RUOTE
Per la prima volta nei suoi 121 anni di storia, il Tour de France è partito dall’Italia, e la rivista Rouleur si diverte a sottolineare tutte le cose che i francesi ci hanno copiato, dalle teorie politiche di Machiavelli alle crêpes e i macarons sotto l’influenza di Caterina de’ Medici, fino ai percorsi delle gare di ciclismo, “un tipo di tappa collinare che assoceresti più a una tappa iniziale del Giro d’Italia che al Tour”. E’ la tappa d’apertura più dura dal 2000, i 3.821 metri di dislivello di oggi stanno dietro solo al Lombardia [4.646] e superano pure Liegi, Freccia, Fiandre: 127,3 km sulla distanza totale di 206,3 oggi sono in salita o in discesa (con una pendenza superiore al 2% o inferiore al -2%). Le sette colline da scavallare sono il Valico Tre Faggi, Forche, Carnaio, il Barbotto dove Pantani s’allenava, il San Leo, il Montemaggio, il Colle San Marino, “abbastanza per rendere questa giornata già importante per la classifica generale. Il primo a indossare la maglia gialla potrebbe quindi essere uno dei favoriti in assoluto e il primo a mettere la maglia a pois potrebbe essere uno che si giocherà fino in fondo il primato dei Gran Premi della montagna”.

I Fantastici Quattro, li ha chiamati L’Equipe. Tadej Pogacar ha corso finora per 31 giorni e ne sono trascorsi 34 dal suo arrivo in rosa a Roma. Evenpoel lo segue con 26 giorni di gara e si è riposato per 20, la stessa sosta di Roglic che ha 20 giorni pure nelle gambe, mentre Vingegaard ha solo fatto in tempo ad arrivare a 16 e da 86 non sale in bicicletta. Tutti e quattro hanno una percentuale di piazzamenti fra i primi-10 nelle gare superiore al 55%. Pogacar tocca addirittura la vertiginosa quota di 76.4%, davanti a Vingegaard [66.7%], Roglic [60.7%], Evenepoel [56.7%]. Roglic ha 7 podi in un grande giro, Pogacar 6, Thomas 5, Carapaz e Vingegaard 4.
Il 1998 è l’anno dell’ultima doppietta Giro-Tour. Pogacar parte da Firenze con questo tarlo nella testa, ripetere l’impresa che non riesce più a nessuno dal tempo di Pantani. Nella foresta di segni ce n’è uno che spicca. Pantani cominciò a costruire la sua doppietta con la partenza della corsa rosa da Nizza, la stessa città dove Pogacar chiuderebbe il cerchio in giallo. Pantani fece Nizza-Milano-Dublino-Parigi, la rotta di Pogacar è Torino-Roma-Firenze-Nizza, in mezzo ci sono 26 anni di ciclismo. Un altro paio di doppiette le abbiamo celebrate: nel 2008 Alberto Contador Giro + Vuelta, nel 2017 Chris Froome Tour + Vuelta.
Secondo Rouleur, fuori dal pugno di favoriti per la maglia gialla a Nizza, i più adatti al profilo di oggi sono Tom Pidcock, Lenny Martinez, Pello Bilbao, Rui Costa e Neilson Powless, Magnus Cort e Maxim Van Gils. Ma i 26 km da percorrere tra la cima della salita finale e il traguardo danno una possibilità pure ai pesi massimi, tipo un Mathieu van der Poel che dovesse essere di nuovo in quella forma scintillante vista in primavera. Alternative di genere: Michael Matthews e Alberto Bettiol. Sappiamo poco sulla condizione di Wout van Aert. Novantanove corridori su 176 c’erano già nel 2023. In nove corrono con la maglia di campione nazionale, compreso Alberto Bettiol. In sei corrono con la prospettiva di aggiungersi alla lista di chi ha vinto una tappa in tutte le grandi corse a tappe: Evepoel, Carapaz, Ackermann, Landa, Wellens e Arndt. Fabien Grellier non veniva al Tour da 4 anni. Il debuttante più giovane fra i 45 al via è Johannes Kulset, 20 anni e 76 giorni. Sono rappresentati tutti i continenti.
LA CORSA PRIMA DELLA CORSA
MARCO PANTANI E SERGIO ZAVOLI
Da Firenze a Rimini si va certamente nel ricordo di Pantani, il posto dove si è addormentato per l’ultima volta. Ma Rimini significa pure Sergio Zavoli. In un ritratto molto intenso scritto per Tuttobici alla sua morte [per intero qui] Marco Pastonesi lo definiva “una nuvola di parole orali e scritte, radiofoniche e televisive, poetiche e cinematografiche”. Ha raccontato della sua prima avventura – giornalistica e umana assieme, come al solito – di “ricerca, sperimentazione, avanguardia” che si chiamava Publiphono. Andava in giro per Rimini a raccontare al telefono la partita di calcio, con degli altoparlanti, “finanziato da un bar, il Caffè Dovesi, che voleva reclamizzare la cioccopanna, una cioccolata in una tazza particolare”. Nel Rimini, ricorda Pastonesi, giocava all’epoca Giorgio Ghezzi, poi all’Inter, al Genoa e al Milan, in una carriera e una vita spese all’inseguimento di Lorenzo Buffon. “E in porta giocava anche il giovane Zavoli: «La porta – spiegava – mi sembrava la metafora del calcio, il luogo cruciale e il momento memorabile della partita, dove tutto prendeva o perdeva il suo senso, sciogliendo ogni dilemma»”.
LE STRADE DEL TOUR
RIMINI
“La chiesetta dei Paolotti, invece, aveva un piccolo tempio a forma di battistero, staccato dalla costruzione principale, dove, ogni tanto, le “baffone” portavano gli animali per farli benedire dai frati. Si chiamavano “baffone” per la peluria dorata o bruna che visibilmente ricopriva il labbro e il polpaccione sodo, guizzante. Noi, fuori, contavamo febbrilmente le biciclette accatastate contro il muro della chiesa per sapere quante “baffone” erano venute giù. Da un fanalino rotto, da un pedale senza gommino, da certi aggeggi fabbricati in casa e applicati con spranghe e spaghi ai manubri, sapevamo se dentro la Cappella c’era anche la “baffona” di Sant’Arcangelo, coi capelli rossi, che portava il maglione “argentina”, senza reggipetto sotto; o le due sorelle di Santa Giustina, quadrate e spavalde, che si allenavano per partecipare al giro d’Italia. La bicicletta, che solo a vederla ci faceva battere il cuore svelto svelto, era quella della gattaccia di San Leo, una gladiatrice torva e possente, con un gran nuvolone di capelli neri, gli occhi fosforescenti come i leoni, ti guardava lenta, indifferente, senza vederti. Sbirciavamo ansiosi dentro il Tempietto risonante di belati, starnazzamenti, ragliacci. Finalmente le “baffone” uscivano coi polli, le capre, i conigli, e montavano in bicicletta. Era questo il grande momento! I musi appuntiti delle selle infilandosi rapidi come sorci tra le sottane scivolose di satin nero lucente, scolpivano, gonfiavano, facevano scoppiare, in uno scintillio di riflessi abbaglianti, i più bei sederoni di tutta la Romagna”
[Federico Fellini. Rimini, il mio paese. Guaraldi, 2003]