calvo, il Pelato, il dio pagano, il piccolo Kilimangiàro, il Fuji-Yama provenzale, il dio del male (Barthes), il vero Moloch, il terreno dannato, la luna che brucia, la montagna del cielo e del diavolo (Goddet), lo hanno chiamato in tanti modi, questo bestione che dicono abbia 95 milioni di anni di vita. | Gianni Mura, la Repubblica, 26 luglio 2009
L’insolente concorrenza
Ricordavo che il Petrarca, all’epoca della sua dimora presso la corte dei papi in Avignone, aveva scalato il monte Ventoux ed aveva lasciato una lirica descrizione in lingua latina di una escursione per quei tempi audacissima. Mi domandavo cosa mai avrebbe pensato di noi il dolce amante di Laura, se avesse potuto immaginare che, sei secoli dopo la composizione del suo pezzo di colore, un mezzo reggimento di giornalisti gli avrebbero fatto insolente concorrenza, con i reso i loro resoconti di una corsa di biciclette. | Bruno Roghi, Corriere dello sport, 23 luglio 1951
I cedri e i pini
Le note gentili del Monte Calvo, della Sentinella di Provenza, del Colle delle Tempeste le fornì Francesco Petrarca, primo degli scalatori famosi nella notte del 25 aprile 1336. Si può aggiungere che è riserva naturale, con la caratteristica di contenere flora mediterranea (cedri, pini) e dell’estremo nord (la sassifraga delle Spitzbergen). | Gianni Mura, la Repubblica, 13 luglio 2007
Rubare il fuoco a dio
Un anno ho veduto il giovane Gerdi Kubler, il naso affilato come un tagliacarte, cercare invano un refolo d’aria fresca, sbattere le braccia alla maniera di inutili ali e rotolare in un fosso, completamente asfittico. E ancora Mallejac, secondo in graduatoria, fierissimo della sua maglia di regionale di Francia, sterzare ai margini, cercando un’inesistente scorciatoia. Mallejac venne salvato di misura. All’ospedale, in ambulanza, in tutta fretta. Aveva fatto ricorso alla “bomba”, si saprà. Il suo direttore sportivo, un patriarca dello sport ciclistico, sentenziò: “Lui aveva voluto rubare il fuoco a dio”. Il dio era il Ventoux. | Mario Fossati, la Repubblica, 19 luglio 1987
La casa del mistral
Il Giro di Francia ha portato alla notorietà questa montagna che non fa parte di nessun grande sistema montuoso e che solitaria troneggia nel bel centro della Provenza con il suo grosso cono di pietre e di sassi. Antico vulcano? Bisognerebbe consultare gli studiosi di geologia. I provenzali dicono che esso è la casa dove segretamente abita il mistral, il vento che ogni giorno batte, da est a ovest, e da ovest a est, con la regolarità di una marea, sulle campagne della Provenza. Fino a 1100 metri il monte è coperto da una vasta foresta di conifere. Più su comincia una interminabile candida sassaia che per vari chilometri non offre il più piccolo riparo d’ombra. La strada sale con lenti gironi, come nel dantesco monte del Purgatorio, su per gli spalti sassosi che nelle giornate di corsa sembrano assomiglianti alle tribune di una gigantesco anfiteatro. | Orio Vergani, Corriere della sera, 9 luglio 1952
Dove comincia l’inferno
Il Ventoux è una montagna strana e cattiva, pur non arrivando ai 2000 metri. La cima è una pietraia che fa inevitabilmente pensare alla Luna. Manca il respiro. Il caldo è insopportabile. Anche quando si attraversa la foresta di pini non c’è ombra. Si può arrivare in cima per tre versanti: il più dolce è quello a est, parte da Sault, e il Tour l’ha sempre ignorato. Quello nord parte da Malaucene, è ugualmente duro ma un po’ più ombreggiato di quello sud, affrontato in prevalenza. La salita comincia da Bedoin. Sempre da qui furono le auto, nel 1902, a scalare il Ventoux. La prima corsa organizzata risale al ’35. Il Tour ci passò la prima volta nel ’51. Un punto chiave della salita, (oggi un po’ meno, si è addolcita) è la curva di St. Esteve, circa 6 km oltre Bedoin. Secca svolta a sinistra e poi sette tornanti al 9% di pendenza media. Verso Chalet Reynard, 6 km al traguardo, sparisce la vegetazione e comincia l’inferno. | Gianni Mura, la Repubblica, 13 luglio 2007
La Roubaix del sud
Le pendenze sono abbordabili: al massimo toccano il 13% vicino allo Chalet Reynard. Non sono un calvario anche gli ultimi 2 dei 21 km al 10%. Nulla a che vedere con Stelvio, Mortirolo o Fauniera, per intenderci. Ma quando c’è la canicola, il vento sembra sparato fuori da un monumentale asciugacapelli: allora il “Gigante” si trasforma in montagna impossibile perché all’uscita dalla Foresta di Bédoin si verificano fenomeni climatici particolari. Lì cambia il rapporto tra il tasso dell’ossigeno e quello dell’azoto. Lì l’aria è più rarefatta che altrove. Se la Roubaix è l’inferno del Nord, il Ventoux è l’ inferno del Sud. | Angelo Zomegnan, la Gazzetta dello sport, 13 luglio 2000
Il monte di cartapesta e le cicale ubriache di sole
Il monte Ventoux è un monte assurdo. Quando racconta il tragico viaggio fatto da Ulisse oltre le colonne d’Ercole, che erano amente a guardia dello stretto di Gibilterra, dice Dante che al navigatore temerario apparve ad un tratto sulla linea dell’orizzonte, una montagna fosca, smisuratamente alta, isolata nell’immenso deserto del mare. Dalla montagna all’avvicinarsi di Ulisse, si levò un uragano terribile, che travolse la sua nave e la abissò. Pensavo alla potente descrizione dantesca mentre la carovana si avvicinava al monte Ventoux. La strada che percorrevamo era piatta e, più che piatta, schiacciata contro la terra povera ondulazioni e, per lunghi tratti, spoglia di alberi e di vegetazione. Le cicale erano talmente ubriache di sole, che solo di tanto in tanto rompevano il silenzio della pianura con loro canto stridulo. Quel monte a tronco di cono vulcanico pareva così in contrasto col paesaggio circostante, gibboso e uniforme, da far credere ad un monte artificiale, fatto di cartapesta e dimenticato sul posto da un regista cinematografico a lavoro finito. L’occhio, che non si stancava di calcolare la distanza intercorrente tra le pendici del monte e la testa avanzante del plotone, notava d’un tratto che la groppa del Ventoux biancheggiava. Erano forse canaloni ancora pieni di neve? O lo scintillamento del sole, sbiancando l’aria rovente della pianura, creava quell’effetto di fata Morgana? Non era neve. Erano strati di lastroni pietrosi, candidi come latte, resi abbaglianti dalla luce trionfante di questo indimenticabile pomeriggio di luglio. | Bruno Roghi, Corriere dello sport, 23 luglio 1951
L’arcangelo Gaul
Anche il Tour del ’58, non scorderò presto. Un triangolare Charly Gaul, Bahamontes “el cabron” e Jacques Anquetil. Ventoux a cronometro. Gaul trinciava inimitabile i tornanti: Bahamontes gli disputava la pista nera fra le selci candide metro metro. Anquetil era staccatissimo: ce la faceva appena a mimetizzare la cotta con lo stile innato. Vinse Gaul, che non raggiunse il traguardo piazzato a lato della stazione meteorologica, ma che planò sullo striscione come un arcangelo. Scrivemmo allora di accasciamenti mortiferi. Non sapevamo che nel ’67 l’accasciamento sarebbe stato mortale. | Mario Fossati, la Repubblica, 19 luglio 1987
La morte di Simpson
Il Ventoux del ’67 è legato alla memoria di Tommy Simpson. Il povero Simpson l’ho inciso nella retina dei miei occhi. Steso nella piega di pietra di una duna, in un avvallamento scistoso, il dottor Dumas, rovesciato su di lui, disperato, che gli pratica la respirazione bocca-bocca. Simpson, che rappresentava lo whisky nel mondo del chianti e del beaujolais del ciclismo, era partito nel Tour con una cera da fare trepidare. Tentava disperatamente di risalire le quotazioni della borsa dei valori. Il botteghino del velodromo esigeva il Tour o un aureo piazzamento al Tour. Forse Tommy non avrebbe voluto rubare, al pari di Mallejac, il fuoco al dio Ventoux: una scintilla gli sarebbe bastata. Fu veduto zigzagare sul Ventoux, quasi volesse inseguire la sua ombra sottile che gli sfuggiva davanti al manubrio: eppoi crollare. Dentro gli pedalava un altro. La notte tristissima giù ad Avignone. L’elicottero aveva trasportato Simpson clinicamente morto all’ospedale della città. Sulla soglia della sala stampa era apparso, piangente Jean Leulliot, inviato de L’Aurore e amico personale del campione, “Tom è morto da alcune ore, avvertì, ma la sua temperatura corporea non accenna a diminuire. Io non ci voglio credere”. La carovana sentiva parlare, smarrita, di un intervento del signor procuratore della repubblica. (Sarebbe bastato, mi dirà anni dopo il professor Mantegazza, l’iniezione di un piccolo farmaco e Simpson sarebbe ancora fra noi). Nel ’70 Merckx si butterà contro il Ventoux, con lo stile di un cavallo matto. Il respiro gli si accorcerà di molto. Il vantaggio pure. In vetta svenne. Per riprendersi gli ci volle l’ossigeno. Il Tour gode, oggi, di una valida protezione scientifica. La tecnologia lo assiste. Simpson non è una fotografia ingiallita. Ogni qualvolta mi è capitato di avvicinare il Ventoux o di sentirmi chiedere del Ventoux ho sempre pensato o risposto che di una montagna personificata o di natura antropomorfica si tratta. | Mario Fossati, la Repubblica, 19 luglio 1987
Era cognac
Simpson era un corridore coraggioso e spiritoso, capace di tutto, anche di abitare in un brutto paesino vicino Gand per fare meglio il mestiere, e di avere amici in Brianza. Come molti inglesi sognava di andare a vivere in Toscana o in Provenza. Sapevo che aveva già firmato per la Salvarani, Gimondi aveva perorato la sua causa. A Marsiglia il ritrovo di partenza era sotto il santuario di Notre Dame de la Garde. Simpson aveva inzuppato d’acqua minerale un fazzoletto bianco e aveva mimato una benedizione dei corridori, poi se l’era infilato sotto il cappellino. C’erano più di 40 gradi all’ombra. Dumas, il medico del Tour, era preoccupato: “Se qualcuno ha fatto il furbo, ci ritroviamo con un morto”. Era una giornata nata male. Un cane si infila in gruppo, Mugnaini e Peffgen sono portati in elicottero all’ospedale di Marsiglia, fratturati in più punti, dopo venti chilometri. Pingeon è maglia gialla. Si passa da Apt, si sale il Col des Murs. Gruppo compatto al primo passaggio da Carpentras. Ultimo rifornimento d’acqua. È Jimenez, l’orologiaio di Avila, che attacca alla curva di St.Esteve, con Poulidor a ruota. Rispondono Pingeon, Gimondi, Aimar, Janssen, Balmamion, Simpson, Letort e Castello. Poulidor va in bambola, Jimenez passa in cima con 1’10” su Gimondi, raggruppamento dei migliori in discesa e Janssen batte allo sprint Gimondi. Simpson è rimasto in salita. S’è staccato dal gruppetto, prova ad alzarsi sui pedali ma non gli reggono le gambe. Ho scritto che cadde, ma più che altro si coricò su un fianco. Poi poche pedalate da sonnambulo e l’ultimo crollo. Uno spettatore fa la respirazione bocca a bocca, poi arriva Dumas. Iniezione, massaggio cardiaco. Simpson è steso al sole con gli occhi aperti, la testa su un sasso rotondo. All’ospedale di Santa Marta arriva morto, ore 16.30. Levitan ne dà l’annuncio nella sala-stampa di Carpentras, che era una chiesa sconsacrata. Molti piangono. L’autopsia parlerà di tracce di amfetamina come concausa (altra, l’insolazione) della morte. Anni dopo, Ferretti, gregario di Gimondi, mi disse che uno spettatore pazzo aveva passato una borraccia a Simpson, che aveva tracannato pensando fosse acqua. Era cognac. | Gianni Mura, la Repubblica, 13 luglio 2000
Le foglie di verza
Era il 13 luglio 1967. Le previsioni erano per una giornata torrida. Molti corridori accolsero il suggerimento degli organizzatori del Tour di proteggersi la testa con foglie di verza. Simpson, nominato baronetto dalla regina Elisabetta dopo la vittoria nella Milano-Sanremo del 1964, rise divertito. Gli spiegammo che le foglie di verza erano state usate da ciclisti decenni addietro con risultati soddisfacenti. Rileggiamo ciò che il campione, nato a Doncaster (Yorkshire) il 30 novembre 1937, ci disse: “In giornate come questa non puoi prendere nemmeno una pastiglia di Metedrine, altrimenti salti per aria”. Gli chiedemmo se quando faceva caldo prendeva molte amfetamine. Rispose: “Meno d’altri che giurano di andare a pane e acqua. Mi servo delle amfetamine in primavera, quando in Belgio, dove abito, il tempo è brutto, perché ho disturbi respiratori e voglio correre ed allenarmi egualmente. È cosa che fanno tutti”. | Rino Negri, la Gazzetta dello sport, 13 lugio 1997
Uno strano fuoco nel petto
Davanti alla stele di Simpson, nel ’70, passa il grande Merckx. Ha attaccato a Chalet Reynard, si toglie il berrettino e si fa il segno di croce. Ha il lutto al braccio per la morte di Giacotto. Vince con un 1’11” su Vandenbossche, suo gregario. Finiscono tutt’e due attaccati alla maschera d’ossigeno. I vecchi dicono che la sua cadenza di pedalata (74-75 al minuto) è troppo alta per il Ventoux. E questo ci porta ad Armstrong, che non ama il Ventoux. Nel ’94, quando vinse Eros Poli dopo una cavalcata solitaria di 170 chilometri, proprio quel mattino Armstrong non prese il via. Quando l’ha scalato nel Delfinato, nel ’99 a cronometro ha concesso un minuto a Wauters, quest’anno è scoppiato a 1100 metri dalla cima perdendo 1’13” da Hamilton. Dovrà stare attento al ritmo per non arrostirsi. Da Kubler (spaventosa cotta nel ’55, fine della carriera sul Ventoux) a Merckx tutti hanno parlato di uno strano fuoco nel petto. | Gianni Mura, la Repubblica, 13 luglio 2000
Il doping
Un inglese ci rese noto che due anni prima, Simpson aveva dichiarato di avere fatto ricorso, qualche volta, al doping, nell’esercizio del suo mestiere: ma che in un’epoca in cui i Beatles si permettevano di comprare una pagina sul Times per vantare la marijuana, la dichiarazione di un ciclista non poteva choccare nessuno. Quella dichiarazione mi indignò. | Mario Fossati, la Repubblica, 19 luglio 1995
Il baronetto
Sono trascorsi vent’anni e in molti di noi è ancora vivo il ricordo di quella giornata. A metà strada la notizia che il ventinovenne Simpson (due stagioni prima campione del mondo e vincitore del Giro di Lombardia) si era fermato e che i medici stavano soccorrendo il corridore steso sull’asfalto. Una notizia allarmante e mentre la vettura dell’Unità scendeva verso Carpentras, verso un traguardo dove l’olandese Janssen avrebbe battuto Gimondi e Pingeon, mi domandavo il motivo per cui non si avevano precise informazioni sulle condizioni di Simpson, detto il baronetto per il suo comportamento a volte composto, a volte allegro e spensierato. Simpson, in quel momento, era già morto. Vani i soccorsi, vani i tentativi di rianimazione, ma il decesso di Tom venne comunicato un’ora dopo la fine della corsa, come se gli organizzatori dovessero coprire qualcosa. Una inchiesta promossa dalla magistratura francese appurò che nelle viscere di Simpson c’erano i resti di farmaci assai dannosi, di un doping che aveva provocato la tragedia, ma scrissi allora che in un vero processo dovevano andare sul banco degli accusati coloro che avevano spedito il Tour sul Ventoux in un orario di piena calura e a distanza di tempo la mia opinione non è cambiata. | Gino Sala, l’Unità, 19 luglio 1987
Una montagna maledetta
I corridori sul Ventoux non vogliono più andare. Dicono che è una montagna maledetta: chilometri e chilometri senza un filo d’erba, con l’aria rarefatta, col respiro affannoso e il sole che picchia implacabile. Ieri la partenza era stata posticipata per evitare il gran caldo, ma è servito a ben poco: il Ventoux è sempre terribile. Poulidor ha detto: “Siamo pagati anche per certi rischi ma c’è un limite a tutto. Non correrò mai più su questa montagna, mi spaventa”. Merckx ha aggiunto: “Ci sono venti chilometri di salita e sembrano mille. Manca l’ossigeno, il respiro è affannoso. Mi sembrava di non arrivare mai in cima. Uno sforzo tremendo”. | Maurizio Caravella, la Stampa, 11 luglio 1970
Pantani e la pietraia infinita
Aveva davanti la pietraia infinita, trapunta di piccoli papaveri gialli, preziosi come pepite d’oro, di raponzoli di roccia blu miniaturizzati dal vento. Una duna infinita di un biancore abbagliante, con le piccole macchie verdi del ginepro nano, dove cerca protezione la Vipera ursinii ursinii. Lì Pantani scattava. Sul cranio le vene scolpite come canali di un deserto lunare. Uno scatto, due scatti, tre scatti. Al decimo scatto frullava via, libero. | Claudio Gregori, la Gazzetta dello Sport, 2000
Il Ventoux che è dentro di noi
Se si chiudono gli occhi, c’è un Ventoux dentro ciascuno di noi. È lì. Un peso, un macigno, una montagna. È una storia finita, che non si ha il coraggio di ammettere. È un amico del cuore perduto e mai ritrovato, anche se lo si vede, lo si sente e gli si parla. È un male che cresce dentro, anche se si ride, si pedala e si pensa ad altro. Se si chiudono gli occhi, il Ventoux è lì e non basta un bel respiro, né una bella dormita, né la buona volontà per tagliargli via una fetta. Se si aprono gli occhi, c’è un Ventoux anche fuori di noi. È lì che spunta fuori dalla campagna, una montagna di pietre e polvere, un deserto a cono, in cima un faro, come se improvvisamente qualcuno avesse tolto il tappo e la Provenza fosse rimasta a secco. Con il faro arrampicato in cima, che invece di illuminare marinai e naufraghi, accoglie pellegrini e corridori. … Pantani, invece, chiude gli occhi, sovrastato dai due Ventoux: quello fuori, con il faro che illumina i pellegrini-corridori, e quello dentro, un peso, un macigno, che portarlo in salita si fa ancora più fatica. Quando riapre gli occhi, il primo Ventoux è vinto, il secondo Ventoux forse gli pesa un po’ meno. | Marco Pastonesi, la Gazzetta dello sport, 14 luglio 2000
De Gaulle e le drammatiche petraie
È grazie al Tour che De Gaulle ha potuto gettare il mercato comune allo sbaraglio senza sollevare opposizione nell’interno del Paese. La Francia era troppo presa dal duello al sole fra Poulidor e Gimondi sulle drammatiche petraie del Ventoux per interessarsi alle bizze del generale. Questi avrebbe anche potuto perdere una battaglia o vincerla. Nessuno ci avrebbe fatto caso. | Indro Montanelli, Corriere della sera, 15 luglio 1965
Essere matti
Dicono a Bedoin: “Non è pazzo chi sale al Ventoux, ma chi ci torna un’altra volta”. E pochi a Bedoin hanno letto Barthes. | Gianni Mura, la Repubblica, 13 luglio 2000