La morte di Mays, il Louis Armstrong del baseball

     Willie Mays era potenza in attacco e intelligenza in difesa. Willie Mays era gambe e testa. Willie Mays era pure cuore, il cuore si chi girava per le strade di Harlem e giocava a baseball con i bambini. Say Hey Kid lo avevano soprannominato per questo motivo, lui che aveva giocato 22 stagioni in Major League e una nelle Negro Leagues. La sua esuberanza e il suo entusiasmo lo hanno reso un ambasciatore del suo sport per più di sessant’anni. Sono in molti a credere che meriti un posto fra i primi due-tre di sempre del baseball americano.

Leo Durocher, ex manager di Mays e membro della Hall of Fame, ha scritto nella sua autobiografia, Nice Guys Finish Last che anche se qualcuno arrivasse e colpisse con la media di 0.450, se anche rubasse 100 basi, se anche facesse un miracolo in campo ogni giorno, lui lo guarderebbe dritto negli occhi e gli direbbe che Willie era meglio. 

Ora che se n’è andato all’età di 93 anni, il commissioner Rob Manfred in una nota dice che Willie Mays ha portato la sua genialità a tutto tondo dai Birmingham Black Barons della Negro American League alla storica franchigia dei Giants, da una costa all’altra di New York e San Francisco, riconoscendogli la capacità di ispirare generazioni di giocatori e tifosi, mentre il gioco cresceva, si evolveva, «si guadagnava davvero un posto come nostro passatempo nazionale».

  LA CARRIERA

Mays aveva iniziato la sua carriera nel baseball professionistico all’età di 17 anni, apparendo in 13 partite per i Birmingham Black Barons, a pochi minuti dalla sua città natale di Fairfield, in Alabama. Jackie Robinson aveva appena abbattuto il muro della segregazione razziale in MLB, solo un anno prima, e sebbene Mays ansasse ancora al liceo, la strada per fare il professionista nel baseball era tracciata. 

Quando venticinque anni dopo si è ritirato, con 21 stagioni su 22 tra New York e San Francisco Giants, aveva messo insieme 660 fuoricampo, il terzo numero di sempre al momento dell’addio [1973], da allora superato solo da altri tre giocatori. Ha vinto 12 premi Gold Glove come miglior difensore, il numero più alto di sempre per un esterno, e il premio non esisteva fino a sei anni dopo il suo debutto. Ha il record di partecipazioni all’All-Star Games, 24, un’impresa che una volta spinse l’outfielder Ted Williams a dire che quell’evento era stato inventato per Willie Mays. 

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Come ricorda il Wall Street Journal, Mays è riuscito a realizzare tutto questo nonostante abbia perso gran parte del 1952 e tutto il 1953 per prestare servizio militare nell’esercito americano durante la guerra di Corea. Aveva già vinto il premio Rookie dell’anno nel 1951, il primo dei suoi due premi MVP nella National League nel 1954, quando portò i Giants al titolo nella World Series, il solo vinto in carriera. 

Era il figlio unico di Willie “Cat” Mays, giocatore di baseball semiprofessionista, e di Annie Satterwhite, una stella dell’atletica e del basket al suo liceo.  Ma dal mondo del baseball Mays era stato espulso per un breve periodo, quando aveva accettato un lavoro presso un casinò di Atlantic City, mentre era contemporaneamente allenatore part-time negli stage primaverili. Il commissioner Bowie Kuhn lo bandì dalla MLB, temendo un contagio, temendo che un tesserato lavorasse con dei giocatori d’azzardo attorno. Fu reintegrato da Peter Ueberroth nel 1985. Sei anni prima, Mays era stato intervistato da Newsweek, riassumendo in una frase quel che credevano tanti: «Penso di essere stato il miglior giocatore di baseball che io abbia mai visto» 

  LA SUA INFLUENZA

Grant Brisbee su The Athletic aggiunge che è impossibile sopravvalutare l’eredità culturale di Mays, la sua impronta sulla vita americana, perché è stato la super-superstar venuta dopo Babe Ruth, in un mondo che era interamente americano, come Louis Armstrong con il jazz o Edgar Allen Poe con i racconti. Jackie Robinson e Larry Doby hanno avuto una quantità sproporzionata di insulti e di attenzioni quando hanno tracciato la strada, ma ciò ha permesso a Mays di diventare il volto di uno sport che era il volto di un paese. Anche chi è nato dopo l’avvento della TV a colori, anche chi è nato dopo Internet, probabilmente avrà visto almeno una volta un’immagine o un video di Mays che gioca a stickball con i bambini ad Harlem.

 

Così The Athletic ricorda che Mays è finito in una striscia dei Peanuts, quando Charlie Brown perde una gara di ortografia, perché gli viene chiesto di scrivere la parola labirinto, e anziché maze pensa a Mays

 

Willie Mays è anche l’unica ragione per cui esiste uno storico speciale televisivo, A Charlie Brown Christmas con la colonna sonora di Vince Guaraldi. Charles Schulz non era per niente interessato a un documentario sulla sua vita da fumettista, ma venne a sapere che il documentarista era lo stesso di un’opera su Mays e disse: «Beh, forse allora dovremmo almeno incontrarci. Se Willie si è fidato di lei per raccontare la sua vita, forse posso farlo anch’io»

 

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