La seconda stella dell’Inter. Cronaca di una stagione annunciata

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DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA

Il ventesimo scudetto dell’Inter

 

      Simone Inzaghi nasce allenatore in serie A per un equivoco, per caso o per un capriccio, forse per tutt’e tre le cose messe assieme, perché Marcelo Bielsa dice di sì alla Lazio e davanti all’altare ci ripensa come fa Dustin Hoffman nel Laureato. Simone Inzaghi nasce allenatore in serie A come un ripiego ma impiega poco a dimostrare che invece appartiene all’Etnia Ossessione, quelli che studiano, non pensano quasi ad altro, si fanno logorare prima dalla preparazione della partita e poi dalla partita. Quei tipi che prima o poi trovi con uno scudetto sotto al braccio. 

Se il covid non avesse sconvolto il mondo, avrebbe potuto portarne uno alla Lazio, vai  a saperlo. Se due portieri di riserva rumeni non avessero messo le mani sul campionato ciascuno a modo suo, con l’Inter ci sarebbe arrivato prima. È la storia famosa di due anni fa. Il primo giocava con il Milan, si chiama Ciprian Tătărușanu, prese per qualche settimana il posto di Mike Maignan infortunato e in una di quelle domeniche prese soprattutto un rigore a Lautaro Martinez nel derby. In quel momento non ci fu neppure troppo motivo di dar peso alla parata. Invece alla fine sarebbe stata decisiva per lo scudetto. Tolse 2 punti all’Inter, e altri ne tolse Ionit Radu, titolare al posto di Handanovic, protagonista a Bologna del medesimo misfatto toccato a suo tempo al povero Sarti a Mantova, una papera che fa deragliare lo scudetto quando ormai ci siamo. 

 

Per superare tutto questo serviva un’impresa eccezionale, un altro campionato finito y chiuso a febbraio, come con il Napoli un anno fa. L’Inter ha avuto la Juventus dietro i talloni due-tre mesi in più rispetto al passo di Spalletti, ma era già una Juventus in affanno, in tutta evidenza per chi avesse avuto voglia di vederla, incapace di correre allo stesso ritmo di una squadra dalla migliore difesa, dal miglior attacco, dal gioco più ricco di soluzioni. Il gioco più bello.

[Qui l’analisi tattica dell’Inter a cura di Daniele Pergolizzi per Ultimo Uomo e qui l’analisi di Claudio Pellecchia per Rivista Undici]

Interstellar è il gioco di parole più adoperato stamattina dai titolisti, citazione del film di Cristopher Nolan con Matthew McConaughey.

|  Maurizio Crosetti su Repubblica aggiunge Edoardo Bennato e il vecchio Alessandro Manzoni quando scrive: Seconda stella a destra, questo è il cammino. Tutto scintilla nei colori accesi dalla pioggia, tutto è smaltato e lucente in questa festa nerazzurra in casa d’altri, mai come stavolta in casa propria, la casa dello scudetto di vetro e cemento. Altro che cartone. Seconda stella a destra, poi sempre dritto. Inter Stellar. L’Inter e il suo scudetto: i Promessi Sposi

|   Paolo Condò, sempre su Repubblica, dice appunto che del ventesimo scudetto dell’Inter resterà nella memoria la bellezza del gioco, secondo molti tifosi il migliore di sempre, secondo noi — che una decina ne ricordiamo e quelli della Grande Inter li abbiamo visti da bambini e rivisti nei documentari — quasi anche. La famosa costruzione dal basso, ultima frontiera della lite calcistica, è stata assemblata con un sistema di pesi e contrappesi da orologio svizzero che porta i suoi esecutori a svilupparla al volo — a un tocco, perché è questo uno dei misconosciuti segreti del “giocar bene” — risalendo il campo a velocità supersonica nelle zone svuotate da avversari. È persino grottesco vederla portare come esempio: Marotta e Ausilio ci hanno messo così tanti piedi buoni, e Inzaghi ci ha aggiunto così tanto lavoro, che pensare di poterla replicare in breve è pura presunzione

|   Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sport ricorda come in estate, le esigenze di bilancio hanno sfilato la spina dorsale dell’Inter: il portiere (Onana), il miglior marcatore (Skriniar), la prima guida (Brozovic), due attaccanti che in nerazzurro avevano segnato un’ottantina di gol (Lukaku, Dzeko). Con Pavard al posto di Skriniar, che restava per lo più piantato dietro, Inzaghi ha potuto spingere con due braccetti, non più con il solo Bastoni: più qualità e imprevedibilità in costruzione. Con Calhanoglu al volante, la circolazione è diventata più veloce e verticale e ne ha beneficiato tutta la squadra. La convivenza con Mkhitaryan è stata un’opera di alta ingegneria tattica. Barella, stagione gigantesca, ha dato spesso il cambio al turco, sempre pressato stretto, e si è alternato all’armeno nelle incursioni offensive. Di gran lunga, la mediana più forte d‘Italia, con pochi paragoni in Europa. E poi Marcus Thuram, la sorpresa più bella: un po’ Lukaku, per gol, fisicità e corsa profonda; un po’ Dzeko per la rifinitura che ha esaltato Lukaku”. 

|   Anche per Paolo Brusorio su La Stampa si tratta dello scudetto del gioco. Senza se e senza ma. Non c’è stato un momento in questo campionato in cui l’Inter non sia stata interprete di quello spettacolo chiamato calcio. E se c’è stato, giusto perché si vede già qualche ditino alzato là in fondo alla classe, è passato talmente inosservato, è stato talmente irrilevante nella cavalcata nerazzurra da non lasciare neanche l’ombra di un dubbio.

Daniele Dallera sul Corriere della sera considera che questa Inter è stata talmente «bella» che potrebbe sfilare alla settimana della moda di Milano, evento internazionale, anche se sarebbe stata buona cosa, quanto a dimensione europea, se avesse continuato la sua passerella in Champions

|   Enrico Veronese su il Foglio fa notare che “i nerazzurri hanno vinto la Serie A con la rosa più anziana del campionato nonostante un ottimo settore giovanile. Per molti dei protagonisti è un successo che premia anni di tanto lavoro  la rosa più anziana di tutto il campionato: i suoi 25 elementi infatti hanno un’età media che raggiunge i 28.8 anni, e scende a 28.2 – senza inficiare il primato – se si considerano anche i circa venticinque minuti che Ebenezer Akinsanmiro, classe 2004, ha totalizzato sostituendo Davide Frattesi al 77° minuto di Inter-Lecce. Non un record assoluto (la Juventus 2016-2017 ha concluso la stagione da detentrice con 29 anni e 246 giorni di media) ma un indicatore plastico del fatto che, almeno ad Appiano Gentile, il nuovo non avanza e si afferma l’usato sicuro.   lo scudetto dell’Inter 2023-2024 diventa il premio alla carriera per molti dei suoi protagonisti, che al pari del loro coach mai prima lo avevano visto così da vicino, almeno in Italia: Çalhanoğlu, Thuram, Dumfries, Dimarco, Acerbi, senza contare Sommer e Pavard, non c’erano l’anno di Antonio Conte, e nelle rispettive esperienze esterne avevano riscosso solo trofei minori. Per Mk’hitaryan bisogna andare indietro di oltre dieci anni, per ritrovarlo campione ucraino con lo Šachtar Donec’k”

|   Ettore Intorcia sul Corriere dello sport-stadio ha scritto che “se la notte di Istanbul ha radicato nei ragazzi di Inzaghi la consapevolezza di essere cresciuti anche a livello internazionale e di poter vincere giocando quel tipo di calcio, l’incubo vissuto a Bologna due anni fa è una lezione che l’Inter ha imparato e ha metabolizzato

 

Oggi ci sarà il pullman scoperto con la squadra in trionfo per la città. Potrebbe piovere, ma non è la stessa cosa che nei giorni di Mazzarri. Se maltempo sarà, la festa slitta a domani. Anche ieri su Milano c’era quel tempo un po’ così. Luigi Garlando sulla Gazzetta: “Pioviggina come il 2 novembre, cielo grigio e chiuso come un marciapiede, nebbiolina da caldarroste, però, appena l’arbitro Colombo fischia tre volte, si squarciano le nubi e, alta nel cielo di San Siro, s’illumina una stella.  il paradiso in casa del Diavolo.

Gli altoparlanti sparano musica a palla per coprire i canti di gioia della Nord. Eclissare la seconda stella, invece è impossibile. La prossima maglia dei campioni d’Italia assomiglierà alla Notte stellata di Van Gogh: il nero, il blu e due globi dorati”.

La stella tocca le corde sentimentali pure in Gianni Riotta, che su Repubblica ha scritto uno di quei pezzi biografici e tifosi in cui si ripercorrono scudetti del passato, stelle, palpiti del cuore: ci sono 38 cognomi dentro, da Stravinskj a Paul Giamatti. Finisce con Amala. Col punto esclamativo. 

 

  ARTEFICI

Simone Inzaghi

 

|   Gianni Visnadi sul Giornale sottolinea che “il calcio sempre bello e spesso bellissimo” si deve a lui, l’allenatore che ha cambiato il modo di interpretare un modulo che nessuno in Europa gioca come lui. Tempi, inserimenti, occupazione degli spazi, un coro perfetto su uno spartito vincente

|   Inzaghi ha dovuto attraversare una linea d’ombra, come accenna Paolo Tomaselli sul Corriere della sera, quella che separa l’allenatore che si sente ancora giocatore dal tecnico maturo, «paterno» come recita la motivazione del premio Bearzot appena vinto”. 

|   Andrea Ramazzotti sulla Gazzetta dice che Inzaghi ha costruito lo scudetto non sull’impermeabilità della difesa (comunque la meno battuta del campionato) o sull’esplosività dell’attacco (comunque il migliore del torneo), ma sull’equilibrio trovato in campo tra tutti i reparti grazie a un gioco corale e sempre votato a costruire qualcosa

|   Gabriele Romagnoli su Repubblica lo ha definito l’alternativa a “pazzi”, “martelli”, uomini forti e titolati, che fanno il vuoto e lo lasciano. Inzaghi è uno studente di Ancelotti, piuttosto, un aziendalista (perfino se il proprietario è Lotito), un gestore tranquillo, che va d’accordo con i giocatori, usa quelli che gli mettono a disposizione e non recrimina per quelli che gli tolgono. Non ha mai declassato una rosa, come spesso Mourinho e Conte. Ha sempre cercato di trovarci qualcosa di buono, di migliorare quel che c’è, magari cucinandolo diversamente

|   Giulia Zonca su La Stampa scrive che è stato il fratello di, il fidanzato di, il cocco di e mai che abbia alzato la voce per manifestare un legittimo fastidio. Simone Inzaghi lascia le sue parole in campo, ne esce senza più fiato, rauco, succede da quando è diventato allenatore, un minuto dopo aver smesso di giocare, vocazione o visione: orizzonti che hanno bisogno di tempo e lui lo ha usato Questo modo di portare il ruolo apparentemente privo di bizze, senza la filosofia di Guardiola, l’empatia di Ancelotti, la ruvida sicurezza di Conte, in assenza dell’anima rock di Klopp, dell’esibizionismo di Mourinho, ha contribuito a renderlo illeggibile. n punta di piedi nei mocassini anche se i tecnici all’avanguardia portano le sneaker.

|   In una lunga analisi su Ultimo Uomo, Marco Gaetani chiude dicendo che chi qualche tempo fa chiedeva l’evoluzione di Inzaghi in allenatore sergente, adesso festeggia i trionfi di un allenatore fratello, che nel momento più importante ha scelto di respirare, di godersi il percorso più della ricompensa”.

|   Giovanni Battistuzzi sul Foglio scrive: Simone Inzaghi ha sempre lasciato parlare tutti, quasi mai ha risposto a tono, cercato di zittirli. E questo perché, in fondo, Simone Inzaghi non li ha mai davvero ascoltati, forse li ha uditi, ma se ne è fregato il giusto di quelle parole.  Basso profilo, poche parole, spesso di circostanza, assoluto menefreghismo alla polemica fine a se stessa. La semplicità di chi sa che nel calcio tutto si adatta in qualche modo, basta sapere dove si vuole arrivare. Simone Inzaghi non ha cambiato nulla delle sue convinzioni, non ha mai cercato la perfezione, ha preferito la consapevolezza che questa non esiste e l’imperfezione va benissimo se si è ostinati a migliorare almeno un pochino le cose.

|   Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio dice che Inzaghi ha dato vita a una creatura solida, compatta, unita e convinta. Ha fatto un gran lavoro, perfezionando un modulo da cui non si è mai staccato e chissà se mai si staccherà Ora la sua scommessa sarà superare quota 20 e se dietro non si danno una mossa è un traguardo più che possibile

 

PROSPETTIVE

Il club

 

Se Marotta dedica lo scudetto al proprietario Zhang lontano, una ragione ci sarà. Ma è una ragione avvolta nelle nebbie, come avvolto nelle nebbie è da tempo tutto il calcio di Milano, nella città che si è eletta a guida d’Italia, ma oggi priva di un’imprenditoria capace di sottrarre all’incertezza due dei suoi gioielli, i club di calcio che furono i primi d’Italia a vincere la Coppa dei Campioni. 

La proprietà del Milan è sotto la lente della procura, oggetto di un’indagine che punta a verificare se davvero c’è stato un passaggio di mano da un fondo [Elliott] all’altro [RedBird]. Tutto ciò accade dopo i misteri che hanno accompagnato l’uscita di scena della famiglia Berlusconi, con i vari Yonghong Li e Bee Taechaubol, e con una sola certezza: cambiano i board, cambiano le proprietà, ma Paolo Scaroni è sempre là. 

Non è più cristallina la proprietà dell’Inter. I suoi legami con il partito comunista cinese hanno condizionato investimenti e operazioni, senza che in Italia sia davvero importato qualcosa a qualcuno. Ai tempi del governo Draghi è stato il Guardian a chiedersi come potessero stare insieme, nello stesso paese, delle iniziative parlamentari che chiedevano sanzioni alla Cina per la persecuzione degli uiguri e il totale silenzio istituzionale e mediatico sulla proprietà di uno dei club più gloriosi, il club campione d’Italia. 

Di rosso sono rimasti i conti. 

|   Andrea Sereni sul Corriere della sera stamattina scrive che “l’intesa col fondo statunitense Pimco per il rifinanziamento del prestito è un segnale: il presidente ragiona a lunga scadenza”. Sarà così. Qui a Slalom pare un ragionamento con l’acqua alla gola. Qualche sera fa, alla presentazione del suo ultimo libro, Arrigo Sacchi ha detto che vincere facendo i debiti significa barare.

|   Franco Vanni su Repubblica scrive che stadio e Mondiale sono le prossime tappe dell’Inter di Zhang. Ma il primo non è che un’ennesima nebulosa, molte chiacchiere, ripensamenti, ripicche, veleni, una telenovela che regge il confronto con quella della pista di bob olimpica per Milano-Cortina. Il secondo punto è quel nuovo torneo che andrà a drogare ulteriormente le economie calcistiche nazionali, aggiungendo squilibri a squlibri, in senso inverso a ciò che farebbe l’America e a ciò che sarebbe necessario al calcio. 

|   Monica Colombo, sempre sul Corriere della sera, ammette che la situazione finanziaria del club, nonostante gli introiti da diritti tv e le ingenti risorse da botteghino garantite da un San Siro sempre pieno, esclude voli pindarici

|   Questo è il quadro nel quale Stefano Barigelli, direttore attuale della Gazzetta dello sport, si sbilancia stamattina nel suo editoriale con quella ruvidezza che si riserva alle grandi cause, dicendo che da tempo l’Inter sarebbe dovuta passare di mano secondo disinformati di professione, economisti per mancanza di prove, insomma quel caravanserraglio che fa da contorno, spesso degradato, al calcio italiano.

 

Ci sono posti e contesti nei quali si possono archiviare senza danni e senza processi anche errori enormi e scommesse senza senso: vedi alla voce Sanchez e Arnautovic. Questo è il quadro nel quale Giuseppe Marotta celebra il decimo scudetto personale, in un derby chiuso dai gol di Acerbi e Thuram, i due cognomi più citati uno accanto all’altro nei giorni del controverso caso di razzismo verso Juan Jesus, ovviamente presto rimosso dal calcio italiano.

|   Ne fa riferimento Ivan Zazzaroni sul Corriere dello sport-stadio: il gol che ha aperto la serata l’ha segnato Acerbi, protagonista dell’unico imbarazzo provato dalla squadra e dalla società negli ultimi mesi, e insomma come si può dubitare del destino e della sua forza?

Umberto Zapelloni sul Foglio dice che nel calcio italiano sposta di più Beppe Marotta di Cristiano Ronaldo. L’amministratore delegato nerazzurro sta a metà strada tra un architetto e un ingegnere. Progetta, costruisce e abbellisce. E all’occorrenza si inventa anche delle soluzioni che con il tempo si rivelano vincenti. Una vera archistar.  Fare cassa con i migliori e ricostruire. Un metodo vincente che l’Inter ha proseguito anche l’estate scorsa con le cessioni di Onana e Brozovic, dopo il capolavoro inarrivabile della cessione di Lukaku, poi ripreso gratis. Incassare e reinvestire, magari andando a trovare quei parametri zero che possono cambiare volto a una squadra.

 

  testimonianze Massimo Moratti

➣   Cosa risponderebbe a chi dovesse dire che l’Inter di scudetti ne ha vinti 19 e non 20?

«Che senza tutto quello che sappiamo saremmo già a quota venticinque». [alla Gazzetta dello sport]

 

 

La squadra

 

Nelle tradizionali considerazioni sparse, il sito Sportellate scrive con Giuseppe Allegrini: Dall’entusiasmo di Pavard alla mentalità di Frattesi, dal record di reti di Lautaro alle incredibili stagioni di Mkhitaryan e Darmian, dall’esplosione di Dimarco e Thuram alla definitiva consacrazione di Calhanoglu e Bastoni, ogni giocatore nerazzurro ha saputo ritagliarsi il proprio spazio in questo ingranaggio perfetto

Sommer

Giovanni Battistuzzi sul Foglio: Yann Sommer non è il portiere più forte che ha difeso la porta dell’Inter, non è nemmeno il più forte che ha difeso la porta dell’Inter guidata da Simone Inzaghi, ma è stato quello che è riuscito a tranquillizzare di più chi aveva davanti. È un po’ come nella reclame della Galbani di qualche anni fa, Yann Sommer come la Galbani, vuol dire fiducia. 

E vuol dire fiducia perché Yann Sommer non ha bisogno di urlare, di incazzarsi, di prendere la scena. La sua guida della difesa è silenziosa e dolce, sussurrata. Eppure inflessibile. Precisa e sottile come può essere il segno di un bisturi sulla pelle

Franco Vanni su Repubblica: I tifosi aspettavano il 21enne Trubin, invece è arrivato lui che di anni ne aveva già quasi 35. Sostituire Onana sembrava impossibile, è andato ben oltre la richiesta di non farlo rimpiangere.

Pietro Guadagno, Corriere dello sport-stadio: Certo, non sarà un regista aggiunto, ma con i piedi se l’è cavata egregiamente.

 

Bastoni

Pietro Guadagno, Corriere dello sport-stadio: Difensore o centrocampista? La realtà è che ormai la sua dimensione è doppia. Non è solo questione di piede educato, ma anche di visione di gioco e di tempismo negli inserimenti, anche grazie alla perfetta “sincronia” con Dimarco. Si può dire che faccia scuola da questo punto di  vista: difficile, insomma, trovare un altro difensore con le stesse qualità. Senza di lui, l’impianto di Inzaghi perderebbe un cardine fondamentale

 

Lautaro Martinez

Furio Zara, il Foglio: Uno dei pochi fuoriclasse certificati che frequentano la Serie A, un cannoniere implacabile, un capitano per suffragio popolare, un simbolo dell’identità nerazzurra, i gol di Lautaro arrivano come fossero naturali, eppure dietro ogni rete c’è la fatica di una conquista. Lo aiuta il fisico, resistente, duro ma agile, da biscia. È confortato da un’armonia solidissima e una intuizione irresistibile, che gli fa sentire il gol un attimo prima

Paolo Tomaselli sul Corriere della sera: Il Toro è quello che dà la scossa quando l’Inter deve cambiare passo e lo fa trascinando con l’esempio, rinculando a centrocampo per scavare in cerca di pepite da distribuire ai compagni che si inseriscono”

Franco Vanni, RepubblicaCapitano, trascinatore, motivatore. Racconta così la nascita del soprannome Toro: “In Argentina da ragazzino mi dicevano che ero un bruto”. L’Inter ha il suo sguardo e la sua fame. 8 Thuram Il miglior colpo dello scorso mercato. La sorpresa più bella, in una stagione che di sorprese ne ha riservate tante. Non stupisce che lo vogliano in mezza Europa.

 

Calhanoglou

Paolo Tomaselli, Corriere della sera: Centro di gravità permanente, il turco è il direttore d’orchestra capace di sostenere anche ritmi da metallaro se serve, dato che quest’anno si è disimpegnato alla grande anche in fase di interdizione, quando la palla era nei piedi dell’avversario

Franco Vanni, Repubblica: Era difficile immaginare l’Inter senza Brozovic. E non era scontato vedere in Çalha un regista. La trasformazione tattica del turco è uno dei segreti della seconda stella.

 

Thuram

Paolo Tomaselli, Corriere della sera: Preso per fare la riserva di Lukaku — è diventato subito il titolarissimo. Lui, al secondo anno in carriera da attaccante centrale, ha assorbito tutto come una spugna, unendo tecnica di base, fisicità e senso del gioco a un carattere solare e positivo.

Stefano Chioffi, Corriere dello sport-stadio: Thuram junior si è rivelato l’idea geniale dell’Inter:  È diventato il gemello perfetto di Lautaro: questione di chimica. Se Kvara si era dimostrato il socio ideale di Osimhen, l’intuizione meravigliosa del Napoli campione d’Italia, il francese è stato l’affare low-cost di un mercato intelligente, dove la competenza a volte può piegare l’onda di chi ha tanti soldi

 

Barella

Paolo Tomaselli, Corriere della sera:L’impressione dei mesi decisivi è stata quella di un giocatore che ha fatto un salto di qualità, più maturo nella gestione dei momenti chiave della partita, meno fumantino nel rapporto coi compagni

Pietro Guadagno, Corriere dello sport-stadio: Una dinamo inesauribile, capace di alimentare di elettricità un’intera squadra. È vero, ha segnato meno dell’anno scorso (evidentemente il suo mirino non era sempre centrato), ma con il suo moto perpetuo,  imprescindibile per le rotazioni della mediana, la sua capacità di assaltare l’area, oltre che, all’occorrenza, di tamponare, è stato comunque il solito trascinatore

 

Dimarco

Paolo Tomaselli, Corriere della sera: Il ragazzo delle giovanili che si rimboccava le maniche della maglia troppo lunga nei pulcini, non solo è l’unico esempio di questa traiettoria tutta nerazzurra, ma è anche uno dei giocatori che con il lavoro è cresciuto di più, diventando già dallo scorso anno uno degli esterni sinistri più produttivi d’Europa

Franco Vanni, Repubblica: Corri, crossa, copri, repeat . Quanti palloni mette lì in mezzo Dimarco. E quanto è prezioso nell’insegnare cosa significhi essere interisti ai nuovi arrivati.

Pietro Guadagno, Corriere dello sport-stadio: La vera novità, però, sono i suoi tagli sulla destra. Ogni anno, riesce ad aggiungere qualcosa al suo già ricco repertorio

 

Il DNA dell’Inter

  L’Inter è un’eresia per vocazione sin dalla sua nascita. Esiste perché un giorno lasciò il Milan un gruppo di dirigenti, scontento di come il presidente Camperio stesse fronteggiando la federazione sul tema degli stranieri in campo. Fare a meno gli pareva insostenibile. La storia dice che i dissidenti erano quarantaquattro e che si ritrovarono la sera del 9 marzo 1908 in un ristorante dove si davano appuntamento in genere gli attori. L’Orologio. Si diedero come colori quelli scelti dal socio Giorgio Muggiani, segretario e futuro protagonista delle campagne pubblicitarie per Cinzano, Martini, Pirelli e Rinascente. 

«Questa notte splendida darà i colori al nostro stemma: il nero e l’azzurro, sullo sfondo dorato delle stelle. Si chiamerà Internazionale, perché noi siamo fratelli del mondo». 

La Gazzetta dello sport parlò di deplorevole scissura che non pochi malintesi hanno creato in seno al Milan Club. Scopo precipuo del nuovo club è di facilitare l’esercizio del calcio agli stranieri residenti a Milano e diffondere la passione fra la gioventù milanese, alla quale vanno fatte speciali e assai lodevoli felicitazioni». 

Nel libro Il meraviglioso giuoco. Pionieri ed eroi del calcio italiano 1887-1926, lo scrittore Enrico Brizzi parla di intento esplicito di garantire alla città una squadra di campioni, senza riguardo per il loro passaporto. La nascita dell’Inter sottrasse forza al Milan, e questo si spiega con argomenti logici. Ma per tutti quegli anni la maledizione degli Hintermann avrebbe condizionato la psicologia milanista e il folklore del derby della Madonnina

La maledizione consiste nel fatto che i fratelli Enrico, Carlo e Arturo se n’erano andati dal Milan accompagnando la porta sbattuta con un anatema alla Santuzza della Cavalleria Rusticana: «Il Milan non vincerà più un campionato finché noialtri saremo al mondo». 

Oreste del Buono ha scritto che allora agli inizi di ogni nuovo campionato ci si informava della salute degli Hintermann, svizzerotti maledetti

 

  Il primo scudetto dell’Inter è già bagnato di controversia. Arrivò dopo uno spareggio giocato contro la Pro Vercelli, che aveva diversi calciatori sottoposti agli obblighi di leva – ancora Brizzi – altri infortunati e altri ancora “prenotati” per tornei amatoriali che si sarebbero svolti in quella domenica. Invece di prendere il toro per le corna, la Federazione concesse ai Vercellesi di rimandare l’incontro. Andava bene a tutti il 24 aprile? L’Inter accettò sportivamente di rimandare a quella data, ma la Pro continuò ad accampare pretesti e richiese un nuovo rinvio. La federcalcio si impuntò, l’Inter si presentò sul campo il 24 aprile 1910 e non trovò né la prima, né la seconda e nemmeno la terza squadra dei Bianchi: sul rettangolo, circondato da una folla tumultuante, scesero loro incontro undici nani con la divisa della Pro. Ci volle un attimo per realizzare che erano i ragazzini della giovanile, di età compresa fra gli undici e i quindici anni. Il più stupefatto fu lo slanciato capitano nerazzurro, Virgilio Fossati, che era pronto a scambiare il gagliardetto con l’omologo vercellese e si vide venire incontro un marmocchio di undici anni che gli porgeva, sfacciato, dei cioccolatini. Il tredicenne capitano dei Piemontesi, invece, porse allo svizzero Peterlj una lavagnetta completa di gessi. «Così potrete segnare i record della vostra grande giornata», spiegò con un sorriso beffardo il giovanissimo. Era Alessandro Rampini, fratello minore del titolare Carlo, destinato a un grande avvenire come giocatore-bandiera del club. Alla rivista ufficiale della federazione, Foot-Ball, non resterà che commentare con sdegno la farsa: «A noi, oggi, tocca un compito triste e ingrato… oggi siamo costretti a commentare, con l’animo ancora commosso da sdegno, quella che avrebbe dovuto essere l’apoteosi del tanto combattuto campionato del 1910 e che fu mutata… in uno spettacolo da burattini… sul terreno undici marmocchi alti un soldo di cacio… davano sfogo a tutta la malvagità propria dell’infanzia abbandonata ai suoi istinti». Finì 10-3. 

E qui resta senza risposta la domanda su come fecero a prendere tre gol da dei bambini.

Passarono dieci anni per un secondo titolo (1920) e altri dieci per un terzo (1930), fino a infilarne altri due tra il primo grande ciclo della Juventus di Carlo Carcano, i cui investimenti spazzarono via dalla scena definitivamente i club provinciali, e gli anni d’oro del Bologna, la squadra accompagnata dallo slogan che tremare il mondo fa

L’attesa successiva si sarebbe spezzata solo davanti alle due Inter di Alfredo Foni (1953 e 1954) e finalmente Helenio Herrera

 

  Foni era il nome al quale Gianni Brera faceva risalire una traccia essenziale della vocazione italiana al catenaccio

L’Inter – scrisse si rannicchiava davanti a Ghezzi e fiondando avanti con l’umile Mazza invitava i suoi mattocchi al contropiede. La ineffabile critica italiana non finiva di prodigare insulti a quell’ nter fin troppo cruda nello smentirla. La stupidità quasi generale ci avrebbe portati al disastroso mondiale del ’54 e addirittura all’esclusione dal mondiale ’58. Quando nella ricostruzione della storia del calcio italiano secondo Brera, intorno al catenaccio iniziò a montare una specie di stigma. 

In Storia delle idee del calcio, Mario Sconcerti ricorda che l’Inter di Foni non a caso nasce tre anni appena dopo la tragedia di Superga”. I club stavano imparando una nuova lezione tattica, che al Milan avrebbe invece portato Gipo Viani. 

Quando arriva il Mago, l’Inter ha vinto 7 scudetti in 52 anni. Con lui ne piovono tre in quattro campionati. Più uno perso allo spareggio. Eppure, soprattutto per i ripetuti fallimenti europei dopo gli Anni Sessanta, l’interista vivrà da allora nella percezione di sé come di un emarginato dalla fortuna. Nel suo felice libretto #amala, probabilmente il migliore della serie sui manuali del tifo editi da Fandango, Nicola Mirenzi scriveva che abbiamo perso così tanto che alla fine abbiamo pensato che l’insuccesso fosse la nostra seconda pelle, il nostro destino. Mirenzi celebra infatti non Herrera, ma Mourinho come l’uomo che ha liberato un popolo dalla degenerazione dell’interismo che è lo sconfittismo. Il portoghese arrivato dopo i titoli tutto sommato sporadici di Invernizzi, di Bersellini e di Trapattoni

Sandro Modeo, in L’alieno Mourinho, trovava che in questo appetito senza limiti – che, va da sé, senza i suoi metodi e la sua genialità resterebbe inappagato – è come se la fame arretrata di gloria delle società che sceglie collimasse al millimetro con la fame anticipata di gloria con cui lui nutre se stesso: nonostante sia dotato di pazienza e di programmazione metodologica, è come se avesse un’ansia di gettarsi precocemente alle spalle una quantità di trofei smisurata, una fretta quasi parossistica di mettersi in regola con albi d’oro e almanacchi

Dopo è stata l’Inter dell’abbondanza, l’Inter del post Calciopoli con Mancini, l’Inter supplente delle egemonie juventine in una stagione di veleni apparenti che adesso si assopiscono pure in pubblico, con i complimenti di Andrea Agnelli in inglese a Zhang, con le mire comuni e separatiste del superleghismo. 

Per lo scudetto numero 19 Michele Serra su Repubblica aveva ragionato su questa storia in fondo così scandita, così segnata da scudetti che arrivano in capo a ogni nuovo decennio, e scrisse che l’auto-narrazione interista, quella della pazza Inter, è insomma più un vezzo di noi tifosi nerazzurri che una seria introspezione nell’interismo quello vero. Gli alti e i bassi fanno parte della storia di tutte le grandi squadre; ma la mitizzazione delle cadute come prova di sregolatezza (per fare risaltare di più il genio) è una vecchia abitudine di molte tifoserie, che amano sentirsi bersagliate dagli dèi. A noi interisti, poi, piace molto dire che il fondatore fu un pittore socialista, mentre il fondatore del Milan fu un commercialista. Come se nel Dna della squadra ci fosse una vocazione artistica, e un’incapacità di controllo. Tutto quello che dovesse venire, di qui al 2030, sarà bene accetto. Ma lo scudetto del 2030, abbiate pazienza, è già prenotato

L’attesa è durata meno. 

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