OGNI OLIMPIADE PORTA LA SUA PENA
Forse il declino è iniziato a Pechino, quando Vladimir Putin era uno degli ospiti d’onore del comitato organizzatore dei Giochi invernali e fece finta di addormentarsi annoiato nel momento della sfilata della bandiera Ucraina. Poche ore prima che si aprissero le Paralimpiadi, mosse il suo esercito, si disse che era andato in Cina per avvisare Xi. O forse è cominciato a Tokyo l’anno prima, quando per la prima volta non c’era pubblico, le Olimpiadi furono trasformate dal covid in uno show svuotato di senso, senza applausi, senza grida, senza pubblico, un onanismo agonistico, un Roxy Bar nel quale ognuno era in fondo perso dentro i record suoi. O forse no, forse il declino è cominciato con la stanchezza di Rio, arrivata a quei giorni spossata, nel portafogli e nel sentimento, a due anni di distanza dai Mondiali di calcio. Anzi no, no no, è certamente cominciato con l’altro collasso, quello greco, il crollo finanziario di un paese che nell’anno 2004 aveva voluto ricordare al mondo di essere stato la culla dei Giochi, ma i Giochi pensati da De Coubertin sul modello di Olimpia nel frattempo erano sfuggiti di mano ai signori del gigantismo e delle sponsorizzazioni.
I primi Giochi nel mondo nuovo, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, il declino – si disse – si misura dall’arrivo del terrore su una scena di pace e libertà. Invece il terrore era arrivato eccome, era arrivato con le bombe di Atlanta nel 1996 e con l’attentato agli israeliani nel 1972. Anche la politica non aveva aspettato certo l’edizione di Pechino 2008 o di Sochi 2014 per prendere possesso del giocattolo. Los Angeles 1984 era stata disertato dai paesi dell’Est, Mosca 1980 dagli americani, Berlino 1936 era stata il palcoscenico di Hitler e addirittura Londra 1908 si era tenuta in un gigantesco clima di tensione tra Vecchio e Nuovo Mondo, tra i britannici di casa e gli americani.
O forse il declino dei Giochi è iniziato a Torino 2006, quando la NBC scoprì dai dati d’ascolto che il rito era sdrucito, l’interesse era in calo e l’età media degli spettatori era insostenibile. Bisogna far qualcosa, dissero. Bisogna poter vedere le gare su questi cosi che ci portiamo in tasca, com’è si chiamano, smartphone. Bisogna inventarsi le gara di uomini e donne assieme. Bisogna accorciare, semplificare, aggiungere gli sport dei giovani.
AVREMO SEMPRE PARIGI
Ecco com’è che siamo arrivati a Parigi, la città dell’amore che ospita un’Olimpiade con una cinquantina di guerre in corso e due assai visibili, la città della libertà dove il mondo fa finta di non vedere gli spazi che si stringono, dove tra qualche ora arriverà la fiaccola accesa davanti alle rovine di un tempo nel Peloponneso famoso per una guerra lunga 27 anni. Non è mai esistita una tregua per i Giochi se non nel nostro desiderio di ricordarla. Abbiamo ripetuto la formula per renderla vera, nell’illusione di regalarci un sollievo dalla cronaca ogni quattro anni, ma un’Atene non ha mai finito di battersi contro Sparta in questi 2.500 anni.
L’America si è messa alla guida di un mood malinconico e apocalittico intorno ai Giochi. “Forse perché le ultime tre Olimpiadi si sono tenute in fusi orari asiatici, lontani, mentre l’America dormiva. O forse è per la sensazione che i due Giochi più recenti siano parsi svolgersi meno per lo sport e più per soddisfare obblighi contrattuali di sponsor e reti tv. O potrebbe essere per il tanfo sgradevole di violazioni dei diritti umani”, dice Les Carpenter sul Washington Post, fatto sta che Bob Costas, l’uomo che ha guidato la copertura per la NBC in undici edizioni ritiene che si sia persa un po’ della magia di un tempo. Quando gli americani in queste ore devono ricordare l’ultima Olimpiade felice, pensano a Los Angeles 198: “Salvarono un movimento olimpico in bancarotta, molti nel mondo olimpico sperano che questi Giochi possano fare ciò che Los Angeles fece 40 anni fa”, secondo il Washington Post. È tutto un fiorire di memorie e podcast, ma Los Angeles ‘84, figuriamoci.
Vista da Parigi è invece un’Olimpiade che “in un contesto di eccezionali novità politiche, arriva nel momento migliore. Scommettiamo che risolleverà il morale di un Paese che non sa più dove si trova né dove sta andando” ha detto Alexandra Schwartzbrod in un editoriale di Libération.
“La cronaca politica è stata tale da schiacciare tutto il resto. L’Olimpiade è stata quasi cancellata dall’eccezionalità dello scioglimento dell’Assemblea nazionale e dai colpi di scena che ha comportato. Come se l’eredità dell’antica Grecia, all’improvviso, non si trovasse più negli stadi quanto nelle campate dell’emiciclo e nei corridoi dell’Eliseo, dove in questi giorni si consuma la tragedia”.
Secondo il giornale della gauche, gli abitanti dell’Ile-de-France si dividono in tre gruppi: “quelli che hanno deciso di fuggire da una capitale con il cuore e le arterie chiusi a lucchetto, quelli che non hanno altra scelta che zigzagare tra i divieti, gli altri che assaporano la felicità di passeggiare per una cittadina semideserta, molto piacevole per chi accetta di rinunciare all’auto per attraversare la Senna”. Il quotidiano Le Parisien ha aperto un liveblogging dedicato solo ai ritardi delle metro, le stazioni chiuse, i lavori, la sicurezza. I più cupi, da tradizione, sono i conf-qualcosa, ristoranti e negozianti, perché i parigini se ne sono andati, i turisti non sono ancora arrivati, loro temono altre cancellazioni, c’è sempre qualcuno che teme qualcosa alla vigilia delle Olimpiadi, fosse pure una ztl, un divieto d’accesso a una strada, poi lo tolgono e si lamentano pure dopo perché si erano trovati bene.