Come si maneggia tutta questa felicità, quando per il resto della tua vita sei stato in compagnia di delusioni e dintorni? Che relazione si può stabilire con una squadra, la tua squadra, che ha vinto il primo scudetto senza perdere una partita, dopo averti formato, educato, assuefatto, alla sconfitta? Intorno al Bayer Leverkusen c’è una sensazione di incredulità. Se ne è fatto portavoce nelle scorse settimane Jannis Carmesin su Die Zeit, in un pezzo spiritoso ma non troppo, nel quale ha raccontato che la sconfitta è stata fondamentale per la costruzione dell’identità dei tifosi della squadra. Cosa si perde allora quando passi dall’altra parte, quando diventi pure tu un vincitore come gli altri?
Carmesin racconta che dallo scorso inverno sono iniziati i sogni ad occhi aperti, per chi tifa Bayer. “Ho immaginato come sarebbe stata la festa per il campionato. Io ero uno di quei tipi che fa invasione di campo dopo il fischio finale? C’è una nota sul mio cellulare dove ho scritto: guarda i video su come si taglia la rete della porta. Non scherzo. Quando il Bayer Leverkusen è diventato campione di Germania per la prima volta, molte cose sono andate davvero come avevo immaginato. Quando migliaia di persone erano già scese in campo, anch’io ho fatto una corsa, ho attraversato la curva. ho abbracciato amici e sconosciuti e alla fine ho addirittura tagliato un pezzo di rete dalla porta con un accendino”.
Per molti anni il Bayer Leverkusen si è portato dietro due soprannomi gonfi di sarcasmo. Uno sulla mancanza di vittorie: il Neverkusen. L’altro sui molti secondi posti: il Vizekusen. Servirebbe un referendum per votare il più perfido. Per decenni le curve delle squadre avversarie hanno cantato lo stesso coro per una squadra mai arrivata in vetta, collezionista di fallimenti in serie nel momento della verità.
“Per l’identità tifosa del Leverkusen – ha scritto allora Carmesin – la sconfitta è stata centrale, così come le aspettative deluse, l’insignificanza cronica. Gli stessi nostri cori dicevano: saremo campioni di Germania l’anno prossimo. Questo primo titolo cambierà il modo in cui vediamo noi stessi. Ci conosciamo nel momento della delusione, l’abbiamo sperimentata innumerevoli volte. Ora all’improvviso dobbiamo chiederci: chi siamo nel trionfo? La mia fascinazione per questo club – continua il suo racconto – è iniziata in un momento di sconfitte. Avevo otto anni, avevo appena cominciato a interessarmi al calcio e mi piaceva un centrocampista di nome Emerson, un brasiliano delicato e calvo. In una sera di inizio estate del maggio 2000, ho visto su Sportschau la squadra che crollava a Monaco. Ho visto le lacrime di un giovane Michael Ballack, che con un autogol aveva dato il via alla sconfitta. E poi Emerson, il mio idolo, ha annunciato il suo trasferimento alla Roma dicendo che il Bayer Leverkusen non avrebbe vinto mai niente, mai, mai, mai”.
Due anni dopo, il Nervkusen è stato assai Vizekusen, arrivando secondo in campionato, perdendo la finale di Coppa contro lo Schalke e quella di Champions League contro il Real Madrid. Tre volte secondo in una sola stagione. Carmesin la chiama “un’esperienza di pre-morte, tanto che negli anni successivi ho espresso la mia solidarietà a tutti i perdenti. Sono diventato un tifoso ancora più accanito. Ho cominciato ad andare allo stadio tutte le volte che potevo, mi sono trasferito nel Nord per studiare e ho fatto l’abbonamento annuale”.
Ora. Con tutte queste vittorie, con tutta questa gloria, tutta questa gioia: adesso che si fa?