addii
Il calcio di Franco Battiato
È morto il più sperimentale e isolato dei cantautori italiani. L’unico che nei suoi pezzi abbia osato citare bonzi, gesuiti, euclidei, un cammello in una grondaia, il mare in un cassetto, i muscoli del collo, il verbo fornicare, meccaniche divine, un cinghiale bianco e gli studenti di Damasco, gli inutili buffoni, le iene nei giornali, gli orinali sotto i letti.
È morto un meraviglioso siciliano, uno di quegli uomini del sud affamato di altri mondi senza strappare le proprie radici. Franco Battiato aveva 76 anni e c’era molto riserbo da tempo sulle sue condizioni di salute. Altri vi parleranno della sua grandezza artistica, enorme. Qui a Slalom possiamo solo ricordare la sua passione per il calcio. Aveva anche giocato. Ne parlò ai tempi dell’uscita dell’album L’imboscata in una intervista con Sebastiano Vernazza per la Gazzetta dello sport. Erano giorni in cui l’imboscata provava a farla l’Inter alla Juventus.
«Spero che l’agguato riesca. Per il piacere del rovescio, per l’interesse del torneo, per spirito cabalistico». Non si disse interista. «Simpatizzo per squadre che giocano bene come Vicenza e Atalanta: formazioni senza fuoriclasse, ma con un’anima».
«Da ragazzo, tra gli anni 50 e 60, ero mediano e mi ritrovai ad agire come libero. Un ruolo nuovo, per l’epoca. Credo di essere stato uno dei primi liberi siciliani. In senso temporale, intendo». Giocava nel Riposto, «espressione di un paese tra Catania e Taormina. Arrivammo in Promozione, ma la società rinunciò per motivi economici. Tutti parlavano del centravanti della Massiminiana di Catania. Dicevano: Farà grandi cose. Si chiamava Pietro Anastasi. Ad Acireale, ultima partita di campionato. Noi primi in classifica, senza la macchia di una sconfitta. Inchiodammo gli avversari nella loro area, ma non c’era verso di segnare: pali, traverse, deviazioni. Io passai il tempo a grattarmi le caviglie sulla linea di centrocampo. All’ultimo minuto l’ala destra dell’Acireale partì in contropiede ed effettuò un cross per l’ala sinistra. Intercettai maldestramente il passaggio e spedii la palla all’incrocio. Un autogol meraviglioso. E rammento un attaccante del Taormina, specialista nel fare gol dalla bandierina del calcio d’angolo. Impressionante: il colpo gli riusciva una volta a partita».
Anche il suo profilo così inconfondibile era dovuto al calcio. «Avevo 12 o 13 anni e un giorno, durante una partita, sbattei contro un palo della porta. Restai svenuto a lungo. Quando tornai in me, il naso era lievitato. Mio fratello suggerì: Vai a casa e fila a dormire senza farti vedere. Il mattino dopo la nonna venne a svegliarmi e alla vista della mia faccia prese ad urlare. Era una Sicilia distratta, accadevano cose tribali. Mia madre si preoccupò, ma aspettò una settimana prima di portarmi dal dottore. Il medico sentenziò: Se l’avessi visto subito, gli avrei ridotto la frattura. Ora non posso fare più niente».
Con la stessa autoironia raccontò della sua partita nella Nazionale cantanti. «Nel 1985, a San Siro, contro la nazionale femminile. Rischiai l’infarto per sventare gli scatti di una biondona. Non toccavo palla da vent’anni, non ero allenato. Dopo dieci minuti iniziai a vedere nero e uscii».
Ne abbiamo avute di occasioni perdendole
non rimpiangerle, non rimpiangerle mai.
Ancora un altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore.
Nuove possibilità per conoscersi
e gli orizzonti perduti non ritornano mai.
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