Una delle prime decisioni prese da Luis de la Fuente quando ha assunto la carica di allenatore della Spagna è stata nominare Mikel Oyarzabal come uno dei suoi vice-capitani, rompendo con la tradizione, aggiungendo un giocatore più giovane e con poche presenze al gruppo guida della squadra. Quelli che nelle ricostruzioni e nei retroscenismi vengono detti ogni tanto i leader dello spogliatoio.
De la Fuente tiene molto all’influenza di un basco come lui, dentro e fuori dal campo. Capitano della Real Sociedad da quando aveva vent’anni, Oyarzabal è sempre stato considerato un giocatore versatile e intelligente, una figura chiave della Under-21 campione d’Europa nel 2019. Altre volte aveva manifestato un discreto talento nel segnare gol importanti nelle grandi partite, come nella finale della Coppa del Re 2020, nel derby basco contro l’Athletic Bilbao.
Ma nessuno, nessuno se lo aspettava ieri sera al minuto 86, peraltro in zona Inghilterra, “nessuno lo aspettava tranne De la Fuente” si spinge a scrivere stamattina Juan I. Irigoyen su El Pais.
È con il gol dell’inatteso Oyarzabal che il calcio dunque torna a casa, solo che football si scrive fútbol e il significato di home si stempera nel concetto di hogar, perché il pallone contemporaneo disconosce storia e tradizioni, si concede a chi studia e sa cambiare, così ha scelto di posare un bacio sulla fronte della Spagna più differente da tutte le altre Spagne vincitrici, in sostanza raccolte nel quadriennio 2008-2012, e poi fuori dagli albi d’oro.
Un paese che non ha mai smesso di assolvere al suo ruolo di formatore di talenti, nel senso di ragazzi con una predisposizione al gioco, solo che il gioco era diventato essenzialmente uno, mentre la Spagna tornata campione d’Europa ha allargato la tavolozza dei suoi colori, come riconosciuto in queste settimane da tutti i commentatori del paese. La stagione del tiqui taca è superata. Superata non significa tradita.
La Spagna continua a giocare un calcio di possesso e di supremazia. Lo fa in modo differente, senza consumare l’erba nella porzione centrale del centrocampo, cercando le due fenomen-ali di cui dispone alle estremità del campo, chiedendo loro di andare uno contro uno, l’azzardo meno battuto nel calcio dell’ultimo quindicennio, quando per troppo tempo è stato meglio appoggiare la palla all’indietro per non perderla, anziché alzare le vele al vento e prendere il largo, puntare il difensore e provare a entrare dentro l’area saltandolo.
Lo dice Barney Ronay sul Guardian: “Il calcio sembrava desideroso di tornare a casa. A quanto pare, la casa è in Catalogna, Galizia, Paesi Baschi e province limitrofe”. E del resto c’è una Casa [di Carta] pure nel più grande successo della cultura pop spagnola.

Ramon Besa su El Pais sottolinea che “non c’è stata una sola partita in cui la Nazionale non sia stata il riferimento del torneo per il suo calcio e anche per i suoi giocatori”, non c’è stato un solo momento in cui non sia stata pure contro il conformismo, contro “l’idea di quei critici convinti che senza un attaccante centrale e due difensori centrali eccellenti non puoi fare strada in un torneo come questo”.
Il racconto di Besa e di buona parte della stampa spagnola è che invece la Spagna di De la Fuente sia composta da “nomi comuni, ma persone di grande qualità umana e calcistica, eccellenti negli aspetti essenziali del gioco, convinti che vincere significhi far bene le cose”.
Secondo Alfredo Relano, decano dei giornalisti calcistici del paese, il giurato del Pallone d’oro, la Spagna ha vinto perché è stata “la più audace in torneo nel quale ha prevalso la codardia” [su Diario AS]
Un bacio del cielo si è posato pure su Mikel Oyarzabal, costretto a saltare i Mondiali del 2022 per un grave infortunio al ginocchio. Un risarcimento. È così che ci consoliamo, quando vogliamo raccontare le nostre vite come un insieme che abbia un senso, e non come un mucchio di avvenimenti che il caso ci getta tra i piedi.
Chi sono i campioni d’Europa
Eccoli allora i campioni d’Europa, con le loro storie, le loro vite costruite dal caso, o forse no. È campione Davi Raya, portiere di riserva che a 19 anni giocava nella quinta divisione inglese, in prestito al Southport dal Blackburn, a cui era arrivato dal Cornella in una sorta di programma di scambio per il trasferimento di Hugo Fernández. Il Southport era convinto delle sue qualità ma era preoccupato per la sua altezza. L’allenatore gli chiedeva di appendersi al soffitto per vedere se gli esercizi lo avrebbe fatto crescere un altro po’.
Alex Remiro suona la batteria e il pianoforte. Ha lanciato un programma per promuovere la genitorialità positiva e fornire supporto ai bambini che praticano sport nei Paesi Baschi. Gli insegna pure la maniera corretta di smaltire i rifiuti.
Anche Robin le Normand suona il pianoforte. È nato in Bretagna e vive ad Astigarraga, un villaggio vicino a San Sebastián famoso per il suo sidro e sede del Sagardoetxea, il museo a esso dedicato. È un dipendente dal riposino pomeridiano.
In difesa c’è un altro francese, Aymeric Laporte, ma quando i due sono insieme in nazionale evitano di parlare nella loro lingua d’origine. Francese di nascita, ma basco per elezione. Si sente un nativo di Bilbao dopo averci giocato. Quando è nato suo figlio, aveva un contratto in Inghilterra e ha approfittato di un infortunio che lo teneva fuori squadra per viaggiare con sua moglie e far nascere il bambino là, nella regione basca, in una clinica privata con vista sul campo del San Mamés. Sua moglie è rimasta a vivere a Bilbao, entrambi vogliono che i loro figli crescano lì, così quando Laporte avrà smesso di farsi staccare assegni in Arabia Saudita tornerà a chiudere la carriera all’Athletic.
Dani Carvajal ha smesso di avere i muscoli infiammati da quando si è affidato a un nutrizionista. Dice di vivere così male la sconfitta che per un po’ ha smesso di giocare a Fifa alla playstation, perché si irritava troppo quando perdeva.
Nacho Fernandez è il pessimista del gruppo. Sostiene che riesce a restare concentrato solo pensando che stia per capitare qualcosa di terribile. All’età di 38 anni, Jesus Navas è l’unico superstite della Spagna campione del mondo 2010.
In casa di Mikel Merino il calcio è stato sia una tradizione sia un tabù. Suo padre ha giocato per l’Osasuna e il Celta Vigo, ma sua madre proibiva a Mikel di giocare a pallone. Così lui li rubava per strada agli altri bambini. Più o meno quello che continua a fare ora da professionista. È un grande appassionato di Formula Uno, al punto che possiede un simulatore. Ha anche una macchina per la pressoterapia, la usa dopo le partite per rilassarsi, ma per addormentarsi prende regolarmente un sonnifero.
Fabián Ruiz ha avuto la carriera tracciata dal passaggio al Betis Siviglia all’età di otto anni. Quando i suoi genitori hanno detto al club che non potevano più permettersi di portare il piccolo agli allenamenti, il club ha risolto il problema dando alla madre Chari un lavoro nel settore delle pulizie. È rimasta a lavorare là finché Fabián non è partito per Napoli nel 2018.
Martin Zubimendi e Unai Simón sono i due giocatori di scacchi della squadra, Álvaro Morata è quello del golf. Di Ferran si racconta che sia diventato un altro dopo l’incontro con una star della MMA negli USA. Di Nico Williams conosciamo bene ormai la storia della famiglia, la loro traversata a piedi nudi del deserto per venir via dal Ghana, mentre mamma era incinta del fratello più grande, Inaki. Dani Olmo è l’antidivo, condizione che si manifesta nel suo corpo e nella sua carne con l’assenza di tatuaggi. Lamine Yamal è il ragazzo nel quale si manifesta la nuova Spagna, intesa come squadra e come società civile. “In una settimana nella quale abbiamo sentito tanti personaggi pubblici dire stupidaggini senza arrossire, l’eroe de La Roja non poteva che essere uno spagnolo di nome Lamine Yamal” ha scritto Natalia Junquera su El Pais
Le riflessioni su Southgate dall’Inghilterra
“È tempo di giudizi per Southgate anche se basarli su questa finale o sulla superiorità della Spagna è difficile” dice Jack Pitt-Brooke su The Athletic. “L’Inghilterra credeva di essersi finalmente trasformata in una macchina vincente, di aver sviluppato la stessa attitudine all’ineluttabilità che il Real Madrid esercita fra i club: con immenso shock, immenso dolore e con molte lacrime, si è resa conto che la macchina vincente, dopo tutto, era quella degli spagnoli. Naturalmente ora ci saranno ore e ore di Wyscout. La gente pretenderà un resoconto completo del perché l’Inghilterra non è riuscita a vincere di nuovo. Questo è ciò che pretendiamo dalle finali, giudizi definitivi. Ma questa partita è solo 90 minuti di calcio in 8 anni. Ci sarebbe voluto un allenatore coraggioso per giocare alto contro Lamine Yamal e Nico Williams, uno ancora più coraggioso per pressare alto nella finale di un torneo estenuante. Il piano dell’Inghilterra era prudente, ma poteva essere il piano migliore per restare in gioco il più a lungo possibile. l’Inghilterra aveva bisogno di essere perfetti e non lo è stata. L’Inghilterra ha combattuto più contro la Spagna che tre anni fa contro l’Italia. Il coraggio di Southgate si è manifestato con l’ingresso dalla panchina di Watkins e Palmer. Le ragioni per cui la Spagna è in grado di giocare in un certo modo e l’Inghilterra no, sono così radicate che sembra ingiusto imputarle alle decisioni di Southgate di questo mese. Ma dopo otto anni di lavoro e due finali perse, molti tifosi da lunedì si chiedono se un altro allenatore con un nuovo approccio non possa risolvere i problemi”.
Jonathan Liew non si è mai mosso dalla sua posizione critica verso il cittì, neppure nei giorni scorsi quando l’opinionismo ostile vacillava. Così stamattina rilancia le sue perplessità parlando di un Southgate che “supervisiona una certa familiarità presente in questo fallimento: una storia di speranze e desideri nella quale un piano era assolutamente necessario”.
In difesa del cittì interviene Jamie Carragher dal Telegraph scrivendo che Southgate deve restare. “Quelli che credono che la sua era sia finita non possono essere sicuri che ci sia qualcuno migliore che vorrebbe sostituirlo. Il fallimento è dovuto al fatto che i giocatori non sono riusciti a dare il massimo. Non hanno giocato con abbastanza coraggio.
“Le stelle inglesi – continua Carragher – si sono bloccate. Abbiamo giocato con la paura di perdere una finale europea, mentre la Spagna ha giocato come se fosse una partita dei gironi. Purtroppo, non è stata neppure la sua partita più dura. L’Inghilterra ha un problema di mentalità contro squadre superiori, non abbiamo tenuto palla abbastanza contro una squadra che è in grado di privarti del possesso. Non riesco a credere che Jordan Pickford abbia ricevuto l’ordine di continuare a calciare così la palla, lunga, inutilmente in campo aperto. Non avevamo abbastanza giocatori che gli chiedevano la palla. Ho giocato abbastanza partite per non sapere che ci si rifugia in questo atteggiamento per nascondersi, sperando che qualcosa arrivi da un lancio lungo. Non gliel’ha detto Southgate di farlo. In queste situazioni hai bisogno che i giocatori più esperti dimostrino di esserlo, che si facciano dare la palla nelle zone difficili del campo. È una questione di coraggio calcistico”.
Il paese
Mara Gergolet, corrispondente dalla Germania per il Corriere della sera, traccia un bilancio di questo mese di calcio, e soprattutto un bilancio dei dintorni del calcio.
Ha scritto: “Tutta l’Europa ora sa che la Deutsche Bahn non è in grado di far arrivare in orario i propri treni. Che a Dortmund, nel triangolo metallurgico più importante d’Europa, se piove una cascata d’acqua inonderà dal tetto dello stadio gli spettatori. Come dice Simon Kuper, scrittore e critico calcistico del Financial Times , «un’adorabile caratteristica di questi tornei di calcio è il modo in cui demoliscono gli sciocchi stereotipi nazionali. Per esempio, dalle mie esperienze di Dusseldorf e di Monaco suggerirei che i tedeschi non hanno capacità organizzative». E via di questo passo. Ma la verità è che, invece, dopo il Covid, dopo le esperienze impeccabili e sterilizzate del Qatar, questo è stato un torneo di popolo. Non si sa quanti biglietti siano stati venduti, ma sono più della Francia 2016 che detiene il primato (2.427.303). Nessuno però può quantificare il vero numero di tifosi scesi in Germania senza biglietto, a decine e centinaia di migliaia: scozzesi, olandesi, romeni, croati”.
Secondo Gergolet, le parole più belle sulla Germania le ha pronunciate l’allenatore della Nazionale Julian Nagelsmann: «A volte ho l’impressione che non sappiamo in quale Paese viviamo. Ogni titolo è pessimistico. Abbiamo tante cose belle, tante persone interessanti. Restiamo insieme».