Hanno disegnato anche stavolta il Giro d’Italia per tenerlo in bilico fino all’ultimo giorno. In genere funziona. Ha funzionato. L’anno scorso Geraint Thomas venne spogliato della maglia rosa il giorno prima dell’arrivo a Roma da Primoz Roglić per 14 secondi. Più o meno è andata allo stesso modo fra Jai Hindley e Tao Geoghegan Hart nel 2020, Tom Dumoulin vinse nel 2017 su Nairo Quintana per mezzo minuto, salvo essere battuto per 46 da Chris Froome nell’edizione successiva.
Per cinque volte nelle ultime otto edizioni [2012, 2016, 2017, 2018, 2020, 2022] tra il primo e il secondo c’è stato un distacco inferiore al minuto. In genere funziona, stavolta mmm. Da Venaria Reale il 107esimo Giro d’Italia parte con la sensazione che prima di iniziare sia già finito. I vecchi narrateur raccontano di quando Alfredo Binda veniva pagato per non partecipare, per non ammazzare la corsa. Il Giro 2024 non vede invece l’ora di gettarsi tra le braccia del Drago.
Il giornale belga Het Nieuwsblad l’ha detto in maniera spietata e precisa. “Solo un malore, una caduta o un guasto inspiegabile possono impedire a Tadej Pogačar di vincere. La questione non è chi vincerà questo Giro d’Italia, ma quante tappe perderà lo sloveno”.
L’Équipe come tutti lo mette in cima alla lista dei favoriti con le classiche cinque stelline. Il punto interessante è che non ci sono altri nomi finché le stelline non scendono a due [Geraint Thomas e Romand Bardet] o a una [Caruso, Dani Martinez, Ben O’Connor, Cian Uijtdebroeks].
Pogačar corre contro sé stesso e i record del passato. L’ultimo a portare la maglia rosa dal primo all’ultimo giorno è stato Gianni Bugno nel 90. Ci proverà? Bugno direbbe: vedremo. L’ultimo a vincere Giro e Tour nella stessa primavera-estate è stato Marco Pantani nel 1998. Tadej è in Italia per questo. RCS lo ha attirato per la prima volta con sei arrivi in salita, 44.650 metri di dislivello complessivi, passi leggendari come lo Stelvio, il Monte Pana due giorni dopo, il Passo del Brocon prima di concludere con la doppia ascesa del Monte Grappa per poi volare a Roma.
Come si prepara un Giro
Per sentirsi vivi alla vigilia di questa passeggiata annunciata, L’Équipe dice che Pogačar dovrà diffidare soprattutto del Giro, nel senso della corsa, la sua storia di trappole e sgambetti. L’anno scorso Evenepoel tornò a casa malato e positivo al covid quando era in maglia rosa. Molti polpastrelli italiani non gli risparmiarono critiche. Lo volevano in corsa pure col covid.
“Ogni anno – ha scritto L’Équipe – un corridore alza il dito per ricordarci che la terza settimana distrugge i corpi rimasti ancora in piedi”.
Il giornale francese ha ingaggiato come opinionista per la prima volta nella sua storia un corridore ancora in attività, e quel corridore – Roman Bardet – è al Giro per salire sul podio. Stamattina ha raccontato la sua preparazione per questa corsa che arriva dopo quattro mesi già pieni di gare, dove si rischia – ha scritto – “di finire appassiti come un ramo di mughetto a fine maggio”.
Lui è andato ad allenarsi al Teide in Spagna, con blocchi di allenamento di 21 giorni, pedalando in media 87 ore, accumulando ogni volta più di 60.000 metri di dislivello. In sostanza ha corso due volte il Giro prima del Giro. Fuori dalle corse. Ha trascorso 66 giorni d’allenamento contro i 17 in corsa, perché il Giro è la più difficile fra le tre corse di tre settimane. Questo almeno è il parere di Thomas Voeckler, attuale selezionatore della nazionale francese.
Gli sciovinisti siamo noi
Dalla Francia arriva stamattina un pezzo che potrebbe sembrare sorprendente, seguendo l’antico cliché dei francesi sciovinisti. L’Équipe è uscito con un pezzo nel quale mette in rilievo tutti gli ambiti nei quali il Giro è arrivato prima del Tour, spingendosi a scrivere che la corsa italiana è stata a un certo punto il modello da imitare per quella francese.
Pierre Périllat racconta come pietre miliari la prima volta di una donna in corsa [Alfonsina Strada nel 1924], la riscoperta di un passo mulattiero al 23% come lo Zoncolan [2003], il tracciato che rendeva omaggio alla giovane Unione Europea con incursioni in Belgio, Olanda, Germania, Lussemburgo e Francia [1973], il recupero delle strade sterrate [2010], la valorizzazione del patrimonio nazionale, l’utilizzo del Giro “come un museo viaggiante in ambientazioni sontuose [Arena di Verona, Piazza dei Miracoli di Pisa, Vaticano] quando il Tour non ci pensava ancora”.
L’Équipe stamattina definisce il Giro “più spettinato del cugino francese, il Giro ha sempre innovato. Ha pochi vincoli, non ha un traguardo finale obbligatorio come gli Champs-Élysées, sia Torino, Milano, Roma o Verona possono accogliere l’arrivo. La corsa procede secondo i suoi desideri, ben assecondata dalla geografia italiana. Ha terreno in abbondanza, non deve tagliare il vuoto in diagonale con tappe di transizione, inevitabili in un Tour che da qualche anno si sta dando all’audacia. Ispirato dal Giro?”.
E meno male che gli sciovinisti sono loro.
“Il pubblico del Tour – continua il giornale che il Tour lo organizza – viene soprattutto per vedere uno spettacolo. Quello del Giro viaggia per entrare in comunione con i corridori, grandi o piccoli, come quando si va a messa. È un pubblico propenso a onorare gli eroi del passato, sull’asfalto sono spesso scritti i nomi di Coppi o Pantani, preceduti dalla tradizionale W. Il tifoso è esuberante, a tratti scherzoso, sempre rispettoso. Un campione, anche in declino, resta un campione. Chris Froome, caduto nell’anonimato totale al Tour vinto quattro volte, in Italia sarebbe ancora celebrato”.
Sono tratti genetici che il Giro ha dovuto accentuare in assenza dei grandi protagonisti che scelgono di andare al Tour. L’organizzatore, scrive L’Équipe, ha tentato per qualche anno di sfidare le gerarchie, finché non ha accettato di “coltivare la differenza della sua corsa”, dove hanno spesso vinto “campioni scarsamente esportati”. Un campo “sistematicamente meno competitivo, una manifestazione italocentrica da tempo: 69 successi di casa in 106 edizioni”, che tocca però quest’anno il numero minimo di 45 italiani al via”.
Buon viaggio, allora. Come scrive Yohann Hautbois, inviato ancora de L’Équipe: “Cosa faremo per le prossime tre settimane? Il programma prevede di decifrare ogni mattina le pagine rosa della Gazzetta dello Sport davanti a un caffè ristretto e un babà piccolo su una terrazza soleggiata. Poi partire in scia al gruppo, sì, in macchina, con i finestrini aperti ascoltando ascoltare Gianna Nannini, Lucio Battisti e Al Bano-Romina Power, ma sì, Felicità. Alcuni risvegli saranno più freddi, più velati, nel profumo di un vecchio bistrot che avrà conservato cimeli di Fausto Coppi, oppure immagini pie di Gino Bartali in seppia, in bianco e nero, nel profondo delle Alpi Biellesi o delle Dolomiti, in Abruzzo, lungo la languida Liguria o verso la costa adriatica. Dopo sei mesi passati sotto un cielo wagneriano, un soggiorno in Italia, il paese di tutte le fantasie – romantiche, culturali e culinarie – non farà alcun male, anche se nelle ultime edizioni sono stati necessari piumini a maniche lunghe”.