Una tappa così strana e profonda che lo dice anche la radio. Nárvaez ha soffiato la rosa a Pogačar

  Tadej Pogačar ha dato spettacolo e Jhonatan Nárvaez ha preso la maglia rosa. Il dilemma del primo giorno del Giro è chiaro. Bisogna decidere se licenziare questa tappa come una sconfitta dello sloveno o no. Del resto, da qui a Roma, qualcosa bisognerà inventarsi per non vivere davvero la corsa secondo la trama scontata scritta prima della partenza. Pogačar ha perso la prima maglia rosa oppure ha dato 10 secondi ai suoi avversari? Davvero ne ha? 

Anche la rivista Rouleur si sforza di trovare qualche elemento che tenga aperta non la corsa, ma almeno il racconto nei suoi paraggi. Rouleur dice che la UAE ha corso bene, le intenzioni della squadra erano chiare già sulla salita di Superga, terza categoria, dopo 80 km.  Rui Oliveira si è messo in testa al gruppo facendo un ritmo che ha tagliato fuori dalla cronaca i velovisti. Una mossa sensata, si legge, metterli sotto pressione fin dall’inizio per non portarseli al traguardo. 

Il Colle della Maddalena è stato il luogo del maggior danno. Mikkel Bjerg ha tirato forte sui pendii, pedalando a bocca aperta per lo sforzo. In poche centinaia di metri ha ridotto di 20 secondi il distacco dal drappello in fuga e ha fatto una vittima eccellente come Romain Bardet. Non era previsto che andassero in crisi pure alcuni dei compagni di squadra. Domen Novak era atteso come un gregario chiave in montagna per Pogačar nelle prossime tre settimane, invece ha fatto molta fatica già sulle salite di seconda e terza categoria, secondo Rouleur qualcosa che suona come un campanello d’allarme per le prossime tappe.

Accanto a Pogačar è rimasto il solo Rafal Majka. Certo, esiste sempre la possibilità che Tadej vinca il Giro facendo tutto da sola, ma nella loro corsa verso Torino, la UAE ha messo in luce alcuni punti deboli. Ed è proprio quello che aspettava il resto del gruppo

 

    Nárvaez aveva tenuto le ruote di Pogačar nel momento dello scatto che avrebbe dovuto bruciare tutti. Per raccontare la sorpresa venuta dall’Ecuador, Stefano Zago su Al Vento cita il Marcovaldo di Italo Calvino che attraversava la città sotto la pioggia a dirotto, curvo sul manubrio della sua bicicletta, avvolto in un impermeabile, «infagottato ed ingobbito»: sul portapacchi, una pianta che, presa a schiaffi dall’acqua, ogni volta in cui si voltava, pareva sempre «più alta e più fronzuta». Jhonatan Narváez ha poco a che vedere con Marcovaldo, ma l’acqua ed il freddo li porta dentro, e l’unico soffitto che può permettersi il plotone multiforme, il cielo, lo conosce bene: lui, “la avioneta”, il piccolo aereo, come lo chiamano, è cresciuto ad alta quota e, nel 2020, quando vinse a Cesenatico, al Giro d’Italia, lo fece davvero in un giorno di acqua e autunno. Oggi, invece, a Torino, sullo strappo di San Vito c’è il sole e così tanta gente da scordare quale rumore faccia il silenzio.

Filippo Lorenzon su Bici Pro non ha dubbi: Pogacar e la UAE Emirates hanno fatto divertire. Hanno corso a carte scoperte sin da subito, all’attacco già dalla prima frazione. Il Giro è lungo. Tadej sta bene perché comunque è arrivato davanti e ha già messo un piccolo gap tra se e gli altri uomini di classifica, però è innegabile che qualcosa non abbia funzionato

Nelle sue pagelle per Bicisport, Alessandra Giardini ha scitto che lo sloveno ha sbagliato a partire così da lontano. Ha dato invece 7.5 a Giulio Pellizzari, vent’anni, il più giovane del Giro. Non stava nella pelle per l’emozione dell’esordio. Poi prendi la bici ed è tutto più semplice: anche stare davanti a Pogacar, e provarci una, addirittura due volte. Quando Pogacar arriva e a 3,5 dal traguardo apre il gas, Giulio per un po’ resiste, poi capisce che è impossibile. «È il mio idolo», racconterà dopo il traguardo. «Ma ci riproverò, era solo la prima tappa». Al ct Bennati brillano gli occhi. La lezione: crederci sempre.

 

  CAMEI

Nicola Conci

 

Ci ha creduto fino a 3 km dal traguardo. Quando si è voltato a pochi metri dallo scollinamento di San Vito – scrive Bici Pro – Nicola Conci ha avuto la percezione del sogno che finiva. Quella sagoma bianca non lasciava spazio a dubbi, ma non ha cancellato la bellezza della sua azione. Il trentino ha attaccato, come pure Caruso e l’indomito Pellizzari. E per la prima volta da qualche anno ha sentito che tutto funziona come deve. La gamba spinge, il cuore la sostiene: a queste condizioni sognare non è più vietato

Alessandra Giardini su Bicisport lo vede così: A 27 anni non ha ancora vinto tra i professionisti, ma ha l’idea di rompere il digiuno in questo Giro. Il tempismo con cui scatta da solo sul San Vito è da applausi: mossa intelligente che avrebbe meritato miglior fortuna. Rimane al comando fino a 3 km dal traguardo, quando da dietro arriva Pogacar (e chi se no?) e lo scavalca. Ma Nicola non si smarrisce. È comunque quinto al traguardo di Corso Moncalieri, primo degli italiani.

 

  CLIC

La signora e il cane sulle strisce

 

 

Dopo il gatto di Pantani al Valico di Chiunzi, l’anno scorso conoscemmo il cane di Evenepoel sulla strada verso Atripalda. Sempre Campania. Sembrava una specialità della casa. Invece è sbucato un ciclocane anche dal Piemonte. Un cane al guinzaglio, peraltro. Alle spalle di Nicola Conci. Braccato. Non dal cane, ma dal gruppo. Tra il passaggio del fuggitivo e quello degli inseguitori, l’audace signora s’è lanciata col suo animaletto da una parte all’altra della strada, “come se fosse la cosa più normale del mondo” ha sottolineato il giornale belga Het Nieuwsblad. Una donna tuttavia disciplinata: ha attraversato sulle strisce pedonali. C’è anche il video. 

 

  ULTIMI

Davide Dekker

Un secondo prima dei 18 minuti di ritardo, Davide Dekker ha tagliato il traguardo senza battere nessuno. Non aveva nessuno alle spalle. È l’ultimo della prima tappa del Giro. È partito con il suolo di punta della Arkéa per le volate di gruppo. Quando arriveranno. Nel frattempo, su strappi e salite, va su col suo passo secondo la più classica delle definizioni di Davide Cassani. 

Dekker ha avuto una carriera tormentata da infortuni e allargie. L’anno scorso dovette lasciare il Giro battuto dal polline. Disse di aver sentito i polmoni in fiamme. Eppure il gruppo andava a un ritmo normale. In una intervista di qualche tempo fa, ha raccontato di aver iniziato un trattamento a lungo termine, nel senso che gli serviranno dai 3 ai 5 anni per recuperare. Intanto le cose vanno meglio. Non ieri.

 

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