L’uomo che palleggerà per sempre con tre lettere accanto. La morte di Jerry West

ADDII

 

Tutto quel che toccava, lo rendeva prezioso. Questo si diceva di Jerry West nella NBA, questo si dice ora che non c’è più. Era nato in una piccola cittadina del West Virginia e aveva guidato la squadra della sua università alla finale del campionato NCAA nel 1959, con l’amarezza di perderla di un punto pur avendone segnati 28. L’anno dopo era stato selezionato come secondo al draft NBA dai Lakers, a quel tempo ancora a Minneapolis, e non a Los Angeles: una storia durata 40 anni. Jerry West era stato ai Giochi di Roma nel 1960 e aveva vinto la medaglia d’oro. Giocava da play o da guardia e formava una grande coppia con Elgin Baylor, altra leggenda, morto tre anni fa. 

Nei pezzi che lo stanno ricordando in America in queste ore, di lui si scrive che era impressionante nel tiro in sospensione e poi in difesa, ma pare che avesse più soprannomi di chissà quanti giocatori messi assieme. Chi lo chiamava Mr. Outside, chi lo chiamava Mr. Clutch per i tiri decisivi nel finale, chi lo ha chiamato per tutta la vita Mr. Logo, e pure adesso, perché la silhouette con sui la NBA vende sé stessa era la sua. 

Con i Lakers a un certo punto aveva rotto. Tornò a lavorarci come allenatore [tre anni], raggiungendo al massimo una finale di Conference nel 1977, per altri tre è stato il capo scout, prima di diventare direttore generale nel 1982, trasformando quei Lakers in una delle squadre più belle da vedere all’epoca e da ricordare oggi, in ogni caso la più spettacolare. Cinque anelli e una schiera di leggende: Magic Johnson, Kareem Abdul-Jabbar, James Worthy, il non meno leggendario Pat Riley in panchina. West portò Shaquille O’Neal e Kobe Bryant nel 1996, era il dirigente che li affidò a Phil Jackson che arrivò un anno dopo .

Capiva le star meglio di chiunque altro spiega Ben Golliver sul Washington Post. “L’onestà era il suo biglietto da visita. Diceva: «L’unica cosa in cui credo quando ho a che fare con i giocatori è che non puoi mai mentirgli. Mai». È stato il migliore di sempre nella valutazione del talento, secondo the Athletic. Quando vide Kobe Bryant per la prima volta, complottò con il suo agente per portarlo a Los Angeles. 

Un altro famoso aneddoto riguarda Vlade Divac. West era l’unico che lo voleva, nonostante le obiezioni di tutti gli altri nel back office. Al Draft di New York, i Lakers avevano mandato un loro delegato. Aspettava in collegamento di sapere il nome da dichiarare. Dentro la stanza a Los Angeles, come racconta Kupchak, uno dei presenti, la maggioranza decise che andava preso il centro del Missouri, Gary Leonard. Siamo tutti d’accordo, si dissero. Allora West si chinò sul microfono collegato a New York e tutti sentirono che al delegato Hampton Mears fu passato il nome di Divac. Quelli nella stanza allargarono gli occhi, West aprì la porta, uscì dalla stanza e mentre se ne andava disse: «Ha troppo talento per lasciarlo agli altri». 

Jerry Brewer sul Washington Post scrive che la NBA non ha mai avuto un influencer come Jerry West, scrupoloso esperto di basket, una persona che ha continuato a lasciare il segno nel corso di una carriera diversa da qualsiasi altra, nella storia della lega

Rimane tuttora l’unico giocatore nominato MVP dopo una serie di finale NBA nonostante la sconfitta. Era il 1969, il premio fu un’auto, una Dodge Charger verde. Assomigliava al colore delle maglie dei Celtics ricorda il Washington Post. Nel suo libro di memorie raccontò però che quella sconfitta gli rimase dentro a lungo, non riusciva a guardare in faccia le persone.

È stato quello l’anno del famoso logo. La NBA – racconta Brewer – assunse un’agenzia di branding per progettare un nuovo marchio, quello che utilizza ancora. È una sagoma del dribbling di West. C’è sempre stata riservatezza sul nome del modello, ma è un segreto di Pulcinella. Una cosa tipicamente da West: era a disagio nell’essere stato l’ispirazione di uno degli emblemi più riconoscibili nello sport. Era tipicamente da West anche non presentarsi al palazzo la sera in cui i Lakers tornavano a vincere un anello, i suoi lakers, i Lakers costruiti da lui, quelli della stagione 1999-2000. Durante le partite casalinghe della squadra – ricorda David Aldridge su The Athletic – spesso se ne andava in giro per la città. A volte ascoltava alla radio la voce melliflua di Chick Hearn per sentire come stavano andando le cose. Quella notte, neppure. Tenne l’autoradio spenta. Percorse la Ventura Freeway fino a Santa Barbara, un centinaio di miglia a nord della città. Aveva chiesto al suo amico Bobby Freedman di chiamarlo, se ci fossero state buone notizie, come ha scritto nella sua autobiografia, West by West. Non era perché non gli importasse, ovviamente. Era perché gli importava davvero tanto.

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